Prima di lasciarvi al testo, vi riporto un paio di note.
Il pacchetto assegnatomi richiedeva che la storia fosse ambientata in Messico ed io ho deciso di ambientarla in epoca precolombiana, in particolare nel regno azteco; quindi, ci saranno riferimenti a quella cultura e termini in lingua nahuatl. Il testo è pieno di note, più che altro curiosità e traduzioni, che, come vedrete se avrete voglia di leggerle, sono davvero lunghe. Per non spezzare il ritmo, vi consiglio di recuperarle in seguito, magari. Per cui vi riporto qui le uniche due nozioni di cui avete davvero bisogno per comprendere il racconto:
- Il Mictlan era il nome dell’oltretomba per gli aztechi e altre popolazioni del Messico precolombiano. Non era un inferno né un paradiso per come li intendiamo noi, bensì una zona di passaggio all’interno della quale le anime dovevano affrontare un lungo e faticoso viaggio della durata di quattro anni, al cui termine avrebbero finalmente raggiunto il riposo eterno.
- Xolotl era una divinità, il guardiano del Mictlan. Egli conduceva i morti attraverso i nove livelli del Mictlan affinché potessero completare il loro difficile viaggio. Nella mia storia, invece, Xolotl è una sorta di semidio, eletto tra gli uomini a ogni nascita del Nuovo Sole, a ogni nuova era. Poiché Xolotl veniva raffigurato come un cane scheletrico, con i piedi al contrario e gli occhi luminosi, ho deciso che il segno distintivo dell’eletto sarebbe stato proprio nascere con i piedi al contrario.
Vi auguro una buona lettura.
Lettere
dal mondo sotterraneo
Mia amata madre,
gli dèi, nella loro benevolenza, mi hanno concesso qualcosa che, in vita, non mi sarebbe mai appartenuto: la conoscenza dei segni e delle parole tracciate. La scrittura non è di certo dono di chi nasce dal popolo, come me. Ora invece so incidere il pensiero sulla fibra e dare forma visibile alla voce.
Essi mi hanno fornito anche fogli d’amatl, una ciotolina contenente del tlilli1 diluito con dell’acqua e un pennello di setole di coniglio, cosicché io possa scriverti quando il silenzio di questo luogo diventa troppo profondo.
So che tu non puoi leggere questi segni e che essi non giungeranno alle tue mani come vi giungerebbero quelli degli uomini vivi, eppure io scrivo lo stesso, perché gli dèi mi hanno detto che il pensiero, quando viene affidato al fuoco sacro, può essere raccolto e restituito in altra forma. Quando avrò terminato, dunque, consegnerò questi fogli alle fiamme che ardono nel punto più profondo del Mictlan2 e, così, forse le mie parole riusciranno a risalire i nove livelli di questo mondo sotterraneo e a raggiungerti in forma di sogno o di un pensiero improvviso.
A me, purtroppo, non è concesso oltrepassare le mura di questo luogo. Esso si estende come un labirinto pressocché infinito e alle sue soglie veglia Acolmiztli3, il puma dal manto oscuro e dal ruggito che fa tremare la terra. Egli non lascia entrare i vivi, né uscire i morti. E io, madre, ormai appartengo ai secondi.
Da quando sono qui, il mio corpo non è più quello di un uomo. Non conosco la fame, né la sete, non sento il bisogno del riposo e il sonno non mi reclama. Le passioni della carne si sono allontanate da me, così come il dolore e il piacere che governano i vivi. Gli dèi mi hanno reso simile a loro, eppure, nel profondo, qualcosa resiste: una trama sottile fatta di immagini e voci, i ricordi del giovane che fui.
Ricordo la quiete di mio padre, seduto in silenzio, come se lasciasse al mondo il compito di parlare per lui. Ricordo la voce dei nonni, che raccontavano storie nate prima della terra stessa, e i passi confusi dei miei fratelli e delle mie sorelle nella casa, il disordine, le risate improvvise, persino i rimproveri. Ricordo l’odore del mais al mattino, il suono degli oggetti mossi dalle tue mani, e più di ogni altra cosa la tua voce, madre mia, quando cantavi piano per non farti sentire, come se quelle melodie fossero destinate solo a te e agli dèi.
Ma non tutti i ricordi tornano con la stessa dolcezza. Alcuni si impongono con violenza e feriscono come schiaffi. Tra tutti, uno in particolare continua a ritornarmi alla mente, perché è l’ultimo che conservo di tutti voi.
Era il mese di Izcalli4. Le strade e la piazza del calpulli5 erano colme di voci. Ci eravamo riuniti per la cerimonia della piccola di casa, Meztli, chiamata per la prima volta a stare al cospetto della comunità. Stringeva le offerte con serietà ostinata, imitando gesti troppo grandi per lei, senza comprenderne ancora il peso, come fanno i bambini quando si affacciano per la prima volta al mondo degli adulti.
Ricordo voi genitori che, seguendo l’usanza antica, prendevate i bambini e ne allungavate le braccia e le gambe con gesti lenti e attenti, perché crescessero forti e trovassero il loro posto nel mondo. Ricordo le orecchie perforate, le parole mormorate agli dèi affinché la vita si distendesse davanti a loro come un sentiero favorevole. I sacerdoti vegliavano sul rito e il fuoco ardeva al centro, mentre il fumo purificatore saliva carico di resine e preghiere.
Io osservavo tutto questo accanto a voi. Un figlio tra i figli. Nulla, in quel momento, mi distingueva dagli altri.
Fu allora che il fuoco mutò. Le fiamme si fecero luce e in essa sentii gli dèi chiamarmi. Le voci intorno a me si affievolirono e il mondo cominciò a richiudersi su se stesso. Prima che ogni cosa svanisse, incrociai un’ultima volta il tuo sguardo: mi fissavi e piangevi.
Poi calò il buio.
Quando tornai a vedere, davanti a me si dispiegavano gli oscuri sentieri del Mictlan, silenziosi e inevitabili. Voi non eravate più lì e io non ero più Itzcuin. Ero rinato come Xolotl6, il guardiano dei morti.
