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Autore: Parmandil    18/10/2025    1 recensioni
La Guerra delle Anomalie imperversa ormai da due anni. La Federazione è frantumata in settori che non riescono più a comunicare fra loro e flagellata dagli attacchi dei Tuteriani. Le anomalie distruggono interi mondi, obbligando i federali a uno sforzo senza precedenti per accogliere e ridistribuire i profughi. Solo l’alleanza coi Klingon potrebbe dare alla Federazione il vigore necessario a prevalere.
Molte forze, però, cospirano contro l’unione. La tecnologia predittiva dei Tuteriani consente loro di pianificare le mosse vincenti. La stessa tecnologia sembra in mano a una specie appena giunta dal Quadrante Delta: i Krenim. L’antico sogno di Annorax, il dominio assoluto delle linee temporali, non è mai stato così vicino a realizzarsi. E nello sforzo di padroneggiare per primi il viaggio nel tempo, i nostri eroi potrebbero varcare una soglia insospettabile... ritrovandosi in uno Specchio oscuro.
Ma la sfida più inaspettata viene dal cuore della Federazione. Molti cittadini sono convinti che i Tuteriani non vadano combattuti, ma accolti come ogni altra specie. Avranno ragione? Il Movimento per la Pace Galattica ritiene di sì. I suoi esponenti sono pronti a immolarsi per il loro ideale di pace. La domanda è: quanti altri saranno immolati?
Genere: Avventura, Azione, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Klingoniani, Nuovo Personaggio
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Triangolo
Capitoli:
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-Capitolo 1: Il Movimento per la Pace Galattica
Data stellare ignota
Luogo: Osservatorio Temporale
 
   Nel biancore lattiginoso dell’Osservatorio Temporale, emersero tre figure femminili. Erano umanoidi, con la pelle grigia e i lineamenti appena abbozzati: gli occhi sprofondati nel cranio glabro, il naso a malapena accennato, le orecchie senza padiglione. La parte inferiore del corpo si perdeva nella nebbia; solo dalla vita in su erano ben visibili.
   «Vi ascolto» disse la Primaria. Delle tre figure era la più alta e magra. Il suo abito, aderente e coperto di decori simili ad arabeschi, era azzurro.
   «C’è una grande interferenza nelle linee temporali» esordì la Vate. Più bassa e tozza, aveva un abito simile a quello della Primaria, ma color oro. «Molte di quelle che avevo individuato come probabili, non sono più tali. E molte che non avevo previsto si stanno ora dischiudendo. Una nuova forza plasma gli eventi».
   «E tale forza è favorevole alla nostra causa?» chiese la Primaria, in tono autoritario. Dopotutto era la padrona incontrastata non solo della sua specie, ma dell’intero Universo bianco e vacuo che si stendeva attorno a lei.
   «È complessa e oscillante» rispose prudentemente la Vate. «Allo stato attuale ci dà grande vantaggio. Ma potrebbe ritorcersi contro di noi».
   «Dunque i nostri nuovi alleati non sono affidabili come li descrivi» disse severamente la Primaria, rivolgendosi alla terza componente del gruppo.
   «Primaria, vi garantisco che faranno il nostro interesse... consapevoli o meno» assicurò la Messaggera. Il suo vestito, di foggia simile agli altri, era viola scuro, con decori bronzei.
   «Non parlavo dei nostri alleati» rivelò inaspettatamente la Vate, comparendo fra le due. «Una nuova fazione è scesa in campo, e potrebbe decidere le sorti della guerra».
   «Davvero?» chiese la Primaria. «Questo è inaspettato... e intrigante». Si dissolse tra le volute candide, riapparendo di fronte alle sottoposte. «Chiarite la natura di questa nuova fazione» ordinò.
   «La nostra propaganda ha attecchito fra le stolte masse federali, ben oltre le più rosee previsioni» rivelò la Vate. «Gli ignoranti, i confusi, i frustrati, i falliti, e chiunque abbia in odio la Federazione per qualche meschina faccenda personale, sono al nostro servizio. Altri ancora li seguono per opportunismo o per semplice imitazione... il puerile desiderio di ribellarsi per il gusto di farlo. Costoro obbediranno docilmente ai nostri ordini, facendo tutto il male che possono alla Federazione e alla Flotta Stellare... cioè alle uniche istituzioni che li tengono in vita» disse, leccandosi le labbra.
   «Ma questi dissidenti sono divisi in numerosi gruppi. Riusciremo a dominarli tutti?» chiese la Primaria.
   «Le cose cambiano, mia signora. I gruppi stanno confluendo in un solo grande Movimento» rivelò la Vate. «Prima che qualcuno se ne assuma il merito, v’informo che questo processo non è frutto del nostro intervento diretto, bensì uno sviluppo della guerra. Una reazione spontanea, dovuta alle complesse dinamiche sociali della Federazione. Non c’è nulla che unisca le persone come l’odio contro un nemico comune... e noi abbiamo fatto sì che i cittadini federali vedano le proprie autorità come il nemico, anziché noi».
   «Stai dicendo che è in primo luogo una forza endogena? Nata dal basso, dal popolo?» chiese la Primaria, incredula.
   «Sì... noi abbiamo dato la spinta iniziale, ma ormai è una corrente sociale che si alimenta da sola, senza bisogno di ulteriori interventi da parte nostra. A quanto pare, i nostri migliori alleati sono... i nostri avversari!» ghignò la Vate.
   «È come ho sempre detto» intervenne la Messaggera. «I federali sono così viziati dalla lunga pace che non hanno più la minima idea di cosa sia una guerra. Pensano che i loro deboli leader potrebbero fermarla, se solo volessero! Inoltre la Federazione è cresciuta a tal punto, inglobando culture così diverse, che non ci sono più valori comuni a tenerla unita. Nessuno è più disposto a sacrificarsi per il bene comune. Ognuno pensa solo a mantenere il proprio benessere materiale immediato, senza ricordare a chi lo deve, senza curarsi di chi ne è il garante. Pur di conservare il proprio orticello, il cittadino medio lascerebbe bruciare il resto della Federazione».
   «Questa è l’occasione che aspettavamo, la chiave del loro annientamento!» disse la Primaria, trionfante. «Esamina a fondo le nuove linee temporali, circoscrivi il fenomeno» ordinò alla Vate. «Quando ne sapremo di più, sapremo anche quali fili muovere».
   «Sarà fatto» disse la Vate, svanendo solo per riapparire poco lontano. «Ma con un fenomeno utile come questo, suggerisco interventi minimi. Cercando d’enfatizzarlo, potremmo involontariamente scatenare la reazione contraria cui accennavo».
   «Certo, dobbiamo muoverci con cautela» convenne la Primaria. «Niente mosse avventate. Sfruttiamo le occasioni che la Federazione ci concede».
   «E la mia missione diplomatica?» chiese la Messaggera, comparendole a fianco. «Solo perché c’è all’opera questa nuova forza, non credo che perda valore».
   «Infatti la tua missione resta invariata» assicurò la Primaria. «Torna pure dai nostri alleati. Prometti loro quanto hanno chiesto».
   «Tutto quanto?» esitò la Messaggera.
   «Tutto, purché combattano bene» confermò la Primaria. «Quando saranno serviti al loro scopo, potremo eliminare anche loro».
   «E la scienza del tempo?» chiese ancora la Messaggera.
   «Prometti pure, ma non fornirgli nulla d’importante» ordinò la Primaria. «Siamo noi gli unici Signori del Tempo. E il nostro dominio durerà... quanto il tempo stesso».
   «Così sia» disse la Messaggera, svanendo dall’Osservatorio.
   «Così sia» fece eco la Vate, dissolvendosi a sua volta.
   «Lo sarà davvero, una volta superate queste insignificanti turbolenze» mormorò la Primaria, pregustando un dominio senza fine.
