Star Trek Universe Vol. II:
Chiamata alle armi
Chiamata alle armi
SPAZIO, ULTIMA FRONTIERA.
QUESTI SONO I VIAGGI DELLA
NAVE STELLARE ENTERPRISE.
LA SUA MISSIONE È ESPLORARE
STRANI, NUOVI MONDI,
SCOPRIRE NUOVE FORME DI VITA
E NUOVE CIVILTÀ,
FINO AD ARRIVARE LÀ
DOVE NESSUNO È MAI GIUNTO PRIMA.
QUESTI SONO I VIAGGI DELLA
NAVE STELLARE ENTERPRISE.
LA SUA MISSIONE È ESPLORARE
STRANI, NUOVI MONDI,
SCOPRIRE NUOVE FORME DI VITA
E NUOVE CIVILTÀ,
FINO AD ARRIVARE LÀ
DOVE NESSUNO È MAI GIUNTO PRIMA.
-Prologo:
Data Stellare 2527.311
Luogo: Betazed
Era opinione diffusa, e ben meritata, che Betazed fosse uno dei pianeti più incantevoli della Federazione. Certo, ve n’erano molti altri di piacevoli: Bajor con la sua cultura millenaria, Trill con la sua memoria ereditaria, Risa tutto votato alle vacanze, la stessa Terra. Ma era su Betazed che civiltà e natura si fondevano nel modo più mirabile. Le città eco-compatibili erano ricche d’alberi e giardini, con un clima mite per la maggior parte dell’anno e una vita culturale stimolante. Questo non era stato creato dall’oggi al domani: era il risultato di sforzi secolari. La cultura Betazoide, infatti, era una delle più pacifiche della Galassia. Il che era una gran fortuna... per la Galassia. Perché i Betazoidi avevano straordinarie facoltà telepatiche, che se impiegate a scopi di conquista e predominio li avrebbero resi inarrestabili. Invece avevano preferito dedicare i loro sforzi a fare del proprio mondo un luogo piacevole e sicuro in cui vivere e metter su famiglia. Nati senza facoltà telepatiche, tranne poche eccezioni, i piccoli Betazoidi studiavano in grandi scuole immerse nel verde, piene d’attività stimolanti. Solo durante l’adolescenza sviluppavano i loro poteri, sotto la guida di maestri che li aiutavano a padroneggiarli e indirizzarli a scopi costruttivi.
Così era anche per la piccola T’Vala Shil, rampolla della Settima Casa di Betazed. I suoi primi sette anni di vita erano scorsi sereni, quasi idilliaci, nella villa di famiglia. La bambina andava a scuola con ottimi risultati. Lei e i compagni non avevano ancora sviluppato le facoltà telepatiche, pur ricevendo le prime lezioni in tema d’empatia. Quando tornava a casa, T’Vala aveva una gran quantità di giochi e svaghi. Spesso giocava in cortile, da sola o con le amichette. Qualche volta si era lasciata scappare con sua madre che avrebbe voluto un fratellino o una sorellina... ma il lieto evento non si era ancora verificato.
T’Vala non se ne rendeva pienamente conto, ma non era una bambina come le altre. Come rivelava il suo nome, era mezza Vulcaniana, e questo un giorno avrebbe comportato una scelta. Anche a vederla, il suo retaggio era evidente: le piccole orecchie erano appuntite, le sopracciglia lievemente rivolte all’insù. E se nel giocare le capitava di farsi un graffietto o una scorticatura, il suo sangue era verde. Il suo comportamento però era allegro e spontaneo, come quello di qualunque bambino di quell’età. Solo crescendo avrebbe dovuto scegliere che strada seguire, tra la passionalità dei Betazoidi e l’atarassia dei Vulcaniani. Quel che non immaginava era che la scelta si sarebbe presentata assai prima del previsto.
