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Autore: Princess_of_Erebor    09/12/2025    5 recensioni
Jimmy McGill sta scontando la sua pena nel carcere ADX Montrose, dove si trova da cinque settimane. La vita dietro le sbarre è particolarmente dura, per un uomo che un tempo viveva di creatività e popolarità. Chissà che il destino, mosso a compassione dalla sua recente confessione, non abbia in serbo qualche piccola sorpresa per lui in un futuro prossimo.
Un racconto dedicato ad un personaggio affascinante che ha reso memorabili due serie TV dal successo planetario: "Breaking Bad" e "Better Call Saul".
Genere: Drammatico, Introspettivo, Malinconico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Saul Goodman, Sorpresa
Note: Lime | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
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Capitolo I

Quel che resta di Saul Goodman






OK






 
Una fitta nube di calore gli attraversò il volto ed egli socchiuse gli occhi, mentre un improvviso aroma si annunciava, sprigionandosi dall’ampio forno per farsi strada attraverso la cucina; lesto e tenace raggiunse le narici dei presenti, cogliendole di sorpresa con delizia. L’aria aveva assunto l’irresistibile, soave fragranza del pane appena sfornato.
Jimmy appoggiò la teglia bollente sul piano di lavoro in quarzo, prima di sfilarsi i guanti con fare impaziente; era giunto il momento di osservare da vicino il suo nuovo capolavoro gastronomico. Con occhi scrupolosi ne esaminò la consistenza e il colore, congratulandosi infine con se stesso per la riuscita dell’esperimento. Quelle pagnottine fumanti rappresentavano senza dubbio l’evento più eccitante di cui si fosse reso protagonista, dal giorno in cui era stato “accolto” dal carcere federale di Montrose cinque settimane prima. Nella sua patetica routine di detenuto, l’unico aspetto degno di nota era costituito dalla vista delle Montagne Rocciose del Colorado, che si stagliavano maestose contro il soffitto celeste. Si perdeva spesso ad ammirarle, negli esigui orari in cui era consentita l’uscita in cortile, specie quando faceva bel tempo; c’era qualcosa di poetico in quella fetta di panorama, il che era curioso, considerando che se n’era sempre infischiato della poesia. Quelle vette, ora spolverate di neve, avevano su di lui uno strano effetto: un miscuglio di malinconia e appagamento, simile al soffio di antiche, ridenti memorie inghiottite dal tempo. I giorni si trascinavano privi di colore come una pellicola in bianco e nero, grevi ed inesorabili, petali ingarbugliati di una vita ormai avvizzita, animati dal vento implacabile del rimorso. Le montagne lo costringevano in qualche modo a riflettere, a ricordare… A sentire. E questo non era sempre un bene. La maggior parte delle volte, i pensieri avevano su di lui l’effetto di un gigantesco cactus conficcato nella schiena. Meglio ingannare le ore combinando qualcosa di costruttivo, o almeno illudersi nel tentativo; subito dopo il suo arrivo trionfale a Montrose, Jimmy aveva avuto modo di realizzare che, in prigione, il tempo beffardo si concede il lusso di scorrere con una lentezza dolorosamente esasperante.
Una vigorosa pacca sulla spalla lo riportò bruscamente alla realtà, arrestando quel flusso di considerazioni opprimenti.
“Che profumino… Bel lavoro, McGill!”.
La voce (e la mano) apparteneva a Tommy, il suo compagno di cella, un ragazzotto ben piantato dai modi affabili e genuini; sul suo viso grosso e tondo troneggiava un naso che rammentava l’aspetto di un pomodoro maturo, pronto a saltellare su e giù ogni volta in cui la sua bocca si apriva. Pareva uscito da un film d’animazione. Non c’era da stupirsi se i compagni lo canzonavano, specialmente per via del fatto che fosse più svelto a mangiare che a pensare.
“Aspetta a dirlo, non hai ancora assaggiato!” osservò Jimmy, le labbra curvate in un sorriso lusingato.
“Beh, l’aspetto è invitante. Nuova ricetta?”.
“Impasto a lunga lievitazione con lievito madre”.
“Hum… Sicuro che tu fossi un avvocato di professione e non un panettiere?”.
Jimmy rise di gusto. “Pare che la reclusione porti alla luce talenti nascosti”.
“Buon per te, amico. Il mio unico talento è quello di ficcare del buon cibo nella pancia. Posso assaggiarne una?”.
“Le ho appena tolte dal forno, temo che dovrai aspettare… Hey, giù le zampe!”.
Un piatto da dessert volò tosto in direzione di Tommy, il quale aveva appena fatto in tempo ad agguantare la pagnotta più vicina e scivolare via prima che la ceramica si schiantasse sul piano di lavoro, distribuendosi tutt’intorno con mille frammenti.
“Brutto figlio di puttana, ti avevo detto di non toccarle!” tuonò Jimmy lanciandosi in avanti per acciuffare il ladro, che nel frattempo aveva preso a girare in tondo lungo il perimetro dell’isola centrale, sghignazzando come una scimmia, con parte della refurtiva stretto sotto il braccio (una modesta porzione aveva già trovato un posto caldo nel suo stomaco). Gli altri carcerati impegnati nella preparazione del pranzo – o che facevano finta di preparare – abbandonarono immediatamente la propria postazione per osservare lo spettacolo più da vicino, traendone un compiaciuto divertimento.
“Martinez contro McGill, uno a zero!” gridò un biondino balbuziente, finito dentro per aver organizzato una rapina a mano armata nel negozio di sua nonna.
A concludere il siparietto fu la doppia porta a ventola, che in quel momento si spalancò rivelando Fred, uno dei cuochi. La sua consueta aria scocciata lo precedeva; poggiò a terra la grossa cassa in legno colma di verdura e annusò l’aria, gettando un’occhiata insofferente qui e là. Benché fossero tutti balzati al loro posto nell’istante in cui egli aveva messo piede in cucina, non gli fu difficile indovinare la causa di quel baccano; un lampo d’ira balenò negli occhi infossati, ma non ebbe il tempo di aprire bocca per richiamare tutti all’ordine.
“Giorno, Freddie. Mi spiace per la confusione” si scusò Jimmy facendosi avanti. “Avevo le mani bagnate e il piatto mi è scivolato. Provvedo subito a pulire!”. Si era già avviato verso il ripostiglio delle scope, quando la voce alterata del cuoco lo costrinse a fermarsi.
“McGill, vieni qui!”.
Fingendo di sminuzzare una carota, Tommy osservava incuriosito la scena – proprio come gli altri – rosicchiando di tanto in tanto la crosta del suo bottino, o comunque ciò che ne restava.
“Posso esserti utile, Freddie?”.
“Sei qui da più di un mese, McGill, e non hai ancora imparato che questa è la cucina di un penitenziario e NON un parco dei divertimenti!”.
“Sono mortificato. Come ti dicevo, il piatto mi è…”.
“Taci! Non intendo ascoltare le tue cazzate. Dimmi, piuttosto…” – Fred indicò le pagnotte bollenti che lo fissavano dal vassoio emanando un profumino invitante – “Quelle sono opera tua?”.
“Sissignore”.
“E’ la ricetta di cui mi avevi parlato?”.
“Lievito madre, farina semintegrale tipo 2, lievitazione notturna”.
“Molto bene. Falle raffreddare, poi le sistemi nei cestini per la mensa. Ah, McGill...”, aggiunse Fred dopo una breve pausa, “Ti conviene rigare dritto, se non vuoi abbonarti alla cella d’isolamento!”.
“Sissignore!”.
Ecco, quella parola era appena stata pronunciata, pensò Jimmy, la più temuta dai reclusi: l’isolamento penitenziario era qualcosa da cui persino i più spavaldi cercavano di tenersi alla larga. Era una prigione nella prigione, la più terribile. La cella – a quanto aveva sentito dire da un paio di veterani – consisteva in un buco di circa due metri per due privo di vetri o finestre, con pareti insonorizzate e riscaldamento assente; quello che chiamavano “letto” era in realtà una lastra di cemento fissata al pavimento, senza materasso o lenzuola. Il resto era costruito in acciaio inossidabile, a cominciare dai servizi igienici: lo scopo era quello di prevenire gli atti vandalici e la fabbricazione di oggetti contundenti da poter utilizzare come armi. La prassi prevedeva che un detenuto fosse isolato dagli altri per 22 ore o più, a seconda del caso. Una misura disciplinare decisamente severa, quella prevista dal regolamento del penitenziario più sicuro degli Stati Uniti, l’ADX Montrose, conosciuto altresì come “l’Alcatraz delle Montagne Rocciose”. Jimmy aveva sperato di non dovervi mai mettere piede in veste di criminale. Anni prima, quando lavorava come avvocato penalista, vi si era recato per far visita ad un cliente ed era rimasto sconvolto dalle condizioni del posto, al punto da considerarle un fattore determinante ai fini della richiesta di patteggiamento.
Per sua fortuna, malgrado gli svariati reati commessi, a lui era toccata la sezione meno restrittiva. La struttura del carcere di Montrose era, difatti, suddivisa in due sezioni: la principale, nonché la più ampia – quella definita di “massima sicurezza” – ospitava i detenuti considerati più pericolosi in assoluto quali terroristi internazionali, spie del governo, capi dei cartelli della droga, mafiosi e così via. La loro pena doveva essere scontata in una cella di isolamento poco più grande di sei metri quadrati, da occupare per 23 ore al giorno. L’altra sezione era invece destinata ai colpevoli di reati minori; a costoro era consentito di prendere parte alla mensa nell’orario dei pasti, di rendersi utili in cucina e di condividere il cortile nei giorni prestabiliti. Inoltre, nella maggior parte dei casi, a ciascun criminale veniva assegnato un compagno con cui condividere la cella.
 