 
 
Data stellare 2552.065
Luogo: Sfera 72, nel settore di Boreth
 
   Quando l’Enterprise-J scese a velocità impulso, il bersaglio era tanto vicino da giganteggiare sullo schermo. Si trattava di una stazione spaziale perfettamente sferica, di 19 km di diametro. La superficie grigia e opaca era percorsa da un intrico di linee spezzate che seguivano qualche ignota geometria aliena.
   «Saremo nel raggio di tiro fra trenta secondi. Non rilevo alcuna Dreadnought di guardia. L’intelligence aveva ragione, questa Sfera è indifesa» disse Lantora, l’Ufficiale Tattico.
   «Sembra troppo bello per essere vero...» commentò la Comandante Ilia Dax.
   «Sensori all’erta, procediamo contro il bersaglio. Appena saremo a distanza di tiro, fuoco coi siluri» ordinò il Capitano Chase.
   Non era così che Chase si era figurato il comando dell’Enterprise. Nella tradizione di quel nome illustre, sperava d’avere l’opportunità di esplorare nuovi mondi, alla ricerca di nuove forme di vita e civiltà. Invece fin dalla missione inaugurale dell’Enterprise si era trovato in guerra contro un nemico spietato. Si trattava dei Tuteriani, detti Costruttori di Sfere. Provenivano da un Universo che, a loro dire, era prossimo al collasso e quindi avevano scelto la Federazione per trasferirsi in massa. Ma per sopravvivere nella nuova realtà, dovevano prima riplasmarla, adattandola alla loro fisiologia. Perciò avevano disseminato la Federazione con centinaia di stazioni sferiche, che irradiavano energia gravimetrica. Quelle che, sulle prime, apparivano come anomalie spaziali erano in realtà le avvisaglie di un processo terrificante: lo stravolgimento del cosmo, a partire dal livello quantistico. Per adattare lo spazio federale alle loro esigenze, i Tuteriani alteravano le leggi della fisica. Ma se il cosmo si adattava ai nuovi arrivati, allora non era più adatto a quanti vivevano lì da sempre. Il prezzo da pagare per l’arrivo dei Tuteriani era lo sterminio di tutta la vita indigena.
   Per la Federazione ciò comportava una sfida senza precedenti. Le anomalie ostacolavano le trasmissioni subspaziali e gli spostamenti delle astronavi, così che molti settori erano isolati. I mondi più flagellati dalle anomalie erano divenuti invivibili, costringendo la Flotta Stellare a una corsa contro il tempo per evacuarli. I pianeti rimanenti erano invasi dai profughi, e comunque erano un rifugio temporaneo, dato che le anomalie minacciavano tutto. Non avendo il tempo, né i mezzi per evacuare i mondi centrali e più popolosi, la Federazione non aveva scelta: bisognava distruggere le Sfere. L’esperienza indicava che, cessate le emissioni gravimetriche, lo spazio tornava alla normalità, come se l’Universo si riappropriasse di se stesso. Ma eliminare le Sfere non era facile, dato che solitamente i Tuteriani le presidiavano con le loro Dreadnought, micidiali astronavi da guerra. Così la distruzione di ogni Sfera comportava una battaglia all’ultimo sangue. A meno che i Tuteriani, costretti a riposizionare le forze nei punti più strategici, non ne lasciassero una temporaneamente incustodita, come quella. Era un’occasione troppo ghiotta per l’Enterprise.
   «Siluri pronti... un momento, rilevo un’astronave! Si sta frapponendo fra noi e la Sfera!» avvertì Lantora.
   Il Capitano non lo redarguì per l’avvertimento tardivo. In due anni di guerra, i federali si erano abituati a queste brutte sorprese. Le emissioni gravimetriche ostacolavano i sensori, per cui capitava spesso che i vascelli nemici fossero individuati all’ultimo momento.
   «Una sola Dreadnought? Forse ce ne sono altre, appostate nelle vicinanze» ragionò Chase. «Beh, fuoco su quella, per cominciare» ordinò.
   In quei momenti, il Capitano non avrebbe voluto che l’Enterprise trasportasse dei civili. Era incredibile che dopo due anni di conflitto ve ne fossero ancora a bordo, sebbene non tanti quanti all’inizio. Ma del resto, dove potevano andare? I mondi federali erano sommersi di profughi e in preda ai tumulti, oltre che costantemente minacciati dalle anomalie. A conti fatti, i civili erano più al sicuro su un’astronave con scudi cronofasici, capaci di proteggerli dalle distorsioni, che se fossero sbarcati su un qualunque pianeta. E nei casi peggiori, un’astronave poteva pur sempre allontanarsi dagli addensamenti d’anomalie. Così la Flotta Stellare aveva dato licenza ai civili che lo desideravano di rimanere sui vascelli: un atto che tradiva la disperazione. Per i Capitani come Chase, la consapevolezza d’avere ancora delle famiglie a bordo pesava come un macigno. Andare in battaglia era già abbastanza brutto; ma andarci coi civili era un incubo.
   «Un momento, quella non è una Dreadnought. Si tratta di un’astronave federale» avvertì Terry, l’Intelligenza Artificiale di bordo, che si manifestava in forma olografica con le sembianze di una donna asiatica. Mentre parlava, il vascello divenne visibile sullo schermo, come un puntolino che cresceva di pari passo col rapido avvicinamento dell’Enterprise.
   «La Flotta ci ha mandato rinforzi senza avvertirci? Di che nave si tratta?» s’insospettì Ilia.
   «Ho detto federale, ma quella nave non appartiene alla Flotta Stellare» rivelò Terry. «Cerco un riscontro tra i vascelli civili... trovato. È la Pandora, una vecchia nave trasporto».
   «E che diavolo ci fa qui, in zona di guerra?!» protestò Lantora.
   «Forse i Tuteriani l’hanno catturata e tengono prigioniero l’equipaggio» suggerì T’Vala, la timoniera.
   «Lo sapremo presto: ci chiamano dalla nave» disse Grog, il Ferengi addetto alle comunicazioni.
   «Sullo schermo» disse il Capitano, innervosito. Qualunque cosa ci facesse quel vecchio trasporto, stava interferendo nel loro attacco. Ogni istante perduto accresceva il rischio che tornassero le Dreadnought. E se la Pandora era caduta sotto il controllo nemico, c’era un problema di ostaggi...
   «Pandora a Enterprise, non sparate! Siamo in missione di pace!» annunciò una donna Umana sulla quarantina, apparendo sullo schermo. Aveva corti capelli di un biondo scuro e duri occhi grigi. Indossava un abito bianco, su cui spiccava uno strano logo: una mano che stringeva un tentacolo in segno d’amicizia, su uno sfondo arcobaleno. Il Capitano e gli ufficiali dell’Enterprise sobbalzarono nel riconoscere quella donna. L’avevano già incontrata in passato, ed erano sempre stati guai.
   «Helen! In nome del Cielo, cosa ci fai qui? Non sai che questa è zona di guerra?!» protestò Alexander Chase.
   «Proprio per questo siamo obbligati a intervenire. In nome del Movimento per la Pace Galattica, vi ordino di fermare la vostra barbara aggressione a questa stazione dei migranti Tuteriani. Questo non è tempo di far parlare le armi, ma di riscoprire il valore della diplomazia, che è la sola e unica via per la pace. Siamo trecento civili qui, tutti mobilitati per fermare quest’assurda guerra che voi militari avete scatenato. Se non volete darci ascolto, allora dovrete massacrarci prima di colpire la Sfera» annunciò Helen Chase, sorella del Capitano.
