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Prompt: Candyapple
Prompt: Candyapple
FRAMMENTI DI FELICITÀ
La mano di Daichi si mosse per un atto di puro istinto.
Si fermò, un istante prima di afferrare quella del compagno che gli camminava accanto e distolse lo sguardo, senza riuscire ad ignorare il calore che gli salì alle guance.
Si trovava in quello stato pietoso da quando si era incontrato con Sugawara e lo aveva visto avvolto dal suo yukata azzurro, che ricadeva morbido lungo il corpo sottile: fin dal primo istante non aveva potuto fare a meno di pensare a quanto gli donasse.
“È bello” aveva pensato. “È proprio bello”.
Anche lui indossava lo yukata in occasione del matsuri, un serioso indumento blu scuro ereditato dal nonno, ma non credeva di fare il medesimo effetto che Koushi aveva su di lui.
Eppure, al loro incontro, un lieve rossore si era dipinto sulle guance del compagno e Koushi aveva sussurrato:
“Ti sta davvero bene”.
Daichi non era stato altrettanto coraggioso, non aveva ricambiato il complimento, ma i suoi occhi parlavano, ne era consapevole.
Non era riuscito a distoglierli da Suga-chan per tutta la strada che da casa li aveva condotti al matsuri, fino a quel momento, in cui si erano abbassati sulla mano pallida che spuntava dalle maniche fluttuanti e quella manina deliziosa aveva attratto la sua.
Benché si fosse fermato, forse per una vibrazione dell’aria tra loro, forse per intuito o per un pizzico improvviso del cuore, proprio in quel momento Koushi si voltò e, nel medesimo istante, il viso di Daichi si risollevò.
Specchiarono i loro occhi e i loro rossori, senza bisogno di parole.
Daichi si sentì sfiorare le dita, quelle sottili di Koushi si infilarono tra le sue, un po’ timide, poi sempre più audaci.
Quello che Daichi non era riuscito a fare, di nuovo, Koushi lo fece, senza vergogna, senza inutili pudori che tra loro non avevano più senso.
C’era gente intorno, ma loro camminavano mano nella mano, nel loro mondo incantato in cui i suoni e i colori del matsuri li trascinavano in un’atmosfera intrisa di magia. Anche se qualcuno li avesse notati o guardati male, loro non se ne sarebbero neanche accorti.
Koushi era come un bambino, con il naso all’insù, che si arricciava per ogni odore, simile a quello di un cucciolo curioso, i suoi occhi brillavano e le labbra erano piegate in un perenne sorriso: Daichi non riusciva a smettere di contemplarlo, di farsi allargare il cuore da quella creatura speciale.
“Raggio di sole” mormorò, provando il solito moto di gelosia, perché non era stato lui il primo ad affibbiare a Koushi quel nomignolo, così ovvio, così perfetto, così vero.
“Cosa?” gli domandò il compagno, che aveva udito il sussurro, senza tuttavia carpirne le parole esatte.
Daichi scosse il capo, con un sorriso:
“Nulla…”.
Perché non riusciva mai a dirgliele apertamente quelle cose?
Perché continuava a tirarsi indietro quando aveva l’occasione di dirgli tutto ciò che pensava di lui?
Koushi ricambiò il sorriso:
“Stasera sei strano. Ti stai annoiando?”.
Il capo di Daichi si scosse di nuovo:
“Proprio per nulla…”.
Stava per aggiungere: “…con te…”.
E ancora quel blocco gli impedì di andare fino in fondo.
Il sorriso di Koushi si accentuò, il pollice gli accarezzò il dorso della mano, che poco dopo scivolò via, trattenendo quella di Daichi solo con la punta delle dita: si ritrovarono così, l’uno di fronte all’altro, a guardarsi intensamente negli occhi.
Il lieve imporporarsi delle gote di Koushi fece perdere un colpo al cuore di Daichi, che si trovò a deglutire, a non resistere più di fronte a quelle espressioni, a quel ragazzo che era tenerezza e inconsapevole incanto.
“Come fai?”.
C’era riuscito finalmente, a dargli un cenno di come si sentiva davvero con lui accanto. La testolina bianca del compagno si reclinò su una spalla, il sorriso si sciolse in un punto interrogativo:
“Che intendi?”.
La mano libera di Daichi salì fino al viso di Koushi, gli sfiorò leggermente la tempia con il dorso delle dita e sollevò un ciuffo di capelli, per poi lasciarlo ricadere, godendo di quell’espressione estatica che aveva suscitato nel compagno, di quegli occhi così grandi da inglobare tutto il mondo.
