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Autore: Tubo Belmont    05/10/2025    11 recensioni
“Un messaggio a tutte le ‘persone normali’ dell’Isola: non c’è assolutamente nulla di cui aver paura nel Mondo! I fantasmi non esistono; il riflesso allo specchio non ti ha fatto l’occhiolino; il rumore nell’armadio era solo un profumatore adesivo che si staccava dal legno e ciò che bussa da dietro le pareti di casa tua non è un ratto o una persona! Chiaramente si tratta di molto peggio.”
Genere: Azione, Commedia, Horror | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: Violenza
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Sbuffò rumorosamente, mentre muoveva svogliato il mocio sul pavimento.
A quest’ora, probabilmente, se non fosse stato per la richiesta all’ultimo minuto della sua rappresentante di classe di prendere il suo posto – per la quattordicesima volta – a svolgere le pulizie della classe, sarebbe già a casa sua a continuare la lettura dell’ultima fanfiction iniziata in mattinata.
Vipera maledetta… sapeva che non avrei mai rifiutato se me lo avesse chiesto in quel modo!”
Ovvero semplicemente inchinandosi e utilizzando la voce più innocente e suadente che una ragazza poteva avere. Anche Kurumi gli aveva dato dell’idiota. Probabilmente aveva ragione. Lo aveva ribadito anche quando aveva rifiutato la sua proposta nel fargli compagnia durante le pulizie.
Ora se ne stava nella classe vuota, completamente solo in tutta la scuola, mentre la sua rappresentante era al karaoke con gli amici. Che tu possa svegliarti la mattina dopo con il peggior mal di gola della tua vita.
Si bloccò per poi chiudere gli occhi e pinzarsi una guancia con le dita guantate, tirando forte.
Non era giusto augurare cose tanto crudeli alla gente!
Non era una cattiva ragazza, era solo lui lo scemo che non era riuscito a rifiutare l’incarico, giusto?
Esattamente come tutte le volte che faceva i compiti dei compagni di classe che lo chiedevano gentilmente.
O quando, sempre gentilmente, gli veniva domandato se poteva andare alle macchinette a prendere il chokky-milk per gli studenti che non avevano voglia d’andarci per conto proprio.
O quando Tsumiki gli chiedeva se per favore posava per le illustrazioni della sua Opera Millenaria che, nel suo piccolo, sperava non sarebbe mai giunta a compimento.
“Ma francamente…” sbuffò di novo appoggiandosi al manico di legno, oscillando avanti e indietro mogiamente “… che faccia avrebbe fatto se mi fossi rifiutato? Non so se sarei riuscito a sopportarlo…”
Aprì gli occhi e voltò lo sguardo verso la finestra, con i riflessi del sole morente che illuminavano gli occhi di smeraldo. E mentre contemplava il giardino della scuola, ricordò uno dei discorsi di sua sorella:
 
“Ricordati ragazzo mio: non ci sono certezze per il futuro. Magari diventerai solo il miglior autore di manga yuri della storia del Giappone, o sarai sia quello che il Primo Ministro. Sta di fatto che se vuoi essere una persona popolare, impegnati a far felici le persone!”
 
“Ma io non ho mai voluto diventare una persona popolare…”
Una singola e unica lacrimuccia scese dall’occhio sinistro, andando a bagnargli le sottili labbra tremanti. Buttò lo sguardo poi verso l’orologio appeso sopra alla lavagna e rendendosi conto dell’orario – dopo una breve ma intensa imprecazione – si rimise a pulire.
Datti una mossa Satoshi! Non ho intenzione di rimanere qua dentro fino al buio!
Avrebbe pulito alla bell’e meglio, tanto l’aula non era troppo sporca.
Sarebbe tornato a casa prima del previsto, ne era certo.
 
[…]
 
Davanti all’armadietto delle scope, nel centro del corridoio, il ragazzino abbassò la testa e sospirò sagrinato. L’espressione era quella di un uomo distrutto, dall’anima prosciugata.
Alla fine, si è veramente fatto tardi…
Non era colpa sua: alcune macchie dei banchi proprio non ne volevano sapere di andarsene! Nemmeno dopo dieci passate di straccetto inzuppato di detersivo! E gli era andata veramente di sfiga perché, uscendo dalla sua classe e avviandosi per il corridoio, gli era caduto uno sguardo di sfuggita sull’aula-15B.
Aveva già tutti gli attrezzi in mano.
Si sarebbe sentito in colpa se non avesse dato una pulita anche lì.  
Adesso il Sole era tramontato del tutto e Satoshi Atsumu se ne stava davanti alla porta chiusa dell’armadietto dello sgabuzzino a contemplare su tutte le scelte che lo avevano portato a quel preciso momento.
“Quello che dice Kurumi è vero: ho bisogno di farmi vedere da uno bravo.”
Sconsolato, appoggiò smacchiatore a terra e lasciò la presa sul mocio, riposto accuratamente nell’apposito carrellino di plastica, per poi allungare la mano destra sulla maniglia nera della porta e, con l’altra, infilare la chiave nella serratura arrugginita.
Per qualche strana ragione, sollevò lo sguardo e lo fece vagare fino ad arrivare al fondo del corridoio, completamente inglobato dalle tenebre. Fece uno strano effetto: non era mai stato a scuola fino a quell’ora, benché non fosse la prima volta che lo ‘fregavano’ con le pulizie. Fortuna voleva che i suoi fossero in un viaggio di lavoro e sua sorella avrebbe fatto serata con le colleghe. Nessuno era a casa ad aspettarlo.

Il pensiero era uscito molto più deprimente del previsto.
Ma solitudine a parte, tornò a concentrarsi sull’atmosfera, sul silenzio innaturale che aveva imprigionato ogni cosa e sulla luce lieve che penetrava dalle finestre, dando a tutto l’ambiente una sfumatura di blu piuttosto spettrale. Quella sensazione, per quanto si trattasse di semplice calma piatta, gli fece raggelare il sangue nelle vene.