Da allora, negli occhi mi è rimasta la tua immagine, in lacrime per quel figlio nato nei giorni nefasti dei nemontemi7 e sottratto troppo presto al mondo dei vivi.
Non devi però disperarti, madre mia, perché non esiste compito più sacro né onore più grande del compiere il destino che gli dèi hanno tracciato per noi. Ad ogni morte e rinascita del Nuovo Sole che risplende in cielo, accompagno le anime attraverso i nove livelli del Mictlan, fino al riposo eterno. Questo è il mio cammino ed è giusto che sia così. E tu puoi esserne fiera: il figlio che hai messo al mondo tra dolore e presagi oscuri non è andato perduto, ma è divenuto un nobile strumento degli dèi e in questo mi auguro che la tua anima trovi la pace.
Quando queste parole saranno consumate dal fuoco, chiederò agli dèi di raccoglierne il senso e di concedere loro di giungere fino a te. Forse Tezcatlipoca, signore della notte e dei sogni, verrà a cercarti nel sonno, poserà il suo sguardo su di te e ti parlerà al posto mio.
Forse domani, nel dormiveglia, sentirai un soffio caldo sulla fronte e sarà il mio pensiero che è riuscito a raggiungerti.
Ti scriverò ancora in futuro, se gli dèi me lo concederanno.
Con amore eterno, tuo figlio,
Itzcuin
***
Adorata madre mia,
sono certo che nel mondo dei vivi siano passati molti anni dall’ultima volta in cui ti ho scritto. Non saprei dire quanti, perché qui il tempo non ha stagioni né cicli; lo si misura solo dal passaggio delle anime. E io ne ho viste tante: migliaia, forse decine di migliaia. Ognuna di loro impiega all’incirca quattro anni a percorrere il cammino, e io ho il dovere di accompagnarle, una dopo l’altra, passo dopo passo, fino al punto più profondo del Mictlan.
Conosco ormai ogni tratto di questo regno. Le rive fangose del fiume Apanohuaia, che segna l’ingresso del primo livello e dove i cani nudi8 aiutano le anime a guadare le acque turbolente; le otto colline gelide di Itzehecayan, che i defunti salgono a fatica, mentre il gelo consuma la loro carne terrena; le distese aride del Pancuetlacayan, dove i venti non si fermano mai e scaraventano le anime in ogni direzione, come foglie secche durante una tempesta; e infine le acque nebbiose del Chiconahuapan, l’ultimo passaggio, dopo il quale ci si può finalmente ricongiungere ai Sovrani dell’Aldilà e festeggiare con essi9.
Ma non sono solo i sentieri a essermi divenuti familiari. Mi sono abituato all’oscurità che qui è assoluta, al tanfo di marcio che impregna l’aria e al silenzio denso rotto solo dai lamenti. Il Mictlan non mi è più ostile: risponde ai miei passi, si tende o si ritrae secondo la mia volontà. A volte basta un mio pensiero perché il vento muti direzione o perché il terreno si faccia più aspro sotto i piedi. Non lo comando come un sovrano, ma lo guido come si guida una bestia, che riconosce la mano dell’uomo pur conservando una volontà propria.
I morti non possono vedermi né parlarmi, ma io li sento e li vedo — non solo i loro corpi spettrali, ma tutto ciò che furono: le loro vite, le loro scelte, i loro ricordi. Li vedo quando ancora respiravano il fumo dell’incenso nei templi, o quando seminavano la terra, o quando mangiavano alla stessa tavola con i loro cari.
Se volessi raccontarti tutto ciò che vedo, madre, non basterebbero i fogli che mi restano. I ricordi riaffiorano senza essere chiamati, le parole mai dette tornano a pesare come macigni, i gesti di una vita intera si mostrano per ciò che erano: occasioni colte o perdute. Qui nulla riemerge per confortare. Ogni memoria è una prova, ogni rimpianto un peso che l’anima deve imparare ad abbandonare. Tutto ciò che siamo stati ci segue, anche quando fingiamo di averlo lasciato indietro.
Le storie di ciascuno si imprimono in me come segni sulla pietra e, più ne vedo, più comprendo quanto vasto e contraddittorio sia il mondo che ho lasciato.
Qui ho incontrato persone di ogni sorta: vecchi guerrieri con cicatrici d’onore, mercanti scaltri che ancora stringono tra le mani il ricordo delle loro ricchezze, contadini con le unghie nere di terra, madri stanche, prostitute allegre, nobili sacerdoti, imperatori e mendicanti. Tutti camminano l’uno accanto all’altro, nudi e uguali, eppure portano dentro la differenza delle vite che hanno vissuto.
Ci sono quelli che hanno riempito i loro giorni di fatica, di coraggio, di desiderio, e altri che hanno lasciato che il tempo li trascinasse, come tronchi secchi alla deriva sul fiume. Li riconosco subito: i primi avanzano anche quando il vento li schiaccia, i secondi si lasciano portare, senza più volontà.
Ricordo una donna che aveva dedicato la sua esistenza alla cura degli altri. Nutrice e guaritrice, aveva assistito a decine di nascite, accolto il pianto dei neonati e la gratitudine dei malati, e patito il dolore di perdite che nessuno avrebbe potuto contare. La sua non era stata una vita priva di rimpianti, né di errori, ma ogni scelta, anche la più dolorosa, l’aveva compiuta restando fedele a ciò che sentiva giusto. Quando è giunta qui, portava una quiete profonda, come di chi ha finalmente terminato il proprio lavoro.
Ho visto un vecchio contadino che, dopo anni trascorsi a piegare la schiena sulla terra, a spezzarsi le unghie e obbedire alle stagioni, aveva deciso di lasciare tutto: moglie, figli, case e campi. Lo chiamavano egoista, lo ritenevano spregevole. Partì lo stesso, povero e solo, ma leggero. Non visse a lungo e non visse meglio degli altri, eppure nei suoi ricordi non c’era rimorso, solo la certezza di aver scelto almeno una volta per sé.