Occhiate e sussurri, probabilmente maligni, espressi sottovoce non mancarono.
Koushi se ne rese conto e fece per ritrarsi, ma Daichi insisté con la carezza e con lo sguardo perso nel suo.
“Fregatene” sussurrò.
Gli strappò una risatina, seguita dall’abbassarsi del capo, la fronte che si appoggiava contro il petto accogliente di Daichi.
“È il paradiso” pensò quest’ultimo e lo avvolse nel proprio abbraccio.
Nel compiere quel gesto così esplicito, rispose con decisione agli sguardi della gente, in una sfida aperta.
La sua espressione ottenne il risultato voluto, la battaglia di sguardi fu vinta senza possibilità di replica dal capitano del Karasuno con il suo muto messaggio:
“Se osate dire o fare qualcosa che possa ferire il mio tesoro prezioso, non ci sarà un posto abbastanza lontano in cui rifugiarvi dalla mia ira”.
Smise di fissare la gente solo quando Koushi si mosse e ricercò la sua attenzione, intrecciando entrambe le mani alle sue e sollevando gli occhi:
“Se andiamo adesso in riva al fiume, forse riusciamo a conquistarci un buon posto per vedere i fuochi”.
“Ma manca ancora un sacco di tempo”.
“Scommetti che sarà già pieno di gente?” ribatté Koushi.
Poi la sua espressione si fece ammiccante, ridusse di nuovo la distanza tra i loro corpi, con movenze pericolose per Daichi e, a voce più bassa, sussurrò:
“Tra l’altro, non vorresti accucciarti vicino a me sul prato?”.
Daichi deglutì e si sentì esplodere di calore: da quando Suga-chan si era fatto così audace?
Lo stesso Koushi si accorse di aver osato forse un po’ troppo e un rossore violento accompagnò l’abbassarsi del viso, mentre si rendeva talmente piccolo da far credere che avrebbe desiderato scomparire.
Pur nell’imbarazzo, Daichi si lasciò andare ad una risata e riprese a camminare, anche per trovare una scusa che gli permettesse di sfuggire a quella situazione straniante: se avesse continuato a guardarlo e a nutrirsi di quelle espressioni, di quel corpicino che cercava il suo con tanta insistenza, non avrebbe più risposto di sé.
“E va bene, andiamo!”.
La discesa verso il fiume fu abbastanza veloce: era presto, come aveva detto Daichi e la maggior parte della gente si attardava ancora tra i banchetti e le danze nei pressi del tempio.
I geta ai loro piedi li facevano incespicare e Koushi si divertì a tentare una discesa spericolata lungo il pendio più impervio che terminava sulla riva del fiume: allargò le braccia e si mise a correre, sfruttando l’effetto scivoloso dell’erba contro i rialzi dei sandali, ignorando il richiamo di Daichi.
Quando giunse in fondo, il capitano lo vide ricadere con il sedere a terra, ridendo come un matto. Probabilmente, la caduta era stata in parte simulata, per accentuare l’intento giocoso.
Daichi si portò una mano agli occhi.
“A volte sembra un bambino” brontolò tra sé.
Ma, quando la mano si riabbassò, occhi e bocca stavano già sorridendo verso il braccio alzato del compagno, che lo invitava a raggiungerlo:
“Daichaaaan, un posto in prima fila tutto per noi!”.
Allora, anche lui vinto dall’atmosfera spensierata e un po’ surreale della sera, imitò l’amico e si mise a correre, il vento ad accarezzargli la pelle e a sollevare intorno a lui le maniche e gli orli dello yukata, fino a lasciarsi cadere a terra. Quello che non si sarebbe mai aspettato, fu di venire accolto da due braccia che lo avvolsero, lo strinsero e lo trascinarono a rotolare sull’erba.
“Suga-chan!” cercò di protestare quando si ritrovò sopra di lui.
Colto dal timore di schiacciarlo si puntellò sui gomiti, così si ritrovarono faccia a faccia, Sugawara rosso e sorridente, Daichi di nuovo irretito, le mani del compagno sulle spalle, le ginocchia premute sui fianchi.
Respiravano entrambi veloci e, Daichi ne era consapevole, non solo per quella piccola corsa e le evoluzioni sul prato.
“Suga-chan…” avrebbe voluto infondere, nel tono, un po’ di rimprovero, di presa in giro, ma non era sicuro di cosa avesse espresso, invece, la propria voce. “Sei matto”.
“Sono felice” ribatté il compagno, le parole rese un poco vibranti da un’emozione non ben definita. “Stasera sono felice di essere qui… che stia andando esattamente in questo modo”.
