Di:
Dea della Pioggia
Perseo e Andromeda
LUCE NELL’ABISSO
La spiaggia di Hagi era immensa. Una distesa infinita d'oro e d’azzurro, calda e accogliente, come la grande mano che avvolgeva la sua.
Shin alzò lo sguardo per vedere quello dell'uomo che camminava al suo fianco, strizzando gli occhi per avere la meglio sui raggi del sole che lo colpivano in pieno viso, impedendogli di scorgerne i lineamenti.
Ma in fondo non serviva.
Quella mano grande e protettiva, quel profumo delicato e familiare, quella sensazione di pace, potevano appartenere soltanto al suo otoosan. E poter stringere di nuovo la sua mano, dopo tutto quel tempo, tornare a camminare accanto a lui lungo la loro amata spiaggia era forse…
Un sogno?
Un sogno da far durare il più a lungo possibile, lottando contro quella brutta sensazione che stava facendo diventare la mano del suo ‘toosan sempre più fredda e livida…
Così scivolosa e sfuggente, quasi impossibile da stringere.
Ma non poteva perderlo, non di nuovo!
I suoi piedi affondarono nella sabbia, impedendogli di tenere il passo mentre quello dell'uomo proseguiva, senza pensare a lui.
Shin urlò, supplicò otoosan di aspettarlo, di non lasciarlo solo ma fu tutto inutile.
Avvertì la presa della sua mano diventare sempre più debole, scivolare lungo il palmo di quella del padre per poi finire giù, tra i granelli dorati.
Si svegliò di soprassalto con il cuore che gli martellava in gola e il viso rigato dalle lacrime. Portò una mano al petto, perché il cuore impazzito gli faceva troppo male.
Accanto a lui, Ryo e Shu si mossero un po’. Avevano avuto una giornata difficile ed erano crollati, vinti dalla stanchezza e ora il brutto sogno avuto dal nakama li stava turbando.
Shin si portò una mano tra i capelli e cercò di regolare il respiro. Era così difficile ritrovare la calma dopo aver visto il suo amato padre, avere avuto la sensazione così vivida di toccarlo e poi la consapevolezza di averlo perso…
Di nuovo.
Si asciugò il viso e sospirò pensando che, forse, ricongiungersi al suo elemento avrebbe calmato, almeno un po’, il suo folle cuore.
Mise i piedi nudi a terra e rabbrividì: faceva freddo.
L’estate non era ancora giunta e lì in montagna, nella casa di Nasty dalla quale avevano avuto le chiavi per passare qualche giorno lontani dalla città e dagli impegni quotidiani, la temperatura non era affatto generosa.
Shin avvicinò tra loro, sulla gola, i lembi dello yukata azzurro e, per non rischiare di disturbare ulteriormente i nakama, non cercò nulla di più da mettersi addosso.
Presto avrebbe raggiunto la propria amata acqua e, una volta lì, il freddo non sarebbe più importato: lui era freddoloso, eppure il richiamo dell’acqua e del lago era troppo invitante, ne aveva bisogno in quei momenti, come se ne andasse della sua stessa vita.
Di sicuro ne andava del suo controllo mentale.
Controllo mentale che, forse, era già compromesso perché, quando prendeva decisioni come quella, da tempo, la sua razionalità non era vigile e rischiava di mostrarsi incosciente, poco attento a se stesso, a ciò che lo circondava, alle conseguenze cui tali decisioni avrebbero potuto condurre.
Infatti, una parte di lui gli suggeriva di fermarsi, che non andava bene, che faceva freddo, che avrebbe fatto preoccupare i nakama.
Ma c’era quella voce sempre più viva dentro di lui, che faceva paura ma che, al tempo stesso, non poteva mettere a tacere:
“Non vuoi solo entrare in contatto con il tuo elemento… tu vuoi perderti in esso e non tornare più”.
Shin finse di non sentirla, scosse il capo e si morse il labbro nel momento stesso in cui aprì la porta di casa e mise piede fuori, nella notte gelida.
A stento udì il ruggito di Byakuen alle sue spalle, i denti della tigre afferrarono un lembo dello yukata sollevato da una folata di vento.
Senza neanche rendersi conto di quella presenza che tentava di fermarlo, Shin diede uno strattone e il lembo si strappò: lui riprese a camminare, come un automa, sotto un cielo troppo buio e privo di stelle.
Senza quasi rendersene conto, raggiunse il lago e solo quando fu lì, davanti a quell'immensa distesa d'acqua, riprese a respirare.
Si inginocchiò sul pontile e affondò le mani alla ricerca del suo elemento. Raccolse un po’ d'acqua e vi immerse il viso, sospirando.
L'aria frizzantina della notte gli accarezzò la pelle bagnata facendolo tremare ma lui non si fermò, tornando ad affondare le braccia sempre più giù.
“Acqua.” Sospirò “Ti prego, aiutami a ritrovare la pace”.
Poi si alzò e osservò l'oscurità che lo circondava e, mentre il vento cominciava a soffiare con maggior vigore, quasi senza accorgersene, si slacciò lo yukata.
Il richiamo del suo elemento si faceva sempre più forte, quasi urgente.
Aprì i due lembi di tessuto e lasciò che gli scivolasse lungo le spalle e si adagiasse scomposto sulle assi di legno.
Sfilò la biancheria intima e, senza preoccuparsi della propria nudità, tornò ad accovacciarsi sul limitare del pontile.
Allargò le braccia facendo un respiro profondo e poi, senza la minima esitazione, si tuffò scomparendo nelle acque gelide.
***
Con un sobbalzo e un’esclamazione soffocata, Seiji si ritrovò seduto sul letto, gli occhi sgranati nel buio, la bocca ancora aperta e un senso di oppressione al petto.
Non era il peso costante che la tosse gli procurava in quei giorni di malattia, si trattava di qualcosa di più profondo e doloroso per lui, era la pesantezza data dalla constatazione di una minaccia che incombeva e che scalfiva quanto aveva di più prezioso.
Le mani erano aggrappate con forza disperata alla coperta, ne sciolse una e la portò al torace, imponendosi la calma, perché andare in panico non sarebbe servito a nulla.
Anche se non si illuse neppure per un istante che si trattasse di un brutto sogno o della febbre che lo tormentava da giorni, sapeva distinguere, ormai, l’incubo dalla realtà.
Si morse il labbro e chiuse gli occhi, per concentrarsi e studiare l’ambiente intorno a sé.
La presenza di Touma al suo fianco era palpabile, si trovava ancora immerso in un sonno profondo, ma lo percepì un po’ agitato.
Touma non era spiritualmente sensibile come lui eppure, forse, era anch’egli tormentato da vibrazioni negative, seppur ancora non fossero riuscite a strapparlo al sonno.
Seiji si chiese se avrebbe dovuto svegliarlo, ma non lo fece.
Prima di allarmare l’intera casa, voleva essere lui stesso ad accertarsi della situazione.
Mise i piedi a terra e lo yukata che indossava gli sembrò, subito, troppo leggero: il freddo gli penetrò nella gola e nelle vie respiratorie ancora fragili.
Si portò una mano alla bocca, per soffocare l’attacco di tosse che lo assalì: il sonno di Touma era pesante, ma già disturbato da qualche inquietudine, non voleva aggiungerne altre.
Cercò a tentoni nel buio qualcosa di più pesante da mettersi addosso, ma non trovò nulla e un nuovo pizzico doloroso al cuore gli suggerì che non c’era tempo da perdere, doveva andare, doveva correre, stava accadendo qualcosa.
Si affrettò lasciandosi la stanza alle spalle.
Nel corridoio trovò quella dei tre nakama aperta e si affacciò, sperando di trovarli tutti e tre lì, addormentati e sereni, nonostante lo sentisse, ormai, che si trattava solo di un’illusione.
Era buio, non riusciva a scorgere bene le sagome sul letto, ma percepì un vuoto, là in mezzo, dove di solito si trovava Shin.