E poi una giovane donna, destinata dal padre a divenire moglie e madre, che aveva deciso invece di servire come sacerdotessa di Xochiquetzal, dea dei fiori e dell’amore. Rifiutò il ruolo imposto e decise di onorare la divinità divenendo una maqui10, offrendo il proprio corpo ai giovani soldati, lanciandosi anche in battaglia assieme ad essi, senza temere in alcun modo la morte. Pagò quella libertà con il disprezzo della famiglia, ma non rinnegò mai la propria scelta.
Al contrario, ho incontrato anche molti che non hanno osato perseguire i propri desideri. Uomini e donne che si sono accontentati di matrimoni infelici, lavori che odiavano, vite che non avevano scelto. Alcuni, pur nati con ricchezze e possibilità, si sono lasciati scivolare via i giorni senza mai tentare, svegliandosi ogni mattina nello stesso vuoto che il giorno precedente aveva lasciato.
Gli dèi distribuiscono doni e mancanze, assegnano talento, bellezza, dolore, nascita e fine senza chiedere il consenso di nessuno, ma è l’uomo a decidere se renderli un peso o un’opportunità. Alcuni trasformano ciò che ricevono in un’arma, altri rivolgono quell’arma contro se stessi. Sembra quasi che metà dell’umanità esista per vivere e l’altra per lasciarsi vivere.
Madre, qui nel Mictlan nessuno viene condannato per ciò che è stato, eppure ognuno porta con sé il peso delle proprie rinunce. Non sono le colpe a rallentare il passo delle anime, ma le occasioni mancate, le parole mai pronunciate, le vite rimaste allo stato di desiderio. È questo che rende il cammino lungo, più delle acque o del vento o del gelo.
Ti penso spesso, madre mia. Ti penso quando un’anima cade e trova la forza di rialzarsi. Ti penso quando, nei ricordi di una donna, rivedo lo stesso amore che tu mi hai donato crescendo: nei gesti pazienti, nelle carezze discrete, nella forza che mi hai trasmesso anche nei momenti più difficili.
Forse è per questo che oggi riesco a guardare gli uomini che incontro senza disprezzo e senza indulgenza. Se so riconoscere il valore di una vita imperfetta è perché tu mi hai insegnato che vivere non significa essere impeccabili, ma presenti.
Se continuo ad accompagnare queste anime, una dopo l’altra, passo dopo passo, è anche grazie a te, e di questo te ne sarò per sempre riconoscente.
Il tuo amato figlio,
Itzcuin
***
Madre mia,
non è trascorso molto da quando ti scrissi l’ultima volta, eppure sentivo il bisogno di farlo di nuovo. Forse è inutile, forse le mie parole non ti raggiungono affatto. A volte temo che restino qui, sospese tra un mondo e l’altro, destinate a dissolversi come fumo nelle nebbie del Mictlan.
So che dubitare degli dèi e della loro benevolenza è peccato, e chiedo perdono per la mia debolezza, ma non riesco a zittire questo pensiero. Scrivo comunque, anche se forse nessuno ascolterà mai queste parole. Scrivo perché, a questo punto, non posso farne a meno. Scrivo per me, per ricordarmi chi sono o chi credevo di essere.
La solitudine pesa, madre, più di quanto vorrei ammettere. Ci sono giorni in cui i pensieri mi sfuggono, si sparpagliano nella mente come cenere al vento, e solo la carta sembra poterli fermare un istante, prima che si dissolvano del tutto.
Perdonami, madre, se le mie parole oggi suonano egoiste, ma questo è l’unico modo che ho per non sentirmi svanire insieme alle anime che accompagno.
Da quando ho rivisto Quauhtli, qualcosa in me si è incrinato. Ti ricordi di lui? Viveva nel nostro stesso calpulli, non lontano da casa, in una capanna di fango vicino al canale. All’inizio non l’avevo riconosciuto: i capelli ormai quasi del tutto grigi, la pelle indurita dal sole, le spalle leggermente ricurve sotto il peso degli anni. Solo quando ho toccato i suoi ricordi ho capito chi fosse.
In uno di essi ho rivisto la nostra casa, me stesso, i miei fratelli e voi – tu e nostro padre – seduti attorno al tavolo, mentre consumavamo un pasto semplice: tamales di mais e verdure avvolti in foglie di banano, quelli che preparavi tu, con quella salsa al peperoncino che, a pensarci, ancora mi brucia sulla lingua. Per un istante mi è parso di sentire di nuovo il profumo del fuoco e il gracidio lontano delle rane lungo il canale.
Io avevo dimenticato quel giorno, ma lui no. A quel tempo – avremmo avuto sette, otto anni – era un ragazzino minuto, sempre scalzo e ricoperto di polvere, con le ginocchia sbucciate e le mani piene di graffi. Sua madre era morta da poco e suo padre era in guerra. Aveva fratellini da accudire e da giorni non mangiava un pasto caldo. Tu lo sapevi, vero? È per questo che lo invitasti a cenare con noi. Ed è per questo che lui rideva con la bocca piena e non smetteva di ringraziarti.
Poi quel ricordo si è dissolto e ho potuto vedere il resto della sua vita.
L’ho seguito mentre, ormai adulto, lasciava la nostra città sul lago e si dirigeva verso nord. Attraversò prima le colline verdi oltre Tlaxcallan11, poi le terre più secche, dove la pioggia è rara e il vento solleva sempre polvere. Io, madre, non avevo mai visto un paesaggio che non contenesse acqua. Per me tutto il mondo si specchiava nel lago Texcoco12, ma lui camminava in luoghi dove l’orizzonte era nudo e dove il terreno screpolato sembrava la pelle di un vecchio tlacuilo13.
Le prime genti che incontrò erano diverse da noi. Erano popoli stanziali del nord che abitavano in piccoli villaggi sparsi tra le colline e le valli, in case di terra battuta e legno disposte senza un ordine rigido, e coltivavano pochi campi di mais strappati alla siccità. Le loro vesti erano semplici, spesso di pelle o di fibre grezze. Parlavano lingue diverse dalla nostra, piene di suoni secchi come pietre che si urtano.