Daichi aprì la bocca, avrebbe voluto rispondere ma, all’ultimo istante, nessuna parola si formò nella sua mente, né tanto meno sulle labbra.
Fu così ancora Sugawara a parlare, facendo scorrere le mani a intrecciarsi tra loro sotto la nuca del compagno, con una leggera pressione che lo portò ad avvicinare i loro visi:
“E tu?”.
Il cuore di Daichi impazzì… e non solo quello.
“Lo sono, Suga-chan ma… sei matto comunque”.
Se qualcuno aveva assistito alla scena, se l’aveva giudicata o disapprovata, non lo seppero mai e, a quel punto, null’altro importava, se non quell’atmosfera che si era instaurata tra loro.
Ad attirare la loro attenzione fu, invece, un tonfo poco distante, seguito da un urletto che li fece sobbalzare.
Quando si separarono per capire cosa fosse accaduto, scorsero un bambino, forse di sei anni o meno, accovacciato sul prato, che si teneva il ginocchio tra le mani e piagnucolava.
Compresero immediatamente cosa fosse accaduto: come loro, anche il piccolo indossava lo yukata e i geta e, probabilmente, come loro si era messo a correre sul prato in pendenza, ma non era riuscito a controllare bene i propri passi, finendo per cadere piuttosto malamente.
Quel bambino divenne la priorità per entrambi e, in pochi istanti, gli furono intorno. Un lembo dello yukata lasciava scoperto il ginocchio tra le piccole mani.
Sugawara si inginocchiò davanti a lui:
“Su, non piangere, vedrai che non è niente”. Gli sfiorò delicatamente le mani. “Vuoi farmi vedere?”.
Rassicurato dalla voce gentile, il bambino smise di piangere, sollevò gli occhi lacrimosi sul ragazzo, incuriosito sia dalla dolcezza di Koushi che da quei capelli dal colore bizzarro. Le mani scivolarono via, mettendo allo scoperto l’abrasione superficiale, con il poco sangue che già aveva smesso di scorrere.
“Vedi? È solo un graffietto” sorrise Koushi.
Poi si rivolse a Daichi:
“Mi passi l’acqua?”.
Il capitano si riscosse e si rese conto che stava cadendo dalle nuvole: si era perso di nuovo nella contemplazione, nella tenerezza della scena che si svolgeva davanti ai suoi occhi, tutta quella che emanava dal suo Suga-chan.
“Non abbiamo del disinfettante, ma basterà pulire e vedrai che tra poco ti dimenticherai di esserti fatto male”.
Il bambino fece una smorfia al primo contatto, ma subito dopo si rilassò e sembrò provare sollievo.
“Come ti chiami?” gli chiese Daichi, giusto per mostrarsi un poco più reattivo.
“Watanabe Kojiro” rispose il bambino.
“Molto piacere Koji-chan, io mi chiamo Sawamura Daichi e il tuo infermiere improvvisato è Sugawara Koushi. È bravo, vero?”.
Il piccolo sorrise e annuì.
Un sorriso accompagnato da un lieve rossore comparve anche sul visto di Koushi, ma fece finta di nulla, mantenendo lo sguardo sul ginocchio ferito.
Quando ebbe terminato di pulire la pelle abrasa, avvolse un fazzoletto intorno al ginocchio.
“Tienilo fasciato fino a quando tornerai a casa, poi toglilo e disinfetta. Ma non preoccuparti, non c’è fretta, potrai prima goderti lo spettacolo dei fuochi d’artificio”.
“Se lo tolgo a casa, come faccio a restituirti il fazzoletto?”.
La mano di Koushi si posò sulla testa del bimbo in un’affettuosa carezza:
“Quello puoi tenerlo, così ti ricorderai di due pazzi che si rotolavano sull’erba”.
La battuta strappò al piccolo una risata:
“Sì, vi ho visti, eravate buffi!”.
Daichi si grattò nervosamente la nuca, in preda all’imbarazzo. Fortunatamente Kojiro aveva creduto si trattasse solo di un gioco innocente.
Innocente com’era Suga-chan a parlare di ciò che era accaduto con tanta naturalezza.
“Sei venuto qui da solo?” chiese, nel tentativo di sviare l’argomento.
“Abito qui vicino, sono bravo, i miei genitori lavorano e si fidano di me”.
Daichi cercò lo sguardo di Sugawara che, in una tacita intesa, si era sollevato a cercarlo. Poi riportò l’attenzione su Kojiro:
“Siccome abbiamo fatto amicizia potresti restare con noi, poi dopo lo spettacolo ti riaccompagniamo a casa”.
Gli occhi del bambino si illuminarono, grandi e speranzosi:
“Non vi disturbo?”.
