Il Rispetto che mi devi!
Parte Settima: Monte Fuji (24 ottobre 1976)
Il Monte Fuji era una presenza fantasma.
Quella mattina, il vulcano sacro si celava dietro una cortina impenetrabile di nubi color piombo, basse, gonfie di minaccia.
Una presenza ostile, nascosta e schiacciante, che soffocava il circuito sotto una cappa di umidità gelida.
La montagna stessa voltava le spalle alla pista, rifiutando la vista di ciò che si sarebbe consumato da lì a poche ore.
L'acqua scendeva in lenzuola verticali, violente, sferzando l'asfalto nero e trasformando la pista in un arcipelago di specchi scuri e trappole mortali.
Un castigo biblico, il cui rumore era assordante: un ronzio statico e continuo che dominava persino il latrato dei motori V8 e V12 scaldati nei box.
James Hunt fissava il cielo plumbeo dal riparo precario del garage McLaren.
Una sigaretta stretta tra le dita, la cui brace arancione lottava contro l'umidità dell'aria.
Dentro di se un freddo antico, propagatosi nelle ossa, sotto la tuta ignifuga, sotto la pelle.
Era il gelo del Nürburgring.
L'acqua aveva lo stesso odore. Il cielo lo stesso colore della morte.
“È una follia”, mormorò, la voce persa nel frastuono della pioggia.
Si voltò verso Teddy, cercando una rassicurazione impossibile.
“L'ingresso della prima curva è svanito. Stiamo galleggiando, Teddy. Guideremo motoscafi senza timone”;
Il Team Manager rimase in silenzio. Fissava la direzione gara, aspettando un rinvio che tardava ad arrivare.
I soldi della televisione parlavano più forte del buon senso.
Dall'altra parte della pit-lane, nel box Ferrari, regnava un silenzio diverso.
Niki Lauda era già nell'abitacolo.
Ignorava i meccanici, i monitor.
I suoi occhi… quei due occhi azzurri condannati a restare spalancati per l'assenza delle palpebre, fissavano il diluvio.
La pelle tirata del viso pulsava di dolore; l'umidità penetrava nelle cicatrici come aghi di ghiaccio mentre sentiva la macchina vibrare sotto di sé.
Guardò le nuvole basse che seppellivano il vulcano.
“Si nasconde per la vergogna”, pensò con lucidità agghiacciante: “Anche la montagna conosce la natura di questo evento. È un suicidio!”;
Un meccanico si avvicinò per chiudergli la visiera. Niki lo fermò con un gesto secco della mano guantata.
Voleva sentire l'aria ancora per un attimo.
Voleva respirare fino all'ultimo istante.
Sapeva, con la certezza matematica che governava la sua vita, che là fuori, in quel grigio che cancellava il mondo, la logica non lo avrebbe aiutato.
Il segnale risuonò nella valle.
Partenza ritardata.
Gara confermata.
James schiacciò la sigaretta in una pozzanghera dove sfrigolò, morendo all'istante.
Motori accesi.
Il rombo dei dodici cilindri non somigliava al solito ruggito di sfida; era un urlo soffocato dall'acqua.
Quando le luci dei semafori si spensero, il mondo sparì.
James premette l'acceleratore; la spinta rassicurante delle gomme che mordono l'asfalto venne sostituita da un senso di scivolamento.
L'instabilità, il posteriore della McLaren che scodava come una barca nella tempesta.
Davanti a lui, una muraglia bianca.
Le macchine che lo precedevano sollevavano colonne d'acqua alte tre metri.
Non si vedeva nulla!
Niente cordoli, niente curve, niente orizzonte.
Solo una nebbia densa, lattiginosa, impenetrabile.
James guidava con lo stomaco in gola, frenando quando vedeva una macchia rossa accendersi nella nebbia (uno stop?), sterzando, speranzoso di continuare a imboccare la strada.
“Sto morendo”, pensò, le mani che stringevano il volante fino a sentire male.
Siamo tutti morti, solo che non lo sappiamo ancora.
Dietro di lui, nella pancia del gruppo, Niki Lauda stava combattendo una guerra diversa.
L'acqua era entrata ovunque: sotto la visiera, bagnando le bende.
Sentiva la pelle bruciare.
Non era il pensiero delle ferite a tormentarlo, ma la mancanza di controllo.
Niki viveva di certezze.
Calcolava rischi, percentuali, margini.
Lì dentro, nel ventre di quella nube d'acqua a duecento all'ora, la matematica non serviva a nulla. C'era solo il caso.