“Pesciolino, che hai fatto?” mormorò, con la voce arrochita dal catarro e dalla preoccupazione.
Perché adesso era certo che Shin era in preda… a qualcosa.
Non lo avrebbe strappato al sonno in quella maniera violenta se così non fosse stato.
Uno strattone al lembo dello yukata lo fece barcollare per la sorpresa, sottraendolo al momento di stallo nel quale era caduto.
I suoi occhi incontrarono quelli di Byakuen e si capirono al volo.
Seiji accarezzò il muso della tigre.
“È successo qualcosa a Shin, vero Byakuen?”.
Il ragazzo, preoccupato, si diresse verso l'uscita ma il maestoso animale non si mosse.
“No, Byakuen. Non occorre svegliare gli altri. Sono stanchi. Però noi due dobbiamo correre subito da lui”.
Il giovane cercò di affievolire l'attacco di tosse tra la stoffa dello yukata e accelerò il passo.
La tigre sbuffò e si portò al suo fianco.
Quei cuccioli d'uomo erano da sempre motivo di preoccupazione, ma quella notte più del solito.
L'aria frizzante investì il ragazzo appena attraversò l'uscio facendolo rabbrividire.
“È andato al lago, vero?”
Byakuen ruggì.
Incurante del buio, Seiji cominciò a correre nel tentativo di raggiungerlo il più velocemente possibile.
Nel suo cuore, la paura di non arrivare in tempo per impedire che il compagno potesse compiere un gesto avventato, cresceva attimo dopo attimo.
La tigre, precedendolo di qualche metro, lo condusse fino al pontile e arrestò la sua corsa solo davanti agli abiti che il Samurai dell'acqua aveva abbandonato prima di tuffarsi.
Seiji si inginocchiò davanti a quegli indumenti e li strinse a sé, inspirandone quel profumo inconfondibile.
“Shin, cos'hai fatto?” si domandò, mentre il cuore gli martellava in gola.
Appoggiò le labbra sullo yukata del compagno prima di depositarlo con cura e, senza pensarci due volte, si spogliò a propria volta, lasciando che i suoi abiti scivolassero a coprire quelli di Shin.
Il suo corpo caldo di febbre rabbrividì trovandosi così esposto, ma non si fermò.
Si diresse al limitare del pontile e, dopo aver fatto un profondo respiro, si tuffò alla ricerca del compagno.
Byakuen rimase un attimo immobile, ad ascoltare il silenzio che si era fatto straniante, anche per un custode millenario come lui. Poi abbassò il muso, annusò quei pezzi di stoffa lì abbandonati, ancora impregnati dell’odore dei due cuccioli incoscienti.
La tigre sapeva che non avrebbe giovato a nessuno se lui si fosse tuffato, non sarebbe riuscito a trascinarli fuori dall’acqua e il nuoto non era tra i suoi talenti più sviluppati: Ko-Shin era la loro sirena, Ko-Seiji se la cavava…
Ko-Ryo era molto bravo.
C’era bisogno di lui, lui avrebbe saputo come fare, ma Ko-Seiji gli aveva ordinato di non disturbare gli altri cuccioli.
Byakuen era saggio, molto più di quei cinque cuccioli arruffati e troppo spesso inconsapevoli di ciò che avrebbe avuto più senso fare, sapeva di dover dare ascolto al proprio istinto, ancor prima che agli ordini dei cuccioli.
Così si mosse, si lasciò il lago alle spalle e, tra le ombre della notte, balzò come un candido spettro verso la casa.
***
Il gelo del lago si strinse intorno a Seiji come una morsa.
Era un freddo denso, doloroso come acciaio, opponeva resistenza contro i suoi tentativi di muovere braccia e gambe. Avrebbe voluto rendere veloci le proprie membra, per combattere il freddo nell’immediato ma, ciò che più gli premeva, per trovare Shin subito, Shin che con l’acqua era in simbiosi, al quale l’acqua non avrebbe mai fatto del male spontaneamente.
Ma Shin avrebbe potuto costringerla a tenerlo con sé, gli sarebbe bastato lasciarsi andare, smettere di ricercare aria…
Gli sarebbe bastato desiderare di non riemergere più.
“Non farlo, Shin… lascia che siamo noi a prenderci cura di te”.
Nel momento stesso in cui lo pensò, lo vide, un corpo talmente abbandonato da sembrare tutt’uno con l’elemento cui si stava donando.
Shin non nuotava, teneva gli occhi chiusi, braccia e gambe tendevano verso il basso, in un testardo rifiuto di muoversi per accennare una risalita, il viso era rivolto verso l’alto, ma la testa reclinata all’indietro annullava ogni desiderio di tornare alla terra.
“No… pesciolino…”.
Già, un pesciolino…
Voleva diventarlo davvero, a tutti gli effetti, con quelle membra indifese rivestite solo di acqua, il gelo del lago in quella notte fredda che, di sicuro, era già penetrato in ogni fibra e, era certo, anche nel cuore.
Non c'era tempo da perdere.
Seiji era consapevole che ogni secondo trascorso in perfetta immobilità, immerso in quelle acque gelide, avrebbe messo in serio pericolo la vita del compagno.
Cercò di raggiungerlo il più velocemente possibile per portarlo al sicuro.
L'acqua era l’elemento di Shin, da quando si era trasformata in una minaccia per lui?
Quel pensiero lo fece rabbrividire.
Ma nuotare in quelle condizioni si stava rivelando molto più difficile del previsto.
La febbre ancora alta, i tanti giorni di immobilità che gli avevano indebolito i muscoli, il polmoni congestionati dalla tosse, stavano diventando preziosi alleati di quel lago dalle acque gelide che cercava di separarlo dal suo Shin.
“Arrivo, pesciolino” lo chiamò tramite la voce del cuore. “Ti prego, non arrenderti…”.
Cercò di muoversi, lottando contro l'ipotermia che gli irrigidiva ogni fibra del corpo, impedendogli di avvicinarsi a quella sirena che sembrava addormentata.
Tentò di compiere ampi movimenti con le braccia e di muovere velocemente le gambe, ma gli sembrò tutto inutile.
L'ossigeno stava venendo meno e Shin gli appariva sempre più lontano.
Neanche si rese conto del momento esatto in cui l'acqua del lago ebbe la meglio su di lui.
Avvertì quell'elemento insediarsi in lui, prendere possesso della sua bocca e, in un attimo, dei polmoni già così malandati.
Neanche per un secondo pensò a se stesso, alla sua morte imminente.
“Shin…non sono riuscito a salvarti. Touma, Shu, Ryo…perdonatemi…”.
***
“Torna…”.
Il cuore si mise a gridare con urgenza e a fare male, troppo male.
Perché?
In quell’abbandono non aveva forse trovato la pace?
Gli sarebbe bastato spegnersi…
Solo spegnersi, smettere definitivamente di battere e ci stava riuscendo.
Cosa significava quel dolore improvviso, unito a un’ondata di calore così intensa e così vicina da provocare un fuoco di artificio di emozioni?
Lui si stava annullando fino a un attimo prima, spento a qualsiasi cosa, spento a tutto quel freddo e stava accogliendo l’abbraccio dell’acqua e ora il suo cuore gridava, un grido così intenso da spingerlo ad aprire la bocca e inghiottire acqua, nel vano tentativo di lasciarlo sfogare all’esterno.
“Non voglio morire” urlò ancora il suo cuore. “Non posso!”.
C’era qualcosa che doveva fare, c’era qualcuno che doveva salvare.
I suoi occhi si aprirono di colpo, il suo corpo gli rispose, ogni resistenza vitale si risvegliò e la sirena morente riprese a muoversi, si guardò intorno, consapevole di dover cercare, di dover correre da qualcuno.
***
Fu Ryo il primo a ritrovarsi seduto sul letto, strappato al sonno con violenza, consapevole del richiamo confuso di tre voci che si fondevano in una, quella del pianto di Byakuen poco distante.