 
   Ci fu un lungo, teso silenzio. Gli ufficiali dell’Enterprise fissavano il Capitano, che ribolliva per l’imbarazzo e l’esasperazione. Nessuno di loro avrebbe voluto essere al suo posto, in quel frangente. Si sarebbe detto che, con la Federazione flagellata dagli attacchi dei Costruttori di Sfere, questi fossero invisi all’opinione pubblica; ma non era così. Anzi, stava accadendo l’esatto opposto. Sui mondi centrali della Federazione, Terra compresa, proliferavano i movimenti pro-Tuteriani. La principale di queste organizzazioni era il Movimento per la Pace Galattica, spesso abbreviato in MPG. Secondo i suoi adepti, la Federazione doveva trattare i Tuteriani come profughi e concedere loro un certo numero di pianeti, da trasformare e abitare in tutta sicurezza. Ma per cessare le ostilità, i Tuteriani pretendevano un terzo dei mondi federali: una richiesta così esorbitante che il governo non poteva assolutamente avallare. Era impensabile deportare così tanti cittadini federali, non solo dalle colonie, ma anche dai loro mondi d’origine. E anche se per assurdo fosse stato possibile, c’era il fondato timore che i Tuteriani ne approfittassero per proseguire l’offensiva contro la Federazione, prendendosi anche il resto. Queste considerazioni logiche, tuttavia, non avevano impedito all’MPG  d’acquisire un’enorme influenza nella società federale, approfittando del panico e della confusione. La sua propaganda era volta a demonizzare la Flotta Stellare, per delegittimarla agli occhi dell’opinione pubblica. La strategia degli attivisti era ormai chiara: cercare pretesti per alzare sempre più la tensione, provocare scontri con la Flotta cercando di coglierla in fallo, infine farsi passare per vittime.
   «Non cambi mai, Helen. Sei sempre quella che sputa nel piatto in cui mangia» disse Chase con tristezza. Avrebbe preferito vedersela con una Dreadnought – anche due o tre – piuttosto che affrontare sua sorella sul terreno scivoloso della propaganda. «Quando ho saputo che ti eri unita all’MPG, ho capito che prima o poi ci saremmo scontrati. Vedo che tu e la tua banda vi siete procurati un’astronave, sebbene la Flotta Stellare le stia requisendo tutte per sfollare i mondi devastati dalle anomalie. Non v’importa sapere che quel vascello potrebbe essere usato per salvare migliaia di vite, anziché per questa messinscena?».
   «La nostra è una missione di pace. Siamo qui per chiedervi formalmente di rinunciare all’attacco e d’intraprendere la via diplomatica per risolvere il conflitto» insisté Helen.
   «Suvvia, nemmeno tu puoi essere così ingenua. Sai benissimo che non sono io a dettare le scelte politiche e militari della Federazione!» obiettò il Capitano. «Ora come ora, siamo in guerra coi Tuteriani, quindi ho precisi ordini d’eliminare quella Sfera. Se non lo faccio, ci sono due pianeti che saranno distrutti nelle prossime ore. Forse un giorno sarà possibile risolvere tutto diplomaticamente, ma se ne occuperanno autorità ben più alte di me. Fino ad allora, ho le mie consegne».
   «Certo, certo... stai solo eseguendo gli ordini. La stessa scusa che gli addetti ai lager nazisti diedero a Norimberga» ribatté Helen, arricciando il naso. «Non ti viene in mente che un giorno anche tu – e i tuoi ufficiali – sarete chiamati a rispondere dei vostri crimini di guerra?».
   A queste parole Chase s’irrigidì. Poteva sopportare che Helen minacciasse lui, ma non che minacciasse il suo equipaggio. «Chiariamo subito una cosa, sorellina. Io e i miei ufficiali rispondiamo al Comando di Flotta, che risponde al Presidente e al Consiglio della Federazione, perché è così che funziona una democrazia. Il tuo Movimento extra-parlamentare non ha alcuna autorità politica, quindi non puoi darci ordini, e nemmeno interferire in un’operazione militare» puntualizzò. «A proposito, come sapevi che saremmo venuti qui? Quest’attacco era coperto dal segreto militare, nessun civile ne era informato!» aggiunse, sempre più accigliato.
   «Il nostro Movimento popolare ha occhi e orecchie ovunque. Sono finiti i tempi in cui la Flotta Stellare insabbiava le sue malefatte!» disse Helen, gli occhi scintillanti d’orgoglio.
   «Già, e ho il sospetto che un paio di questi occhi e orecchie mi siano più vicini del dovuto!» mugugnò il Capitano, dando un’occhiata bieca al Consigliere Navarro. Il Consigliere dell’Enterprise, infatti, non aveva mai fatto mistero d’avversare la condotta della Flotta Stellare e di simpatizzare per l’MPG. Dall’inizio del conflitto, Navarro aveva rilasciato delle interviste che avevano messo in grave imbarazzo la Flotta, e in particolare Chase, da lui additato come responsabile della guerra. Il Capitano avrebbe tanto voluto sbatterlo fuori dall’Enterprise, dove aveva fatto solo danni, ma non aveva ancora trovato una valida giustificazione.
   «Capitano, la Pandora trasmette ad ampia banda subspaziale» avvertì Terry. «Gli attivisti stanno trasmettendo questa conversazione in tempo reale, pubblicandola sui social network del loro Movimento. Chiunque potrà vederla».
   A queste parole Chase fece un rapido gesto della mano. Era il segnale concordato per troncare le comunicazioni, cosa che Grog fece prontamente. La Sfera riapparve sullo schermo, con la Pandora che continuava a frapporsi.
   «È una trappola, Capitano» ammonì Ilia. «Questi attivisti stanno facendo di tutto per provocarci. Passeranno al setaccio ogni nostra parola e ogni nostra azione, cercando qualche cavillo giuridico per denunciarci. Se gli diamo il minimo pretesto, monteranno polemiche e processi a non finire per demonizzare la Flotta Stellare. E soprattutto per rovinare lei, signore. Nell’ultimo anno sono già riusciti a incriminare alcuni dei migliori Capitani, mettendoli fuori gioco. Ormai lo schema è chiaro, è così che attaccano».
   «Già» mugugnò Chase, afflitto al pensiero che proprio sua sorella stesse cercando di rovinarlo. «Beh, ci starò attento. Staremo tutti attenti, intesi? Tenete a freno la lingua, per quanto ignobili siano le loro provocazioni» raccomandò agli ufficiali. «Riaprire il canale» ordinò poi.
   «Alla buon’ora» lo riaccolse Helen. «Allora, hai riflettuto sulla nostra richiesta?».
   «La vostra richiesta è respinta, in quanto priva di fondamento giuridico e d’autorità procedurale» rispose il Capitano, abbandonando il tono colloquiale in favore di un rigido formalismo. «Ora tocca a lei rispondermi, signora Chase. Da quanto tempo lei e il suo equipaggio vi trovate presso questo ordigno bellico, senza alcuna scorta a vigilare sulla vostra sicurezza?».
   «Ha importanza?» chiese Helen, facendo spallucce.
   «Certo, ne ha molta. Questa Sfera emette distorsioni gravimetriche che potrebbero uccidervi tutti. E se arrivasse anche una sola Dreadnought, vi spazzerebbe via. In effetti siete stati molto fortunati ad essere sopravvissuti fino al nostro arrivo» chiarì Chase.
   «La tua demonizzazione dei Tuteriani è del tutto priva di fondamento...» cominciò Helen, ma il Capitano non si lasciò interrompere.
   «Lei sta mettendo inutilmente in pericolo la vita di trecento persone. Il che mi dà facoltà, anzi mi obbliga a intervenire» proseguì Chase. «In base al regolamento della Flotta Stellare, articolo 12, paragrafo 7, “Sfollamento dei civili dalle zone di guerra”, vi ordino di rientrare immediatamente al più vicino avamposto federale. Se rifiutate di ottemperare, sarò costretto ad abbordare la vostra nave e a mettere i miei ufficiali al comando, affinché vi portino in salvo» avvertì.