Quel giorno, mentre prendeva posto nella sala grande per il pranzo, Jimmy si accorse di non avere appetito. Udiva appena le voci disordinate dei commensali, immerso com’era nelle considerazioni sulla penosa situazione dei carcerati che alloggiavano nell’area principale; la pericolosità a loro attribuita e la gravità dei reati commessi non giustificavano, a suo parere, le condizioni degradanti in cui erano costretti a vivere. “Cazzo, sono pur sempre persone!”, si diceva.
Secondo recenti studi, l’isolamento prolungato comportava un rischio elevato di compromettere in modo significativo la salute mentale e fisica di un prigioniero, il quale – in assenza di contatto sociale – sarebbe andato incontro ad una serie di disturbi ricorrenti come ansia, attacchi di panico, disfunzioni cognitive, depressione, sociofobia e molto altro. Erano stati addirittura registrati casi di suicidio, come pure di autolesionismo. I sostenitori dei diritti umani criticavano aspramente le eccessive misure di sicurezza imposte da alcune strutture e lo stesso Robert Hood, ex direttore dell’ADX, aveva affermato in un noto programma televisivo che un simile luogo “non è fatto per l’umanità”. Al ricordo di quella dichiarazione, Jimmy fu scosso da un fremito di orrore.
“Che ti prende amico, stai male? Se non hai fame, quello posso mangiarlo io”.
Ancora una volta, fu la voce sguaiata di Tommy a spazzare via l’ombra cupa dei suoi pensieri.
“Parli dei piselli? Puoi mangiare anche il piatto, se ti va. Immagino che la pagnotta di stamattina abbia appena scalfito il tuo appetito…” scherzò Jimmy, facendogli l’occhiolino. E pensare che, solo qualche ora prima, era stato sul punto di picchiarlo.
“Oh, era squisita!” disse il ragazzone, “ma ci vorrebbero altre dieci di queste, per farmi sentire sazio.  Hey, ragazzi!”, gridò d’un tratto rivolgendosi a coloro che sedevano a tavola con lui e intorno a lui, indicando il proprio vassoio. “Non trovate anche voi che il pane di McGill sia fantastico?”.
Un coro di voci incalzanti si levò in risposta. Alcuni schiamazzavano senza curarsi della bocca piena, altri sollevavano i bicchieri a mo’ di brindisi; c’era chi batteva ritmicamente le mani sul tavolo, chi si serviva delle posate per farle tintinnare contro i bicchieri in metallo. Alcuni si alzarono in piedi con le mani a coppa intorno alle labbra, per urlare a gran voce.
“McGill è il Signore delle Pagnotte!”.
“Evviva McGill!”.
“Il pane di McGill è il migliore!”.
“Dacci oggi il nostro pane quotidiano, McGill!”.
L’intera sala mensa acclamava l’aspirante panettiere, il quale aveva assunto un’espressione a metà tra il divertimento e lo stupore che lo faceva assomigliare ad un ebete. Quell’improvvisa manifestazione di entusiasmo collettivo l’aveva colto impreparato; non poteva fare a meno di scorgere qualcosa di grottesco in tutto ciò. Un tempo era stato avvezzo ad ogni genere di lode; i complimenti solevano piovergli addosso sotto forma di parole e di banconote nella stessa misura. L’ammirazione con cui i clienti sapevano gratificarlo era parte integrante della sua quotidianità, o meglio… Quella di Saul Goodman. L’unica differenza risiedeva nel fatto che ora non si trovava nel suo pomposo studio legale e tutto ciò che restava di Saul era il nome stampato su qualche vecchio biglietto da visita dimenticato nel portafogli di qualche avanzo di galera che si nascondeva nella periferia di Albuquerque, New Mexico.
“Grazie a tutti, sono commosso…” farfugliò infine senza convinzione, tanto per non rimanere in silenzio. Proprio lui, che una volta era stato il re della dialettica processuale, non sapeva che dire; forse perché non c’era più niente da dire.
Una voce squittì dal fondo della sala, sovrastando le altre: “Oh oh, pare che il grande Saul Goodman sia senza parole!”.
 “Ci risiamo!” disse Jimmy tra sé e sé, le labbra piegate in una smorfia. Quasi tutti, nel rivolgersi a lui, si servivano dello pseudonimo grazie al quale aveva conquistato la fama ed il successo, lo stesso che l’aveva condotto alla rovina. Aveva ragione di credere che nessuno lì dentro, ad accezione di Tommy e di pochissimi altri, conoscesse il suo vero nome. Non che ciò avesse poi molta importanza. Ciascuno dei presenti – spacciatori, assassini, rapinatori, gangster – sin dal primo giorno gli avevano riservato il massimo rispetto, considerandolo uno di loro a tutti gli effetti. Jimmy rappresentava una sorta di mentore, un saltimbanco con la divisa carceraria, uno stimolante e piacevole riferimento per ognuno di essi. Certo è che anni addietro egli aveva prestato assistenza legale a due o tre malviventi della struttura, a loro direttamente e a qualche membro della famiglia di appartenenza, la qual cosa lo aveva reso oggetto di profonda gratitudine, oltre che di stima incondizionata. Se difatti non aveva potuto risparmiare le sbarre a determinati soggetti, si era comunque adoperato per far sì che essi scontassero una pena ridotta; le cose erano andate così per il narcotrafficante Michael Wilson – che grazie al suo intervento in tribunale aveva guadagnato ben cinque anni di libertà – e per Scott Jones originario dell’Oklahoma, colpevole di furto, che di anni ne aveva conquistati otto. Non c’era da meravigliarsi, se un tempo la sala d’attesa del suo studio pullulava a tutte le ore di persone impelagate in guai giudiziari, o che avevano urgente bisogno di consigli legali, com’era naturale vederlo passeggeggiare avanti e indietro con l’auricolare ben fissato all’orecchio; il suo telefono squillava incessantemente giorno e notte, fino a che non si decideva a spegnerlo, per lo più quando dormiva – e non era la regola.
Chi nel New Mexico non aveva mai sentito parlare di Saul Goodman, il carismatico legale esperto in diritto penale che – con la sua vivace parlantina e il sorriso smagliante – prometteva una “giustizia rapida” attraverso i cartelloni stradali e la pubblicità in TV a notte inoltrata, facendo breccia nei cuori dei cittadini? Ogni cliente era pronto a stendere il tappeto rosso al suo passaggio e poco importavano i costi vertiginosi della parcella che puntualmente gli veniva presentata, frutto di una tariffa oraria decisamente non alla portata di chiunque.