 
“La conosci la storia dell’Omino Petulante, Toshi-Kun?”
“M-Miki-Chan, con tutto il dovuto rispetto, cosa potrebbe mai farti credere che io la conosca e cosa ti fa pensare che io voglia conosce-”
“E’ uno dei sette misteri della nostra scuola, sciocchino! A quanto pare, un pazzo pervertito che girava nei pressi di questa scuola per spiare gli studenti si è tolto la vita anni fa poco prima che la polizia lo arrestasse. Ora è tornato come fantasma per continuare a fare il guardone in eterno. Si dice che, dopo una certa ora, quando il sole smette di brillare nel cielo e i corridoi diventano bui, lui faccia la sua comparsa. Si dice che rapisca chiunque si trovi ancora a scuola al calar della notte e nessuno sa dove porti le sue vittime… ora però stai fermo e cerca di non barcollare che non ho ancora finito lo sketch.”
 
Il cuore batteva talmente forte che era convinto stesse per sfondare la cassa toracica e andare a farsi un giro.
Dannata psicopatica” allontanò subito lo sguardo dal corridoio buio, a denti stretti, concentrandosi sulla chiave che proprio adesso aveva deciso d’incepparsi “HO CHIARAMENTE DETTO CHE NON VOLEVO SENTIRE UNA STORIA DEL GENERE! HAI IDEA DI QUANTO FACCIA FATICA A NON LASCIARMI SUGGESTIONARE DA QUESTE COSE!?”
Si guardò intorno, agitato, come impaurito d’aver svegliato qualcuno con quelle grida.
E il suo sguardo, immancabilmente, ricadde sull’altro lato del corridoio, completamente deserto come il gemello. Se si fosse visto arrivare contro l’Omino Petulante correndo...
“WAAAAAAH!” si afferrò i brizzolati capelli bianchi con entrambe le mani, le dita piegate come artigli “MA CHE CAZZO FAI BRUTTO STRONZO!? NON CREARTI SCENARI COSI’ ORRIBILI IN TESTA! COME CI DORMI POI LA NOTTE!? COME!?”
Sbatté le mani sulla superficie di legno della porta, abbandonandosi ad una serie di respiri esagitati, cercando di riprendere il controllo di sé ripetendosi più che poteva che erano paure irrazionali. C’erano cose più spaventose al mondo di qualche storia di fantasmi, come i serial killer, la guerra, le malattie o le serie anime shuojo-ai che non venivano rinnovate per la seconda stagione.
Chiuse gli occhi, contò fino a dieci come gli aveva insegnato mamma ogni volta che aveva questi attacchi di terrore improvvisi e, una volta calmatosi, guardò a destra e a sinistra come quando doveva attraversare la strada. I corridoi erano ancora bui e silenziosi.
Nessun mostro era corso contro di lui con cattive intenzioni.
Sospirò sereno, abbandonandosi ad una breve risatina.
Prese la chiave e finalmente riuscì a girarla nella serratura, per poi mettere la mano sulla maniglia.
Il cuore riprese a battere all’impazzata.
E se… e se qualcuno fosse nascosto nello sgabuzzino?
Il silenzio era tanto pesante che poteva sentire le gocce di sudore scorrere sulla faccia.
Ma aveva senso: dopo tutto, un mostro aveva tutta la libertà di attaccarlo anche uscendo da lì, no?
Nulla gli impediva di fargli un agguato simile, invece di annunciare la sua presenza.
Un momento… aveva per caso sentito un rumore provenire da dietro la porta!?
Guardò il mocio e lo spruzzino.
Avrebbe potuto lasciarli lì? Tanto che problema c’era: lo avrebbero semplicemente sgridato l’indomani, no? Sempre meglio che venire rapito da un pervertito demoniaco.
“Toshi, datti una regolata” si diede uno schiaffo sulla guancia “Datti. Una. Cazzo. Di regolata” scandì ogni parola con un altro schiaffo. Ora la guancia pulsava di dolore e due goccioline si erano adagiate ai lati dei suoi occhi “N-non pensare a queste sciocchezze e ricorda: i mostri, i fantasmi, i folletti e le seconde stagioni anime non esistono! E non lo faranno mai! S-sei fuori pericolo… l’unico rischio è quello di morire d’infarto a sedici anni se continui così!”
E dunque, racimolato un po’ di coraggio, deglutì rumorosamente. Abbassò la maniglia della porta e, dopo un cenno d’assenso a se stesso, la aprì di scatto.
E vide che effettivamente qualcosa di terrificante lì dietro c’era: lo stato in cui avevano lasciato quello sgabuzzino. Sbatté le palpebre, poi schioccò la lingua contro al palato infastidito.
“Ho capito gli altri ragazzi, però gli inservienti almeno…”
Borbottò sommessamente mentre cercava di rendere quel macello quantomeno presentabile. Poi ritirò finalmente il mocio, lo spruzzino e i vari stracci che aveva usato per pulire. Si levò i guanti di plastica e, dopo aver lasciato un ultimo sguardo soddisfatto al suo lavoro, sorrise fiero e chiuse la porta.
Per favore, permettimi di toccare quello che c’è sotto la tua pelle.” la frase era fuoriuscita da dietro una chiostra di denti neri e marci, appartenente ad una bocca dalle labbra screpolate che, a sua volta, apparteneva ad una testa coperta da un sacco di iuta.  
Quando Satoshi aveva chiuso la porta e si era voltato verso la cosa appena apparsa nel corridoio, che sembrava parlare proprio con lui, a pochissimi metri di distanza, si rese conto che come sempre la finzione non fa un baffo alla realtà: l’Omino Petulante era molto più imponente di qualsiasi immagine avesse mai potuto partorire il suo cervello.