   «Abbordare la mia nave? Questo sì che sarebbe un errore imperdonabile!» disse Helen, con un sorriso saccente. «I miei sensori indicano che ci troviamo almeno un parsec fuori dallo spazio federale. Vale a dire che la Federazione non ha alcuna giurisdizione qui e le vostre azioni non hanno copertura giuridica. Dunque se abborderete la mia nave, ciò si configurerà come un atto di pirateria. Tanto più che qui ci sono trecento persone pronte a testimoniare le vostre azioni. Al ritorno nella Federazione, sarete soggetti al pieno rigore della legge» disse in tono fatalista.
   Il Capitano dette una breve occhiata a Terry, che annuì lievemente. Dal punto di vista formale, gli attivisti avevano ragione: la Flotta non era autorizzata ad abbordarli. Tuttavia all’atto pratico bisognava sbloccare la situazione, prima che arrivassero i nemici a massacrarli.
   «Si rende conto che sta ostacolando una missione da cui dipende la sorte di due pianeti federali? Ed è consapevole che se arrivassero le Dreadnought, vi annienterebbero in pochi attimi?» incalzò Chase, mantenendo la calma con uno sforzo titanico.
   «Siamo tutti volontari su questa nave. Siamo ben consapevoli dei rischi» rispose Helen, serafica. «Ma siamo anche convinti che i Tuteriani non costituiscano una minaccia. Ora come ora, l’unica minaccia siete voi militari guerrafondai. Se attaccherete questa Sfera, non salverete niente e nessuno. I Tuteriani la rimpiazzeranno facilmente con un’altra, grazie alla loro superiorità industriale. E avranno conferma che la Federazione non cerca la pace, ma al contrario vuole solo inasprire il conflitto. Non possiamo permettervi di lanciare questo messaggio bellicista. Quindi dovrete distruggerci per portare a compimento la vostra aggressione militare. Mi ha compreso, Capitano Chase? Tutti noi siamo pronti a sacrificarci in nome della pace. E lei, è pronto a massacrarci in nome della guerra?».
 
   Al cenno del Capitano, Grog interruppe nuovamente il canale. La situazione era così delicata che bisognava ponderare attentamente la prossima mossa.
   «Capitano, è assurdo! La Sfera è lì, che aspetta solo d’essere distrutta... e quegli esaltati ce lo impediscono! Si comportano a tutti gli effetti come soldati nemici!» protestò Lantora, che stava facendo un enorme sforzo per non lanciare i siluri.
   «Ci stanno facendo perdere tempo, nell’attesa che tornino le Dreadnought» avvertì Ilia. «Avete sentito cos’ha detto Helen, loro non considerano i Tuteriani una minaccia. Mi chiedo se sia pura irresponsabilità o se invece sappia ciò che dice. Dobbiamo considerare l’eventualità che si sia accordata col nemico per tenderci un’imboscata».
   «Capitano, lei crede che sua sorella giungerebbe a tanto?!» chiese T’Vala, sconcertata.
   «Quel che credevo di sapere su mia sorella non ha più alcuna importanza. Devo basarmi su ciò che vedo ora per giudicare» sospirò Chase. Non c’era segno più chiaro della pericolosità dell’MPG che il clima di sfiducia e sospetto che aveva creato: non ci si poteva fidare nemmeno dei propri parenti. «Okay, affrontiamo la cosa in modo pragmatico. Quegli sconsiderati non si schioderanno da lì, ma il loro vecchio mercantile non ha abbastanza energia per avvolgere la Sfera nei suoi scudi. Lantora, può programmare i siluri affinché aggirino la Pandora e vadano a bersaglio?».
   «Certo, basta agganciare la fonte energetica più intensa» confermò l’Ufficiale Tattico. «Se è una Sfera come le altre, basteranno pochi siluri per forare il guscio e distruggere il generatore interno».
   «Bene, proceda» ordinò il Capitano, osservando cupamente la Pandora che continuava a frapporsi tra loro e il bersaglio. Era così teso da sentire il sangue rimbombargli nelle orecchie. Sua sorella e gli altri forsennati dell’MPG avrebbero filmato il suo attacco alla Sfera, diffondendolo nella Federazione. O almeno in quei settori della Federazione che potevano contattare. Ma non c’era nulla d’illegale in quell’azione bellica, nulla che potessero sfruttare per incriminarlo... giusto?
   «Siluri pronti, Capitano» disse Lantora.
   «Fuoco» ordinò Chase, sperando che non fosse un errore. I siluri quantici brillarono azzurri, aggirando la Pandora e puntando dritti contro la Sfera.
   «Ci chiamano ancora... un momento! Ora il segnale arriva da dentro la Sfera!» esclamò Grog.
   «Cosa?!» sobbalzò il Capitano. Anche Terry si mise in allarme.
   «È confermato» disse il Ferengi. «Il segnale era ritrasmesso dalla Pandora, ma in realtà ha origine nella Sfera. Quei mentecatti si sono appostati dentro, per impedirci di distruggerla».
   Chase guardò i siluri che sfrecciavano contro il bersaglio. «Abortire l’attacco! Autodistruzione delle testate, ora!» ordinò.
   «Le emissioni gravimetriche interferiscono col segnale!» gemette Lantora, chino sui comandi.
   «Mi dia il controllo, presto» disse Terry, che poteva occuparsene più velocemente di qualunque ufficiale in carne ed ossa.
   Lo Xindi alzò le mani dalla consolle tattica. L’IA s’interfacciò direttamente coi sistemi, regolando l’onda portante del segnale affinché non fosse offuscato dalle emissioni della Sfera. Bastarono pochi secondi, che tuttavia parvero lunghi come ore. Il Capitano fissò i siluri in procinto d’impattare, immaginandosi le vittime – tra cui sua sorella – e le conseguenze politiche...
   I siluri quantici esplosero a poche centinaia di metri dal bersaglio, riverberando sul guscio metallico. La catastrofe era stata scongiurata. Ma la missione dell’Enterprise era ancora da eseguire, e si annunciava più ardua che mai.
   «Ci stanno ancora chiamando dalla Sfera» mormorò Grog.
   «Sullo schermo» disse Chase stancamente.
   «Bello spettacolo di siluri. Ma la vostra strategia del terrore non funziona con noi. Qui siamo e qui resteremo!» annunciò Helen, gonfia d’orgoglio.
   «Non ci avevate detto d’essere acquartierati dentro la Sfera, e questo stava per provocare un tragico incidente. Ringraziate che ce ne siamo accorti in tempo» ammonì il Capitano. «La vostra interferenza in quest’operazione militare vi qualifica come fiancheggiatori dei Tuteriani. Dunque non ho altra scelta che rimuovervi. Signor Grog, è possibile teletrasportare gli occupanti della Sfera?» chiese. Conosceva già la risposta, ma voleva sfruttare la trasmissione dell’MPG per renderla nota all’opinione pubblica.
   «No, signore. Le emissioni gravimetriche della Sfera interferiscono col teletrasporto» rispose il Ferengi come previsto.
   «Sta dicendo che l’unico modo per prelevare gli attivisti consiste nell’entrare con le navette e caricarli a forza?» chiese il Capitano, con voce lenta e chiara.
   «Sì, signore. Non c’è altro modo» confermò Grog.
   «Ha sentito, signora Chase? Veniamo a prendervi. Non opponete resistenza, e nessuno si farà del male» disse il Capitano.
   «Non ci piegheremo alle vostre minacce e violenze...» cominciò Helen, ma il canale fu troncato un’altra volta.
   «Signore, dobbiamo davvero entrare in quella dannata Sfera, caricarci quegli esaltati in spalla e portarli via di forza?» mormorò Lantora, ancora incredulo.
   «L’alternativa è vaporizzarli assieme alla Sfera, ma sarebbe la nostra ultima missione, perché al rientro ci toccherebbe la corte marziale. Quindi sì, li porteremo via» disse Chase, arcigno. «Mobiliti le squadre della Sicurezza, entrate con le navette. E state in guardia. Se le nostre informazioni sono esatte, le Sfere hanno dei sistemi anti-intrusi letali» avvertì.