L’unica ombra sull’infanzia di T’Vala dipendeva dal fatto che i suoi genitori erano spesso assenti per lavoro. Sua madre, Xilana Shil, era una famosa ambasciatrice federale. Ciò le imponeva di viaggiare spesso in sistemi lontani, per risolvere intricate dispute diplomatiche. Era un lavoro difficile da spiegare alla piccola T’Vala, che vedeva sua madre assentarsi anche per lunghi periodi. Quanto al padre, Sirok, era un astronomo dell’Accademia Vulcaniana delle Scienze. Anche lui doveva spesso assentarsi per lavoro, recandosi nello spazio profondo a studiare vari fenomeni astrofisici, al punto che T’Vala lo conosceva appena. Così la bambina era spesso tenuta dai nonni materni, che in quanto pensionati erano lieti d’avere la nipotina presso di loro.
Quel giorno T’Vala era trepidante, perché sapeva che sua madre sarebbe tornata da una delle sue missioni. Xilana infatti le aveva spiegato che sarebbe stata via per quindici giorni. La bambina l’aveva presa in parola e da allora contava accuratamente i giorni, in attesa del momento di riabbracciare sua mamma. Ad acuire l’emozione c’era anche il fatto che di solito, quando tornava da quei viaggi, Xilana si premurava di farle qualche regalino. Erano cose di poco conto, come giocattoli o cartoline, o magari dolcetti che finivano in una scorpacciata; ma erano il segno tangibile del loro patto. E il patto – T’Vala lo sapeva bene – era che la mamma poteva essere lontana nello spazio, ma era sempre vicina nel cuore. E sarebbe sempre tornata da lei.
Quella volta, però, T’Vala avvertiva una certa inquietudine. Era vagamente consapevole che sua mamma fosse partita per una missione più difficile del solito. Aveva percepito un’ombra d’apprensione in lei, al momento dei saluti. Non era necessariamente un segno dei nascenti poteri telepatici di T’Vala. Magari era solo spirito d’osservazione: una contrazione involontaria sul viso di Xilana, una strana inflessione nella sua voce, l’abbraccio più stretto e lungo del solito. Sì, sua mamma era partita con la strana preoccupazione che a volte avevano gli adulti. Ma adesso i giorni erano passati, e la mamma sarebbe tornata con un nuovo regalino, e tutti sarebbero stati di nuovo felici... perché era così che accadeva sempre. Era così che doveva accadere.
Ma quando qualcuno entrò finalmente in casa, non era la mamma. Era il babbo. E aveva l’espressione seria. Beh, il babbo era Vulcaniano, quindi era sempre serio... ma stavolta lo era più del solito. T’Vala, che sentendo aprire la porta vi era corsa a braccia aperte, rimase delusa e si fermò. «Dov’è la mamma?» chiese, sbirciando dietro il babbo, giusto per accertarsi che lei non gli si nascondesse dietro.
«T’Vala, devo parlare coi nonni. È molto importante. E poi... parlerò anche con te» disse Sirok. C’era una strana urgenza nella sua voce. Mentre parlava, inoltre, la squadrò con espressione assorta. Era davvero più serio del solito; la bambina non ebbe più dubbi.
«Va’ in camera tua; ti raggiungerò lì» ordinò Sirok. E T’Vala obbedì, malgrado i mille dubbi che attanagliavano la sua giovane mente. Fu un’attesa lunga e snervante. La bambina camminava su e giù, si buttava sul letto e poi subito si rialzava. Provò a giocare, ma era troppo distratta. Di fare i compiti non se ne parlava. A volte, socchiudendo la porta, sentiva le voci del babbo e dei nonni provenienti dal piano di sotto. Voci cupe, terribilmente serie. Tuttavia erano troppo basse per capire cosa dicevano. A un tratto le parve che la nonna piangesse, qualcosa che per T’Vala non aveva precedenti. Infine sentì i passi lenti del babbo che saliva le scale.