Eppure, lì dentro, c’era qualcuno che aveva detestato Jimmy dal suo primo ingresso, per qualche ragione sconosciuta o per nessuna in particolare: costui portava il nome di Carlos Lombardi, ex meccanico di origini italiane. Era stato arrestato a Denver due anni prima per aver aggredito un agente dell’FBI durante una manifestazione e subito dopo trasferito a Montrose, dove stava scontando una pena di sette anni per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Una sventurata fama di attaccabrighe lo accompagnava ovunque i suoi piedi massicci decidessero di condurlo e, solitamente, non vi era nessuno ben disposto ad incrociarli. I conoscenti – che quando era in libertà si contavano a malapena sulle dita di una mano – lo evitavano come si fa con gli appestati, mentre quei pochi miserabili che avevano l’ardire di seguirlo finivano immancabilmente col diventare suoi tirapiedi. Persino in carcere, egli era riuscito a raccattare un paio di imbecilli che gli trottavano dietro come segugi. Per buona parte del tempo, quando non si trovava in cella, Carlos se ne stava in disparte per conto proprio senza infastidire nessuno a meno che non si sentisse minacciato o provocato, il che avveniva assai raramente, dato che i detenuti si tenevano a debita distanza. Quel giorno, tuttavia, in sala mensa era accaduto qualcosa che l’aveva profondamente irritato: il momento “sacro” del pasto era stato disturbato da una serie di inutili schiamazzi che gli stavano facendo affluire il sangue alla testa. La sedia stridette brusca sul pavimento quando si alzò di scatto, ma nessuno parve farci caso; gli sguardi di tutti erano allegramente puntati su Jimmy, il quale non presagì nulla di buono quando, voltandosi, vide Carlos avanzare verso di lui con aria truce. Il vago sorriso che gli rivolse non appena se lo ritrovò a pochi passi sarebbe risultato un atto amichevole, se le labbra non l’avessero tradito accennando una smorfia di repulsione.
“Giorno, Lombardi” lo salutò, ostentando una disinvoltura che non gli apparteneva. “Hai assaggiato anche tu il mio pane?”.
In tutta risposta, Carlos allungò la mano per afferrare un panino dal tavolo più vicino, sottraendolo dal vassoio di un giovane recluso intento a pranzare. Lo fece con gesti lenti e misurati, mantenendo ben fermo il contatto visivo con Jimmy, che a sua volta lo fissava con aria confusa. Un’ondata di silenzio si levò tra i presenti, i quali trattenevano il fiato domandandosi se ci sarebbe scappata la rissa; alcuni ne pregustavano già gli effetti. Con un rapido movimento delle mani, Carlos spezzò il panino in due e lo gettò ai piedi di colui che lo aveva cucinato, ma ben lungi dal considerarsi soddisfatto, piantò una scarpa sopra ciascun pezzo prima di schiacciarlo al suolo con forza, facendo roteare le caviglie a destra e a sinistra per completare l’opera. La sfrontata soddisfazione incisa sul suo volto fu seguita da una risatina sprezzante che fece trasalire ogni singolo carcerato.
Jimmy balzò in piedi: era troppo per lui. Non avrebbe assistito ad un simile scempio un secondo di più.
“Qual è il problema, amico?” chiese a denti stretti. Avanzò di un passo, gli occhi fiammeggianti come torce in una notte senza stelle; meno di mezzo metro lo separava da un farabutto al quale, in condizioni diverse, avrebbe fatto pentire di essere nato.
Amico, hai detto? Tu non sei mio amico!”. L’italiano si era finalmente deciso ad aprire bocca ed ora restituiva a Jimmy lo stesso sguardo imbestialito.
“Hai ragione, non siamo amici. Magari io non ti piaccio e il mio pane ti fa schifo, ma questo non ti dà il diritto di togliere il cibo dal piatto di un compagno, né tantomeno di calpestarlo!”.
Carlos batté ripetutamente le mani, lasciandosi andare ad una risata beffarda e volgare. “Bravo… Bravo il nostro panettiere… Ti svelo un segreto: a te piace giocare con le parole, a me invece piace farlo con le dita!”. Così dicendo, afferrò l’interlocutore per la gola con ambedue le mani e strinse quanto bastava da rubargli l’aria trasformando, nel giro di una manciata di secondi, il rosso sfumato delle sue guance in un bianco cenere.
Il panico s’impadronì di Jimmy: sapeva che quel tizio poteva essere pericoloso. Forse, avrebbe fatto meglio a tacere. Provò a divincolarsi, scalciando e graffiandogli convulsamente le braccia con le unghie, ma era tutto inutile. Sentiva che il fiato lo stava abbandonando, mentre quello fetido di Lombardi gli s’insinuava nelle narici.
“Lascialo andare, pezzo di merda!”. La voce di Tommy s’infranse alta come la disperazione contro le pareti della mensa, ma Carlos non aveva alcuna intenzione di cedere. Strinse il collo della preda con rinnovato vigore, tra lo sgomento degli osservatori. In quell’attimo, Jimmy fu colto da un oscuro pensiero: non sarebbe stato poi così male farla finita così. Sempre meglio che marcire in gabbia per altri venti o trent’anni (ammesso che gli fosse concesso di vivere tanto a lungo), con la mente logorata dalla monotonia e le ossa divorate dai rimorsi. Immobile contro il corpo del suo aguzzino, egli abbassò le palpebre e una lacrima ribelle scivolò tra le ciglia trovando la sua via fino alle labbra, che si facevano cianotiche, bagnandole di dolore e rabbia.
“Beh, non chiami Saul Goodman per tirarti fuori dai guai?” sogghignò Carlos, le iridi velate di ardente perfidia. “Avanti, fammi…”.
Prima che riuscisse a terminare la frase, un pugno ben assestato lo colpì in pieno viso costringendolo a mollare la presa. Jimmy rotolò a terra nel preciso momento in cui, tra un colpo di tosse e l’altro, si sentiva sollevare da due braccia robuste; strabuzzò gli occhi, non del tutto certo di trovarsi nel mondo dei vivi. A privarlo di ogni dubbio fu un improvviso conato di vomito, che lo piegò malamente in due facendogli maledire di essere nato con le budella. Si sentì mancare, la testa leggera come se galleggiasse nell’aria, la vista offuscata dal dolore. Tuttavia, passò in fretta. Il calore del sangue stava già tornando a fluire attraverso le membra intorpidite, quando si accorse che non era un angelo la figura che lo stava aiutando a rialzarsi: solo una guardia carceraria accorsa in suo aiuto. Allora respirò a pieni polmoni come riemergendo da acque profonde ed insidiose, giusto in tempo per scorgere Carlos e Tommy che venivano trascinati via da quattro guardie infuriate, le cui colorite imprecazioni l’avrebbero fatto ridere di gusto, se ne avesse avuto la forza. Piccole macchie rosso vivo, distribuite lungo una porzione di pavimento sotto i suoi occhi, decantavano la schiacciante sconfitta di Lombardi, il cui naso e forse anche la bocca avevano assaggiato un ben meritato gancio. Peccato che, a ricompensa di ciò, il povero Tommy sarebbe stato sbattuto in isolamento, dove l’avrebbero trattenuto per chissà quanto tempo.
 