   «Sistemi che però non hanno respinto gli attivisti» notò lo Xindi.
   «Evidentemente loro non sono intrusi» disse il Capitano, sempre più cupo. «Voi però lo sarete, quindi munitevi d’armi pesanti e tenete alta la guardia» raccomandò. Dopo una breve riflessione, si premette il comunicatore. «Plancia a sala macchine. Signor Grenk, prepari una squadra ingegneristica. Ho una missione anche per voi».
 
   La squadriglia di navette Dragonfly lasciò l’Enterprise, diretta verso la Sfera. Lantora si trovava nella navicella di testa e la dirigeva verso uno dei portelli. Le Sfere infatti avevano degli ingressi, sebbene non molto grandi. Un vascello come l’Enterprise non poteva entrare, ma le navette erano della misura giusta... sempre che riuscissero a oltrepassare il portello.
   «Dieci km, diminuire la velocità» ordinò lo Xindi. «Adagio... adagio... arresto totale». Le Dragonfly si fermarono davanti al portello corazzato, attraversato da linee spezzate. Lantora fremette al ricordo dell’ultima volta che aveva messo piede in una Sfera. In quell’occasione lui e i colleghi erano fuggiti per il rotto della cuffia. E ora eccolo di nuovo lì, a doverci entrare. Andarci per combattere i Tuteriani era un conto, ma andarci per rimuovere degli esibizionisti lo faceva ribollire di rabbia. Cercò di calmarsi, concentrandosi solo sul dovere.
   «Il portello è sigillato. Ho provato varie frequenze subspaziali, ma non c’è modo di sbloccarlo» riferì Terry, che partecipava grazie all’Emettitore Autonomo. «Chissà come hanno fatto gli attivisti a entrare...».
   «Evidentemente loro sono ospiti graditi. Noi invece no» mugugnò lo Xindi. «Quindi useremo le maniere forti: fuoco contro il portello» ordinò. Non temeva di provocare una perdita d’aria: le Sfere erano prive d’atmosfera. Se gli attivisti si erano insediati in quella, dovevano trovarsi nelle loro navette, o in qualche habitat pressurizzato.
   La navetta di Lantora sparò più volte coi phaser anteriori. Fortunatamente la lega che componeva le Sfere non era delle più resistenti. Non c’erano nemmeno scudi, perché la loro presenza ne avrebbe ostacolato la funzione. Così di norma le Sfere contavano sulle Dreadnought per la loro protezione. Pochi colpi bastarono a sfondare il portello, dopo di che le navette federali entrarono in fila indiana. Sulla navetta di testa, Lantora osservò quello sconcertante mondo cavo.
   La Sfera era sostanzialmente un immenso generatore energetico. Un reattore simile a un lucente tubo bianco-azzurro correva da un polo all’altro. Altri due condotti più sottili lo intersecavano a X, fondendosi al centro della Sfera. Tutti quanti pulsavano d’energia, come chilometrici nuclei di curvatura. La loro luce livida rischiarava quello spazio cavo, mostrandone la geometria aliena e gli incomprensibili macchinari. Numerosi elementi metallici, dall’incerta funzione, formavano anelli concentrici o sovrapposti. Una continua vibrazione faceva tremare quelle immense strutture.
   «Guardate che roba!» si lasciò sfuggire il pilota della navetta.
   «Restate concentrati» lo richiamò Lantora. «Analisi sensoriale... e se i sensori non funzionano, analisi visiva. Trovatemi quegli abusivi!» ordinò.
   Non ci volle molto per individuarli. Sei navette – l’intero complemento della Pandora – erano posate sull’anello equatoriale. Giacevano una accanto all’altra, come se fossero nel loro hangar. I motori erano disattivati, ma dagli oblò filtravano le luci.
   «Eccole... le hanno proprio stipate. Rilevo dodici segni vitali su ogni navetta, per un totale di 72 tracce. Gli altri attivisti saranno ancora sulla Pandora» disse Terry.
   «Uhm, possiamo agganciarle coi raggi traenti?» chiese Lantora. Gli sembrava il modo più semplice e veloce per portare quelle navette fuori dalla Sfera.
   «Eseguo» disse Terry. Un raggio traente scaturì dalla Dragonfly, agganciando la navetta 1 della Pandora. Questa vibrò, ma non si staccò dalla piattaforma metallica.
   «Sembra che abbiano magnetizzato la loro navetta per farla aderire alla struttura» rilevò Terry. «Hanno anche attivato gli scudi e li stanno rimodulando per respingere il nostro raggio».
   «Dannate cozze! Non mi dica che quel catorcio ci tiene testa!» protestò Lantora.
   «Alla lunga credo che potrei staccarla, ma... sta perdendo integrità strutturale. Se insisto, c’è un elevato rischio che la navetta di Helen Chase vada in pezzi» avvertì l’IA.
   «Sigh, lasci stare. Spegnere il raggio» si arrese lo Xindi. Non osava mettere a rischio la vita di dodici persone, tra cui la sorella del Capitano.
   Disattivato il raggio traente, la navicella di Helen smise di tremare. Tutto era tornato come prima.
   «Quindi quegli scappati di casa ci tengono in scacco?!» chiese il pilota, incredulo.
   «No, non può finire così!» ruminò Lantora. Esaminò le opzioni: non erano molte. Il teletrasporto non funzionava. Il raggio traente aveva fallito. Non restava che abbordare le navette con una missione extraveicolare, in gergo un’EVA. «La navetta di Helen Chase è provvista di camera stagna» disse lo Xindi, riconoscendone il modello. «Indossate le tute spaziali, l’abborderemo alla vecchia maniera. Se proveranno a decollare, agganciateli col raggio traente. In un modo o nell’altro, verranno con noi!».
 
   Di lì a poco Lantora e la sua squadra, rivestiti con le tute spaziali e armati, arrancavano verso la navetta di Helen. L’anello equatoriale su cui posavano le navicelle non aveva gravità, quindi bisognava magnetizzare le suole delle tute per aderire alla superficie metallica. Ad ogni passo i federali dovevano staccare faticosamente le suole magnetizzate, cercando di non sbilanciarsi.
   «E pensare che, senza questi invasati, saremmo già sulla via del ritorno...» rimuginò l’Ufficiale Tattico. Si guardò intorno, per quanto lo permetteva il casco, in cerca di potenziali minacce. In quell’ambiente così alieno, privo di riferimenti familiari, era difficile valutare le dimensioni degli oggetti e le loro distanze. Ad esempio gli era parso d’atterrare vicino alle navette della Pandora, ma in realtà bisognava scarpinare per raggiungerle. E la luce pulsante dei condotti energetici creava strani effetti, con le ombre che strisciavano sulle superfici come cose vive. Era l’ambiente ideale per un’imboscata.
   Un improvviso movimento, colto con la coda dell’occhio, lo mise in allarme. Lantora si girò di scatto, impugnando il fucile polaronico, e vide ciò che temeva. Un tentacolo metallico, lucido e sinuoso, puntava contro la squadra. Era formato da vari elementi snodati, che gli fornivano un’elevata mobilità. Terminava con quattro estremità prensili, in mezzo a cui brillava una luce rossa, simile a un maligno occhio elettronico. «Attenti!» gridò lo Xindi, aprendo il fuoco.
   Con uno scarto fulmineo, il tentacolo evitò il raggio polaronico. Puntò contro il federale più vicino – il pilota – e lo ghermì con le estremità anteriori. Il poveretto si trovò con le braccia serrate lungo i fianchi, impossibilitato a sparare per difendersi. In un attimo il tentacolo lo sollevò di molti metri sopra le teste dei colleghi atterriti.