Passò il primo giro.
Miracolosamente intero.
Sfrecciò davanti ai box: vide i meccanici come ombre sfocate dietro un muro d'acqua.
Iniziò il secondo giro e improvvisamente, nella mente dell'austriaco, il rumore della pioggia assunse un eco diverso.
Divenne il crepitio delle fiamme.
Il grigiore della pioggia si fece nero, una coltre di fumo.
Sentì l'odore della benzina.
Sentì il calore insopportabile di tre mesi prima.
La sua mente razionale, quel computer infallibile che tutti ammiravano e temevano, produsse un unico, definitivo risultato:
Rischio infinito.
Guadagno zero.
L'equazione è sbagliata.
Niki sollevò il piede dall'acceleratore.
Non per errore.
Non per un guasto.
Fu un atto deliberato.
La Ferrari rallentò, facendosi sfilare dalle macchine impazzite che la seguivano.
Niki mise la freccia. Un gesto quasi comico su un circuito di Formula Uno.
Rientrò ai box.
Mauro Forghieri, il direttore tecnico, lo vide arrivare e scattò in piedi.
I meccanici si precipitarono con le pistole svita-bulloni, pensando a una foratura, a un cambio gomme, a qualcosa di riparabile.
Niki fermò la macchina. Spense il motore.
Il silenzio che seguì fu più assordante del tuono.
Si slacciò le cinture, tolse il volante e lo appoggiò sulla scocca.
Forghieri gli si avvicinò, si chinò sull'abitacolo, il viso stravolto dalla pioggia e dall'incredulità.
“Niki! Cosa c'è? Il motore? Le gomme?”, urlò per sovrastare il diluvio.
L’austriaco lo guardò negli occhi.
I suoi, così terribilmente calmi.
“Niente”, disse.
“Come niente?”, Forghieri era nel panico: “Cosa si è rotto?”;
“Niente si è rotto. Mi fermo io!”;
Niki uscì dall'abitacolo, goffo, rigido, ma con una dignità pari solo al suo coraggio.
Mise i piedi a terra. Sull'asfalto fermo. Sulla vita.
“È troppo pericoloso. Non si vede nulla. Non voglio ammazzarmi oggi”;
Forghieri lo guardò, poi fissò la pista, poi di nuovo il suo campione: capì.
Ma capì anche che il mondo non sarebbe stato altrettanto magnanimo.
Gli si avvicinò, proteggendolo con il corpo dagli sguardi delle telecamere.
“Niki...”, sussurrò Forghieri, complice: “Diciamo che è un problema elettrico. Un calo di potenza. Salviamo la faccia. Nessuno ti darà del codardo se è la macchina a tradirti”;
Lauda si tolse lentamente il casco. Le bende erano umide. Il volto smagrito segnata dalla fatica.
Quella di Forghieri era una proposta allettante.
Sarebbe stato più facile.
Una piccola bugia per proteggere l'orgoglio della Ferrari.
Scosse la testa: “No, Mauro”.
La voce era ferma, tagliente, come ai vecchi tempi.
“Dì pure la verità. La macchina è perfetta. Sono io che ho deciso di smettere. Non ho bisogno di scuse”;
Un ultimo sguardo alla pista, dove James Hunt stava ancora rischiando la vita ad ogni curva, un puntino colorato in un mare di grigio.
“Per me finisce qui”;
Prese la sua borsa dal retro del box. Si sentiva leggero.
Il peso del campionato, delle aspettative, della paura... tutto era rimasto nell'abitacolo.
Si incamminò verso l'uscita, verso il parcheggio, verso Marlene che lo aspettava.
Mentre camminava sotto la pioggia, sentì il cuore battere forte, regolare, vivo.
Forse aveva perso il mondiale. Ma per la prima volta in quella maledetta stagione, si sentiva un vincitore.
James Hunt guidava dentro un incubo.
Nel suo spazio vitale, ridotto ai pochi centimetri tra i suoi occhi e la visiera appannata, esisteva solo il terrore.
La McLaren era una bestia isterica, pronta a ucciderlo ad ogni curva.
Le ruote posteriori pattinavano sull'acqua, il volante sembrava volergli strappare via le braccia.
In quel delirio, quasi inconsciamente, cercava la Ferrari.
Ad ogni staccata, ad ogni rettilineo, i suoi occhi scansionavano la nebbia alla ricerca del rosso.