Il corpo massiccio era vestito con una divisa da operaio di fabbrica blu scuro, sovrastata da chiazze che dovevano essere macchie d’olio. I piedi erano celati da due grossi stivaloni da lavoro neri, con le suole coperte di terra, mentre alle mani aveva guanti incrostati di un materiale indecifrabile tanto spesso che li facevano sembrare crepati come la parete di un edificio abbandonato. Teneva gli arti lungo il corpo, flosci fino ai fianchi e la testa coperta dal sacchetto era piegata verso la spalla destra. la faccia era totalmente priva di segni particolari, fatta eccezione per i buchi sul copricapo: uno lungo e più un basso che rivelava la bocca dai denti marcescenti, piegata in un sorriso allucinato ed uno altro più in alto, dove ci sarebbero dovuti essere gli occhi.
Non è reale, è solo suggestione.
Il ragazzino sentì il proprio spirito abbandonarlo.
Non è reale, è solo suggestione.
Fece un passo indietro.
Il gigante rimase immobile.
Non era del tutto certo se lo stesse seguendo con lo sguardo o meno.
N-non è reale. S-solo suggestione…
Quella sensazione di estremo terrore che stava provando, però, erano quanto di più reale potesse esistere.
Le lacrime cominciarono a scendere copiose.
Bambino. Bambiiiino…” quella voce. Quella voce. Nonostante l’aspetto terrificante, era quella voce ad essere la cosa più sbagliata di questo mondo “Ti prego: voglio aprirti la faccia” era quella di un uomo adulto sul punto di scoppiare in una fragorosa risata o in un pianto disperato “… voglio aprire la tua faccia…
N-non… N-non è r-reale. E’ s-solo-
Come una biglia che rotea dentro ad una fessura, un occhio dalla piccolissima pupilla nera ingabbiata in una cornea iniettata di sangue, apparve dentro al foro superiore del sacco di iuta “… così che poi possa infilarmici dentro come un verme.
Quasi non si era nemmeno accorto di star correndo così forte, con il muco che usciva dal naso che adesso faceva compagnia al pianto.
“ESISTE DAVVERO! ESISTE DAVVEROOOO!!!”
Le possibilità erano due: o una delle leggende metropolitane della sua amica era appena diventata realtà davanti ai suoi occhi, oppure un fottuto lunatico pedofilo si era infiltrato nella loro scuola per far del male agli studenti. Onestamente non sapeva quale fosse la cosa peggiore.
Nel dubbio, avrebbe corso senza voltarsi indietro.
“MA DOVE CAZZO SONO LE SCALE!?”
Avere la propria aula al terzo piano dell’edificio aveva tanti difetti.
Ma il non avere un accesso immediato all’uscita quando si è inseguiti da un gigantesco malintenzionato non lo aveva nemmeno ponderato. O non aveva mai voluto ponderarlo.
Una serie di tonfi rapidi e sempre più vicini raggiunse le sue orecchie.
… iiiiiino…
Il voltarsi in un momento similmente critico se lo sarebbe portato fino alla tomba come uno dei peggiori errori mai fatti in vita sua.
“NO!” gridò con tutto se stesso notando come la creatura, che nemmeno si era reso conto avesse cominciato a seguirlo, fosse a poco meno di qualche centimetro di distanza da lui, con le braccia tese in avanti pronte per afferrarlo e l’occhio che brillava di un’intensa luce sanguigna nella penombra “LASCIAMI IN PACE!”
Ad un tratto sentì una superficie ruvida sfiorargli il collo. La consistenza era la stessa della carta vetrata. Con un urlo fece scattare le mani sui bottoni della divisa scolastica, poco prima di sentire le dita della creatura che afferravano il colletto “NO! NO! NO!” si svestì in fretta e furia, gli ultimi bottoni saltarono tintinnando al suolo e, con uno scatto, il ragazzo riuscì a liberarsi dell’indumento, che rimase nella mano sinistra di un Omino Petulante un po’ confuso.
Rimasto solo con la camicia lercia di sudore, Satoshi continuò a correre, rischiando più di una volta d’inciampare e cadere ma riuscendo a ritornare in equilibrio per il rotto della cuffia poco dopo. Corse come se le sue gambe dovessero staccarsi dal resto del corpo, sterzando per i corridoi e andando a sbattere contro le pareti. Non gliene importava nulla del dolore: pregò Budda, i Kami, Dio e anche Allah di poter uscire da lì sano e salvo.
E sentendo i passi pesanti ma rapidi del suo inseguitore, gli si formò un nodo alla gola assieme alla sensazione che, forse, non sarebbe mai tornato a casa quella sera. Anche perché, per qualche strana ragione, non aveva ancora trovato una scalinata che lo portasse al piano terra.
Forse poteva aprire la porta di un’aula ed infilarcisi dentro per aspettare fino al mattino? Aveva ancora le chiavi, dopo tutto. Ma quanto ci avrebbe messo ad aprire una porta prima che quello lo raggiungesse?
E proprio mentre pensava a questo, vide la sua salvezza spuntare virato per un corridoio alla sua destra: una delle porte era socchiusa. Senza voltarsi – non voleva sapere quanto fosse fottuto – scattò verso la porta scorrevole, la aprì del tutto quasi scardinandola e se la richiuse violentemente dietro le spalle, bloccando la serratura dall’interno. E lì rimase, mano salda sulla maniglia, a respirare a fatica con gli occhi spalancati e il viso ricoperto di lacrime e moccio. Stette in ascolto per poter cogliere qualsiasi movimento che gli facesse capire di essere ancora in pericolo. l’Omino non doveva essere molto lontano, tuttavia… non sentì più nulla. Non un segno del suo passaggio, non il rumore degli scarponi che battevano sul pavimento.
L’ho seminato?
Appoggiò i pugni sulla porta e chiuse gli occhi ancora lacrimanti, sbattendo la fronte sul legno e prendendo profondi respiri per calmarsi. Cosa porca di quella miseria era successo? Chi diavolo era quel tizio? Non poteva essere così stanco da essersi immaginato tutto, vero? La divisa, in fin dei conti, gli era stata strappata di dosso veramente. E il tocco dell’Omino Petulante sul collo non se lo sarebbe mai dimenticato.