   «Sono bloccato, aiutatemi!» gridò il pilota, terrorizzato. La sua tuta spaziale scricchiolava paurosamente, a causa della tremenda sollecitazione. Se il congegno alieno avesse serrato ulteriormente la presa, la tuta si sarebbe accartocciata, stritolando l’occupante.
   «Resisti, ora ti tiro giù» disse Lantora, prendendo la mira. Era un tiro difficile, perché il tentacolo guizzava in modo imprevedibile. C’era il rischio di mancarlo, o peggio ancora, di colpire accidentalmente l’ostaggio. «Ricorda che siamo in assenza di gravità, quindi non rischi di cadere» aggiunse lo Xindi, cercando di confortarlo. Appena ebbe il tentacolo nel mirino, aprì il fuoco.
   Il raggio polaronico colpì di striscio il tentacolo, danneggiandolo, ma senza troncarlo del tutto. La reazione fu immediata: l’occhio centrale lampeggiò e il pilota fu disintegrato con tutta la tuta.
   «NO!» gridò Lantora. Sparò ancora, mentre il tentacolo si fletteva in cerca di nuove vittime, e stavolta riuscì a troncarlo con un tiro preciso. La parte tagliata fluttuò in assenza di gravità, con l’occhio elettronico che sfarfallava. «Ritirata, presto...» ordinò lo Xindi, ma la voce gli morì in gola. Molti altri tentacoli avevano circondato la squadra, tagliandola fuori dalla Dragonfly. Le loro spire si perdevano nei meandri della Sfera, mentre le fauci meccaniche schioccavano, pronte a colpire.
   «Lantora a navette, fuoco di copertura!» ordinò l’Ufficiale Tattico. Le altre navicelle, ancora in volo, bersagliarono i tentacoli. I phaser anteriori di una Dragonfly erano più potenti delle armi portatili, tanto che un solo colpo bastava a tranciare i tentacoli. Sempre che si riuscisse a colpirli.
   Passati i primi, caotici momenti, le Dragonfly riuscirono ad aprire un varco per consentire la fuga della squadra. C’era un solo problema: il varco era in avanti, verso le navicelle degli attivisti. E non c’era tempo d’aspettare che le Dragonfly eliminassero anche gli altri tentacoli. Costretto a decidere in fretta, lo Xindi prese una decisione rischiosa. «Avanti!» ordinò, guidando la squadra verso le navicelle della Pandora. Gli attivisti dovevano per forza aver notato la schermaglia in corso.
   «Crede che ci apriranno?» chiese un agente.
   «Devono, altrimenti...» lasciò in sospeso Lantora, girandosi per sparare contro un tentacolo che li inseguiva. Riuscì a tranciarlo, guadagnando un po’ di tempo.
   I federali trafelati raggiunsero la navicella di Helen Chase e presero a battere sul portello della camera stagna, chiedendo d’essere ammessi all’interno. Non sapevano quanto potesse reggere la navetta, se i tentacoli l’avessero attaccata, ma era l’unico rifugio a loro disposizione. Ed era certo meglio che restare all’esterno. Ma il portello rimase ostinatamente chiuso, sebbene gli agenti vi battessero coi calci dei fucili, trasmettendo le vibrazioni all’interno. Cercarono di contattare gli occupanti, si sbracciarono davanti agli oblò, ma niente. Compresero che nessun aiuto sarebbe giunto da quella parte. Helen e i suoi seguaci stavano a guardare, mentre i tentacoli li uccidevano uno ad uno.
 
   A bordo della sua navicella, Helen Chase osservava attentamente la schermaglia che si consumava all’esterno tra i federali e i sistemi difensivi della Sfera. I suoi occhi rimasero freddi, persino quando un agente fu ghermito e disintegrato. Né cambiò atteggiamento quando i colpi dei federali, pressati davanti al portello, rimbombarono nella navicella.
   «Scusi, ma non dovremmo aprire?!» chiese uno degli attivisti, inquieto. «Che missione di pace è la nostra, se non aiutiamo chi è in pericolo?!».
   «La pietà, per essere genuina, deve essere rivolta alle vittime, non ai carnefici. Altrimenti diventa collaborazionismo» ribatté severamente Helen, rivolta a tutti i presenti. «Quei militari là fuori sono i veri responsabili della situazione. Hanno scatenato una guerra interstellare solo per conservare il loro potere e i loro ingiusti privilegi. Hanno rifiutato d’accogliere i Tuteriani in fuga da un Universo al collasso, e così facendo li hanno condannati all’estinzione. Questo equivale a commettere un genocidio, una pulizia etnica. Se li aiutiamo, diventiamo complici dei loro crimini. No, è tempo che i guerrafondai della Flotta Stellare raccolgano ciò che hanno seminato» disse imperturbabile.
   «Non si tratta solo della Flotta Stellare. La Federazione potrebbe accusarci d’omissione di soccorso...» insisté il collega.
   «La Federazione è un cadavere in decomposizione, che non riesce nemmeno a capire come abbia fatto a suicidarsi in tutti i modi possibili e immaginabili. Presto il destino dei mondi sarà in mano ai loro abitanti, non agli scellerati burocrati della Terra» ribatté freddamente Helen. Restò a guardia del quadro comandi, accertandosi che nessuno dei presenti aprisse la porta ai federali.
 
   Resosi conto che il portello sarebbe rimasto chiuso, Lantora si volse a fronteggiare i tentacoli. Molti erano stati tranciati dai colpi delle Dragonfly, ma altri giungevano dalle profondità della Sfera. Era una battaglia che i federali non potevano vincere.
   «Signore, che facciamo?!» chiese un agente terrorizzato.
   «Mantenete la concentrazione. Almeno ora quegli affari non possono circondarci. Appena ne vedete uno avvicinarsi, concentrate il fuoco» disse Lantora, pur consapevole che non avrebbero resistito a lungo. I tentacoli erano troppo agili, resistenti e numerosi. Per scamparla ci voleva un miracolo...
   In quella i condotti energetici della Sfera si spensero, come se qualcuno l’avesse disattivata. Anche le vibrazioni ritmiche cessarono. L’oscurità dilagò nel mondo cavo, punteggiata solo dalle luci delle navette e delle tute. Quanto ai tentacoli, i loro movimenti si fecero erratici e gli occhi rossi sfarfallarono, a corto d’energia.
   «Grenk a Lantora, tutto okay?». La voce gutturale dell’Ingegnere Capo risuonò nel casco dello Xindi, più gradita che mai.
   «Qui Lantora. Abbiamo una vittima, ma il resto della squadra è salvo. Grazie voi, suppongo. Avete raggiunto il plesso centrale?».
   «Ci può scommettere!» rispose il Tellarita. Lui e la sua squadra ingegneristica erano sbarcati subito dopo gli agenti, ma in un altro settore della Sfera, con una navetta occultata. Erano rimasti in silenzio radio, sfuggendo ai sistemi anti-intrusione. Mentre la squadra di Lantora faceva da diversivo, gli ingegneri avevano raggiunto i comandi della Sfera, localizzati in una depressione simile a un pozzetto. Dopo di che avevano cercato un modo per interrompere l’energia principale.
   «Quindi la Sfera è disattivata?» chiese Lantora.
   «Ehm, non proprio. Quella è una faccenda maledettamente complicata, ci sono parecchi livelli di sicurezza» spiegò Grenk. «Però ho scoperto che riavviarla è molto più facile. Se interpreto bene quel che vedo, abbiamo dieci minuti prima che torni l’energia principale».
   «Okay, ce li faremo bastare» disse l’Ufficiale Tattico. «Lantora a Enterprise, mi sentite?».
   «Forte e chiaro» rispose Chase dalla plancia. «Ho sentito il rapporto degli ingegneri. Sappiate che, senza quelle interferenze gravimetriche, possiamo finalmente agganciarvi col teletrasporto. Quindi ordino a entrambe le squadre di mantenere la posizione, vi trasferiamo a bordo. Le navette ancora in volo invece hanno l’ordine di rientrare».