Mentre il secondino lo scortava fuori dalla sala mensa, Jimmy – il più logorroico e vivace dei detenuti – non aprì bocca. Rientrare alla “base”, come scherzosamente chiamava la cella, senza trovarvi il suo caro compagno ad attenderlo era un pensiero estremamente triste, in special modo considerando la ragione che giustificava tale assenza; pur sapendo di aver ricevuto un aiuto spontaneo e non richiesto durante l’aggressione subìta, egli si sentiva responsabile della sorte toccata al suo amico. Tommy aveva dato prova di grande affetto e lealtà nei suoi confronti, doni di pregevole rarità tanto fuori quanto dentro la prigione. Era dunque più che naturale, per lui, domandarsi cos’avesse fatto per meritarli.
L’eco dei suoi passi, i quali si confondevano con quelli del secondino la cui mano serrata sul suo braccio gli procurava un certo fastidio, rimbombava lungo lo spoglio corridoio solitario come una marcia lugubre che s’innalzava fino al soffitto. Di colpo, in mezzo a quel sovrapposto e ripetuto calpestio, gli parve di udire – sommesso, inverosimile, eppure spaventosamente reale – il richiamo di agghiaccianti grida soffocate e i lamenti perduti dei condannati che un tempo si erano spenti dietro quelle celle blindate, privi di un’assoluzione o di un conforto religioso, alla disperata ricerca di una pace che non li avrebbe mai graziati. Aveva la sensazione che gli spiriti dei suoi sventurati predecessori aleggiassero tra le mura che lo circondavano, intenti a burlarsi di lui, dannati e raccapriccianti al pari dei loro crimini. Strani, gli scherzi della mente. Rabbrividì.
“Per oggi ti sei divertito abbastanza, McGill. Eccoti a casa!”.
La guardia – non una di quelle dal carattere più amichevole – lo spinse con malagrazia dentro la stanza e la porta si chiuse con un rumore sordo, ma dopo neanche un minuto si aprì di nuovo: un mucchietto di buste bianche fu lanciato sul letto.
“Dimenticavo:  qui c’è la tua posta!”.
Jimmy non rispose: seguì con sguardo vitreo la porta massiccia che lo separava dal resto dell’inferno serrarsi ancora una volta con fare minaccioso. Cosa poteva importargli delle lettere che riceveva ogni settimana? Cosa poteva farsene, ora, degli ammiratori? Sedette stancamente sul letto emettendo un sospiro, la fronte aggrottata come le pieghe di un lenzuolo sgualcito. Di malavoglia, rimosse l’elastico che teneva unite le buste e aprì la prima che gli capitò tra le mani; distrarsi con la dedica di qualche invasato avrebbe potuto giovare al suo umore, ammesso che si potesse parlare di “distrazione” nel posto in cui si trovava. Ad ogni modo, era sempre meglio che rimuginare su questioni sulle quali non aveva alcun controllo. Doveva ficcarsi nella testa, una volta per tutte, che il tempo in cui si dilettava nel risolvere i problemi altrui era finito da un pezzo.
 