Si rimise eretto, con la mano ancora che afferrava il manico della porta scorrevole “S-se questo è una specie di scherzo, domani arrivo a scuola con una katana affilata.”
“Non si minacciano gli studenti in questo modo, giovanotto!” aveva detto una voce femminile alle sue spalle “inoltre, non dovresti entrare in questo modo in classe: stiamo ancora facendo lezione!”
Satoshi tornò sull’attenti, colto in flagrante.
Senza pensarci troppo serrò gli occhi e, dopo essersi voltato verso la professoressa, si piegò in avanti con un’espressione colpevole “M-mi perdoni prof! Non volevo disturbare la lezione! Ma sono stato inseguito da un potenziale maniaco sessuale e la disperazione-”
Collegò i neuroni solo quando la sensazione di terrore estremo di prima s’impossessò del suo corpo nuovamente, correndogli lungo la spina dorsale come un millepiedi gigante.
Anche se sei così educato, dovrò punirti lo stesso.
Il cambio di tono di voce della ‘professoressa’, profonda come il verso gutturale di una bestia, costrinse il ragazzino a sollevare lo sguardo, anche se non voleva farlo.
 
“E comunque, se mai dovesse capitare che ti toccherà fuggire dall’Omino, fai molta attenzione a dove cerchi di nasconderti!”
“Non capisco se lo fai solo per scopo informativo o se ti riempie di gioia non farmi dormire la notte.”
“La Classe Inesistente è un altro dei Sette Misteri della scuola: a differenza dell’Omino, però, non ha una vera e propria backstory, perché è un evento così randomico ed inspiegabile da avere solo la forza di esistere e basta. Mi raccomando: se trovi la porta di un’aula aperta quando fa buio, non entrarci per nessuna ragione al mondo! Altrimenti, la professoressa vorrà punirti. E tu non vuoi essere punito da questa professoressa. Per non fare confusione, ti consiglio di controllare il numero della stanza: invece dei normali kainji, presenterà simboli sconosciuti in una lingua morta, o che forse non è mai veramente esistita…”
 
Non aveva controllato il numero dell’aula.
L’umanoide travestito da professoressa dietro la cattedra gliel’avrebbe fatta pagare.
Vai a sederti…” sotto una cascata di capelli neri come la pece, aveva parlato una lunga ed immensa bocca di denti umani che copriva verticalmente tutta la faccia della donna, priva di qualsiasi altro lineamento che non fosse una venatura pulsante di nero, tanto lunga da proseguire anche sotto al colletto del maglione di lana rosa “… riprenderemo da dove avevamo interrotto.”
Lo sfregare di qualcosa sulla carta attirò l’attenzione di Satoshi, che si voltò verso gli studenti.
Una trentina, tra ragazzi e ragazze in divisa dai capelli neri, tenevano il collo piegato in avanti, tutti intenti a tracciare senza fermarsi un cerchio con un carboncino nero su di un foglio bianco.
Il suono gli stava per far sanguinare le orecchie.
Tuttavia, se rimani lì…” la professoressa sollevò le braccia dalle mani artigliate di nero. Poi sbatté violentemente i palmi sulla cattedra di legno marcio. Tutti i carboncini si fermarono all’unisono “… saranno loro a doverti accompagnare al posto.
Alzarono la testa all’unisono, dal primo all’ultimo.
Ognuno di loro aveva la faccia squartata a metà da un’immensa bocca orizzontale, con denti umani grossi come massi bianchi, da cui scendeva un disgustoso liquido nero che ricordava il catrame.
Voltarono lo ‘sguardo’ verso di lui e, come un’unica entità, si alzarono tutti dalla sedia, sfregandola fastidiosamente a terra.
“ANCHE QUI!? DANNAZIONE, MA COSA STA SUCCEDENDO OGGI!?”
Satoshi si voltò di scatto, sbloccò la porta e l’aprì violentemente.
Bambino…” si ritrovò faccia a faccia con l’Omino Petulante, sorridente come lo aveva lasciato e che lo guardava dall’alto verso il basso “… ti spacco in due il corpicino!
Richiuse la porta con un urlo, bloccandola di nuovo.
Quello là fuori prese a bussarci forsennatamente contro, scatenando una cacofonia che gli fece tremare persino le ossa e gli trapanò nelle orecchie dolorosamente.
Bambino?
Strisciò con la schiena sulla porta.
E rivide gli studenti con le fauci che, lentamente, si allontanavano dai loro banchi per avvicinarsi a lui. E comprese, in un attimo, di essere finito dalla padella alla brace.
Bambiiiiiino?
Il bussare forsennato dell’Omino e il rumore dei passi do quei mostriciattoli pesarono su di lui come una condanna a morte. Con occhi sgranati si portò una mano alla bocca e una sulla guancia, mentre le lacrime ricominciavano a scendere.
Nella sua anima arrivò chiara e concisa la certezza che sarebbe morto lì dentro, sicuramente in modo atroce.
Bambino…
E’ un incubo… deve essere un incubo…
I mostri erano sempre più vicini.
La ‘maestra’ aveva cominciato ad ondulare a destra e a sinistra come una banderuola, intonando con la bocca oblunga un motivetto che ricordava il campanello della fine delle lezioni scolastiche.
Bam… bina?
Vi prego… qualcuno… chiunque…
Chiuse gli occhi, pronto per essere afferrato da quelle mani.
… MI SVEGLI!
Un ruggito bestiale, seguito da un violentissimo tonfo contro alla porta, sparò lontano Satoshi con un contraccolpo, facendolo finire in mezzo all’aula poco lontano dalla cattedra. Con un’esclamazione si girò sulla schiena e si mise rapidamente seduto, guardando verso l’uscio. Anche gli studenti mostruosi si erano bloccati, voltandosi verso il rumore incuriositi. La maestra aveva smesso di cantare.
