Data stellare 2551.92
Luogo: Vadia IX
Il globo grigio-viola di Vadia IX, uno dei mondi più enigmatici della Via Lattea, invadeva la finestra dell’alloggio di Helen Chase. Si diceva che fosse il pianeta d’origine dei Q, prima che ascendessero, e che fosse tutt’ora la prigione dei Vezda. L’Enterprise aveva deviato dalla sua rotta verso la Terra per raggiungerlo. Alexander era sceso con una squadra, per incontrare il misterioso Osservatore che vigilava sui prigionieri e affidargli l’Orb contenente il Vezda che avevano catturato a caro prezzo. Se tutto andava bene, quel demone non avrebbe più fatto del male a nessuno.
Tutto questo non importava granché ad Helen. Da quando Hope era morta, non riusciva più a darsi una ragione per vivere. Ogni gioia, ogni speranza della sua vita erano state risucchiate in un abisso di dolore e disperazione. Il futuro attentamente pianificato era andato in fumo. Avrebbe preferito non aver mai conosciuto Hope, non averla mai adottata e presa a vivere con sé. Perché in quel caso, Hope sarebbe stata ancora viva. Nell’illusione di offrirle una vita migliore, l’aveva in realtà condannata a morte. Era sempre così, con le gioie della vita... esistevano solo per finire anzitempo, dimostrando ai mortali quanto i loro sogni fossero vani e nient’altro che cenere.
Eppure la vita continuava, sempre che Helen non decidesse di porvi fine. Come Assessore all’Istruzione avrebbe dovuto stabilirsi su Dorvan, assieme ai profughi di Turkana. Il lavoro non mancava: c’erano migliaia di studenti a cui bisognava garantire il diritto all’istruzione, organizzando nuove scuole. Cooper le aveva consigliato che buttarsi nel lavoro era il modo migliore per superare il lutto. Ma Helen non c’era riuscita: si sentiva troppo stanca, amareggiata e incerta sul futuro. Non sarebbe riuscita a svolgere bene il suo incarico, in quell’ambiente che le ricordava costantemente la sua perdita. Perciò aveva rassegnato le dimissioni, rinunciando alle velleità di carriera politica. Aveva detto addio al Governatore Malik, al Prefetto Cooper e a tutte le persone conosciute negli anni trascorsi su Turkana. Quel capitolo della sua vita era definitivamente chiuso. Quando l’Enterprise aveva lasciato Dorvan era rimasta a bordo, per raggiungere la Terra. Sentiva il bisogno di tornare sul suo mondo natio per trovare di nuovo uno scopo, una direzione. Qualcosa che le desse la forza d’alzarsi la mattina. Perché ora come ora non ce l’aveva.
Riversa su un divanetto da chissà quanto, con le luci abbassate e il pavimento cosparso di bottiglie vuote, Helen continuava a porsi ossessivamente una domanda. Avrebbe potuto fare di più per salvare Hope? E la domanda si trasformava fatalmente in: Alexander avrebbe potuto fare di più? Aveva davvero fatto tutto il possibile per salvarla, come le aveva garantito? Oppure si era limitato a fare la cosa più sicura per salvare se stesso, sacrificando la bambina? Considerando il modo spregiudicato con cui suo fratello aveva risolto la crisi di Dorvan, Helen non si sarebbe stupita minimamente nello scoprire che era stato altrettanto cinico con Hope.
Il cicalino dell’ingresso interruppe Helen dalla sua auto-commiserazione. Chi poteva essere? Non aspettava nessuno. Non voleva vedere nessuno. Men che meno suo fratello, che balbettava le solite patetiche scuse. Sulle prime Helen ignorò il cicalino, sperando che il visitatore – chiunque fosse – la smettesse d’infastidirla e se ne andasse. Arrivò persino a ficcarsi le dita nelle orecchie, nel tentativo di schermare quel suono insopportabile. Ma niente, il visitatore non demordeva, non voleva lasciarla in pace. E ogni squillo sembrava più fastidioso e penetrante del precedente. Così Helen si rassegnò ad avere visite. Raddrizzò la schiena, mettendosi seduta sul divanetto, e si asciugò le lacrime con una manica. L’alloggio aveva un aspetto spaventoso, come lei del resto, ma non le importava. Anzi, meglio così. Vedendo le sue condizioni, il seccatore l’avrebbe lasciata prima.