Proseguendo, le terre diventavano sempre più aride, fino ai confini settentrionali del Chichimeca14, dove il mondo si svuota. Tramite i suoi occhi, ho visto colline spoglie, cespugli bassi, cactus dalle forme che non avrei saputo inventare: alcuni alti come uomini, altri tondi come giare, altri ancora cosparsi di spine così fitte da sembrare coperti da una folta pelliccia. I frutti erano rossi o gialli, acidi al gusto, e Quauhtli li mangiava per non morire di sete.
Fu in quei luoghi che incontrò i nomadi. Li vide tra le colline aride, in un pomeriggio rosso di polvere: uomini senza radici né mura, sempre in cammino. Non avevano case, né campi, né mercati; solo archi, frecce e radure dove si raccoglievano al calar del sole. Avevano il corpo dipinto con strisce di ocra e carbone, come se portassero addosso il colore della terra stessa. Indossavano pelli leggere, secche come pergamena, e avevano capelli intrecciati con fili d’erba o piume scolorite dal sole cocente. Nei loro occhi c’era una fierezza difficile da ignorare, una durezza forgiata dalla vita in un mondo che non perdona nulla. E io, vedendo ciò che aveva visto lui, capii perché essi vengono definiti selvaggi: non perché siano crudeli, ma perché non sono disposti a inginocchiarsi davanti a nessun padrone.
Ma oltre quelle terre, madre, oltre i confini settentrionali dei domini Chichimechi, non vi era quasi nulla, se non distese infinite di erba secca, canyon spazzati dal vento e un orizzonte vuoto. Quauhtli proseguì ancora per qualche giorno, testardo come lo ricordavo da bambino, fino a quando si rese conto che davanti a lui non sarebbe venuto nessuno – nessun villaggio, nessun volto, nessun fuoco nella notte – e decise di tornare indietro.
Ripercorse il cammino fino alle terre più miti e da lì piegò verso sud-est, inseguendo l’idea dell’acqua. E un giorno, quando il terreno cominciò a diventare morbido e la brezza portava l’odore del sale, si trovò finalmente davanti all’oceano.
Madre, non avrei mai creduto che potesse esistere una distesa d’acqua così vasta.
Io, cresciuto sul nostro lago, pensavo che l’acqua avesse sempre un’altra riva da raggiungere. Pensavo che il mondo fosse fatto di sponde, come vasi di terracotta che contengono ciò che non deve traboccare. Ma l’oceano che Quauhtli vide era una bocca aperta, infinita, senza pareti né confini. L’acqua si muoveva senza mai fermarsi, come una fiera inquieta, e il suo odore era pungente e fresco.
Fu lì che incontrò mercanti che lavoravano su imbarcazioni più grandi di qualunque acalli15 tu possa aver mai visto: canoe scavate da tronchi enormi, capaci di resistere alla furia del mare, niente a che vedere con le piccole imbarcazioni che popolano il nostro lago.
Si unì a loro, offrendosi come rematore, e intraprese un lungo viaggio, stretto nel ventre della barca tra sacchi di cacao, vasellame e corpi di altri uomini.
In quei due mesi di navigazione vide animali inimmaginabili. Corpi scuri che sfrecciavano appena sotto la superficie, con pinne che tagliavano l’acqua come lame di ossidiana. Pesci più grandi di una persona, con occhi rotondi come scudi e bocche enormi. Esseri dal dorso lucido che saltavano fuori dall’acqua per un attimo, per poi sparire di nuovo nel blu profondo.
Ma il mare non era solo meraviglia. C’erano notti di tempesta, durante le quali il cielo si chiudeva e il vento urlava come uno spirito furioso e l’acqua colpiva l’acalli da ogni parte, pronta ad inghiottirlo senza lasciarne traccia. Ogni volta che vedevo uno di questi ricordi, pensavo che fosse quella la causa della sua morte. Invece dopo ogni tempesta tornava l’alba, e con essa, un giorno, giunse anche la costa.
Erano le terre della grande penisola, un mosaico di città e villaggi che parlavano lingue diverse dalla nostra. Erano terre maya, madre.
Quauhtli attraversò quelle regioni, spostandosi tra le varie città costiere, fino a giungere a Mayapan, città fiorente e colma di vita, e poi all’antica Chichén Itzá, ormai in parte abbandonata ma ancora maestosa, carica del ricordo dei sacrifici e della grandezza che aveva conosciuto nei tempi andati.
Le città lì non erano grandi né ben ordinate come Tenochtitlan16, ma si innalzavano con altrettanta maestosità. Gradoni di pietra calcarea, sbiancata dal sole, sorreggevano templi dipinti con colori vivaci: rossi che sembravano sangue, blu più intensi del cielo dopo la pioggia.
Quauhtli imparò presto a muoversi tra le strade aggrovigliate e i mercati rumorosi, dove il caldo scioglieva i profumi e li mescolava senza distinzione. Assaggiò cibi di cui non conosceva il nome: pesce arrostito su foglie larghe, che davano carne un sapore di verde e di fumo; mais preparato in modi mai visti; frutti dalla polpa dolce e pungente; bevande leggere, fermentate, che profumavano di fiori e miele e lasciavano sulla lingua una strana felicità.
Continuò a muoversi verso sud, incontrando uomini dal volto dipinto che indossavano pelli di giaguari e donne che tessevano stoffe dai colori brillanti. Mise piede in un mondo che sembrava scolpito dalla giungla stessa, terre dove l’acqua era ovunque: nei fiumi lenti, nelle lagune ampie, persino nell’aria che si respirava. La foresta odorava di resina, fiori umidi e foglie schiacciate e ovunque ronzavano insetti luminosi, e uccelli dalle piume rosse, verdi e gialle volavano tra gli alberi come frecce.
Fu lì che incontrò i Nicarao. Essi non vivevano in città di pietra come le nostre. I loro insediamenti erano raccolti attorno a spiazzi aperti, con case di legno e argilla disposte senza un ordine rigido, come se fossero cresciute insieme agli alberi.