Il grido di Byakuen parlava al cuore di Ryo:
“Due dei miei cuccioli hanno bisogno di aiuto!”.
Al tempo stesso riconobbe, nella perfetta alchimia del legame, quali fossero i nakama in quel momento sofferenti.
“Seiji, Shin!” esclamò, proprio mentre accanto a lui si sollevava, con la medesima urgenza, l’unico nakama con lui nella stanza.
“Che cosa succede?!”.
Shu non fece in tempo a concludere la domanda che Ryo, in pochi balzi, aveva raggiunto la soglia della camera. Il samurai della terra saltò giù dal letto e lo raggiunse, precipitandosi dietro di lui nel corridoio, dove quasi travolsero Touma, sveglio e attivo come riusciva ad essere solo quando un’impellente urgenza obbligava ad un’immediata reazione.
“Seiji…” farfugliò Touma allarmato, rivolgendosi ai compagni. “Mi sono svegliato e lui non c'era!”.
“Neanche Shin!” dichiarò Ryo. “E Byakuen mostra un nervosismo che non gli appartiene!”.
Shu non riuscì a nascondere la propria preoccupazione:
“Che cosa sta succedendo, ragazzi? Dove possono essere andati nel cuore della notte?”.
“Dev'essere accaduto qualcosa di grave” asserì Touma. “Seiji ha ancora la febbre, Shin ieri sera era molto teso. Dobbiamo trovarli il prima possibile”.
La tigre ruggì e corse lungo le scale fino a raggiungere la porta d’ingresso. “Seguiamolo!” disse Ryo guidando i compagni. “Sono certo che ci condurrà da loro”.
Il percorso che dalla casa di Nasty, attraversando il bosco, conduceva al lago, non era particolarmente lungo e i ragazzi l'avevano battuto centinaia e centinaia di volte. L'oscurità lo rendeva ostico e sicuramente rallentava il loro cammino, ma ai tre giovani parve infinito.
Quando finalmente raggiunsero il pontile, rimasero impietriti dall'angoscia.
Il chiarore della luna mostrò l'acqua del lago come una distesa gelida e tagliente, ma il loro sguardo fu subito catturato da alcuni abiti abbondanti a terra.
Dei due ragazzi, invece, nessuna traccia.
“Sono i loro yukata!” esclamò Shu con voce impregnata di inquietudine, inginocchiandosi a terra e raccogliendo gli indumenti tra le proprie braccia. “Touma! Ryo! Guardate… Dove possono essere andati completamente nudi?”.
“Oh, Shu…” sospirò Touma con dolcezza, fissando lo specchio d'acqua davanti a sé.
“No! No!” esclamò il Samurai della Terra realizzando cosa potesse essere successo. “Non possono averlo fatto davvero…”
Non aveva ancora concluso la frase che vide Ryo ergersi sull’estremità del pontile. Si sfilò con un unico gesto la maglietta e, a petto nudo, con solo l’intimo addosso, si accinse a tuffarsi.
Ma, proprio in quel momento, un'increspatura sulla superficie dell’acqua immobilizzò i suoi gesti e attrasse l’attenzione di tutti.
I tre nakama rimasero incantati, ad osservare una testa bionda e una rossiccia che emergevano dall'acqua: Shin, che ancora non aveva notato, nella notte, la loro presenza, sorreggeva Seiji, spaventosamente immobile e prese a nuotare, più veloce che poteva, per ricondurlo a riva.
Quando sollevò il capo e li vide ebbe un moto di stupore, ma non trascurò l’urgenza del momento. Si resse con una mano al bordo della passerella e, nello stesso istante, Ryo e Shu si chinarono per tirare su Seiji, abbandonato e inerte come una bambola senza vita.
Vennero colti dal terrore nel notare il suo pallore insano e nel percepire il gelo che il suo corpo emanava.
Touma fu immediatamente dietro di loro, incapace di contenere l’ansia, mentre prendeva il nakama in consegna stringendolo forte a sé.
Ryo e Shu si sporsero ancora, per aiutare Shin a salire, ma questi si ritrasse, rifiutando ogni contatto, persino quello visivo.
“Occupatevi di Seiji. Io me la cavo da solo”.
Cercava di conferire un’inflessione fredda alla propria voce, ma in realtà non sfuggì a nessuno il tremito che la faceva sembrare sull’orlo del pianto. La testa del guerriero dell’acqua era rintanata tra le spalle e il viso nascosto dai capelli bagnati che ricadevano lungo la fronte.
“Shin…” mormorò Ryo.
Ma la sua attenzione venne subito richiamata dai sussurri angosciati di Touma:
“Seiji… guardami… apri gli occhi… ti prego”.
Il biondo samurai era ancora immobile, la testa reclinata contro il petto di Touma, gli occhi chiusi e uno spiraglio tra le labbra che lasciava fuggire un sottile alito vitale, troppo sottile per risultare rassicurante.
Negli istanti di silenzio era possibile udire un roco lamento levarsi dalla gola del giovane, inquietante segnale delle vie respiratorie di nuovo ostruite.
Anche Shu e Ryo gli si raccolsero intorno, mentre l’incubo di una recidiva della polmonite da poco scongiurata tornava a farsi palpabile.
Shu deglutì, conscio che qualcuno doveva prendere in mano la situazione:
“Diamoci una mossa, portiamolo in casa!”.
Touma si riscosse e annuì.
“Dobbiamo asciugarlo e metterlo al caldo… poi…”.
Si bloccò. Mentre parlava non aveva distolto lo sguardo neanche per un istante da quel volto etereo, bellissimo pur nella sofferenza. Il tono usato da Touma era neutro, quasi meccanico, come meccanici risultarono i suoi gesti quando si alzò, tenendo Seiji tra le braccia, portandolo con sé in ogni movimento, ponendo in ognuno di essi la medesima attenzione che avrebbe riservato al più fragile cristallo.
Shin rimase fermo, nudo e grondante acqua, le braccia intrecciate sul petto, sembrava non voler accennare a seguire i nakama.
Il viso basso fino a quel momento, si sollevò solo quando loro cominciarono ad allontanarsi nelle ombre della notte e lui li vide sempre più vaghi e come irreali.
Non gli era possibile capire se trovasse più opprimente il senso di colpa o il vuoto che si era impadronito di lui, l’assenza che lo distanziava dal mondo e da se stesso.
Abbassò ancora il capo, si accovacciò a raccogliere il proprio yukata e quello di Seiji e, in esso, affondò il viso, desiderando così di abbracciare il nakama.
Avrebbe voluto correre dietro ai ragazzi, aiutarli a curare Seiji, aggrapparsi a lui e stringerlo forte, trasmettergli tutto il calore di cui il suo corpo malato e febbricitante aveva bisogno.
La verità era che non se ne sentiva degno.
Non si era accorto che uno dei nakama si era fermato e si era voltato verso di lui. Ne udì tuttavia la voce che lo richiamava alla realtà:
“Shin… non vieni?”.
Il viso di Shin si sollevò, incontrò lo sguardo di Shu, poco visibile nell’oscurità, ma al guerriero dell’acqua parve di scorgere un lampo, quella stessa luce che lo riportò indietro nel tempo, agli istanti più tristi del loro legame.
Scorse rabbia e giudizio in quegli occhi e Shin non aveva il coraggio di chiedere perdono. Neanche di quello si sentiva degno.
“Vengo…” sussurrò incerto, quasi impaurito.
Quell'inclinazione nella voce ferì profondamente Shu, quanto l'incertezza su cosa fosse successo in quel breve lasso di tempo in cui aveva perso di vista i suoi due nakama.
A quelle parole però non seguì nessun movimento.
Shin sembrava spento.
“Avanti, pesciolino!” lo incitò il Samurai della Terra cercando dentro di sé la forza di reagire. Doveva farlo, per entrambi. “Non vorrai restare così fino a domani mattina, vero?”.
Il ragazzo sfilò dalle sue mani uno degli yukata che ancora stringeva al petto e glielo fece indossare.