T’Vala chiuse la porta, per non dare l’impressione di aver origliato... sebbene fosse proprio ciò che aveva cercato di fare... e si buttò di nuovo sul letto. Pochi attimi dopo la porta si riaprì e Sirok entrò in camera. Chiuse accuratamente l’uscio dietro di sé e si fece avanti di qualche passo. Poi si fermò e rimase silenzioso per lunghi momenti, sempre fissando T’Vala con quello sguardo assorto. Il silenzio era pesante, inquietante; d’un tratto la bambina ebbe paura.
«Dov’è la mamma?» tornò a chiedere T’Vala, con la vocina già incrinata e il labbro tremolante.
«Tua madre è...» cominciò Sirok, ma si fermò. Quando tornò a parlare, aveva cambiato approccio. «T’Vala, ricordi dov’è andata la mamma?» chiese, sforzandosi d’addolcire la voce.
«È andata nello spazio, per uno dei suoi lavori» rispose prontamente T’Vala. «È andata su Ru... Ru...» balbettò, stentando a ricordare il nome del pianeta.
«Si è recata su Rutia IV, un mondo che non appartiene alla Federazione, ma che ci ha chiesto di fare da arbitri per una contesa su alcuni asteroidi ricchi di dilitio» spiegò il Vulcaniano. «Sai, il dilitio è un minerale molto prezioso, perché è indispensabile per il funzionamento delle astronavi. Non può essere replicato, e alcuni dei principali giacimenti si sono esauriti negli ultimi anni, per cui è molto ricercato. Tutti lo vogliono, capisci?».
«Sì, ma la mamma...?» fece T’Vala, ancora incerta.
«Ascoltami, figliola» sospirò Sirok. «Come ti dicevo, tua madre è andata su Rutia IV con un trasporto diplomatico. Una volta lì ha parlato con le autorità del pianeta, per impostare il lavoro. Poi ha preso una navetta per andare su una vicina stazione spaziale, dove si sarebbero tenute le trattative tra il governo e i minatori ribelli. Mi segui?».
«S-sì, la mamma ha preso una navetta...» mormorò T’Vala, chiedendosi che bisogno ci fosse di quei dettagli noiosi.
«Purtroppo la navetta era stata sabotata, da qualcuno che voleva impedire le trattative. O almeno voleva impedire la nostra mediazione» proseguì il Vulcaniano. «Sai che significa sabotare?».
«Significa... che la navetta era rotta» mormorò la bambina, sentendo il batticuore.
«Non esattamente “rotta”» corresse Sirok. «La navetta in sé funzionava, infatti è partita con a bordo tua madre, un pilota e la scorta. Ma il nucleo di curvatura era stato sabotato, nel senso che il campo di contenimento dell’antimateria non funzionava correttamente. O almeno questa è l’ipotesi dei tecnici che hanno indagato sull’incidente. Perciò quando il pilota ha eseguito il balzo in curvatura...».
«Dov’è la mamma?!» chiese T’Vala, quasi strillando. Non riusciva a seguire i dettagli tecnici snocciolati dal babbo, ma avvertiva che c’era qualcosa di terribilmente sbagliato...
«Mi dispiace, figlia mia. La navetta su cui viaggiava tua madre è esplosa nel balzo. Tutti gli occupanti sono periti nell’esplosione» rivelò Sirok. «Può essere di consolazione sapere che la fine è stata così istantanea che nessuno di loro ha sofferto. Ma la mamma non tornerà più, T’Vala. D’ora in poi sarò io a occuparmi di te, nel modo che riterrò più logico».