Eppure, madre, in una cosa erano sorprendentemente simili a noi: nel linguaggio. È difficile credere che, a una tale distanza dalle nostre terre, vi sia un popolo la cui lingua suona così familiare, ma quando li ascoltavo parlare attraverso i ricordi di Quauhtli, molte parole mi giungevano chiare, altre appena deformate, come un’eco lontana del nostro stesso parlare.17
Fu tra queste genti che incontrò una donna. Non so quanto tempo rimase con lei. La sua presenza emerge nei ricordi all’improvviso e le visioni di quel tempo sono spezzate in immagini brevi e luminose: lui che l’accompagna lungo un sentiero dove crescono fiori enormi; lei che gli mostra una vasca d’acqua limpida nel cuore della foresta; il mercato visto dall’alto di un tetto, mentre la sera avanza lenta e il caldo finalmente si attenua; poi risate, mani che si sfiorano, corpi che si cercano.
Quello che so è che Quauhtli rimase lì abbastanza a lungo da costruirsi una vita possibile, diversa da quella che aveva lasciato. Una vita che, forse, avrebbe potuto trattenerlo.
Eppure, madre, malgrado la bellezza di quella donna, il calore e i frutti generosi di quella terra, ancora una volta egli non restò. Il suo amore per la libertà era più grande di qualsiasi amore umano. Quel fuoco che lo aveva spinto lontano da casa continuava a divorargli il petto.
C’era sempre un altro orizzonte da inseguire, un altro passo da fare, un altro mondo da scoprire.
E così una mattina si alzò, la osservò dormire e, senza una parola, ripartì. Il suo cammino proseguì ancora più a sud, dove la giungla si faceva più fitta e il mondo sempre più selvaggio.
Attraversò montagne irte e foreste tanto dense che la luce del sole scendeva solo in fili sottili. Ogni passo affondava in un terreno vivo e caldo, e l’aria, carica di umidità, pesava come un mantello bagnato. Attorno a lui pullulava un intero mondo di animali dai colori e dai versi sconosciuti: grandi uccelli dalle piume sgargianti e dai becchi vistosi, scimmie che gridavano tra i rami, rane dai colori innaturali che cantavano nella notte.
In quelle regioni non vide grandi città né templi monumentali come a Tlatelolco18 o Tenochtitlan. I villaggi erano piccoli e nascosti tra gli alberi, costruiti per adattarsi al terreno e non per dominarlo. La vita lì era silenziosa e attenta. Le persone si muovevano nella foresta come se ne conoscessero ogni respiro. Cacciavano, coltivavano piccoli appezzamenti di terreno e raccoglievano frutti e radici con gesti lenti e precisi, che denotavano una conoscenza profonda di quel mondo selvaggio.
Quauhtli vi rimase per qualche anno, aiutando nella coltivazione della yuca e nel lavoro della giada, dormendo in case sollevate dal terreno per proteggersi dall’umidità delle paludi e condividendo il letto con molte donne, forse cercando in esse colei che si era lasciato alle spalle.
Ma neanche allora si fermò. Camminò ancora più a sud, attraversando estese foreste torride dove alberi giganteschi affondavano le loro radici nell’acqua e dove le montagne lasciavano spazio di nuovo al mare. Si spinse oltre ogni confine immaginabile, seguendo quel richiamo che lo aveva guidato per tutta la sua vita, finché arrivò là dove i due grandi mari quasi si sfiorano.
Per la prima volta, dopo tanti anni, il suo cuore fu quieto. Lo sentii chiaramente. Lui, che non aveva mai trovato pace in nessun villaggio, con nessuna donna, su nessun sentiero, in quel punto capì di essere arrivato dove aveva sempre desiderato. Non era un luogo preciso, ma la sensazione di aver visto tutto ciò che poteva essere visto da un uomo.
La vecchiaia ormai gli gravava addosso come un fardello e le ginocchia gli dolevano, ma nei suoi occhi brillava una luce nuova: quella di chi non deve più inseguire nulla.
Fu allora che decise di tornare indietro. Non sapeva se sarebbe tornato a Tenochtitlan o se avrebbe cercato la donna Nicarao dagli occhi color del caffè. Forse nessuno dei due. Forse cercava solo di rivedere qualcosa di familiare prima che il sole calasse per l’ultima volta.
Ma la giungla è piena di insidie e, lungo il suo cammino di ritorno, un serpente lo morse e a nulla valsero gli antidoti raccolti durante i suoi viaggi.
In quel momento non ebbe paura, né rimpianti. Aveva visto l’estremo del mondo, dove i due mari si stringono, e morire dopo averlo raggiunto gli parve un dono.
Così si è spento Quauhtli, con il cuore finalmente colmo.
Quando giunse all’ultimo livello del Mictlan, il suo passo era leggero come lo era stato in vita. Le prove erano finite, le correnti gelide e le lame d’ossidiana ormai alle sue spalle. Davanti a lui si apriva il silenzio profondo, quello che non pesa e non chiede nulla. Lì, dove il cammino si dissolve e non vi è più sentiero, egli si voltò un attimo indietro.
Non disse nulla. Io sentii il suo legame con il mondo farsi sottile come un filo teso, e poi spezzarsi. Quando lo lasciai andare, madre, provai un dolore improvviso e puerile, come se mi stessero strappando qualcosa che avevo appena imparato ad amare.
Non era solo Quauhtli che se ne andava, era la sua intera vita. Tutto ciò che mi aveva mostrato senza volerlo – le strade polverose, l’odore del mare, la giungla che canta di notte, i mercati colmi di spezie, le donne che aveva stretto e poi lasciato – ogni cosa mi cadde addosso come un’assenza. Mi mancavano i suoi passi, la sua fame di orizzonti, persino la sua incapacità di fermarsi.
In quel momento compresi quanto profondamente avessi vissuto attraverso di lui e attraverso tutti gli altri prima di lui. Io, che non ho mai lasciato davvero il sentiero assegnatomi, ho camminato in mille terre. Io, che non ho mai scelto una donna, ho conosciuto mille amori. Io, che non avrò figli, osserverò il susseguirsi di generazioni intere.