Hey Saul,
che diavolo hai combinato?! Ti consideravo una leggenda, prima che la Polizia ti catturasse! Mi spieghi come ha fatto, uno scaltro come te, a farsi acciuffare? Quella confessione del cazzo, poi… Ti rendi conto di quanto fosse squallida? Avresti dovuto accettare i sette anni di pena, così ti sarebbe andata di lusso. Invece, te ne sono toccati 86! E’ stata una vera delusione scoprire che sei solo un fallito come tanti. E un fottuto cagasotto. L’alta idea che avevo di te è andata in frantumi come le cazzate che hai raccontato per anni. Piuttosto che finire al fresco sarebbe stato meglio se tu fossi morto, come quella canaglia di Walter White che avevi come cliente…
 
Jimmy interruppe la lettura: righe indubbiamente spietate, sebbene dovesse ammettere che un paio di quelle domande se l’era poste anche lui. Non si aspettava indulgenza o paroline dolci dal mondo là fuori. Meglio passare alla prossima lettera, comunque.
 
Caro Saul,
il mio nome è Daniel, sono un pastore di anime e con la presente mi permetto di bussare alla porta del tuo cuore al solo scopo di rendermi utile, confidando che le mie parole possano fornirti il consiglio e la luce di cui hai bisogno in questo momento. I peccati che hai commesso sulla Terra potranno esserti un giorno perdonati, se deciderai di affidarti a Dio e alla Sua Immensa Misericordia attraverso la preghiera che…
 
Con un moto spazientito della mano, Jimmy accartocciò il foglio facendone una pallina che lanciò contro la parete opposta.
“Che si fottano, lui e tutti i pastori o preti!” borbottò, accigliato. “Se un giorno comincerò a pregare, lo farò perché ne sento l’esigenza e non per seguire i loro suggerimenti del cazzo!”.
La lettera seguente esordiva in modo diverso.
 
Mio affascinante Saul,
il dispiacere che ho provato nell’apprendere della tua condanna va ben oltre le parole che potrei esprimere attraverso una semplice lettera. Mi chiamo Rachel Wood, ho 17 anni e ti seguo con fervida ammirazione dalla sera in cui, oltre sei anni fa, accesi la TV e ti vidi in una pubblicità. Compresi all’istante che quel sorriso irresistibile da uomo maturo celava una personalità geniale. Ero pronta ad escogitare qualcosa per incontrarti, peccato che tu sia scomparso da Albuquerque all’improvviso e senza lasciare tracce. Ti confesso che mi sono sentita tradita, ma non ti ho mai dimenticato e puoi immaginare il mio stupore, quando ho saputo del tuo arresto a Omaha! Non che ne fossi contenta, sia chiaro. E’ che da allora ti sogno ad occhi aperti tutte le notti e non si tratta di sogni casti, se capisci cosa intendo… Sono pazza di te, Saul Goodman! Voglio tu sappia che ogni sera, quando mi tolgo i vestiti per mettermi a letto, lo faccio immaginando di trovarmi di fronte a te. Ogni centimetro del mio corpo ti desidera follemente…
 
“Senti senti…” mormorò Jimmy, gli angoli della bocca arricciati in un sorrisetto divertito. Gli era capitato più volte di ricevere messaggi da parte di ragazze invaghite di lui, ma nessuna tanto giovane e soprattutto nessuna di esse aveva mai osato spingersi fino ai riferimenti di natura sessuale.
 
Darei non so che cosa per essere lì con te, seduta sopra di te in quella cella che immagino opprimente, per risvegliare i tuoi sensi sopiti… Ti farei gridare di piacere fino a sconvolgerti la mente e le membra… Vuoi che ti dica cosa farei? Ti prenderei…
 