Da quel momento fu come se la luce e la vita si fossero spente in T’Vala. La bambina era pressoché catatonica. Dormiva a malapena, e quando era sveglia rifiutava di mangiare e di parlare. Solo con molte insistenze si riusciva a farle mangiucchiare qualcosa e ad ottenere qualche risposta in forma di monosillabo. Il suo rendimento scolastico colò a picco, dato che non ascoltava nemmeno gli insegnanti. Questi erano informati della sua situazione, per cui cercavano d’essere pazienti e di coinvolgerla nelle varie attività. Le affiancarono persino una tutor, che avrebbe dovuto aiutarla a elaborare il lutto; ma i risultati furono scarsi. O che la tutor fosse troppo giovane e inesperta, o che il trauma fosse troppo devastante, T’Vala non dette grandi segni di miglioramento. Anche in casa parlava poco o nulla, trascorrendo il tempo chiusa nella sua cameretta. Qui riguardava all’infinito foto e filmati di sua madre. Altre volte osservava le stelle col piccolo telescopio amatoriale che il padre le aveva regalato per l’ultimo compleanno, fantasticando di viaggi nel tempo e altri improbabili modi per salvare la mamma. I nonni, che essendo Betazoidi percepivano la sua sofferenza, avrebbero voluto aiutarla; ma loro stessi erano in lutto e incerti sul da farsi. Così Sirok decise di prendere in mano la situazione.
«Ci trasferiremo su Vulcano» disse una sera di punto in bianco, mentre cenava con la figlioletta.
«Cosa?!» fece T’Vala, strabuzzando gli occhi.
«Mi hai sentito bene, figliola. Ci trasferiremo su Vulcano entro la fine del mese» confermò Sirok. «Ho ancora il mio vecchio appartamento lì. È abbastanza spazioso per tutti e due. Io riprenderò l’incarico presso l’osservatorio astronomico cittadino. È meno... interessante rispetto alle mie ricerche degli ultimi anni, ma mi permetterà di dedicarti più tempo» spiegò.
«E io?» chiese T’Vala, spaventata da quel salto nel buio.
«Tu frequenterai la scuola elementare della città, naturalmente» rispose il padre. «Finora hai familiarizzato con la cultura e l’educazione betazoide, ma in quanto figlia mia sei per metà Vulcaniana, ed è tempo che tu entri in contatto anche con la cultura e l’educazione del mio mondo. Ritengo che ti sarà di grande utilità per superare il trauma che attualmente ti tiene bloccata. Finché resti in questa casa, piena di ricordi che ti legano a tua madre, non smetterai di pensare a lei e di tormentarti. Un cambio d’ambiente ti farà bene. Ti permetterà di pensare ad altro, ti aprirà nuove prospettive».
«Dovrò lasciare i nonni?!» chiese T’Vala, atterrita. Erano le persone più care che le rimanessero.
«Sì, ritengo sia un passo necessario» confermò Sirok con gravità. «Malgrado le loro buone intenzioni, al momento non possono aiutarti. Del resto su Vulcano ci sono i tuoi altri nonni, ovvero i miei genitori. È giusto che tu li conosca. Conoscerai anche mia sorella – tua zia T’Pera – e tutto il mio ramo della famiglia. Non sei curiosa d’incontrarli? Sono certo che hanno molto da insegnarti» suggerì, cercando d’invogliarla.
«Io... uhm... sì, forse...» borbottò T’Vala. In realtà pensava che se somigliavano a suo babbo, allora non aveva una gran voglia di conoscerli. Erano tutti così seri e noiosi? E avevano tutti i capelli tagliati a caschetto?
«Ci sono altri motivi che mi hanno indotto a questa decisione» proseguì Sirok. «Devi sapere che le scuole vulcaniane sono diverse da quelle betazoidi che hai conosciuto finora. Danno molta più enfasi sulla disciplina e sulla logica. Sono qualità che ti sarà utile sviluppare. C’è molto altro che devi sapere... ma ne discuteremo a tempo debito» si frenò. Aveva notato che la bambina sembrava già abbastanza sconvolta e non voleva gravarla con ulteriori rivelazioni.
«Devo proprio venire anch’io su Vulcano? Non puoi andarci solo tu?» chiese ingenuamente T’Vala, la voce ridotta a un sussurro.
«Questo vanificherebbe lo scopo del trasferimento, che è a tuo beneficio, figlia mia» rispose il Vulcaniano senza scomporsi. «Suppongo che al momento tu non lo capisca, e questo ti renda confusa. Ma capirai, col tempo, man mano che apprenderai la logica e l’autocontrollo».