«Avanti» disse Helen, cercando di non singhiozzare.
Un rettangolo luminoso si stagliò sul pavimento buio dell’alloggio. Al suo interno campeggiava una silhouette obesa. «La disturbo, Assessore Chase?» risuonò la voce baritonale del Consigliere Navarro.
«Sì, molto. E non sono più Assessore» rispose acidamente Helen, sperando che si levasse di torno.
Il Consigliere invece sembrò considerarlo un invito a entrare. Si fece avanti, finché la porta si richiuse alle sue spalle, e si guardò attorno, notando il disordine dell’alloggio. Infine si concentrò su Helen. «Vorrei porle le mie più sentite condoglianze per il suo lutto. Perdere i propri figli è l’esperienza più devastante che ci sia» disse.
«Grazie del pensiero. Arrivederci» ribatté Helen, sempre seduta sul divanetto.
«Come Consigliere di bordo, sono a sua disposizione se volesse parlare...».
«Non voglio. Arrivederci, ho detto».
Per ragioni ignote, Navarro sorrise. «Capisco, la sua perdita è ancora troppo vicina. Le occorre tempo per elaborare il lutto. Tempo per ritrovare se stessa, per darsi una nuova missione. Dal momento che ha rinunciato al suo incarico politico, mi dica: tornerà sulla Terra?» domandò.
«Certo. Pensava che sarei rimasta sull’Enterprise?» chiese Helen in tono sarcastico.
«Ovviamente no, lei ha sofferto troppo su questa nave» rispose Navarro. «Ma trovo d’estremo interesse il fatto che lei andrà sulla Terra».
«Dove vado sono affari miei. Perché le importa?» chiese Helen, sospettosa.
«Ecco, deve sapere che la Terra è anche il quartier generale dell’MPG, il Movimento per la Pace Galattica. Ne ha sentito parlare?» chiese il Consigliere con aria innocente.
Helen frugò nella memoria. «Il Movimento... sì, è una di quelle organizzazioni pacifiste che inneggiano al disarmo» ricordò.
«Mi permetto di correggerla. Non è “una” organizzazione pacifista, è la più importante della Federazione. Tutte le altre stanno rapidamente confluendo in quella. Cosa che le sta dando sempre più influenza e rinomanza. Le dirò di più: i quadri dirigenti dell’MPG provengono proprio dal suo Partito Abolizionista e dalle altre forze progressiste» rivelò Navarro.
«Ci credo, sono gli unici a cui importa fermare questa carneficina» borbottò Helen.
«Lei ha colto il punto» sorrise il Consigliere. Le sedette accanto sul divanetto, con aria complice. «Il Movimento per la Pace Galattica si pone lo scopo di combattere la retorica bellicista della Flotta Stellare. Di più: si sta attrezzando per impedire che la Flotta prolunghi la guerra, violando i diritti costituzionali dei cittadini» rivelò.
«Come conta d’impedirlo?» chiese Helen, vagamente incuriosita.
«Tramite varie forme d’attivismo e disobbedienza civile» rispose il Consigliere. «Ad esempio incentivando la resistenza contro la leva obbligatoria. Come ben sa, l’obbligo di leva è incostituzionale. Se riusciremo a revocarlo, la Flotta Stellare rimarrà senza carne da cannone. Così favoriremo le trattative tra la Federazione e i Tuteriani, che porteranno alla firma di un armistizio. Perché prima o poi si arriverà a quello; bisogna solo vedere quanti innocenti moriranno prima».