Seguiva una descrizione accurata e alquanto indecente di quello che, secondo l’immaginazione di Rachel, sarebbe stato il suo rapporto sessuale col detenuto di cui era infatuata. Jimmy era nauseato: avrebbe potuto essere sua figlia!
“Ma che cazzo hanno nella testa le ragazzine di oggi?!”, sbottò.
Gli bastarono un paio di secondi per realizzare che la probabile risposta era contenuta nella domanda stessa, sotto forma di “parolina magica”. Un riso sardonico gli deformò il volto per la durata di un battito di ciglia. Quelle lettere, che differivano tra loro per contenuti e significati, mostravano che la fiamma della sua celebrità non voleva saperne di estinguersi; al contrario, sembrava che la prigionia avesse addirittura contribuito a ravvivarla.
Eppure, un dettaglio comune a ciascuna missiva ricevuta fino a quel momento non gli era sfuggito: tutti i messaggi erano indirizzati a Saul. Mai un solo idiota che venisse sfiorato dall’idea di rivolgersi a Jimmy!
Si abbandonò sul cuscino, più per rassegnazione che per stanchezza. Una parte di sé provava un certo disgusto frammisto a rimpianto nel sentir nominare Saul Goodman, quasi fosse un’altra persona; e in un certo senso era così. La maschera di Saul gli era scivolata via dal volto quando, in quell’aula di tribunale, aveva confessato ogni colpa ponendo sotto i riflettori una cospicua lista di reati federali. Nel costruire il personaggio di Goodman, lo stravagante ed ambito avvocato penalista, Jimmy aveva scelto di mettere in gioco ogni risorsa, ogni singola briciola di astuta creatività che la sua mente brillante covava dall’infanzia. L’intento era sempre stato agire in nome del bene, persino quando la sua natura truffaldina aveva trovato terreno fertile nelle richieste dei clienti più esigenti (e meno raccomandabili). Era stato così che Saul, l’avvocato dei disperati e dei criminali, era diventato egli stesso un criminale; mentre si adoperava per evitare il carcere ai fuorilegge, non poteva o non voleva immaginare che dietro le sbarre ci sarebbe finito lui. Era troppo impegnato a godere dei propri lussi, a cominciare dalle decine di completi eleganti e sgargianti che traboccavano dal guardaroba, passando per la mastodontica villa con piscina. Senza contare le donne, più che altro a pagamento. No, allora non si curava del fatto che un giorno avrebbe potuto vedersi sgretolare tra le mani quell’esistenza dissoluta che pareva aver cancellato il ricordo delle sue modeste origini. C’era pur sempre il piano di emergenza, che prevedeva una nuova identità in un nuovo Stato; tale era stata la piega che in seguito avevano preso gli eventi ed era filato tutto liscio, finché un’arzilla vecchietta non l’aveva riconosciuto (e prontamente denunciato alla Polizia locale). Troppo a lungo aveva sognato di conquistare ricchezza e popolarità ma, quando finalmente le sue incredibili abilità erano state non soltanto riconosciute, bensì osannate, gli era toccato pagarle a caro prezzo. La galera se l’era proprio andata a cercare, ciononostante gli riusciva impossibile non provare un sentimento al limite dell’orgoglio e dell’autocompiacimento, al pensiero che Walter “Heisenberg” White non avrebbe potuto costruire un impero di metanfetamine purissime, senza la complicità del grande Saul Goodman. Tutto ciò l’aveva dichiarato senza vergogna dinanzi al giudice e, persino in quell’occasione, non si era preoccupato di dissimulare un guizzo di fiera soddisfazione nella voce; l’ego smisurato che trapelava da ogni fibra del suo essere altro non era che una sciagurata rivalsa nei confronti di oltre mezzo secolo di tormenti interiori e di torti subìti, uno scudo atto a proteggere la superficie indolenzita di piaghe invisibili mai rimarginate. Pur essendo consapevole dell’inevitabile sentenza che lo attendeva, gli era stato in qualche modo di conforto sapere che la gente non l’avrebbe più visto come Jimmy l’irresponsabile, lo sfigato, l’inconcludente che suo fratello e gli ex colleghi avevano a lungo schernito.
Poi c’era stata Kim Wexler. La sua Kim. L’aveva conosciuta ai tempi della HHM, dove entrambi lavoravano: all’inizio era stata sua amica e confidente, poi era diventata la sua amante ed infine sua moglie, anche se per poco. Il fallimento dei due precedenti matrimoni – o per meglio dire il tradimento delle prime due mogli – non gli aveva impedito di buttarsi nuovamente, di credere che la terza sarebbe stata la volta buona. Con Kim aveva funzionato per un po’, prima che entrambi si trovassero coinvolti in situazioni di natura drammatica ben più grandi di loro. Ricordava di aver fissato con ferocia le carte del divorzio che lei, un giorno, gli aveva gettato sulla scrivania dello studio nuovo di zecca. “Buona vita!” le aveva augurato senza guardarla negli occhi, nel tentativo di celare – con scarso successo – l’amarezza e il risentimento che gli oscillavano nella voce. La sua ultima ex moglie, prima di andarsene, aveva lasciato chiaramente intendere di non riconoscerlo più: ma aveva mai saputo chi fosse, il vero Jimmy? C’era mai stato qualcuno che l’avesse realmente conosciuto?