Terminarono la cena in silenzio. Come al solito T’Vala mangiò pochissimo. Al termine del pasto, prima che potesse sgattaiolare via, Sirok le si rivolse nuovamente. «Come ti dicevo, partiremo per Vulcano tra pochi giorni. Perciò stasera stessa cominceremo a preparare i bagagli» annunciò. «Io ti aiuterò a preparare il tuo, così ti mostrerò il modo logico di procedere. Del resto non avrai bisogno di portare molto. Gran parte del tuo materiale scolastico sarà diverso su Vulcano e quindi te lo procurerò lì. Metteremo in valigia qualche abito e qualche attrezzo indispensabile come spazzolino e dentifricio, ma gran parte degli oggetti la replicheremo una volta giunti a destinazione».
«E i miei giocattoli? Le mie bambole?! Non voglio lasciare Flotter e Toby!» gemette T’Vala, riferendosi ai suoi pupazzi preferiti.
Sirok alzò un sopracciglio. «Questo attaccamento emotivo a dei pupazzi inanimati è diffuso in molte specie umanoidi, ma su Vulcano è scoraggiato. Poiché lo scopo del trasferimento è staccarti dal vecchio ambiente e dai vecchi ricordi, preferirei che lasciassi indietro anche quelli» avvertì.
«IO NON ME NE VADO SENZA FLOTTER E TOBY!» strillò T’Vala, per mettere bene in chiaro che a tutto c’era un limite. Poteva cambiare casa e pianeta, ma guai a toccare i suoi pupazzi. Glieli aveva regalati la mamma, ragion per cui erano praticamente delle reliquie sacre.
Sirok emise un breve sospiro mentre squadrava la figlioletta. La sua esperienza di padre – per quanto non dei più presenti – gli aveva insegnato alcune cose. Ad esempio che c’erano battaglie da combattere, e altre per cui invece non ne valeva la pena. E che quando si trattava coi bambini, bisognava procedere per gradi. Il trasferimento su Vulcano avrebbe stravolto la vita di T’Vala in modi così profondi che la piccola ancora non li immaginava. Poteva permetterle di portarsi dietro qualche frammento della sua vecchia vita. Sirok era certo che, se Xilana fosse stata lì a dire la sua, avrebbe insistito affinché T’Vala conservasse i giocattoli a cui era affezionata.
«E va bene, prepareremo una valigia in più» cedette il Vulcaniano. «Potrai metterci Flotter, Toby e le tue bambole preferite. Anche loro si trasferiranno su Vulcano, assieme a noi. Contenta?».
«Sì» annuì T’Vala, sebbene sul piano generale non lo fosse affatto. Abbandonare la sua casa, la sua scuola, i suoi amici e ciò che restava della sua famiglia era così traumatico che portarsi dietro qualche briciola della sua vita precedente le pareva il minimo. Malgrado le spiegazioni, non capiva realmente perché il babbo avesse deciso d’imporle un cambiamento così drastico. Aveva detto di volerla staccare dal vecchio ambiente e dai vecchi ricordi, per farla pensare ad altro... voleva forse farle dimenticare la mamma?! No, questo mai! Non si sarebbe mai scordata di lei. E forse non avrebbe mai perdonato il babbo per averla strappata al suo mondo, gettandola nell’ignoto.
Detto Epsilon Eridani dagli astronomi terrestri e Ni’Var dai suoi abitanti, Vulcano era uno dei pianeti fondatori della Federazione e ne era sempre rimasto un esponente di spicco. I suoi abitanti erano rinomati per la logica, che li rendeva eccellenti scienziati, nonché per l’autocontrollo e la pazienza che li rendevano altrettanto abili diplomatici. Se non ci fossero stati loro, a smussare i conflitti tra le altre specie, forse la Federazione non sarebbe durata a lungo.