   «E gli attivisti?» chiese Lantora, scrutando bieco le loro navicelle.
   «Quelli li abbiamo trasferiti per primi, senza dargli il tempo di riattivare gli scudi» gongolò il Capitano. Non vedeva l’ora di parlare faccia a faccia con sua sorella.
 
   Ammanettata, Helen Chase fu scortata sulla plancia dell’Enterprise. I suoi colleghi invece erano stati condotti nelle prigioni di bordo. Irrigidita dallo sdegno, la donna si guardò attorno, riconoscendo suo fratello e gli ufficiali. C’erano anche Lantora e Grenk, reduci dalla missione nella Sfera. Quanto a Terry, la sua copia era già stata reintegrata con la matrice rimasta sull’astronave.
   «Ben arrivata, sorellina. Abbiamo molto di cui discutere, senza che la conversazione sia strombazzata in tutto il Quadrante» l’accolse il Capitano, un po’ beffardo. Mentre parlava, le navette Dragonfly uscirono dal portello sfondato della Sfera, per rientrare sull’Enterprise. Invece le navicelle degli attivisti erano rimaste all’interno, abbandonate. Era chiaro che sarebbero state distrutte con la megastruttura.
   «Capitano Chase, sappia che io e i miei compagni ci consideriamo ostaggi della Flotta Stellare. Il Movimento vi contatterà al più presto, per negoziare i termini del nostro rilascio» disse Helen con voce altera, come se lei fosse l’autorità statale e gli interlocutori fossero dei terroristi.
   «È inutile insistere col tuo atteggiamento passivo-aggressivo. Qui non ci sono gli analfabeti funzionali di cui abitualmente ti circondi. Nessuno si fa intimidire» l’avvertì Chase.
   Infastidita, Helen spostò la sua attenzione su Lantora. L’Ufficiale Tattico aveva rimosso il casco, ma per il resto indossava ancora la tuta spaziale, che recava alcuni sfregi della battaglia. «Tenente... è sopravvissuto» constatò l’Umana, con vago disappunto.
   «Io sì, ma uno dei miei agenti no. Perché non ci avete aperto?!» chiese lo Xindi.
   «Siamo qui per chiedere la fine della guerra, non per aiutarvi a combattere» rispose Helen.
   «È stata lei ad attirarci in quella trappola. Voleva che morissimo tutti?!» incalzò Lantora.
   «No, io voglio la pace. Siete voi che volete la guerra, quindi godetevela» ribatté acida la donna.
   «Basta così!» li interruppe Chase. «Helen, sei arrivata giusto in tempo per vedere come facciamo le pulizie. Quando vuole, signor Lantora...».
   «Con piacere, Capitano!» esclamò lo Xindi, lanciando un’altra salva di siluri quantici.
   Sotto lo sguardo vitreo di Helen, i siluri sfrecciarono contro la Sfera, aggirando la Pandora che cercava ancora di frapporsi. Stavolta giunsero a bersaglio, infrangendo il guscio metallico. L’ampio squarcio mise a nudo l’interno della megastruttura, dove il generatore di onde gravimetriche si era già riavviato. Le anomalie avevano ripreso a flagellare i pianeti circostanti... ma ancora per poco.
   «Non fatelo» disse Helen. «Questa meraviglia tecnologica è l’opera di un popolo che cerca di sopravvivere».
   «E questo è il nostro modo di sopravvivere: fuoco!» ordinò il Capitano.
   I siluri quantici balenarono nello spazio, incanalandosi nello squarcio già aperto sulla Sfera. S’inoltrarono nella megastruttura, schivando i tralicci e le piattaforme anulari, e puntarono verso il generatore centrale. I tentacoli meccanici si mossero per intercettarli, ma non furono abbastanza veloci. I siluri colsero il bersaglio; la Sfera fu annientata da un’accecante esplosione. L’onda d’urto travolse la Pandora, pericolosamente vicina, e la fece sbandare. Sull’Enterprise, più lontana e assai più schermata, gli occupanti avvertirono solo una lieve vibrazione.
   «Bersaglio eliminato, signore!» annunciò Lantora, raggiante di soddisfazione.
   «Non resterete impuniti; siete tutti colpevoli di genocidio!» sibilò Helen. «Le generazioni future visiteranno questa nave, come si visita Auschwitz, per informarsi sui vostri crimini. Gli insegnanti mostreranno agli studenti le vostre schede personali e gli diranno: “Guardate, questi furono gli esecutori del genocidio. Erano troppo stupidi, troppo vigliacchi, troppo razzisti per mettere in discussione i loro ordini!”».
   «Sensori, qualcosa da segnalare?» chiese il Capitano, come se nulla fosse.
   «Sembra che la Pandora sia in difficoltà. Le offriamo assistenza?» chiese Terry.
   «Come mi è stato ricordato, siamo fuori dalla giurisdizione federale. Vale a dire che non siamo tenuti a fornire aiuto» disse il Capitano, lanciando un’occhiata beffarda a sua sorella. «Il Comando ci ha ordinato di recarci a Khitomer a missione ultimata ed è ciò che faremo. Del resto, ora che le anomalie si sono dissolte in questo settore, non dovrebbero esserci pericoli per la navigazione. Sono certo che i nostri intrepidi attivisti sapranno raggiungere qualche avamposto federale. A proposito, sorellina... vuoi tornare sulla tua nave, assieme ai tuoi compagni di bravata? O preferisci farti scarrozzare fino a Khitomer? Come vedi, non sei affatto tenuta in ostaggio, anzi puoi muoverti liberamente» infierì. Al suo cenno, un agente di scorta la liberò dalle manette.
   Helen fissò il fratello con tanto odio che l’aria tra loro parve farsi elettrica. «Chiedo che i miei colleghi siano riportati sulla Pandora» disse infine, sputando le parole come pezzi di ghiaccio. «Quanto a me, proseguirò fino a Khitomer. Ho molto lavoro da fare anche lì».
   «Non ne dubito. Ti assegnerò un alloggio per la durata del viaggio, dopo di che potrai sbarcare. Ma ti avverto: i Klingon non sono tolleranti come noi, nei confronti degli agitatori e dei vandali» disse il Capitano.
   Schiumante di collera, Helen girò sui tacchi e infilò il turboascensore. Lasciò la plancia senza aggiungere altro.
   «Sua sorella è sempre più cordiale» ironizzò Ilia.
   «Ha quel genere di “empatia” che si attiva sempre e solo verso i nemici, mai verso la sua gente. E da quando ha perso sua figlia sull’Enterprise, mi considera responsabile» sospirò Chase. «Terry, la tenga d’occhio coi sensori interni. Se nota che Helen si è intrufolata in un’area interdetta, o ha il minimo sentore che stia tramando qualcosa, allerti la Sicurezza» raccomandò.
   «Sì, signore» promise l’IA.
   «Dopo quel che hanno fatto, gli attivisti se la cavano così?!» protestò Lantora. «Hanno messo in pericolo se stessi; hanno messo in pericolo noi; hanno quasi fatto fallire la missione. Uno dei miei agenti è morto a causa loro, dovremmo incriminarli per omicidio colposo!».
   «Dovremmo, ma... temo che persino questo finirebbe per avvantaggiarli. Loro cercano la notorietà a qualunque costo, e un processo gli darebbe l’esposizione mediatica che bramano» sospirò il Capitano. «Fate come ho detto: tenete d’occhio Helen e trasferite gli altri sulla Pandora. Poi rotta verso Khitomer, velocità di cavitazione 6. In questi due anni di conflitto ci siamo tenuti sulla difensiva, e abbiamo visto che non serve granché. Ma se le trattative coi Klingon andranno a buon fine, presto saremo in grado di lanciare un contrattacco su vasta scala. E faremo capire ai Tuteriani che hanno invaso il cosmo sbagliato».