Molto prima che la trasformazione in Saul avesse luogo, la maggior parte della gente aveva visto in lui – James Morgan McGill – un uomo giusto ed altruista dalla semplice umanità, un avvocato che abbracciava le cause degli onesti e degli indifesi e che, tutti i santi giorni, portava la spesa al fratello barricato in casa. Ma in lui vi era sempre stato qualcosa in più di questo, qualcosa che lottava contro tutto e tutti per emergere. Non a caso, i problemi si erano scatenati nel momento in cui aveva cominciato a seppellire poco a poco il vero “sé” sotto una montagna di sensi di colpa, al solo scopo di diventare come gli altri volevano che fosse. Per anni era stato persuaso che il modello da seguire fosse suo fratello maggiore Chuck, impeccabile avvocato dal rigido conformismo, il quale non perdeva occasione per farlo sentire sbagliato. Ed è proprio così che si era sentito: sbagliato, incompreso, inadeguato. Tutti – chi apertamente, chi attraverso un muto giudizio – gli dicevano che avrebbe dovuto mettere la testa a posto, al punto che aveva finito col convincersi di doverlo fare, ignorando deliberatamente quella esile voce nel profondo che gli sussurrava di agire secondo la propria natura. Così ci aveva provato a cambiare, a “migliorare”, ma a cosa era servito? L’essere stato un tempo ‘Slippin Jimmy’, il mago dell’inganno, gli aveva ad un tratto ricordato che vivere come un truffatore di strada significava provare un’ebbrezza e un godimento senza pari; per lui, raggirare la gente non era soltanto un modo per sbarcare il lunario, ma una vera e propria vocazione, un motivo di realizzazione personale, vale a dire qualcosa che tutti – o quasi – avrebbero concepito come un male.
Per tale ragione non si sarebbe mai accontentato di indossare i panni di un manichino della legge come tanti, schiavo delle convenzioni e portavoce di un misero perbenismo. Un simile ruolo non si confaceva alla sua geniale essenza: lui era fatto per primeggiare, per inventare, per distinguersi. Buona parte del suo potere derivava da una naturale capacità di incantare le persone, di renderle deliziosamente vittime del suo charme, che includeva l’esuberante umorismo degno di un attore teatrale; adorava il fatto che le sue doti persuasive fossero in grado di influenzare le menti e di convincere chiunque a fare qualunque cosa lui volesse.
In fondo, Saul Goodman si era rivelata la versione evoluta e perfezionata di quel ‘Slippin Jimmy’ degli esordi. Egli sapeva perfettamente di possedere un talento innato che, di per sé, non era sbagliato come gli avevano lasciato credere; sbagliato era il modo in cui aveva scelto di utilizzarlo, quel talento. Tutto il buono costruito nel passato, o quello che aveva tentato di costruire, era stato vanificato dalla sua scelta di cedere alla disonestà, all’arrivismo e al dio denaro solo per scoprire – alla fine della corsa – di aver perso se stesso, trascinando nel suo buco nero molti di coloro che aveva intorno, inclusa la donna che amava. Soprattutto per lei, si era visto rinunciare ai sette anni di libertà che avrebbe potuto ottenere inizialmente: lo aveva fatto per dimostrare a Kim ed a se stesso, attraverso una completa confessione, di non essere più l’uomo deplorevole che lei aveva faticato a riconoscere come marito negli ultimi tempi della loro relazione.
Nel momento in cui la polizia l’aveva catturato, si era sentito un uomo emotivamente sfinito. E finito. L’impossibilità di continuare a sostenere il fardello delle bugie e degli errori l’aveva fatto crollare come un frutto maturo dal suo ramo. Perciò, per salvare Kim da guai certi, per amore di lei e per amore della giustizia – quella stessa giustizia di cui si era messo al servizio ma che per troppo tempo aveva aggirato – davanti al giudice e al mondo intero aveva deciso di fare a pezzi Saul Goodman una volta per tutte, scegliendo di affrontare le conseguenze delle proprie azioni. Niente più Slippin’ Jimmy, il prodigio delle truffe dell’Illinois, né Gene Takavic, il fuggiasco del Nebraska; niente più Saul Goodman, il sagace avvocato di Albuquerque. La sua triplice identità convergeva ora in un unico volto: quello del buon vecchio Jimmy McGill.
Trasse un lungo sospiro. Le lettere dei cosiddetti “ammiratori” avrebbero dovuto recargli qualcosa come piacere e consolazione, invece le trovava ripugnanti. In un impeto di rabbia, le scagliò tutte insieme contro la parete con una furia tale da restarne paralizzato per alcuni istanti. Il grido che seguì gli bruciò la gola spezzando il cupo silenzio della cella, unica testimone di una passiva disperazione che lo andava consumando. Si passò le mani sul volto contratto, respirando affannosamente; in quel momento accadde qualcosa. Nell’impatto contro il muro, una busta ribelle era svolazzata all’indietro verso di lui ed ora giaceva ai suoi piedi. Chinandosi per raccoglierla con l’intento di farne mille pezzi, Jimmy lesse il nome del mittente, scritto a mano con dell’inchiostro rosso. L’aprì velocemente trattenendo il fiato, mentre il cuore gli martellava nel petto come un tamburo impazzito: gli bastò meno di un minuto per divorarne il contenuto con occhi sgranati. Le mani tremavano incontrollate, quando all’improvviso si lasciò cadere sul rigido materasso.
“N-non può essere…” balbettò, con un filo di voce. “Dopo tutto questo tempo!”.
 