Shin si abbandonò a lui, inerme e arrendevole come se non avesse più volontà propria o non ne avesse mai avuta una.
“Non fa poi così caldo e tu sei tutto bagnato. Scommetto che avrai freddo” aggiunse Shu avvicinando i lembi della veste in modo da avvolgerlo per bene.
“Oh sì che ne hai” continuò. “Guardati, stai tremando come una foglia!”.
Shin scosse il capo e il compagno provò una strana sensazione di gioia, stupore ma, allo stesso tempo, quasi di paura dinnanzi alle reazioni di quel ragazzo così meraviglioso ma tanto fragile.
“Non ho freddo…” finalmente sembrò aver ritrovato un filo di voce.
“Non dire sciocchezze. Ricordi, noi non ci nascondiamo nulla” gli ricordò Shu. “E poi, se non è per il freddo, perché staresti tremando?”
“È di Seiji…” sussurrò Shin, quasi avesse timore nel pronunciare il nome del compagno.
“Cosa?”.
Shu non riusciva proprio a capire.
“Lo yukata che sto indossando…non è mio”.
“Oh, Shin…”.
Il ragazzo della terra improvvisamente realizzò quante emozioni il nakama stesse provando e cerco di aiutarlo a gestirle, nonostante non si sentisse la persona più adatta a farlo.
“Non importa. Lui sarebbe preoccupato nel saperti nudo e bagnato. Sono sicuro che si sarebbe sfilato il suo yukata per dartelo, così come tu avresti fatto con il tuo, per darlo a lui”.
Il Samurai dell'Acqua annuì, con gli occhi gonfi di lacrime ma, prima che potesse dire qualsiasi cosa, la grande mano di Shu afferrò la sua e lo trascinò di corsa, verso casa.
Quando arrivarono, Touma e Ryo avevano già posato Seiji sopra le coperte e lo stavano asciugando, le voci che lo chiamavano dolcemente, perché desse un segno di voler reagire: il giovane era come una bambola abbandonata tra le loro braccia, si muoveva appena, lasciando che si occupassero di lui, impossibile comprendere se si trattasse di una fiducia estrema che i suoi traumi gli permettevano di concedere solo a loro o se, invece, fosse la debolezza a renderlo così inerme.
Shu li raggiunse, mettendosi subito all’opera per dare il suo contributo, mentre Shin rimase sulla soglia della stanza, immobile, a osservare la scena. Normalmente si sarebbe messo alla guida dei nakama, dando tutte le direttive per prendersi cura di Seiji nel migliore dei modi, ma in quel momento era bloccato dal senso di colpa, non vedeva se stesso parte di quel quadretto d’amore, non lo meritava, avrebbe dovuto allontanarsi, scomparire lontano, non rovinare più le loro esistenze.
“Non lo sanno” ripeteva tra sé. “Per questo Shu è stato così gentile. Non sanno che sono stato io a trascinare Seiji fuori nella notte, nell’acqua gelida, perché sono stato un ingrato egoista, perché ho agito senza pensare alle conseguenze. Non lo sanno che sono io, proprio io, quell’acqua gelida che mette a rischio la vita del nostro Seiji. Devo dirglielo, devo confessarlo, così mi cacceranno una volta per tutte, capiranno quanto io sia distruttivo per loro”.
Mentre quei pensieri lo tormentavano, le braccia di Shin si erano distese, tremanti, lungo il corpo. Le mani strette a pugno si erano serrate al punto che le unghie gli stavano arpionando il palmo fino a farlo sanguinare. Lo sguardo fisso sui compagni era diventato vibrante e lucido, ormai incapace di nascondere il tumulto interiore che lo stava lacerando.
“Shin che cosa ti succede?” gli chiese Shu, preoccupato per quel silenzio carico di tensione.
“Ehi, pesciolino…” lo richiamò Ryo. “Non vieni ad aiutarci?”
Touma gli sfiorò una mano.
“Abbiamo bisogno di te”.
Quel contatto leggero, affettuoso, quasi involontario, lo fece crollare.
Il Samurai dell'Acqua si chinò, raggruppandosi su se stesso come un'onda che risacca prima di infrangersi contro gli scogli.
“No!” urlò lasciando finalmente libere le lacrime a lungo trattenute. “Non posso! Non potete chiedermi una cosa simile. Voi non capite!”.
“Cosa stai dicendo?” gli chiese Ryo, alzando involontariamente il tono di voce.
“È colpa mia! È tutta colpa mia! Se Seiji sta male… Sono io l'unico responsabile!” rispose Shin con lo stesso tenore.
“Colpa tua? Non è vero, Shin” lo interruppe Touma. “Sei frastornato, avete vissuto una situazione difficile, ma sono sicuro che non metteresti mai volontariamente a repentaglio la nostra vita”.
“Invece è successo proprio questo!” esclamò il ragazzo, mentre lacrime silenziose scorrevano lungo le sue guance pallide. “Seiji ha rischiato la sua vita per salvare la mia e io non lo merito…”.
Un singhiozzo, prolungato e profondo, gli tolse il respiro e, dopo aver guardato la scena che gli si presentava davanti agli occhi con l'adorazione e il dolore di chi deve imprimere ogni frammento nella propria mente per paura che il suo bene più prezioso gli venga strappato via, si voltò verso la porta senza dire una parola.
La mano di Ryo si strinse intorno al suo polso: con un movimento deciso lo obbligò a voltarsi. Shin perse l'equilibrio e si ritrovò sul petto del compagno.
Stretto tra le sue braccia, avvolto da quel calore che riusciva a farlo sentire al sicuro, finalmente non cercò più di nascondere il suo dolore.
Le lacrime esplosero, simili a quelle di un bambino che, dopo aver temuto di venire abbandonato, era stato accolto da braccia protettive che non lo avrebbero mai lasciato solo.
“Mi dispiace… mi dispiace…” ripeteva come un mantra, confuso da se stesso, da ciò che aveva fatto, da ciò che gli accadeva intorno.
Accolse tutto quell’affetto, ma non per questo perdonò se stesso, non lo avrebbe mai fatto, non poteva più farlo: da troppo tempo il controllo sulla propria emotività era scivolato via, senza che lui fosse in grado di ritrovarlo.
“Shin…” si levò una voce dietro di loro, flebile, palesemente debole, ma anche decisa a farsi ascoltare.
Gli sguardi di tutti si posarono su Seiji, che li osservava attraverso la patina di fatica dei suoi occhi d’ametista. Aveva anche mosso un braccio, facendolo scivolare sul materasso, la mano aperta, il palmo verso l’alto.
“Shin… vieni qui, per favore”.
Shu, Touma e Ryo si staccarono dal nakama, come per aprire la strada, allo scopo di lasciare solo Shin e Seiji protagonisti della scena.
Ancora in lacrime, il samurai dell’acqua rimase immobile qualche istante, gli occhi sgranati dallo stupore fissi in quelli di Korin. Poi le labbra di quest’ultimo si piegarono in un sorriso dolcissimo e i piedi di Shin si mossero, il cuore di Suiko attratto da quel sorriso, quasi fosse un filo a trascinarlo verso il letto.
Furono passi lenti, tremanti, infine le gambe cedettero e lui crollò in ginocchio, le sue mani si chiusero su quella di Seiji e la portarono alla fronte, mentre un nuovo singhiozzo gli scosse il petto con violenza.
Seiji gli accarezzò i capelli.
“Non farlo più, d'accordo?” gli sussurrò. “Se senti che stai per smarrire la strada, chiuderti in te stesso non farà che peggiore le cose…”.
Shin cercò di dire qualcosa, ma Seiji fece scivolare la mano davanti al suo viso in un chiaro invito a tacere.
“Lo sappiamo benissimo perché l'hai fatto” lo anticipò sorridendogli affettuosamente.
Shin lo guardò e poi promise:
“Non lo farò mai più… Mi stavo perdendo e la mia luce è venuta a mostrarmi la via. La mia terra mi ha accolto su di sé, il mio fuoco mi ha riscaldato e il mio cielo è tornato a brillare su di me carico di speranza. La mia vita è vostra, da sempre e per sempre”.