Se non altro, ora non erano più concentrati su di lui.
Poi che l’Omino aveva smesso di bussare e richiamarlo.
Poco prima di capire che stesse succedendo un altro tonfo, ancora più brutale del primo, scosse tutta la Classe Inesistente, facendo sussultare ogni singolo suo occupante. Dopodiché, ne arrivò un terzo, che fece cadere alcuni libri da sopra gli armadi in fondo alla stanza.
E finalmente ci fu silenzio.
Tutti rimasero immobili ad osservare la porta ancora sigillata.
Poi il blocco alla stessa venne completamente divelto da una forza sovrumana.
La porta si spalancò.
E Satoshi, trovandosi nuovamente di fronte alla faccia coperta di iuta dell’Omino Petulante, con la bocca sorridente che perdeva un disgustoso liquido violaceo e l’unico occhio visibile girato verso l’alto, urlò. Urlò con quanto fiato aveva in corpo.
Urlò così forte che persino le altre creature scattarono all’indietro per lo spavento.
“MA COSA CAZZO HAI DA URLARE COSI’?” lo riprese una voce rabbiosa dalla porta “Porca miseria, io te lo giuro: se mi viene un’otite per colpa tua ti chiudo in un armadietto.”
Pian pianino, il giovane smise di urlare, quando si accorse che dell’Omino Petulante aveva visto solo la testa, ancora attaccata ad una spina dorsale putrefatta, che strisciava a terra lasciandosi dietro quel liquido scuro che a rigor di logica doveva essere il suo sangue.
“Ma poi spiegamelo: cosa cazzo ci fai ancora qui a quest’ora? I ragazzini della tua età dovrebbero essere già tutti a casa a masturbarsi. Sei uno di quei tipi strani a cui piace andare a scuola?”
La voce ovviamente non arrivava dalla testa mozzata.
Ma dalla persona che la suddetta testa mozzata la stava tenendo in mano, afferrandola dalla nuca come fosse il trofeo di guerra di un guerriero.
Era sporca di sangue viola dalla testa ai piedi e lo stesso valeva per la felpa verde e i pantaloni neri. Eppure, dopo l’inferno che aveva passato, Satoshi considerò ciò che aveva innanzi come l’apparizione di una vera e propria divinità salvatrice, o una qualche eroina della storia giapponese apparsa nell’epoca moderna per salvarlo: a occhio e croce, quella ragazza doveva avere sì e no almeno un anno in più rispetto a lui, ma non poteva dirlo con certezza vista la stazza imponente. La sua muscolatura non era eccessiva, ma il fisico era chiaramente quello di una persona che non saltava nemmeno un giorno di palestra da quando aveva cominciato ad andarci.
I lunghissimi capelli bianchi fluttuavano dietro la sua schiena come il mantello di un generale. Mancavano solo l’armatura e la spada e probabilmente il ragazzino si sarebbe autosuggestionato credendo che quella fosse una reincarnazione di Oda Nobunaga in persona.
La nuova arrivata avanzò di qualche passo nell’aula, arrivando al suo fianco ma continuando a guardare la professoressa mostro, poi si voltò finalmente verso di lui.
Se un momento prima era intimidito, quando vide la sua faccia qualsiasi emozione negativa si annullò: quasi in contrasto con il corpo da lottatrice professionista, il viso era pulito come la porcellana, delicato, con labbra sottili ed un nasino piccolo. Sembrava quasi quello di una principessa. Una principessa guerriera, tuttavia, visto che da sotto una frangia bianca lo scrutavano un paio di occhi dello stesso colore del topazio, ricolmi di un’intensità che non vedeva nemmeno rispecchiata in quelli di Tsumiki durante le sue sessioni più violente di disegno. Quello non era lo sguardo di un essere umano ma di una leonessa.
Ed era vero che al momento sembrava quasi lo stesse guardando come si guarda uno scarafaggio che strisciava a terra, ma Satoshi sentì comunque il proprio cuore saltare un battito.
Teppista. La tua violenza non resterà impunita…
La voce della professoressa-mostro lo liberò dalla trance, ricordandogli violentemente in quale situazione spaventosamente precaria si trovasse.
La ragazza, invece, sbuffò spazientita.
“Giura.”
Stronzetti, divorate la stronzetta.
Gli studenti-fauce spalancarono la bocca-faccia in un grido acuto, facendo stringere i denti a Satoshi che si portò repentinamente le mani alle orecchie. Poi, si misero a quattro zampe e partirono in direzione della giovane come belve inferocite.
“A-Attenzione!” balbettò ad alta voce il ragazzino, senza allontanare le mani dalla testa.
“Oggi è proprio la serata delle seccature.” Quell’altra voltò lo sguardo verso i nemici e, dopo essersi tirata su la manica, caricò un pugno dietro la schiena.
Il ragazzo spalancò gli occhi ancora lacrimanti, mentre tutto il braccio veniva avvolto da lingue di fuoco azzurro. Dopodiché, nel momento in cui uno di quegli studenti ferali si lanciò verso di lei, lo stesso ricevette con la stessa potenza di una palla sparata da un cannone un dritto infuocato in piena faccia, che venne deformata come fatta di pongo. Gli incisivi saltarono ovunque.
Il corpo del mostro venne sparato quindi verso i suoi simili, che furono investiti come birilli colpiti e finirono infondo all’aula. Altri volarono ai lati a causa dello spostamento d’aria causato dall’impatto.
Satoshi guardò i corpi anchilosati degli studenti raggruppati contro agli armadi e gli altri spalmati sui banchi e sulle pareti, barcollanti e che non riuscivano nemmeno a tirarsi in piedi. poi si voltò verso la combattente, bloccata nella stessa posizione con cui aveva scagliato il pugno ancora fiammeggiante. Le ombre avvolgevano il suo volto e gli occhi dorati brillavano come quelli di un predatore al buio.