"Dove sei, Niki? Sei davanti? Sei dietro?", sussurrava tra se e se
La paura di tamponarlo o di vederlo sfrecciare via era l'unica cosa a tenerlo vigile.
Poi, vide la tabella esposta dai meccanici al muretto. Un pezzo di compensato nero con scritte a gesso bianco, l'unico mezzo di comunicazione in quell'era preistorica.
Passò davanti ai box a duecentocinquanta all'ora, tra gli spruzzi d'acqua.
Lesse a malapena.
Due parole: LAUDA OUT.
James sentì una fitta allo stomaco. Out.
Niki si era fermato.
Il Computer aveva staccato la spina.
“Maledetto!”, gridò, la voce che rimbombava all’interno del casco: “Mi hai lasciato solo a morire!”.
Ora tutto pesava sulle sue spalle.
Non doveva più battere Niki. Doveva battere la matematica.
Terzo posto. Gli serviva il terzo posto.
Ma il destino, quel giorno, aveva un senso dell'umorismo crudele.
La pioggia smise di cadere.
La pista iniziò ad asciugarsi e le gomme da bagnato della McLaren, morbide e scolpite, iniziarono a disintegrarsi.
La macchina divenne inguidabile.
James sentiva le vibrazioni spaccargli i polsi.
Vedeva le altre macchine sorpassarlo: Depailler, Andretti.
Scivolava indietro. Quarto. Quinto. Sesto.
“No!”;
Dovette rientrare ai box.
Fu il caos.
I meccanici McLaren, presi alla sprovvista, armeggiarono con il cric che non entrava sotto la macchina troppo bassa.
Urla, bestemmie, bulloni che cadevano.
James batteva i pugni sull'abitacolo, impotente: "Muovetevi! Muovetevi, cazzo!";
Quando ripartì, non sapeva dove fosse. Nono? Decimo? Aveva perso il conto. Aveva perso il mondiale. La furia prese il sopravvento. Gli ultimi giri non furono guida. Furono una rissa da bar. James guidava sopra i cordoli, sull'erba, sorpassava macchine senza nemmeno guardare chi fossero.
Clay Regazzoni, Alan Jones... erano solo ostacoli colorati da abbattere. Non gli importava di vivere o morire. Voleva solo finire quella tortura.
Tagliò il traguardo. Bandiera a scacchi.
Hunt rallentò, esausto, svuotato, furioso.
Era convinto di aver perso.
Credeva di essere arrivato quinto, o sesto.
Sapeva che Niki, ovunque fosse, stava ridendo di lui.
Aveva rischiato la vita per niente.
Entrò nella pit-lane e spense il motore.
Non aspettò nemmeno che la macchina si fermasse del tutto.
Slacciò le cinture con violenza, strappò via il volante e saltò fuori dall'abitacolo. Il suo volto una maschera di fango e sudore.
Teddy Mayer gli corse incontro.
"Che posto ho fatto?", urlò l'inglese, facendo rotolare il caso a terra in preda alla rabbia e alla stanchezza.
Teddy si fermò a un metro da lui.
Sorrideva.
Piangeva e sorrideva come un idiota.
Alzò tre dita: "Terzo", la voce rotta dal pianto: "Sei arrivato terzo, James!";
L'inglese si bloccò.
Il cervello, annebbiato dall'adrenalina, cercò di fare il calcolo.
Niki aveva 68 punti. Lui ne aveva 65. Terzo posto voleva dire 4 punti. 69.
Teddy lo afferrò per le spalle, scuotendolo.
"Hai vinto, James! Sei Campione del Mondo! Per un punto! Un fottuto punto!";
James guardò Teddy. Poi guardò il cielo grigio del Giappone che si stava aprendo.
Le gambe gli cedettero.
Si accasciò sulle ginocchia, lì nell'asfalto sporco della pit-lane, e rise. Una risata isterica, senza fiato, che somigliava terribilmente a un pianto.
Aveva vinto.
Era il Re del Mondo ... e non si era mai sentito così solo in vita sua.
Nota dell’autrice:
Ci è voluto un po' più del previsto per arrivare a questo capitolo, lo so. Chiedo venia! Tra il caos del periodo festivo e una nuova storia che sta iniziando a prendere forma (e che non vedo l'ora di mostrarvi), i tempi si sono dilatati. Ma non potevo lasciare James e Niki sotto la pioggia per sempre 🌧️ . Buona lettura!
Il Monte Fuji era una presenza fantasma.