Eppure, madre, questa consapevolezza non mi consola. Anzi, talvolta il peso di tutto questo mi è insopportabile.
Mi capita di trovarmi a desiderare una vita semplice: un fuoco da accendere al calar del sole, un corpo stanco che riposa, una voce amorevole che mi chiami per nome. Alcuni giorni, vorrei essere uno degli uomini che accompagno, libero di vivere una sola vita, breve e imperfetta, ma interamente sua.
Provo invidia, madre. Non oso negarlo.
È vero che io onoro gli dèi, ma i mortali onorano la vita. E mi chiedo se davvero gli dèi desiderino essere serviti da chi, nel profondo, invidia gli uomini. Mi chiedo se la mia fede sia autentica e non solo obbedienza imparata troppo presto.
Ma poi alzo lo sguardo sul Mictlan e osservo le ombre incedere piano tra colline che mutano lentamente posizione e le montagne di ossidiana nera, tagliente come lame. Vedo foreste di alberi marci che producono frutti corrotti e le bestie scheletriche, eppure vive, che vi si aggirano, e mi dico che anche qui, madre, vi sono cose che nessun uomo potrà mai vedere.
Mi ripeto che non devo invidiare gli uomini e che gli dèi hanno visto ciò che io non posso ancora comprendere. Se mi hanno scelto così giovane, se mi hanno sottratto al mondo prima che potessi desiderarlo davvero, allora deve esserci una ragione giusta, anche se oggi mi appare crudele.
Forse è questo ciò che mi è stato dato in cambio: il privilegio di non vivere una vita, ma tutte.
Resto, madre. Resto nel mio compito, anche quando il cuore vacilla e tende verso ciò che non avrà mai. Accompagno le anime oltre, una dopo l’altra, e ogni volta, assieme ad esse, lascio andare anche un frammento di ciò che avrei potuto essere.
Forse un giorno questa nostalgia si tacerà. Intanto, finché servirò come Xolotl, porterò con me tutte le vite che non ho vissuto e le custodirò come si custodisce un tesoro.
Il tuo devoto figlio,
Itzcuin
***
Madre,
il momento che ho temuto per anni è infine giunto.
Ti ho vista sulla riva dell’Apanohuaia, là dove le anime si raccolgono senza saperne il motivo. Attendevi, come fanno tutti qui.
Ti ho riconosciuta lentamente, non perché il tuo volto mi fosse estraneo, ma perché il tempo ti aveva scritto addosso una storia che io non avevo vissuto. La donna che ricordavo viveva ancora sotto quella forma piegata, ma era come se il mondo l’avesse compressa, stagione dopo stagione.
I tuoi capelli, un tempo scuri e pieni, erano radi e grigi, raccolti con cura severa. Le mani, segnate dall’età, conservavano la memoria del lavoro e dell’accudimento, mani che avevano impastato, intrecciato, lavato, sostenuto corpi malati. Il tuo corpo si era ritratto, non per debolezza, ma come se avesse restituito al mondo tutto ciò che poteva, tenendo per sé solo il necessario per restare in piedi fino alla fine. Nei tuoi occhi non c’era paura. C’era stanchezza, una stanchezza profonda, composta, che nasce da una vita lunga e piena di pesi.
Ma tu non mi vedevi.
Nessuna anima vede Xolotl. Nessuna può parlargli o riconoscerlo. Come per tutte le altre, anche per te non ero nulla più che parte del paesaggio della morte. Questo è il destino comune di tutti coloro che attraversano il Mictlan. Questo è il mio destino. Eppure, madre, trovarmi davanti a te e restare ai tuoi occhi un’ombra senza nome mi ha ferito più di quanto avessi previsto.
Mi sono avvicinato a te e la tua vita mi si è dispiegata davanti.
Ho visto la tua infanzia. Una casa modesta, l’odore delle spezie, i piedi scalzi sull’erba, i giochi in riva ai canali assieme agli altri bambini del calpulli, il rimprovero lieve della nonna quando correvi troppo lontano. Ti ho osservata divenire una giovane donna, assumerti le prime responsabilità, accogliere la fatica senza ribellione.
Ho visto il giorno del tuo matrimonio, il rumore dei passi sulla terra battuta, il peso della veste, le mani intrecciate a quelle di mio padre, il sorriso trattenuto per pudore eppure incapace di restare nascosto. Ho visto la casa nascere, muro dopo muro, e te seduta all’ingresso col volto sporco di polvere e luce. Ho visto pomeriggi lunghi e pieni di voci: figli che correvano, figlie sedute tra le tue ginocchia mentre intrecciavi loro i capelli con pazienza, e le risate che riempivano lo spazio più di qualunque oggetto.
Poi ho visto il dolore.
Ho visto la notte in cui mi hai dato alla luce. Era il periodo gelido e nefasto dei nemontemi. L’aria era fredda, ostile, come se il mondo stesso esitasse ad accogliere nuova vita. Ho visto il travaglio, madre. Le ore lunghe, il dolore che attraversava il tuo corpo, il respiro spezzato, la forza che ti veniva richiesta oltre ogni misura. Ho visto il sangue e la fatica.
Quando infine mi hanno deposto tra le tue braccia, eri esausta, ma vigile. I tuoi occhi si sono posati su di me, e subito sono scesi sui miei piedi rivolti all’indietro19.
In quel momento hai pianto un pianto profondo e irrefrenabile. Dopo ore di dolore mi avevi dato la vita e già ti veniva annunciato che mi avresti perso. Il segno era chiaro: portavo il marchio di colui che sarebbe stato reclamato dagli dèi, di colui che non sarebbe rimasto. Ma non per questo hai rinunciato a stringermi al tuo petto, nonostante sul tuo cuore gravasse fin dall’inizio il peso dell’addio.