«Lei dice noi, come se appartenesse all’MPG. Invece la vedo prestare servizio su una nave della Flotta Stellare, cioè il nemico che dice di voler combattere» notò Helen.
«Alcuni combattono il nemico da fuori, altri lo combattono da dentro» si giustificò Navarro. «Io per il momento lo combatto dall’interno, anche se temo che i miei giorni sull’Enterprise siano contati. Il Capitano Chase non si fida di me, non ascolta i miei inviti alla ragionevolezza. Un giorno o l’altro troverà un pretesto per cacciarmi... o peggio. In effetti non mi stupirei se mi eliminasse fisicamente, facendolo passare come un incidente. Non è quello che fa sempre? Perciò sono qui: per assicurarmi che, dopo la mia morte, altri proseguano la battaglia. Per assicurarmi che lei la prosegua. Io ho in parte le mani legate dal mio attuale incarico, ma lei no. Avendo abbandonato la carriera politica, è libera d’entrare a pieno titolo nel Movimento per la Pace Galattica. Anzi, la sua esperienza nelle forze politiche pacifiste e progressiste la rende un leader naturale dell’MPG. Se mi consente di metterla in contatto con certe mie conoscenze, ai vertici del Movimento, le garantisco che entro pochi mesi anche lei sarà tra i dirigenti. E allora potrà fare molto, moltissimo per la pace. Non è sempre stata la sua vocazione?».
Man mano che lo ascoltava, Helen aveva raddrizzato la schiena. Una pallida luce di speranza si riaccese nei suoi occhi cerchiati dall’insonnia e dal dolore. Forse la sua vita non era finita... forse poteva ancora spendersi per una buona causa. Se non quella, quale? Se non ora, quando? Sì, ecco il suo nuovo scopo, la sua nuova missione di vita. Qualcosa che le avrebbe dato la forza d’alzarsi la mattina, scrollarsi di dosso la depressione, combattere ancora per i suoi valori. E perché no, radunare ancora dei sostenitori, gente che credeva in lei. A quel pensiero Helen si passò una mano tra i capelli scarmigliati, cercando di ricomporsi. Avrebbe dovuto lavorare sulla sua immagine, ma con le giuste dritte contava di rendersi presentabile, sia fisicamente, sia ideologicamente.
«In effetti... la sua proposta è interessante» ammise Helen. «Credo d’essere sempre stata destinata a una vita pubblica, in un modo o nell’altro. Se non posso farlo dentro un’aula, lo farò in piazza. E chissà che, così, anche la perdita di Hope acquisti un senso. Se mi darà la forza d’andare avanti, di oppormi alla guerra, non sarà stata vana».
«Più che giusto! Ero certo che avrebbe accettato!» esultò Navarro. «Ci attrezzeremo per restare in contatto, io e lei. Così approfitterò del mio incarico sull’Enterprise per passarle informazioni utili al Movimento. Informazioni che le permetteranno di mostrare la Flotta Stellare per ciò che è realmente: il più grande ostacolo alla pace».
«Sì...» mormorò Helen, con una nuova luce negli occhi. Riuscì persino a sorridere, mentre fantasticava di ciò che avrebbe fatto. «Mi dica solo un’altra cosa: crede che riusciremo a danneggiare mio fratello? Crede che riusciremo a punire Alexander per i suoi misfatti?» chiese con crescente bramosia.
Il Consigliere ponderò la domanda. Infine si rilassò sul divanetto, con un ghigno sicuro. «Credo che, se agiamo con accortezza, lo faremo soffrire più di quanto abbia mai sofferto finora» asserì.
«Allora accetto la sua proposta» disse Helen, senza più alcuna esitazione. «Mi metta in contatto coi suoi amici dell’MPG. Appena raggiungerò la Terra mi unirò formalmente a loro. E se lei mette una buona parola per me, sono certa che faciliterà la mia ascesa nel Movimento. C’è molto lavoro da fare, e così poco tempo...».
FINE