 
   Il Capitano sedeva alla scrivania nel suo ufficio, consultando un elenco sull’oloschermo, quando udì il cicalino della porta. «Avanti» disse, sapendo già di chi si trattava.
   «Voleva vedermi, Capitano?» chiese il Consigliere Navarro, facendosi avanti.
   «Hm-hm. Prego, si accomodi» lo invitò Chase, accennando una delle sedie davanti alla scrivania.
   Il Consigliere non si fece pregare. Corpulento com’era, fece scricchiolare le gambe della sedia quando vi si adagiò. «Mi dica, Capitano» esortò.
   «Ieri è stato insolitamente silenzioso, quando ho ricevuto Helen in plancia» disse Chase, sempre scorrendo l’elenco.
   «Che avrei dovuto dire? Lei aveva già deciso di distruggere la Sfera, Capitano. E francamente, non è mai stato propenso ad ascoltare i miei pareri» si accigliò il Consigliere.
   «Quindi lei è sempre convinto che distruggere le Sfere sia inutile?».
   «Più che inutile, Capitano, direi che peggiora solo la situazione» annuì Navarro. «Vede, finora i Tuteriani ci hanno trattati coi guanti di velluto. Invece d’annientarci, come potrebbero fare facilmente, ci hanno concesso il tempo d’evacuare i pianeti. Sono stati incredibilmente pazienti e generosi. Ma se continuiamo a sfidarli così, la loro benevolenza potrebbe esaurirsi. E allora sarà la fine per tutti noi».
   «Quindi ritiene che gli attivisti fossero nel giusto, a ostacolare il nostro attacco?».
   «Certamente. Loro cercano d’evitare che questa guerra degeneri fino alle estreme conseguenze. Sono una fiaccola di razionalità e di bontà in una Galassia che si rabbuia» confermò il Consigliere.
   «Vedo che simpatizza per loro. È per questo che ci ha traditi, informandoli delle nostre operazioni militari?» domandò Chase, sempre in tono colloquiale.
   «Non capisco cosa intende, Capitano» fece Navarro, aggrottando la fronte.
   «Oh, ma certo che capisce» disse Chase, increspando le labbra in un sorriso senza gioia. «Mi aveva insospettito che gli attivisti fossero così bene informati delle nostre operazioni. L’attacco alla Sfera 72 era segreto: solo noi ufficiali superiori ne eravamo al corrente, proprio per evitare fughe di notizie. Eppure quei balordi ne sono stati informati con tanto anticipo che sono addirittura riusciti a precederci, sebbene la loro carretta sia molto più lenta dell’Enterprise. Ciò significa che sono stati informati subito dopo la riunione tattica. E l’unico che può aver fatto la spia è lei, Consigliere».
   «Suvvia, Capitano, questo è ridicolo!» protestò Navarro, con una smorfia. «Capisco che non le vado a genio, ma cercare di sbarazzarsi di me con false accuse è davvero triste e patetico. Sta cercando di fare il vuoto attorno a sé, per incarnare il mito dell’uomo solo al comando?!» insinuò.
   «Naturalmente ho le prove di quanto affermo» disse Chase, sempre calmo. «Ho chiesto a Terry e Grog d’analizzare il traffico subspaziale in uscita dall’Enterprise. Hanno scoperto che nella sua ultima trasmissione diretta all’Università di San Francisco c’era un secondo segnale criptato, in modo che sembrasse rumore di fondo. La codifica era ingegnosa, ma i miei ufficiali sono riusciti a decrittarlo. Abbiamo le prove che lei ha divulgato illegalmente i segreti militari della Flotta, mettendo a repentaglio le nostre vite e il successo della missione» concluse severamente. Premette un comando sull’oloschermo, mostrando il video in cui Navarro spifferava tutto.
   «Quel pagliaccio di Chase crede di ottenere una vittoria facile, ma non sa cosa lo aspetta. Questa è l’occasione che aspettavamo, l’occasione di metterlo davvero nei guai, a patto d’agire tempestivamente. Deve partire subito, Helen: il tempismo è più importante del numero di sostenitori che riuscirà ad aggregare...» stava dicendo il Consigliere nella registrazione.
   «Io... esigo di parlare con un avvocato» disse Navarro, impallidendo.
   «Non ho terminato» disse Chase. Fermò il video e al suo posto mostrò il lungo elenco che stava scorrendo già da prima. «Signor Navarro, in questi due anni sull’Enterprise lei ha sfruttato la sua posizione di Consigliere di bordo per fare propaganda contro la Flotta Stellare. Ha approfittato delle sue sedute di psicanalisi per convincere molti, specialmente tra i civili, che la guerra sia colpa della Flotta e che se volessimo potremmo finirla in ogni momento. Guardi, queste sono tutte testimonianze di pazienti che mi hanno rivelato i suoi tentativi d’indottrinarli» disse, scorrendo l’interminabile elenco.
   «Io...» mormorò il Consigliere, imbarazzato non per le sue azioni, ma per il fatto d’essere stato scoperto.
   «Lei è colpevole d’abuso d’ufficio e falso ideologico» disse seccamente il Capitano. «Ne ho discusso con alcuni esperti di legge. Secondo loro, abbiamo un dossier più che sufficiente a sbatterla in galera per una decina d’anni. E a farle perdere definitivamente la sua licenza professionale di psicologo. Ma siccome sono molto occupato, e non mi va di perdere tempo col processo, le offro un’alternativa. Lei si dimetterà dall’incarico di Consigliere. Lo farà oggi stesso, con decorrenza immediata. E sbarcherà al primo pianeta federale che incroceremo, vale a dire Archanis. Così conserverà la sua licenza e il credito che è riuscito a farsi fuori dall’Enterprise. Potrà continuare la sua vita professionale come meglio crede, basta che lo faccia lontano da qui. Come vede, i Tuteriani non sono gli unici ad essere “pazienti e generosi”. Anch’io lo sono. Ma anche nel mio caso, la benevolenza potrebbe esaurirsi. Ebbene, che ne dice?».
   Navarro fissò Chase, come se questi lo avesse schiaffeggiato. «Un sordido ricatto, dunque. Lei è una persona molto piccola e meschina, Capitano. Se ne rende conto? Evidentemente queste prepotenze le servono per compensare qualche mancanza sessuale. Lei è inadatto al suo ruolo, alle sue responsabilità. E un giorno o l’altro, la sua inadeguatezza costerà molte vite innocenti» accusò.
   «Bla, bla, bla. Allora, accetta o no?» incalzò Chase.
   «Me ne vado eccome, dato che minaccia azioni legali per impedirmi di svolgere il mio lavoro!» sbuffò il Consigliere. «Del resto me ne sarei andato in ogni caso, per via di quest’ambiente tossico!».
   «Certo... la volpe e l’uva» lo canzonò il Capitano, citando la celebre favola di Esopo. «Aspetto la sua lettera di dimissioni entro stasera. Le raccomando di non tardare, o farò pervenire questo dossier alle autorità giudiziarie».
   «Avrà la sua lettera, pazzo guerrafondaio. E presto avrà anche una copia autografata del libro che pubblicherò, per divulgare all’opinione pubblica i crimini della Flotta Stellare! Le auguro di vivere abbastanza a lungo da leggerlo. Perché presto, molto presto, i Tuteriani uccideranno lei e tutti coloro che si trovano su questa nave. Brucerete nelle fiamme della guerra che voi stessi avete appiccato!» minacciò Navarro. Dopo di che si rialzò, con un certo sforzo per via della mole. E arrancò fuori dall’ufficio del Capitano, senza voltarsi indietro.
   «Bene, anche questa è andata» sospirò Chase, quando fu solo. Sperava che il clima sull’Enterprise migliorasse, senza più Navarro a soffiare sul fuoco dei complottismi. «Ora resta soltanto da vincere la guerra».
 
   
 
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