Shin alzò lo sguardo per vedere quello dell'uomo che camminava al suo fianco, strizzando gli occhi per avere la meglio sui raggi del sole che lo colpivano in pieno viso, impedendogli di scorgerne i lineamenti.
Ma in fondo non serviva.
Quella mano grande e protettiva, quel profumo delicato e familiare, quella sensazione di pace, potevano appartenere soltanto al suo otoosan. E poter stringere di nuovo la sua mano, dopo tutto quel tempo, tornare a camminare accanto a lui lungo la loro amata spiaggia era forse…
Un sogno?
Un sogno da far durare il più a lungo possibile, lottando contro quella brutta sensazione che stava facendo diventare la mano del suo ‘toosan sempre più fredda e livida…
Così scivolosa e sfuggente, quasi impossibile da stringere.
Ma non poteva perderlo, non di nuovo!
I suoi piedi affondarono nella sabbia, impedendogli di tenere il passo mentre quello dell'uomo proseguiva, senza pensare a lui.
Shin urlò, supplicò otoosan di aspettarlo, di non lasciarlo solo ma fu tutto inutile.
Avvertì la presa della sua mano diventare sempre più debole, scivolare lungo il palmo di quella del padre per poi finire giù, tra i granelli dorati.
Si svegliò di soprassalto con il cuore che gli martellava in gola e il viso rigato dalle lacrime. Portò una mano al petto, perché il cuore impazzito gli faceva troppo male.
Accanto a lui, Ryo e Shu si mossero un po’. Avevano avuto una giornata difficile ed erano crollati, vinti dalla stanchezza e ora il brutto sogno avuto dal nakama li stava turbando.
Shin si portò una mano tra i capelli e cercò di regolare il respiro. Era così difficile ritrovare la calma dopo aver visto il suo amato padre, avere avuto la sensazione così vivida di toccarlo e poi la consapevolezza di averlo perso…
Di nuovo.
Si asciugò il viso e sospirò pensando che, forse, ricongiungersi al suo elemento avrebbe calmato, almeno un po’, il suo folle cuore.
Mise i piedi nudi a terra e rabbrividì: faceva freddo.
L’estate non era ancora giunta e lì in montagna, nella casa di Nasty dalla quale avevano avuto le chiavi per passare qualche giorno lontani dalla città e dagli impegni quotidiani, la temperatura non era affatto generosa.
Shin avvicinò tra loro, sulla gola, i lembi dello yukata azzurro e, per non rischiare di disturbare ulteriormente i nakama, non cercò nulla di più da mettersi addosso.
Presto avrebbe raggiunto la propria amata acqua e, una volta lì, il freddo non sarebbe più importato: lui era freddoloso, eppure il richiamo dell’acqua e del lago era troppo invitante, ne aveva bisogno in quei momenti, come se ne andasse della sua stessa vita.
Di sicuro ne andava del suo controllo mentale.
Controllo mentale che, forse, era già compromesso perché, quando prendeva decisioni come quella, da tempo, la sua razionalità non era vigile e rischiava di mostrarsi incosciente, poco attento a se stesso, a ciò che lo circondava, alle conseguenze cui tali decisioni avrebbero potuto condurre.
Infatti, una parte di lui gli suggeriva di fermarsi, che non andava bene, che faceva freddo, che avrebbe fatto preoccupare i nakama.
Ma c’era quella voce sempre più viva dentro di lui, che faceva paura ma che, al tempo stesso, non poteva mettere a tacere:
“Non vuoi solo entrare in contatto con il tuo elemento… tu vuoi perderti in esso e non tornare più”.
Shin finse di non sentirla, scosse il capo e si morse il labbro nel momento stesso in cui aprì la porta di casa e mise piede fuori, nella notte gelida.
A stento udì il ruggito di Byakuen alle sue spalle, i denti della tigre afferrarono un lembo dello yukata sollevato da una folata di vento.
Senza neanche rendersi conto di quella presenza che tentava di fermarlo, Shin diede uno strattone e il lembo si strappò: lui riprese a camminare, come un automa, sotto un cielo troppo buio e privo di stelle.
Senza quasi rendersene conto, raggiunse il lago e solo quando fu lì, davanti a quell'immensa distesa d'acqua, riprese a respirare.
Si inginocchiò sul pontile e affondò le mani alla ricerca del suo elemento. Raccolse un po’ d'acqua e vi immerse il viso, sospirando.
L'aria frizzantina della notte gli accarezzò la pelle bagnata facendolo tremare ma lui non si fermò, tornando ad affondare le braccia sempre più giù.
“Acqua.” Sospirò “Ti prego, aiutami a ritrovare la pace”.
Poi si alzò e osservò l'oscurità che lo circondava e, mentre il vento cominciava a soffiare con maggior vigore, quasi senza accorgersene, si slacciò lo yukata.
Il richiamo del suo elemento si faceva sempre più forte, quasi urgente.
Aprì i due lembi di tessuto e lasciò che gli scivolasse lungo le spalle e si adagiasse scomposto sulle assi di legno.
Sfilò la biancheria intima e, senza preoccuparsi della propria nudità, tornò ad accovacciarsi sul limitare del pontile.
Allargò le braccia facendo un respiro profondo e poi, senza la minima esitazione, si tuffò scomparendo nelle acque gelide.
***
Con un sobbalzo e un’esclamazione soffocata, Seiji si ritrovò seduto sul letto, gli occhi sgranati nel buio, la bocca ancora aperta e un senso di oppressione al petto.
Non era il peso costante che la tosse gli procurava in quei giorni di malattia, si trattava di qualcosa di più profondo e doloroso per lui, era la pesantezza data dalla constatazione di una minaccia che incombeva e che scalfiva quanto aveva di più prezioso.
Le mani erano aggrappate con forza disperata alla coperta, ne sciolse una e la portò al torace, imponendosi la calma, perché andare in panico non sarebbe servito a nulla.
Anche se non si illuse neppure per un istante che si trattasse di un brutto sogno o della febbre che lo tormentava da giorni, sapeva distinguere, ormai, l’incubo dalla realtà.
Si morse il labbro e chiuse gli occhi, per concentrarsi e studiare l’ambiente intorno a sé.
La presenza di Touma al suo fianco era palpabile, si trovava ancora immerso in un sonno profondo, ma lo percepì un po’ agitato.
Touma non era spiritualmente sensibile come lui eppure, forse, era anch’egli tormentato da vibrazioni negative, seppur ancora non fossero riuscite a strapparlo al sonno.
Seiji si chiese se avrebbe dovuto svegliarlo, ma non lo fece.
Prima di allarmare l’intera casa, voleva essere lui stesso ad accertarsi della situazione.
Mise i piedi a terra e lo yukata che indossava gli sembrò, subito, troppo leggero: il freddo gli penetrò nella gola e nelle vie respiratorie ancora fragili.
Si portò una mano alla bocca, per soffocare l’attacco di tosse che lo assalì: il sonno di Touma era pesante, ma già disturbato da qualche inquietudine, non voleva aggiungerne altre.
Cercò a tentoni nel buio qualcosa di più pesante da mettersi addosso, ma non trovò nulla e un nuovo pizzico doloroso al cuore gli suggerì che non c’era tempo da perdere, doveva andare, doveva correre, stava accadendo qualcosa.
Si affrettò lasciandosi la stanza alle spalle.
Nel corridoio trovò quella dei tre nakama aperta e si affacciò, sperando di trovarli tutti e tre lì, addormentati e sereni, nonostante lo sentisse, ormai, che si trattava solo di un’illusione.
Era buio, non riusciva a scorgere bene le sagome sul letto, ma percepì un vuoto, là in mezzo, dove di solito si trovava Shin.
“Pesciolino, che hai fatto?” mormorò, con la voce arrochita dal catarro e dalla preoccupazione.
Perché adesso era certo che Shin era in preda… a qualcosa.