 
 
 
***





 
Nota dell’autrice:
 
Carissimi amici, lettori “vecchi” e nuovi, quello che avete appena letto è l’assaggio di una breve storia che ho deciso di raccontare: dalla mia mente fantasiosa, direttamente a voi. Qualche mese fa ho avuto modo di guardare ed apprezzare grandemente “Better Call Saul” innamorandomi del protagonista, un personaggio complesso ed intrigante che intendo far continuare a vivere attraverso i miei pensieri e quindi le mie parole, nero su bianco, nella speranza di coinvolgervi almeno un po’. Una passione per me non può essere definita tale, se non la si condivide col mondo intero: pertanto, è con immenso piacere che vi presento il “mio” Jimmy, a cui ho cercato di rendere piena giustizia, mantenendomi in linea con la versione originale televisiva e regalando un meritato seguito alle sue (dis)avventure.
Nei prossimi capitoli, tra le altre cose, avrete modo di scoprire un nuovo personaggio femminile: inserire Kim, che ormai si è rifatta una vita in Florida, sarebbe stata una scelta poco verosimile.
Chiedo venia per il linguaggio a tratti scurrile, confidando nella vostra comprensione: nel descrivere una prigione e coloro che la occupano, l’utilizzo di termini volgari si è rivelato necessario. Chi ha letto le mie storie del passato potrebbe notare un lieve cambiamento di stile, ugualmente dovuto alla situazione e al genere rappresentati. A scopo puramente informativo, faccio presente che il penitenziario ADX Montrose è una versione fittizia ispirata al vero ADX Florence situato in Colorado: anche in questo, ho ritenuto opportuno rispettare la serie. Tuttavia, gran parte delle informazioni riportate in merito alla prigione di massima sicurezza sono reali e corrette, in quanto frutto di un’accurata ed approfondita ricerca.
Tengo inoltre a precisare che non è indispensabile conoscere la sopracitata serie TV per godere del racconto, benché io trovi naturale supporre che un cosiddetto “fan” possa essere incline ad una lettura più concepibile e gradevole. Ah, dimenticavo: con la scelta del titolo - “Baby Blue” - ho voluto omaggiare i Badfinger, una rock band britannica Anni ’70 che adoro. L’omonima canzone, come alcuni di voi sapranno, ha contribuito a rendere memorabile la scena finale della fortunata serie TV “Breaking Bad”.
Ringrazio calorosamente tutti coloro che mi hanno dedicato un po’ di tempo e di curiosità, fermandosi a leggere e/o a lasciare un commento. L’uscita del prossimo capitolo è prevista tra circa otto settimane: per ragioni di tempo, purtroppo non riesco ad aggiornare in tempi brevi. Nell’attesa, auguro a tutti voi un Natale sorridente ed un gioioso Nuovo Anno 2026, che sia all’altezza dei vostri sogni! Vi abbraccio,



Claudia

 



  
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