Cosa diavolo…” la professoressa guardò i suoi studenti e poi si voltò verso la giovane, emettendo un bassò ringhio “… chi sei tu?
Mpf.” Con nonchalance, la ragazza abbassò il braccio – che si spense come un fornelletto a gas – e si rovistò nella tasca dei pantaloni. Estrasse il portafoglio, che aprì davanti al mostro “Katsuki Amano. Sterminatrice e rompitrice di culi di parassiti come voi. Con licenza provvisoria, purtroppo…” si voltò verso il ragazzo, con sguardo scazzato “… essere minorenni è una rottura di cazzo esemplare, non trovi?”
“U-uh?”
Come avrebbe dovuto rispondere a ciò?
Ma per fortuna fu quell’altra a la prima a non dargliene la possibilità, dato che già si era voltata verso il suo ‘bersaglio’, riassumendo lo sguardo truce di poco prima.
Sterminatrice…” la creatura sembrò quasi ghignare sommessamente “adesso mandano le ragazzine ad uccidere le Manifestazioni? Sono messi così male laggiù?
“Da qualche parte uno deve pur cominciare, no?” la bocca della ragazza si piegò appena verso l’alto “e comunque: anche un bambino di sei anni riuscirebbe a sbarazzarsi di un rifiuto come te.”   
L’intera aula vibrò come dopo una scossa di terremoto.
Satoshi s’irrigidì.
Poi, disgustato, staccò la mano del pavimento, che si era improvvisamente fatto umido. Si guardò il palmo, ora ricoperto da uno strano liquido trasparente ed appiccicoso. Ebbe improvvisamente voglia di amputarsela.
Scarafaggio, bada a come parli: quest’aula sarà la tua tomba-”
Katsuki Amano, che era già sparita dal punto dove si trovava poco prima, adesso si trovava al fianco della professoressa mostruosa, con la mano libera – aveva ritirato il portafogli – davanti alla sua faccia-bocca.
“I parassiti come te, quelli che parlano così tanto” afferrò la faccia della creatura e, con una forza sovrumana, spinse verso il basso e le fece schiantare il corpo sulla cattedra, con la schiena. Il mobile finì in mille pezzi in una detonazione di schegge e polvere. La giovane rimase piegata sopra all’essere, con la mano ancora a bloccare la sua faccia. Quello non si mosse più “sono proprio quelli che più mi danno sui nervi.
“WOAH!” si lasciò fuggire Satoshi, portandosi poi le mani alla bocca.
La ragazza si voltò verso di lui con un sorrisetto compiaciuto. Non sembrava infastidita, forse.
Ma subito tornò seria, voltandosi a guardare dritta davanti a sé: la maggior parte degli studenti aveva cominciato a rialzarsi e ora tutti puntavano la nuova arrivata sibilando famelici.
Katsuki schioccò la lingua contro al palato.
“Ehi, prendila tu.” Lanciò il proprio carico verso Satoshi “Ci vorrà un po’.”
Il ragazzino, senza pensarci troppo, si alzò di scatto in piedi e lo afferrò al volo.
Dopo essersi reso conto di avere tra le mani la testa strappata dal resto del corpo dell’Omino Petulante, si voltò verso il fondo della classe e, con un urlo isterico, la scagliò via con quanta più potenza aveva, centrando in piena faccia e facendo ribaltare all’indietro uno degli studenti demoniaci.
“Molto bene, ora…” la giovane si mise eretta e, dopo essersi scrocchiata il collo rumorosamente, tese le braccia lungo i fianchi “balliamo.
Chiuse gli occhi e, quando li riaprì, il volto venne deformato da un ghigno feroce ed estatico, che metteva in bella mostra i canini pronunciati da belva feroce. Fece schiantare pugno destro e sinistro tra loro, che cozzarono come palle di ferro. Una scintilla esplose tra le due mani, ed entrambe le sue braccia vennero avvolte dalle fiamme. l’azzurro brillò nei suoi occhi e, poco dopo, la stessa si piegò sulle gambe e scattò verso l’orda sibilante come un centometrista.
E Satoshi si ricordò del paradosso dell’onnipotenza: una forza inarrestabile che si scontrava contro a qualcosa di inamovibile.
Solo che gli oggetti lì davanti erano MOLTO movibili e la forza inarrestabile aveva dei pugni infuocati: lo scontro passò a massacro e poco dopo a tentativo disperato di sopravvivenza delle creature, che vennero maciullate dai cazzotti e dai calci della combattente come spighe di grano sotto ad una mietitrebbia. Katsuki Amano saltava da una parte all’altra, colpendo con tutta la potenza che aveva ogni singolo volto che aveva la sfortuna di pararsi di fronte a lei. Quelli che capivano l’antifona e tentavano di allontanarsi, venivano afferrati per la collottola e scaraventati al pavimento o contro un banco, per poi essere finiti da un paio di colpi dall’aria estremamente personale. E nell’esatto momento in cui un gruppetto di creature tentò di attaccarla facendo comunella tra loro, la giovane aveva già preso per la gamba una sedia per mano che, una volta avvolte dalle fiamme a loro volta, aveva usate come mazze improvvisate.
Il ragazzino rimase lì immobile, incantato a guardare quell’amazzone mentre massacrava con la cattiveria di un boia ogni singolo studente mostruoso. Seguendo il wrestling, non era estraneo alle scazzottate violente, ma questo spazzava via tutta la sua conoscenza in materia. Spazzava via anche tutto il terrore e la disperazione provati poco prima. Ancora non stava realizzando quello che accadeva davanti ai suoi occhi, in quell’istante, troppo rapito dallo spettacolo, ma era convinto che non gli facesse per niente schifo.
Finito tutto – la ‘battaglia’ si concluse con una sedia infuocata spaccata brutalmente sulla nuca di una delle entità – Katsuki sbuffò di fatica, spegnendo i pugni infuocati e passandosi la mano sulla fronte imperlata di sudore, ancora più sporca di sangue di mostro rispetto a prima. Satoshi la guardò mentre, in mezzo ai corpi immobili dei suoi nemici, si rovistava nelle tasche, tirandone poi fuori una… fiaschetta di metallo?