Non lo avrebbe strappato al sonno in quella maniera violenta se così non fosse stato.
Uno strattone al lembo dello yukata lo fece barcollare per la sorpresa, sottraendolo al momento di stallo nel quale era caduto.
I suoi occhi incontrarono quelli di Byakuen e si capirono al volo.
Seiji accarezzò il muso della tigre.
“È successo qualcosa a Shin, vero Byakuen?”.
Il ragazzo, preoccupato, si diresse verso l'uscita ma il maestoso animale non si mosse.
“No, Byakuen. Non occorre svegliare gli altri. Sono stanchi. Però noi due dobbiamo correre subito da lui”.
Il giovane cercò di affievolire l'attacco di tosse tra la stoffa dello yukata e accelerò il passo.
La tigre sbuffò e si portò al suo fianco.
Quei cuccioli d'uomo erano da sempre motivo di preoccupazione, ma quella notte più del solito.
L'aria frizzante investì il ragazzo appena attraversò l'uscio facendolo rabbrividire.
“È andato al lago, vero?”
Byakuen ruggì.
Incurante del buio, Seiji cominciò a correre nel tentativo di raggiungerlo il più velocemente possibile.
Nel suo cuore, la paura di non arrivare in tempo per impedire che il compagno potesse compiere un gesto avventato, cresceva attimo dopo attimo.
La tigre, precedendolo di qualche metro, lo condusse fino al pontile e arrestò la sua corsa solo davanti agli abiti che il Samurai dell'acqua aveva abbandonato prima di tuffarsi.
Seiji si inginocchiò davanti a quegli indumenti e li strinse a sé, inspirandone quel profumo inconfondibile.
“Shin, cos'hai fatto?” si domandò, mentre il cuore gli martellava in gola.
Appoggiò le labbra sullo yukata del compagno prima di depositarlo con cura e, senza pensarci due volte, si spogliò a propria volta, lasciando che i suoi abiti scivolassero a coprire quelli di Shin.
Il suo corpo caldo di febbre rabbrividì trovandosi così esposto, ma non si fermò.
Si diresse al limitare del pontile e, dopo aver fatto un profondo respiro, si tuffò alla ricerca del compagno.
Byakuen rimase un attimo immobile, ad ascoltare il silenzio che si era fatto straniante, anche per un custode millenario come lui. Poi abbassò il muso, annusò quei pezzi di stoffa lì abbandonati, ancora impregnati dell’odore dei due cuccioli incoscienti.
La tigre sapeva che non avrebbe giovato a nessuno se lui si fosse tuffato, non sarebbe riuscito a trascinarli fuori dall’acqua e il nuoto non era tra i suoi talenti più sviluppati: Ko-Shin era la loro sirena, Ko-Seiji se la cavava…
Ko-Ryo era molto bravo.
C’era bisogno di lui, lui avrebbe saputo come fare, ma Ko-Seiji gli aveva ordinato di non disturbare gli altri cuccioli.
Byakuen era saggio, molto più di quei cinque cuccioli arruffati e troppo spesso inconsapevoli di ciò che avrebbe avuto più senso fare, sapeva di dover dare ascolto al proprio istinto, ancor prima che agli ordini dei cuccioli.
Così si mosse, si lasciò il lago alle spalle e, tra le ombre della notte, balzò come un candido spettro verso la casa.
***
Il gelo del lago si strinse intorno a Seiji come una morsa.
Era un freddo denso, doloroso come acciaio, opponeva resistenza contro i suoi tentativi di muovere braccia e gambe. Avrebbe voluto rendere veloci le proprie membra, per combattere il freddo nell’immediato ma, ciò che più gli premeva, per trovare Shin subito, Shin che con l’acqua era in simbiosi, al quale l’acqua non avrebbe mai fatto del male spontaneamente.
Ma Shin avrebbe potuto costringerla a tenerlo con sé, gli sarebbe bastato lasciarsi andare, smettere di ricercare aria…
Gli sarebbe bastato desiderare di non riemergere più.
“Non farlo, Shin… lascia che siamo noi a prenderci cura di te”.
Nel momento stesso in cui lo pensò, lo vide, un corpo talmente abbandonato da sembrare tutt’uno con l’elemento cui si stava donando.
Shin non nuotava, teneva gli occhi chiusi, braccia e gambe tendevano verso il basso, in un testardo rifiuto di muoversi per accennare una risalita, il viso era rivolto verso l’alto, ma la testa reclinata all’indietro annullava ogni desiderio di tornare alla terra.
“No… pesciolino…”.
Già, un pesciolino…
Voleva diventarlo davvero, a tutti gli effetti, con quelle membra indifese rivestite solo di acqua, il gelo del lago in quella notte fredda che, di sicuro, era già penetrato in ogni fibra e, era certo, anche nel cuore.
Non c'era tempo da perdere.
Seiji era consapevole che ogni secondo trascorso in perfetta immobilità, immerso in quelle acque gelide, avrebbe messo in serio pericolo la vita del compagno.
Cercò di raggiungerlo il più velocemente possibile per portarlo al sicuro.
L'acqua era l’elemento di Shin, da quando si era trasformata in una minaccia per lui?
Quel pensiero lo fece rabbrividire.
Ma nuotare in quelle condizioni si stava rivelando molto più difficile del previsto.
La febbre ancora alta, i tanti giorni di immobilità che gli avevano indebolito i muscoli, il polmoni congestionati dalla tosse, stavano diventando preziosi alleati di quel lago dalle acque gelide che cercava di separarlo dal suo Shin.
“Arrivo, pesciolino” lo chiamò tramite la voce del cuore. “Ti prego, non arrenderti…”.
Cercò di muoversi, lottando contro l'ipotermia che gli irrigidiva ogni fibra del corpo, impedendogli di avvicinarsi a quella sirena che sembrava addormentata.
Tentò di compiere ampi movimenti con le braccia e di muovere velocemente le gambe, ma gli sembrò tutto inutile.
L'ossigeno stava venendo meno e Shin gli appariva sempre più lontano.
Neanche si rese conto del momento esatto in cui l'acqua del lago ebbe la meglio su di lui.
Avvertì quell'elemento insediarsi in lui, prendere possesso della sua bocca e, in un attimo, dei polmoni già così malandati.
Neanche per un secondo pensò a se stesso, alla sua morte imminente.
“Shin…non sono riuscito a salvarti. Touma, Shu, Ryo…perdonatemi…”.
***
“Torna…”.
Il cuore si mise a gridare con urgenza e a fare male, troppo male.
Perché?
In quell’abbandono non aveva forse trovato la pace?
Gli sarebbe bastato spegnersi…
Solo spegnersi, smettere definitivamente di battere e ci stava riuscendo.
Cosa significava quel dolore improvviso, unito a un’ondata di calore così intensa e così vicina da provocare un fuoco di artificio di emozioni?
Lui si stava annullando fino a un attimo prima, spento a qualsiasi cosa, spento a tutto quel freddo e stava accogliendo l’abbraccio dell’acqua e ora il suo cuore gridava, un grido così intenso da spingerlo ad aprire la bocca e inghiottire acqua, nel vano tentativo di lasciarlo sfogare all’esterno.
“Non voglio morire” urlò ancora il suo cuore. “Non posso!”.
C’era qualcosa che doveva fare, c’era qualcuno che doveva salvare.
I suoi occhi si aprirono di colpo, il suo corpo gli rispose, ogni resistenza vitale si risvegliò e la sirena morente riprese a muoversi, si guardò intorno, consapevole di dover cercare, di dover correre da qualcuno.
***
Fu Ryo il primo a ritrovarsi seduto sul letto, strappato al sonno con violenza, consapevole del richiamo confuso di tre voci che si fondevano in una, quella del pianto di Byakuen poco distante.
Il grido di Byakuen parlava al cuore di Ryo:
“Due dei miei cuccioli hanno bisogno di aiuto!”.
Al tempo stesso riconobbe, nella perfetta alchimia del legame, quali fossero i nakama in quel momento sofferenti.