L’astronave trasporto uscì dalla curvatura e s’inserì nell’orbita di Vulcano, alle coordinate indicate dalla stazione di controllo. Occorreva un po’ di tempo per sbrigare le pratiche burocratiche, prima di teletrasportare i passeggeri e i loro bagagli nell’astroporto in superficie. Fino ad allora i passeggeri potevano osservare il pianeta, dagli oblò dei loro alloggi o dalla finestra panoramica della sala mensa. Fu da quest’ultima che T’Vala vide per la prima volta il mondo d’origine di suo padre. Non ne ebbe una bella impressione. Vulcano le parve un pianeta arido e desolato, in contrasto col verdeggiante Betazed. Sotto di lei scorrevano deserti ocra e rossi, alcuni rocciosi, altri sabbiosi, punteggiati da vulcani e catene montuose. Le nuvole erano poche e le loro scarse piogge alimentavano brevi fiumi – più che altro torrenti stagionali – che sfociavano in piccoli mari salati. Non c’erano foreste, e quanto all’agricoltura, era ridotta più che altro a coltivazioni idroponiche nei sotterranei delle città. Qua e là imperversavano le tempeste di sabbia, che graffiavano gli antichi monasteri in pietra e i moderni grattacieli di metallo. Insomma, un vero mortorio.
«Osserva» le disse Sirok, indicando qualcosa sulla superficie. «Quello sotto di noi è il monte Seleya, dove ventidue secoli fa il saggio Surak giunse alla piena comprensione della logica. Egli registrò il suo sapere nel Kir’Shara, che ancora oggi viene studiato. Il nostro popolo gli deve tutto».
T’Vala osservò con scarso interesse, il faccino ingrugnito. Per quanto la riguardava, Surak avrebbe anche potuto gettarsi giù da un dirupo di quel monte, col Kir’Shara legato al collo.
«Ora, figlia mia, c’è una cosa che devo dirti, prima di sbarcare» proseguì Sirok. «Come saprai, noi Vulcaniani non ci limitiamo ad apprendere la logica. O per meglio dire, l’acquisizione della logica impone di compiere un altro passo. Noi dobbiamo purificarci dalle emozioni, un retaggio evolutivo che annebbia il raziocinio. In tal modo raggiungiamo una serenità e una limpidezza di giudizio che gli altri popoli ignorano. Studiamo altresì pratiche come la meditazione e la Fusione Mentale...».
«E la presa al collo?!» s’interessò T’Vala. «M’insegnerai la presa al collo, per mettere al tappeto tutti quanti?!».
«Arriverà il momento in cui, se lo vorrai, studierai le tecniche d’autodifesa. E allora sì, apprenderai anche la presa al collo. Ma non per “mettere al tappeto tutti quanti”. Quella presa, pur non lasciando danni permanenti, è comunque un’azione aggressiva. Pertanto va usata come ultima risorsa, se il dialogo e le strategie diversive dovessero fallire» spiegò Sirok con pazienza.
«Sì, okay» sbuffò T’Vala. Tornò a guardare i deserti di Vulcano, immaginando che diventassero un’arena di scontro per dei robottoni giganti. D’un tratto però le squillò un Allarme Rosso nel cervello. Le era tornata in mente una delle cose dette da suo padre. «Hai detto che non devo avere emozioni?!» chiese, angosciata. Su Betazed le maestre le avevano insegnato a riconoscere le emozioni, in se stessa e negli altri. Le avevano spiegato quanto fossero importanti. Ad esempio, il suo affetto per la mamma era un’emozione. E adesso doveva rinunciarci?!
«Sì, figlia mia» confermò Sirok in tono grave. «Non dall’oggi al domani, beninteso. Il cammino per purificarsi dalle emozioni – detto kolinahr – è lungo e arduo. Lo completerai solo in età adulta, quando il tuo cervello sarà pienamente sviluppato. So che è difficile, ma sei una Vulcaniana, ed è tua responsabilità, come lo fu per me».