Il sorriso ammirato sul suo viso sparì improvvisamente.
Ma almeno ce l’ha l’età per bere!?
Mh, in questa nottataccia ci vuole proprio un goccio.” Non sembrava nemmeno il tono di voce usato fino ad ora. Stava per caso cercando di imitare qualcuno? Stappò la fiaschetta e bevve un goccio.
Il ragazzino fece un saltello indietro quando quell’altra si piegò in avanti sputando tutto il liquore come fosse un idrante, abbandonandosi ad una tosse disperata.
C-cazzo, porca puttana…” finì di tossire con le lacrime agli occhi, passandosi il dorso della mano sulla bocca umida “Ma come fa quella megera a bere sta merda!?”
Una vibrazione estrema colse i presenti – ancora in piedi – alla sprovvista. Satoshi cadde sulle chiappe con un urletto e Katsuki alzò la testa verso il soffitto, aggrottando le sopracciglia. Poi si voltò verso i resti della cattedra da cui, coperta di polvere e pezzi di legno, si era rialzata la professoressa demoniaca.
Si portò le mani ai fianchi.
“Garantisco che era meglio se non ti rialzavi.”
Satoshi, dopo essersi massaggiato mugugnando la zona lesa, guardò verso la creatura a sua volta, percependo quella preoccupazione di poco prima tornare sibilando.
Voi studenti impertinenti siete la feccia del sistema scolastico e giudiziario di questo grandioso paese. Feccia della feccia, inutili bulli e drogati, ciò che meritate, dal primo all’ultimo…” la creatura si afferrò i vestiti e tirò fino a strapparseli di dosso “… è di essere consumati!
Il ragazzino sentì un violentissimo conato di vomito risalirgli dalla gola: il corpo della ‘professoressa’ era fuso al pavimento, come una specie di escrescenza tumorale da cui partivano due braccia rachitiche e sanguinose e la testa dai capelli neri. La bocca si dilungava per lungo fino al pavimento che, adesso se ne rese conto, aveva mutato a sua volta aspetto. O per meglio dire, ora tutta la stanza era scomparsa, sostituita da una membrana carnosa e pulsante simile all’interno di un’immensa gola, umida di ragnatele di saliva e con armadi, appendi-abiti, lavagna e banchi inglobati nel materiale organico. Sulle pareti, sul soffitto e in mezzo al pavimento proseguiva come una gigantesca serpentina la esageratamente lunga bocca della professoressa, il cui corpo principale adesso si stava innalzando verso l’alto sovrastando ogni cosa come un  cobra pronto per colpire la preda.
Spaccherò tutte le tue ossa con le mie fauci. Poi ti mangerò e farò guardare tutta la scena al tuo amico, prima di divorare anche lui.
“Dire quello che vuoi farmi invece di farlo…” Katsuki, dal canto suo, si piegò sulle ginocchia pronta a scattare, dando nuovamente fuoco alle braccia “… è davvero di pessimo gusto.”
La bocca oblunga si spalancò, emettendo un ruggito che sembrava il lamento di un cetaceo morente. Poi, da sotto i piedi della giovane cominciarono a formarsi due gobbe carnose, che attirarono la sua attenzione. Rapidissima, la ragazza schivò in avanti con una capriola, mentre dove si trovava poco prima emergevano due pilastri di carne avvolti da venature viola, che si schiantarono sul soffitto con un rumore molle. Nemmeno il tempo di rimettersi in guardia, però, che un altro pilastro emerse stavolta dal soffitto, pronto per schiacciarla al suolo. Con gli occhi che si muovevano come biglie, Katsuki attivò tutti i suoi sensi per schivare ogni singolo attacco carnoso, alcuni dei quali la sfiorarono per il rotto della cuffia, facendo avere dei mini infarti all’unico spettatore della battaglia.
Che succede, mocciosa? Non attacchi più? Non sei nemmeno in grado di sfiorarmi, in questo momento…” il corpo principale della bocca emise una risatina disgustosa “… patetica. Quelli come te sono tutti uguali. Si riducono semplicemente a scappare come ratti quando si rendono conto di non avere più la situazione a portata di mano…
“Non so in che mondo vivi, sgorbio del cazzo” schivò una raffica di attacchi concatenati dall’alto verso il basso con una sequela di capriole in avanti “ma finché non mi prendi, ti consiglierei di smetterla di cantare vittoria così facilmente.”
L’essere ruggì di nuovo e fece spuntare una chiostra di pilastri di carne da ogni singolo lato della giovane, tutti convergenti verso il suo corpo. Quella si fece serissima e, dopo aver allungato le braccia sopra la testa, si buttò in avanti con un tuffo a trivella. I pilastri si scontrarono violentemente tra loro, spezzandosi con un rumore viscido e imbrattando il suolo rosso di sangue viola.
Il corpo principale si piegò all’indietro con uno stridio dolorante che fece quasi esplodere la testa di Satoshi, mentre Katsuki cadeva a terra con una rotolata e si rimetteva subito in piedi.
“Che ti dicevo?” ghignò sadica “Una sfigata che per la disperazione si fa fuori da sola non merita nemmeno il tempo di una Sterminatrice in erba.”
Si mise in posa e scattò in avanti. Arrivata a pochi centimetri di distanza dal bersaglio, saltò verso l’alto caricando un pungo ascendente da sopra la testa, pronta per sferrare il colpo decisivo.
La creatura smise di strillare all’improvviso “Lo sapevo, voi giovani idioti…
Un colossale parallelepipedo di carne e vene emerse dal soffitto, scendendo prepotentemente verso il basso “… siete tutto fumo e niente arrosto.
Katsuki non poté fare nulla per schivarlo.