Quella mattina, il vulcano sacro si celava dietro una cortina impenetrabile di nubi color piombo, basse, gonfie di minaccia.
Una presenza ostile, nascosta e schiacciante, che soffocava il circuito sotto una cappa di umidità gelida.
La montagna stessa voltava le spalle alla pista, rifiutando la vista di ciò che si sarebbe consumato da lì a poche ore.
L'acqua scendeva in lenzuola verticali, violente, sferzando l'asfalto nero e trasformando la pista in un arcipelago di specchi scuri e trappole mortali.
Un castigo biblico, il cui rumore era assordante: un ronzio statico e continuo che dominava persino il latrato dei motori V8 e V12 scaldati nei box.
James Hunt fissava il cielo plumbeo dal riparo precario del garage McLaren.
Una sigaretta stretta tra le dita, la cui brace arancione lottava contro l'umidità dell'aria.
Dentro di se un freddo antico, propagatosi nelle ossa, sotto la tuta ignifuga, sotto la pelle.
Era il gelo del Nürburgring.
L'acqua aveva lo stesso odore. Il cielo lo stesso colore della morte.
“È una follia”, mormorò, la voce persa nel frastuono della pioggia.
Si voltò verso Teddy, cercando una rassicurazione impossibile.
“L'ingresso della prima curva è svanito. Stiamo galleggiando, Teddy. Guideremo motoscafi senza timone”;
Il Team Manager rimase in silenzio. Fissava la direzione gara, aspettando un rinvio che tardava ad arrivare.
I soldi della televisione parlavano più forte del buon senso.
Dall'altra parte della pit-lane, nel box Ferrari, regnava un silenzio diverso.
Niki Lauda era già nell'abitacolo.
Ignorava i meccanici, i monitor.
I suoi occhi… quei due occhi azzurri condannati a restare spalancati per l'assenza delle palpebre, fissavano il diluvio.
La pelle tirata del viso pulsava di dolore; l'umidità penetrava nelle cicatrici come aghi di ghiaccio mentre sentiva la macchina vibrare sotto di sé.
Guardò le nuvole basse che seppellivano il vulcano.
“Si nasconde per la vergogna”, pensò con lucidità agghiacciante: “Anche la montagna conosce la natura di questo evento. È un suicidio!”;
Un meccanico si avvicinò per chiudergli la visiera. Niki lo fermò con un gesto secco della mano guantata.
Voleva sentire l'aria ancora per un attimo.
Voleva respirare fino all'ultimo istante.
Sapeva, con la certezza matematica che governava la sua vita, che là fuori, in quel grigio che cancellava il mondo, la logica non lo avrebbe aiutato.
Il segnale risuonò nella valle.
Partenza ritardata.
Gara confermata.
James schiacciò la sigaretta in una pozzanghera dove sfrigolò, morendo all'istante.
Si infilò il casco, sigillando la paura dietro la visiera scura.
Lo spettacolo doveva continuare, anche mentre il palco affondava.
Lo spettacolo doveva continuare, anche mentre il palco affondava.
Motori accesi.
Il rombo dei dodici cilindri non somigliava al solito ruggito di sfida; era un urlo soffocato dall'acqua.
Quando le luci dei semafori si spensero, il mondo sparì.
James premette l'acceleratore; la spinta rassicurante delle gomme che mordono l'asfalto venne sostituita da un senso di scivolamento.
L'instabilità, il posteriore della McLaren che scodava come una barca nella tempesta.
Davanti a lui, una muraglia bianca.
Le macchine che lo precedevano sollevavano colonne d'acqua alte tre metri.
Non si vedeva nulla!
Niente cordoli, niente curve, niente orizzonte.
Solo una nebbia densa, lattiginosa, impenetrabile.
James guidava con lo stomaco in gola, frenando quando vedeva una macchia rossa accendersi nella nebbia (uno stop?), sterzando, speranzoso di continuare a imboccare la strada.
“Sto morendo”, pensò, le mani che stringevano il volante fino a sentire male.
Siamo tutti morti, solo che non lo sappiamo ancora.
Dietro di lui, nella pancia del gruppo, Niki Lauda stava combattendo una guerra diversa.
L'acqua era entrata ovunque: sotto la visiera, bagnando le bende.
Sentiva la pelle bruciare.
Non era il pensiero delle ferite a tormentarlo, ma la mancanza di controllo.
Niki viveva di certezze.
Calcolava rischi, percentuali, margini.