«Sono solo mezza Vulcaniana. La mamma era betazoide. Quindi le vostre regole non valgono per me!» puntualizzò T’Vala, in quello che ironicamente era uno dei suoi primi sfoggi di logica.
Sirok alzò un sopracciglio, colpito. «Ciò che dici può sembrare logico, ma non stai considerando tutti i fattori. Essendo mezza Vulcaniana, tu hai la potenzialità per raggiungere il nostro livello di logica e di dominio delle emozioni. E ora che vivrai su Vulcano, è nel tuo interesse farlo, per non trovarti isolata dagli altri» argomentò.
«Vivrò su Vulcano solo perché tu lo hai deciso!» rimbeccò T’Vala, scrutandolo con gli occhi quasi tutti pupilla, tipici dei Betazoidi. «La mamma provava emozioni e non le hai mai detto che era sbagliato. Non l’hai mai costretta a non provarle. Allora perché vuoi costringere me?!».
«Non devi vederla come una costrizione, ma come un vantaggio che ti viene offerto» ribatté Sirok. Eppure guardando sua figlia negli occhi vedeva molto di Xilana in lei, al punto che trovava difficile affrontarla. Si sforzò di trovare le parole giuste, che fossero comprensibili alla bambina. «So che in questi ultimi tempi hai sofferto molto per la perdita della mamma. Questo è un dolore che tua madre non ha mai dovuto sopportare, e che invece è toccato a te. Ebbene, io temo che il dolore per questa perdita – e la paura di soffrire ulteriori perdite – possano consumarti. Temo che possano avvelenare la tua infanzia, forse la tua intera vita. E questo mi preoccupa, figlia mia. Vorrei che tu fossi più serena. Per questo ritengo che liberarti dalle emozioni sarà un vantaggio. Forse al momento non capisci, ma confido che un giorno lo farai».
«Ma se rinuncio alle emozioni, allora... allora... sarà come se non volessi più bene alla mamma!» obiettò T’Vala, sconvolta. «Non potrò volerne a te, ai nonni, a nessuno! Perché devo... perché...» chiese con crescente affanno, tanto da andare in iperventilazione. A quel chiasso, molti dei presenti in sala mensa si voltarono a fissarla. I loro sguardi vulcaniani, carichi di fredda disapprovazione, provocarono a Sirok qualcosa di simile alla vergogna. A un tratto T’Vala fissò suo padre come non l’aveva mai fissato prima: con distanza, persino con paura. «Tu... hai mai amato la mamma?!» chiese in un soffio.
Sirok trovò incredibilmente arduo rispondere a quella domanda. Dire “sì” avrebbe rinnegato la sua identità vulcaniana, sulla quale voleva modellare anche T’Vala. Ma dire “no” rischiava di deludere e spaventare sua figlia, al punto da compromettere per sempre il loro legame. «È un discorso complicato, figliola. La mia famiglia è parte della mia identità. Tua madre era parte di me, e lo sei anche tu, sia pure in modo diverso...» mormorò, pur consapevole che era una risposta vaga e difficile da afferrare per una bambina.
«Beh, a me non basta!» s’impuntò T’Vala, insoddisfatta. «Se andrò a scuola su Vulcano imparerò la logica e tutto il resto. Ti prometto che avrò una bella pagella. Ma non rinuncerò mai alle emozioni. Non voglio essere incapace di amare... come te!» accusò. Si scostò dal padre, rifugiandosi in un angolo della sala, con le braccia incrociate e il faccino contratto dalla stizza.
«Mai è un tempo molto lungo, figlia mia» sospirò Sirok, sebbene lei non potesse udirlo. Intanto Vulcano aveva invaso tutta la finestra panoramica, man mano che la nave trasporto s’inseriva in un’orbita bassa. Di lì a poco lo steward annunciò che i passeggeri potevano recarsi in sala teletrasporto per essere sbarcati. La nuova vita su Vulcano li aspettava, che T’Vala volesse oppure no.