“AMANO-SA-”
La ragazza, che venne colpita in pieno, spalancò gli occhi e finì spinta pesantemente verso il basso, dove si schiantò schiacciata dall’arma nemica. Satoshi venne sparato contro alla parete alle sue spalle a causa dell’onda d’urto e ci sbatté contro con la schiena, per poi crollare a terra su quattro zampe.
Sollevò lo sguardo sul corpo bloccato sotto alla struttura pulsante.
No… oh no!
Dunque tutto qui?” le fauci ritirarono il parallelepipedo, liberando il corpo prono della giovane. Non accennò minimamente a rialzarsi “Voi dite tanto di portarvi un enorme peso sulle spalle… ma appena lo stesso aumenta di un pochino vi coricate a terra senza più muovervi? Permettimi di ripeterlo…” allungò una mano artigliata e lucida come sangue denso verso i capelli della ragazza “… siete tutti patetici-”
Un libro dalla copertina spessa si schiantò con lo spigolo sulla testa dai capelli neri della creatura.
Quella restò ferma per un secondo, per poi voltarsi verso un Satoshi tremante e con le lacrime agli occhi. La sua espressione era a metà tra la rabbia e il terrore più puro e il braccio era ancora alzato dopo aver lanciato quel debole proiettile.
bamboccietto...” tutte le sue attenzioni furono rivolte verso di lui.
E quello, realizzando quanto aveva appena fatto, sbatté le palpebre ed osò un sorriso nervoso “m-mi è scappata la mano?”
Non pensavo fossi così entusiasta di morire, scricciolo” poté vedere ogni singola parte della bocca che percorreva tutta la stanza piegarsi appena “mi stai facendo eccitare! Non vedo l’ora di massacrarti…
Era già sul punto d’inginocchiarsi a terra per pregare quel Dio Blasfemo di fare almeno in fretta, ma la sua attenzione – e anche quella del mostro – vennero attirate da un altro movimento. Katsuki, barcollando, era riuscita a rialzarsi e sedersi sulle proprie gambe, il collo piegato all’indietro e lo sguardo rivolto verso l’alto. Nella mano destra ancora stringeva saldamente la fiaschetta metallica.
mmmh… però ho fatto una promessa…” tornò a dedicare tutte le sue attenzioni verso la combattente “il tempo di fare del tutto fuori questa stronza, e sono-
Il contenitore metallico venne scagliato violentemente contro la creatura. Il liquido che c’era dentro si riversò sulla mole del mostro. Esausta, Katsuki abbassò le mani verso il suolo, respirando sommessamente.
… questo era il tuo ultimo tentativo disperato di farmi incazzare?” sibilò la professoressa, tendendo gli artigli che aveva alle mani “Perché ci sei riuscita!
“Ce n’era ancora così tanta lì dentro…” Katsuki puntò gli occhi feroci su di lei. Un sorriso sadico si tracciò sulle sue labbra “… ero convinta di averla persa tutta per strada.”
L’essere si bloccò.
“Senti un po’, ammazza-nullità: la vuoi sentire una battuta del cazzo che dico solo a chi so sta per morire” le sue braccia tornarono infuocate “Qual è il colmo per una puttana che crede di essere forte ma che in realtà merita solo di essere calpestata?”
La creatura emise un grido disperato, scattando in avanti con gli artigli.
“La risposta è: morire bruciata” sollevò il destro sopra la testa “FOTTUTA ZOCCOLAAAA!!!”
Il pugno si schiantò violentemente al suolo, scatenando una potentissima scintilla che allontanò il corpo di Katsuki da quello della nemica, la quale si era ritratta a sua volta. Le fiamme azzurre si espansero a macchia d’olio alimentate dall’alcool sparso per tutta la camera di carne. Il corpo della professoressa venne avvolto dalle fiamme e questa si portò le mani ai capelli neri urlando disperata. Nemmeno il tempo di godersi i lamenti di quella schifosa che bruciava, che il corpicino di Satoshi venne sollevato da terra.
“Via di qua!” gridò la ragazza, dopo esserselo preso sotto l’ascella come un sacco di patate ed essere corsa fuori dall’aula a perdifiato. Lo scagliò contro al muro al fianco della porta nel corridoio e poco dopo lei fu alla sua destra, appoggiata al muro con la schiena e seduta come lui, mentre dalla porta spalancata proveniva prima un urlo disperato e poi una potentissima esplosione che fece saltare in aria i vetri di alcune finestre con le sue vibrazioni. Le fiammate azzurre eruttarono dalla porta come le fiamme di un drago.
Poi, come si spensero, i bordi dell’entrata nella Classe Inesistente si staccarono dal muro, carbonizzati.
Si staccò anche la targhetta che, come previsto, riportava nero su bianco caratteri sconosciuti. Poi, anche quella scomparve sbriciolandosi in frammenti sottili che furono spazzati via da un vento invisibile.
Satoshi guardò di lato, accorgendosi che adesso, dove poco prima c’era un’entrata, ora c’era solo una parete liscia. Chiuse gli occhi e sbatté la testa contro al muro, abbandonandosi ad un lunghissimo sospiro di sollievo. Quando riabbassò la testa, sussultò appena.
Il viso della sua salvatrice era a pochi centimetri dal suo.
Sanguinante, ma perfettamente vigile e serio.
Sentì una mano appoggiarsi sulla sua guancia con delicatezza.
“Ehi, bel faccino. Spero nulla di rotto…”
L’opzione A era scoppiare a piangere davanti a lei.
L’opzione B era invece ringraziarla con tutto il cuore, per poi mettersi a piangere.
Ma lui scelse, suo malgrado, l’opzione C.
Gonfiò le guance e si piegò violentemente in avanti, rimettendo tutto ciò che aveva nello stomaco.
Katsuki Amano sbatté le palpebre un paio di volte, mentre quell’altro smetteva di strepitare con violenza.
Oi” lo guardò dall’alto verso il basso con un ghigno che a stento tratteneva una pericolosissima furia omicida "vuoi morire per caso?”
   
 
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