Lì dentro, nel ventre di quella nube d'acqua a duecento all'ora, la matematica non serviva a nulla. C'era solo il caso.
Passò il primo giro.
Miracolosamente intero.
Sfrecciò davanti ai box: vide i meccanici come ombre sfocate dietro un muro d'acqua.
Iniziò il secondo giro e improvvisamente, nella mente dell'austriaco, il rumore della pioggia assunse un eco diverso.
Divenne il crepitio delle fiamme.
Il grigiore della pioggia si fece nero, una coltre di fumo.
Sentì l'odore della benzina.
Sentì il calore insopportabile di tre mesi prima.
La sua mente razionale, quel computer infallibile che tutti ammiravano e temevano, produsse un unico, definitivo risultato:
Rischio infinito.
Guadagno zero.
L'equazione è sbagliata.
Niki sollevò il piede dall'acceleratore.
Non per errore.
Non per un guasto.
Fu un atto deliberato.
La Ferrari rallentò, facendosi sfilare dalle macchine impazzite che la seguivano.
Niki mise la freccia. Un gesto quasi comico su un circuito di Formula Uno.
Rientrò ai box.
Mauro Forghieri, il direttore tecnico, lo vide arrivare e scattò in piedi.
I meccanici si precipitarono con le pistole svita-bulloni, pensando a una foratura, a un cambio gomme, a qualcosa di riparabile.
Niki fermò la macchina. Spense il motore.
Il silenzio che seguì fu più assordante del tuono.
Si slacciò le cinture, tolse il volante e lo appoggiò sulla scocca.
Forghieri gli si avvicinò, si chinò sull'abitacolo, il viso stravolto dalla pioggia e dall'incredulità.
“Niki! Cosa c'è? Il motore? Le gomme?”, urlò per sovrastare il diluvio.
L’austriaco lo guardò negli occhi.
I suoi, così terribilmente calmi.
“Niente”, disse.
“Come niente?”, Forghieri era nel panico: “Cosa si è rotto?”;
“Niente si è rotto. Mi fermo io!”;
Niki uscì dall'abitacolo, goffo, rigido, ma con una dignità pari solo al suo coraggio.
Mise i piedi a terra. Sull'asfalto fermo. Sulla vita.
“È troppo pericoloso. Non si vede nulla. Non voglio ammazzarmi oggi”;
Forghieri lo guardò, poi fissò la pista, poi di nuovo il suo campione: capì.
Ma capì anche che il mondo non sarebbe stato altrettanto magnanimo.
Gli si avvicinò, proteggendolo con il corpo dagli sguardi delle telecamere.
“Niki...”, sussurrò Forghieri, complice: “Diciamo che è un problema elettrico. Un calo di potenza. Salviamo la faccia. Nessuno ti darà del codardo se è la macchina a tradirti”;
Lauda si tolse lentamente il casco. Le bende erano umide. Il volto smagrito segnata dalla fatica.
Quella di Forghieri era una proposta allettante.
Sarebbe stato più facile.
Una piccola bugia per proteggere l'orgoglio della Ferrari.
Scosse la testa: “No, Mauro”.
La voce era ferma, tagliente, come ai vecchi tempi.
“Dì pure la verità. La macchina è perfetta. Sono io che ho deciso di smettere. Non ho bisogno di scuse”;
Un ultimo sguardo alla pista, dove James Hunt stava ancora rischiando la vita ad ogni curva, un puntino colorato in un mare di grigio.
“Per me finisce qui”;
Prese la sua borsa dal retro del box. Si sentiva leggero.
Il peso del campionato, delle aspettative, della paura... tutto era rimasto nell'abitacolo.
Si incamminò verso l'uscita, verso il parcheggio, verso Marlene che lo aspettava.
Mentre camminava sotto la pioggia, sentì il cuore battere forte, regolare, vivo.
Forse aveva perso il mondiale. Ma per la prima volta in quella maledetta stagione, si sentiva un vincitore.
James Hunt guidava dentro un incubo.
Nel suo spazio vitale, ridotto ai pochi centimetri tra i suoi occhi e la visiera appannata, esisteva solo il terrore.
La McLaren era una bestia isterica, pronta a ucciderlo ad ogni curva.
Le ruote posteriori pattinavano sull'acqua, il volante sembrava volergli strappare via le braccia.
In quel delirio, quasi inconsciamente, cercava la Ferrari.
Ad ogni staccata, ad ogni rettilineo, i suoi occhi scansionavano la nebbia alla ricerca del rosso.