“Seiji, Shin!” esclamò, proprio mentre accanto a lui si sollevava, con la medesima urgenza, l’unico nakama con lui nella stanza.
“Che cosa succede?!”.
Shu non fece in tempo a concludere la domanda che Ryo, in pochi balzi, aveva raggiunto la soglia della camera. Il samurai della terra saltò giù dal letto e lo raggiunse, precipitandosi dietro di lui nel corridoio, dove quasi travolsero Touma, sveglio e attivo come riusciva ad essere solo quando un’impellente urgenza obbligava ad un’immediata reazione.
“Seiji…” farfugliò Touma allarmato, rivolgendosi ai compagni. “Mi sono svegliato e lui non c'era!”.
“Neanche Shin!” dichiarò Ryo. “E Byakuen mostra un nervosismo che non gli appartiene!”.
Shu non riuscì a nascondere la propria preoccupazione:
“Che cosa sta succedendo, ragazzi? Dove possono essere andati nel cuore della notte?”.
“Dev'essere accaduto qualcosa di grave” asserì Touma. “Seiji ha ancora la febbre, Shin ieri sera era molto teso. Dobbiamo trovarli il prima possibile”.
La tigre ruggì e corse lungo le scale fino a raggiungere la porta d’ingresso. “Seguiamolo!” disse Ryo guidando i compagni. “Sono certo che ci condurrà da loro”.
Il percorso che dalla casa di Nasty, attraversando il bosco, conduceva al lago, non era particolarmente lungo e i ragazzi l'avevano battuto centinaia e centinaia di volte. L'oscurità lo rendeva ostico e sicuramente rallentava il loro cammino, ma ai tre giovani parve infinito.
Quando finalmente raggiunsero il pontile, rimasero impietriti dall'angoscia.
Il chiarore della luna mostrò l'acqua del lago come una distesa gelida e tagliente, ma il loro sguardo fu subito catturato da alcuni abiti abbondanti a terra.
Dei due ragazzi, invece, nessuna traccia.
“Sono i loro yukata!” esclamò Shu con voce impregnata di inquietudine, inginocchiandosi a terra e raccogliendo gli indumenti tra le proprie braccia. “Touma! Ryo! Guardate… Dove possono essere andati completamente nudi?”.
“Oh, Shu…” sospirò Touma con dolcezza, fissando lo specchio d'acqua davanti a sé.
“No! No!” esclamò il Samurai della Terra realizzando cosa potesse essere successo. “Non possono averlo fatto davvero…”
Non aveva ancora concluso la frase che vide Ryo ergersi sull’estremità del pontile. Si sfilò con un unico gesto la maglietta e, a petto nudo, con solo l’intimo addosso, si accinse a tuffarsi.
Ma, proprio in quel momento, un'increspatura sulla superficie dell’acqua immobilizzò i suoi gesti e attrasse l’attenzione di tutti.
I tre nakama rimasero incantati, ad osservare una testa bionda e una rossiccia che emergevano dall'acqua: Shin, che ancora non aveva notato, nella notte, la loro presenza, sorreggeva Seiji, spaventosamente immobile e prese a nuotare, più veloce che poteva, per ricondurlo a riva.
Quando sollevò il capo e li vide ebbe un moto di stupore, ma non trascurò l’urgenza del momento. Si resse con una mano al bordo della passerella e, nello stesso istante, Ryo e Shu si chinarono per tirare su Seiji, abbandonato e inerte come una bambola senza vita.
Vennero colti dal terrore nel notare il suo pallore insano e nel percepire il gelo che il suo corpo emanava.
Touma fu immediatamente dietro di loro, incapace di contenere l’ansia, mentre prendeva il nakama in consegna stringendolo forte a sé.
Ryo e Shu si sporsero ancora, per aiutare Shin a salire, ma questi si ritrasse, rifiutando ogni contatto, persino quello visivo.
“Occupatevi di Seiji. Io me la cavo da solo”.
Cercava di conferire un’inflessione fredda alla propria voce, ma in realtà non sfuggì a nessuno il tremito che la faceva sembrare sull’orlo del pianto. La testa del guerriero dell’acqua era rintanata tra le spalle e il viso nascosto dai capelli bagnati che ricadevano lungo la fronte.
“Shin…” mormorò Ryo.
Ma la sua attenzione venne subito richiamata dai sussurri angosciati di Touma:
“Seiji… guardami… apri gli occhi… ti prego”.
Il biondo samurai era ancora immobile, la testa reclinata contro il petto di Touma, gli occhi chiusi e uno spiraglio tra le labbra che lasciava fuggire un sottile alito vitale, troppo sottile per risultare rassicurante.
Negli istanti di silenzio era possibile udire un roco lamento levarsi dalla gola del giovane, inquietante segnale delle vie respiratorie di nuovo ostruite.
Anche Shu e Ryo gli si raccolsero intorno, mentre l’incubo di una recidiva della polmonite da poco scongiurata tornava a farsi palpabile.
Shu deglutì, conscio che qualcuno doveva prendere in mano la situazione:
“Diamoci una mossa, portiamolo in casa!”.
Touma si riscosse e annuì.
“Dobbiamo asciugarlo e metterlo al caldo… poi…”.
Si bloccò. Mentre parlava non aveva distolto lo sguardo neanche per un istante da quel volto etereo, bellissimo pur nella sofferenza. Il tono usato da Touma era neutro, quasi meccanico, come meccanici risultarono i suoi gesti quando si alzò, tenendo Seiji tra le braccia, portandolo con sé in ogni movimento, ponendo in ognuno di essi la medesima attenzione che avrebbe riservato al più fragile cristallo.
Shin rimase fermo, nudo e grondante acqua, le braccia intrecciate sul petto, sembrava non voler accennare a seguire i nakama.
Il viso basso fino a quel momento, si sollevò solo quando loro cominciarono ad allontanarsi nelle ombre della notte e lui li vide sempre più vaghi e come irreali.
Non gli era possibile capire se trovasse più opprimente il senso di colpa o il vuoto che si era impadronito di lui, l’assenza che lo distanziava dal mondo e da se stesso.
Abbassò ancora il capo, si accovacciò a raccogliere il proprio yukata e quello di Seiji e, in esso, affondò il viso, desiderando così di abbracciare il nakama.
Avrebbe voluto correre dietro ai ragazzi, aiutarli a curare Seiji, aggrapparsi a lui e stringerlo forte, trasmettergli tutto il calore di cui il suo corpo malato e febbricitante aveva bisogno.
La verità era che non se ne sentiva degno.
Non si era accorto che uno dei nakama si era fermato e si era voltato verso di lui. Ne udì tuttavia la voce che lo richiamava alla realtà:
“Shin… non vieni?”.
Il viso di Shin si sollevò, incontrò lo sguardo di Shu, poco visibile nell’oscurità, ma al guerriero dell’acqua parve di scorgere un lampo, quella stessa luce che lo riportò indietro nel tempo, agli istanti più tristi del loro legame.
Scorse rabbia e giudizio in quegli occhi e Shin non aveva il coraggio di chiedere perdono. Neanche di quello si sentiva degno.
“Vengo…” sussurrò incerto, quasi impaurito.
Quell'inclinazione nella voce ferì profondamente Shu, quanto l'incertezza su cosa fosse successo in quel breve lasso di tempo in cui aveva perso di vista i suoi due nakama.
A quelle parole però non seguì nessun movimento.
Shin sembrava spento.
“Avanti, pesciolino!” lo incitò il Samurai della Terra cercando dentro di sé la forza di reagire. Doveva farlo, per entrambi. “Non vorrai restare così fino a domani mattina, vero?”.
Il ragazzo sfilò dalle sue mani uno degli yukata che ancora stringeva al petto e glielo fece indossare.
Shin si abbandonò a lui, inerme e arrendevole come se non avesse più volontà propria o non ne avesse mai avuta una.