Ho visto gli anni successivi alla mia scomparsa, quando il cibo era poco e il corpo doveva imparare a resistere. Ho visto il tempo farsi più duro, il tuo passo rallentare, le forze diminuire senza lamento. Ho visto la malattia insinuarsi lentamente, prima come stanchezza, poi come peso costante. Ho visto la morte entrare più volte nella tua casa, portando via persone amate, lasciando vuoti che non si colmavano. Ho visto mio padre ammalarsi, il tuo prenderti cura di lui giorno dopo giorno, la dedizione silenziosa, la consapevolezza che presto entrambi sareste giunti qui.
E ho visto l’attesa.
Ho contato le offerte lasciate di fronte alle statuette degli dèi20, una dopo l’altra, consumate dal tempo e dall’indifferenza; le preghiere ripetute senza risposta e le notti in cui fissavi la soglia della casa, nella speranza di udire il rumore irregolare miei passi.
Ma io non ho mai varcato quella porta e, in tutti quegli anni, le mie parole non ti hanno mai raggiunta.
Tutte le lettere che ho scritto, ogni supplica, ogni tentativo di dirti che esistevo ancora, che non ti avevo dimenticata, che il mio silenzio non era una scelta ma una condanna, sono rimasti prigionieri del crudele volere degli dèi. Ti hanno lasciata invecchiare nel dolore, credendo tuo figlio perso per sempre. Questa è la loro colpa più grande: non l’avermi strappato alla vita, ma averti negato il conforto di sapere.
Quando ho capito ciò che ti avevano fatto, la rabbia mi ha attraversato come fuoco, madre. Una rabbia sterile, senza sfogo, che qui non può bruciare nulla se non me stesso. Ho servito il loro ordine, con disciplina e silenzio, e in cambio non mi hanno concesso nemmeno questo: farti giungere un segno del figlio che avevano reclamato.
Ma ora sei qui e lo sono anche io.
E ciò che non mi è stato concesso nella vita, lo reclamo nella morte. Per tutti gli anni che dovrai percorrere il Mictlan, non camminerai sola. Sarò il cane rosso a cui ti aggrapperai per attraversare le acque violente dell’Apanohuaia, sarò il gufo maculato che ti guiderà quando il movimento delle colline del Tepetl Monamictia cancellerà ogni direzione, gli alberi nodosi che ti offriranno sostegno nelle pianure burrascose del Pancuetlacayan, il giaguaro che strapperà dal tuo petto il tuo cuore mortale e la nebbia che si aprirà davanti ai tuoi passi fino al Chiconahualóyan.
Non potrai vedermi o chiamarmi, ma io sarò lì.
Affronterò con te ogni passo. Almeno nella morte, non ti abbandonerò. Qui, madre, dove la morte è legge e l’oscurità non conosce alba, gli dèi non possono tenermi separato da te.
E se non ho potuto essere tuo figlio nella vita che ti è stata concessa, lo sarò ora, fino all’ultimo confine.
Per sempre tuo,
Itzcuin
***
Madre mia,
sono trascorsi molti cicli da quando ho scritto l’ultima volta un segno con la punta di questo pennello. Qui il tempo non esiste, eppure ne sento il peso come una pietra legata al petto. Gli anni scivolano via senza lasciare traccia, come acqua che non disseta.
Ti ho condotta attraverso i nove livelli. Ho fatto lo stesso con mio padre, quando è giunto il suo momento. Ho compiuto il mio dovere.
Ma da allora, madre, qualcosa in me ha iniziato a incrinarsi.
Dopo di voi, le anime hanno continuato a passare. Volti che avevo conosciuto da bambino, mani che mi avevano sollevato, voci che avevano riso assieme a me accanto al fuoco. Fratelli, sorelle, cugini. Poi i figli dei figli, persone che non ho mai potuto incontrare, e che pure mi appartenevano. Tutti hanno oltrepassato il varco e hanno proseguito oltre, mentre io sono rimasto.
Ora so che non esiste più nessuno, nel mondo dei vivi, che sappia chi fosse il ragazzo che rispondeva al nome di Itzcuin. Non c’è memoria che mi conservi il ricordo di ciò che sono stato. Questa certezza mi accompagna come un’ombra e il vuoto che ne deriva mi spaventa più di quanto osi ammettere.
Di fronte a questo nulla, il mio ruolo nel Mictlan mi offre una parvenza di stabilità, anche se talvolta mi chiedo se sia davvero utile.
Io apro varchi che già esistono e veglio su sentieri scolpiti dai Sovrani di questo luogo molto prima del mio arrivo. Mi era stato detto che avrei guidato le anime, ma esse camminano da sole. Non mi temono né mi venerano e non cercano la mia mano. Passano, e nei loro occhi leggo solo il desiderio di lasciare questo luogo di tenebra di cui sono il custode.
Dimmi, madre mia, questo può davvero definirsi uno scopo?
Gli dèi avevano parlato di equilibrio, di un ordine che non deve essere infranto. Io vedo il ripetersi dello stesso gesto, sempre uguale a sé stesso. Il Nuovo Sole arde e poi si consuma e a me è concesso soltanto di restare mentre le stagioni mutano.
Oramai anche gli dèi non mi parlano più. Non mi chiedono se sono stanco, né se il mio cuore ha ancora la forza per andare avanti. Presumono che io resti, perché così è sempre stato.
Ma io non sono nato qui. Ho conosciuto la polvere calda sotto i piedi, il mais spezzato tra le dita, il suono dei tamburi che segnava le feste e le cerimonie. Avevo un posto accanto a voi e un nome pronunciato dai vivi.
Avrei potuto amare, madre. Avrei potuto scegliere una compagna o restare solo senza che fosse una condanna imposta. Avrei potuto generare figli e temere per loro, oppure decidere di non averne e di non portarne il peso. Avrei potuto sbagliare strada, cambiare idea, tornare indietro. Invece ogni possibilità mi è stata sottratta prima ancora che potessi riconoscerla come tale.
La mia giovinezza si è interrotta senza preavviso e la mia vita adulta non è mai iniziata. Non ho conosciuto l’attesa, né la stanchezza che viene dagli anni vissuti. Non ho consumato il mio corpo lavorando, né il mio cuore scegliendo.