"Dove sei, Niki? Sei davanti? Sei dietro?", sussurrava tra se e se
La paura di tamponarlo o di vederlo sfrecciare via era l'unica cosa a tenerlo vigile.
Poi, vide la tabella esposta dai meccanici al muretto. Un pezzo di compensato nero con scritte a gesso bianco, l'unico mezzo di comunicazione in quell'era preistorica.
Passò davanti ai box a duecentocinquanta all'ora, tra gli spruzzi d'acqua.
Lesse a malapena.
Due parole: LAUDA OUT.
James sentì una fitta allo stomaco. Out.
Niki si era fermato.
Il Computer aveva staccato la spina.
“Maledetto!”, gridò, la voce che rimbombava all’interno del casco: “Mi hai lasciato solo a morire!”.
Ora tutto pesava sulle sue spalle.
Non doveva più battere Niki. Doveva battere la matematica.
Terzo posto. Gli serviva il terzo posto.
Ma il destino, quel giorno, aveva un senso dell'umorismo crudele.
La pioggia smise di cadere.
La pista iniziò ad asciugarsi e le gomme da bagnato della McLaren, morbide e scolpite, iniziarono a disintegrarsi.
La macchina divenne inguidabile.
James sentiva le vibrazioni spaccargli i polsi.
Vedeva le altre macchine sorpassarlo: Depailler, Andretti.
Scivolava indietro. Quarto. Quinto. Sesto.
“No!”;
Dovette rientrare ai box.
Fu il caos.
I meccanici McLaren, presi alla sprovvista, armeggiarono con il cric che non entrava sotto la macchina troppo bassa.
Urla, bestemmie, bulloni che cadevano.
James batteva i pugni sull'abitacolo, impotente: "Muovetevi! Muovetevi, cazzo!";
Quando ripartì, non sapeva dove fosse. Nono? Decimo? Aveva perso il conto. Aveva perso il mondiale. La furia prese il sopravvento. Gli ultimi giri non furono guida. Furono una rissa da bar. James guidava sopra i cordoli, sull'erba, sorpassava macchine senza nemmeno guardare chi fossero.
Clay Regazzoni, Alan Jones... erano solo ostacoli colorati da abbattere. Non gli importava di vivere o morire. Voleva solo finire quella tortura.
Tagliò il traguardo. Bandiera a scacchi.
Hunt rallentò, esausto, svuotato, furioso.
Era convinto di aver perso.
Credeva di essere arrivato quinto, o sesto.
Sapeva che Niki, ovunque fosse, stava ridendo di lui.
Aveva rischiato la vita per niente.
Entrò nella pit-lane e spense il motore.
Non aspettò nemmeno che la macchina si fermasse del tutto.
Slacciò le cinture con violenza, strappò via il volante e saltò fuori dall'abitacolo. Il suo volto una maschera di fango e sudore.
Teddy Mayer gli corse incontro.
"Che posto ho fatto?", urlò l'inglese, facendo rotolare il caso a terra in preda alla rabbia e alla stanchezza.
Teddy si fermò a un metro da lui.
Sorrideva.
Piangeva e sorrideva come un idiota.
Alzò tre dita: "Terzo", la voce rotta dal pianto: "Sei arrivato terzo, James!";
L'inglese si bloccò.
Il cervello, annebbiato dall'adrenalina, cercò di fare il calcolo.
Niki aveva 68 punti. Lui ne aveva 65. Terzo posto voleva dire 4 punti. 69.
Teddy lo afferrò per le spalle, scuotendolo.
"Hai vinto, James! Sei Campione del Mondo! Per un punto! Un fottuto punto!";
James guardò Teddy. Poi guardò il cielo grigio del Giappone che si stava aprendo.
Le gambe gli cedettero.
Si accasciò sulle ginocchia, lì nell'asfalto sporco della pit-lane, e rise. Una risata isterica, senza fiato, che somigliava terribilmente a un pianto.
Aveva vinto.
Era il Re del Mondo ... e non si era mai sentito così solo in vita sua.
Nota dell’autrice:
Ci è voluto un po' più del previsto per arrivare a questo capitolo, lo so. Chiedo venia! Tra il caos del periodo festivo e una nuova storia che sta iniziando a prendere forma (e che non vedo l'ora di mostrarvi), i tempi si sono dilatati. Ma non potevo lasciare James e Niki sotto la pioggia per sempre 🌧️ . Buona lettura!