“Non fa poi così caldo e tu sei tutto bagnato. Scommetto che avrai freddo” aggiunse Shu avvicinando i lembi della veste in modo da avvolgerlo per bene.
“Oh sì che ne hai” continuò. “Guardati, stai tremando come una foglia!”.
Shin scosse il capo e il compagno provò una strana sensazione di gioia, stupore ma, allo stesso tempo, quasi di paura dinnanzi alle reazioni di quel ragazzo così meraviglioso ma tanto fragile.
“Non ho freddo…” finalmente sembrò aver ritrovato un filo di voce.
“Non dire sciocchezze. Ricordi, noi non ci nascondiamo nulla” gli ricordò Shu. “E poi, se non è per il freddo, perché staresti tremando?”
“È di Seiji…” sussurrò Shin, quasi avesse timore nel pronunciare il nome del compagno.
“Cosa?”.
Shu non riusciva proprio a capire.
“Lo yukata che sto indossando…non è mio”.
“Oh, Shin…”.
Il ragazzo della terra improvvisamente realizzò quante emozioni il nakama stesse provando e cerco di aiutarlo a gestirle, nonostante non si sentisse la persona più adatta a farlo.
“Non importa. Lui sarebbe preoccupato nel saperti nudo e bagnato. Sono sicuro che si sarebbe sfilato il suo yukata per dartelo, così come tu avresti fatto con il tuo, per darlo a lui”.
Il Samurai dell'Acqua annuì, con gli occhi gonfi di lacrime ma, prima che potesse dire qualsiasi cosa, la grande mano di Shu afferrò la sua e lo trascinò di corsa, verso casa.
Quando arrivarono, Touma e Ryo avevano già posato Seiji sopra le coperte e lo stavano asciugando, le voci che lo chiamavano dolcemente, perché desse un segno di voler reagire: il giovane era come una bambola abbandonata tra le loro braccia, si muoveva appena, lasciando che si occupassero di lui, impossibile comprendere se si trattasse di una fiducia estrema che i suoi traumi gli permettevano di concedere solo a loro o se, invece, fosse la debolezza a renderlo così inerme.
Shu li raggiunse, mettendosi subito all’opera per dare il suo contributo, mentre Shin rimase sulla soglia della stanza, immobile, a osservare la scena. Normalmente si sarebbe messo alla guida dei nakama, dando tutte le direttive per prendersi cura di Seiji nel migliore dei modi, ma in quel momento era bloccato dal senso di colpa, non vedeva se stesso parte di quel quadretto d’amore, non lo meritava, avrebbe dovuto allontanarsi, scomparire lontano, non rovinare più le loro esistenze.
“Non lo sanno” ripeteva tra sé. “Per questo Shu è stato così gentile. Non sanno che sono stato io a trascinare Seiji fuori nella notte, nell’acqua gelida, perché sono stato un ingrato egoista, perché ho agito senza pensare alle conseguenze. Non lo sanno che sono io, proprio io, quell’acqua gelida che mette a rischio la vita del nostro Seiji. Devo dirglielo, devo confessarlo, così mi cacceranno una volta per tutte, capiranno quanto io sia distruttivo per loro”.
Mentre quei pensieri lo tormentavano, le braccia di Shin si erano distese, tremanti, lungo il corpo. Le mani strette a pugno si erano serrate al punto che le unghie gli stavano arpionando il palmo fino a farlo sanguinare. Lo sguardo fisso sui compagni era diventato vibrante e lucido, ormai incapace di nascondere il tumulto interiore che lo stava lacerando.
“Shin che cosa ti succede?” gli chiese Shu, preoccupato per quel silenzio carico di tensione.
“Ehi, pesciolino…” lo richiamò Ryo. “Non vieni ad aiutarci?”
Touma gli sfiorò una mano.
“Abbiamo bisogno di te”.
Quel contatto leggero, affettuoso, quasi involontario, lo fece crollare.
Il Samurai dell'Acqua si chinò, raggruppandosi su se stesso come un'onda che risacca prima di infrangersi contro gli scogli.
“No!” urlò lasciando finalmente libere le lacrime a lungo trattenute. “Non posso! Non potete chiedermi una cosa simile. Voi non capite!”.
“Cosa stai dicendo?” gli chiese Ryo, alzando involontariamente il tono di voce.
“È colpa mia! È tutta colpa mia! Se Seiji sta male… Sono io l'unico responsabile!” rispose Shin con lo stesso tenore.
“Colpa tua? Non è vero, Shin” lo interruppe Touma. “Sei frastornato, avete vissuto una situazione difficile, ma sono sicuro che non metteresti mai volontariamente a repentaglio la nostra vita”.
“Invece è successo proprio questo!” esclamò il ragazzo, mentre lacrime silenziose scorrevano lungo le sue guance pallide. “Seiji ha rischiato la sua vita per salvare la mia e io non lo merito…”.
Un singhiozzo, prolungato e profondo, gli tolse il respiro e, dopo aver guardato la scena che gli si presentava davanti agli occhi con l'adorazione e il dolore di chi deve imprimere ogni frammento nella propria mente per paura che il suo bene più prezioso gli venga strappato via, si voltò verso la porta senza dire una parola.
La mano di Ryo si strinse intorno al suo polso: con un movimento deciso lo obbligò a voltarsi. Shin perse l'equilibrio e si ritrovò sul petto del compagno.
Stretto tra le sue braccia, avvolto da quel calore che riusciva a farlo sentire al sicuro, finalmente non cercò più di nascondere il suo dolore.
Le lacrime esplosero, simili a quelle di un bambino che, dopo aver temuto di venire abbandonato, era stato accolto da braccia protettive che non lo avrebbero mai lasciato solo.
“Mi dispiace… mi dispiace…” ripeteva come un mantra, confuso da se stesso, da ciò che aveva fatto, da ciò che gli accadeva intorno.
Accolse tutto quell’affetto, ma non per questo perdonò se stesso, non lo avrebbe mai fatto, non poteva più farlo: da troppo tempo il controllo sulla propria emotività era scivolato via, senza che lui fosse in grado di ritrovarlo.
“Shin…” si levò una voce dietro di loro, flebile, palesemente debole, ma anche decisa a farsi ascoltare.
Gli sguardi di tutti si posarono su Seiji, che li osservava attraverso la patina di fatica dei suoi occhi d’ametista. Aveva anche mosso un braccio, facendolo scivolare sul materasso, la mano aperta, il palmo verso l’alto.
“Shin… vieni qui, per favore”.
Shu, Touma e Ryo si staccarono dal nakama, come per aprire la strada, allo scopo di lasciare solo Shin e Seiji protagonisti della scena.
Ancora in lacrime, il samurai dell’acqua rimase immobile qualche istante, gli occhi sgranati dallo stupore fissi in quelli di Korin. Poi le labbra di quest’ultimo si piegarono in un sorriso dolcissimo e i piedi di Shin si mossero, il cuore di Suiko attratto da quel sorriso, quasi fosse un filo a trascinarlo verso il letto.
Furono passi lenti, tremanti, infine le gambe cedettero e lui crollò in ginocchio, le sue mani si chiusero su quella di Seiji e la portarono alla fronte, mentre un nuovo singhiozzo gli scosse il petto con violenza.
Seiji gli accarezzò i capelli.
“Non farlo più, d'accordo?” gli sussurrò. “Se senti che stai per smarrire la strada, chiuderti in te stesso non farà che peggiore le cose…”.
Shin cercò di dire qualcosa, ma Seiji fece scivolare la mano davanti al suo viso in un chiaro invito a tacere.
“Lo sappiamo benissimo perché l'hai fatto” lo anticipò sorridendogli affettuosamente.
Shin lo guardò e poi promise:
“Non lo farò mai più… Mi stavo perdendo e la mia luce è venuta a mostrarmi la via. La mia terra mi ha accolto su di sé, il mio fuoco mi ha riscaldato e il mio cielo è tornato a brillare su di me carico di speranza. La mia vita è vostra, da sempre e per sempre”.