“Per niente” lo rassicurò Koushi con un buffetto sulla guancia.
Daichi sospirò tra sé: un po’ era pentito della proposta, avrebbe preferito rimanere da solo con Suga-chan ma, al tempo stesso, forse era meglio così. L’atmosfera di quella serata aveva preso una piega troppo audace e la presenza di Kojiro lo avrebbe costretto a mantenere un certo autocontrollo che rischiava di venire meno.
Un rumorino deciso si intromise nella loro conversazione: Kojiro arrossì e si portò una mano sull’addome.
“Hai fame?” chiese Daichi.
“Un po’… non ho cenato”.
“A pensarci bene nemmeno io” gli fece eco Sugawara, posando anche lui una mano sul proprio stomaco. “Anche la mia pancia brontola”.
Daichi si trattenne a stento dallo scoppiare a ridere e si alzò.
“Vado a cercare qualcosa da mangiare, mi raccomando, tenetemi il posto!”.
Effettivamente aveva fame anche lui e sapeva quanto fosse goloso Suga-chan anche se, ci avrebbe giurato, in quel caso aveva voluto distogliere il piccolo dall’imbarazzo dello stomaco gorgogliante.
Ricordava di aver visto, tra gli ultimi banchetti prima del fiume, uno di essi che vendeva i bastoncini di frutta caramellata: Suga-chan adorava le mele e piacevano anche a lui.
Sperava che anche Kojiro avrebbe apprezzato.
Per fortuna non trovò una grande folla intorno al banchetto e, nel giro di pochi minuti, poté tornare sui propri passi con tre mele caramellate belle grandi.
Trovò Suga-chan e il loro piccolo amico dove li aveva lasciati, seduti l’uno vicino all’altro, a chiacchierare tra loro e a ridere come se si conoscessero da una vita. Si concesse qualche istante per osservare, con occhi innamorati, il suo ragazzo: conteneva in sé quel perfetto amalgama di innocenza che gli permetteva di mettersi al livello di un bambino di sei anni e di maturità, che lo portava a sapere esattamente come comportarsi per metterlo a proprio agio.
Sorrise e rimise a camminare: la folla in riva al fiume cominciava ad infittirsi e, presto, avrebbe rischiato di non poter più reclamare il proprio posto. Si avvicinò, più silenzioso che poté, fino ad acquattarsi alle spalle dei due, poi mise le mele davanti ai loro visi ed esclamò:
“Si mangia!”.
L’esclamazione di Koushi fu talmente gioiosa che, per un attimo, sembrò più piccolo di Kojiro il quale, invece, ringraziò educatamente e prese il suo dolce, con aria felice.
“Spero che ti piaccia. Non ho pensato a chiederti prima cosa avresti voluto mangiare, così mi sono fermato al banchetto più vicino”.
“Adoro le mele caramellate” assicurò il bambino.
“Ma che bravo papà” lo canzonò Koushi, ridacchiando.
“Ma sentitelo” ribatté Daichi, riappropriandosi del frammento di prato accanto a lui. “E tu saresti la mamma?”.
Sugawara arrossì e chinò il capo, fingendosi imbronciato, ma ridacchiando ancora tra i baffi, mentre cominciava a gustare la propria mela.
“Ci sai fare con i bambini”.
Daichi lo disse senza ironia, con sincera ammirazione ma, subito dopo, gli tornò in mente un particolare che suscitò in lui nuova ilarità:
“Basta vedere come ti sei preso cura da subito dei cuccioli del Karasuno”.
Gli rispose un pugnetto indignato poco sotto la spalla, al quale Daichi si oppose con una vivace arruffata ai capelli del compagno:
“Non ti arrabbiare, è una cosa bella”.
Il naso di Koushi si arricciò, ma subito dopo sorrise abbassando lo sguardo:
“Mi manca l’anno passato con i nostri cuccioli”.
La mano sulla sua testa rimase lì, Daichi lo guardò un istante con tenerezza, poi spostò gli occhi davanti a sé, verso il cielo che cominciava a scurirsi.
“Anche a me” sospirò. “Mi mancano le superiori”.
“Senti, Daichan” riprese Koushi e Daichi tornò a guardarlo.
“Mi vedresti bene come… maestro?”.
Lo chiese assorto, scrutando le acque del fiume che portavano con sé pensieri e nostalgie.
La mano di Daichi si mosse furtiva sull’erba e si posò su quella di Koushi: non pensò più al problema di essere visto.
“Saresti perfetto. E vivremo insieme, nella nostra casa… non ho intenzione di lasciarti mai”.