Ciò che mi manca non è solo ciò che avrei potuto essere, ma la possibilità stessa di decidere chi non essere. Avrei voluto almeno il diritto di rinunciare, di fermarmi in un luogo e dire: qui resto. Anche l’immobilità, se scelta, è vita. A me non è stato concesso neppure questo.
Ho cercato di convincermi che essere Xolotl fosse più che essere figlio, fratello, uomo. Ho cercato di ripetermi che fosse il più grande e il più nobile dei percorsi, ma da quando tutti voi avete oltrepassato l’ultimo livello, non riesco più a crederci fino in fondo senza sentirmi vacillare sotto il peso della solitudine.
Talvolta mi sorprendo a volgere lo sguardo verso l’ingresso del Mictlan. Guardo oltre, verso il mondo dei vivi, e mi è chiaro che lì non vi è più posto per me. So bene che il mondo dei vivi è già passato oltre, eppure una parte di me brama ancora l’esterno.
Mi domando cosa accadrebbe se tentassi di varcare la soglia. Forse Acolmiztli mi sbranerebbe, forse la luce del sole, ora che appartengo alle tenebre, mi consumerebbe all’istante, o magari gli dèi mi punirebbero per la disobbedienza. Non so se il mondo dei vivi potrebbe ancora tollerarmi né se io saprei sopravvivere lontano da ciò che sono diventato.
Non temere, madre. Non ho varcato soglie che non mi siano state assegnate, non mi sono ancora avvicinato troppo. Per ora resto, come mi è stato insegnato. Anche il dubbio, mi dico, ha bisogno di tempo.
So che le mie parole non potrebbero raggiungerti neppure se gli dèi lo volessero, ciò nonostante, l’illusione di scriverti è l’unica cosa che impedisce a questo silenzio di diventare insopportabile.
Continuerò a vegliare sui passaggi e continuerò a scriverti, finché questo gesto avrà ancora un senso per me.
Se gli dèi ascoltano, non so dirlo.
Se tu mi ascolti, mi basta crederlo.
Che questa lettera resti dove cade, come tutto ciò che qui non può andare oltre.
Come tuo figlio,
Itzcuin
***
Ho tentato di andarmene. Non una volta sola, ma numerose.
Ho atteso che il Mictlan rallentasse il suo respiro, ho contato i mutamenti, ne ho seguito le ricorrenze. Credevo di conoscerlo ormai come si conosce il proprio corpo ed ero certo che non avesse più segreti per me.
Sono giunto all’ingresso più volte di quante saprei dire. Ho visto la soglia aprirsi davanti ai miei occhi e la luce del mondo esterno: il mondo dei vivi, lì, a pochi passi.
Ogni volta ho creduto che bastasse avanzare. Ma nel momento stesso in cui decidevo di compiere il passo, il Mictlan mutava.
Non come muta di solito, secondo cicli pensati per le anime dei defunti. Mutava all’improvviso, senza uno schema, contro di me. I corridoi si piegavano, i passaggi si richiudevano, le distanze si allungavano oltre ogni misura. Ciò che avevo appena percorso cessava di esistere e ciò che credevo di conoscere diventava improvvisamente estraneo.
Ho provato a forzarlo, a correre, a tornare indietro per cercare un altro varco. Ho provato ad attendere, a fingere indifferenza, a ingannarlo come si inganna un animale diffidente. Nulla ha funzionato. Ogni tentativo mi ha ricondotto sempre nello stesso punto.
Acolmiztli non mi ha mai fermato, non ne ha avuto bisogno. Il Mictlan stesso si è fatto confine.
Ho compreso allora ciò che non avevo il coraggio di ammettere: non sono prigioniero del Mictlan, ne sono un’appendice. E così come un arto non può decidere di abbandonare il corpo a cui appartiene, io non posso andarmene.
Sono stato scelto per questo luogo ed esso mi ha lentamente assorbito.
Credevo che conoscere il labirinto significasse dominarlo, ma mi sbagliavo. Conoscerlo è stato il modo più lento e più crudele di appartenergli.
C’è chi vive, e c’è chi si lascia vivere. Io ho attraversato troppi cicli per illudermi ancora di appartenere ai primi. Non ho mai davvero vissuto, ho soltanto continuato. E questa è l’unica forma di esistenza che qui mi concessa.
Adesso so che non esiste un fuori per me. Non perché il mondo dei vivi mi respinga, ma perché io non sono più fatto per abitarlo.
Questa è l’ultima lettera, non ve ne seguiranno altre.
Ho continuato a scrivere per non perdere del tutto ciò che ero stato, per restare aggrappato a un nome, a un’origine, a un legame che mi ricordasse di essere stato uomo prima che custode. Ma le parole non mi avvicinano al mondo dei vivi e non mi preparano a tornarvi. Continuare significherebbe coltivare una speranza che non mi spetta più.
Resterò dove sono diventato ciò che sono.
Il guardiano del Mictlan,
Xolotl
___
Eccoci finalmente giunti alla fine di questo lunghissimo racconto che si è pian piano trasformato, contro il mio volere, in un polpettone introspettivo. Spero non vi abbia annoiato troppo e che i vari riferimenti alla cultura azteca non siano risultati confusionari.
Come dicevo all’inizio, la challenge consisteva di tre diversi pacchetti:
- Paradiso (Demone) assegnava un genere (soprannaturale o fantasy), un prompt (labirinto) e una citazione (“Strano – pensò – sembrerebbe che metà dell'umanità esista per vivere e l'altra per essere vissuta” Italo Svevo, Senilità)
- Purgatorio (11) assegnava un luogo in cui ambientare la storia, in questo caso per l’appunto il Messico
- Inferno (E) assegnava un obbligo, a me è toccato “il racconto deve essere scritto in forma di lettera / diario / verbale / notizia di giornale”.
Facendo ricerche sul Messico mi sono imbattuta nella cultura delle popolazioni precolombiane che ho trovato estremamente affascinante. Purtroppo, gli aztechi avevano una forte tradizione di comunicazione orale, quindi non ci hanno lasciato molte testimonianze scritte; inoltre, la distruzione portata avanti dai conquistatori spagnoli non ha di certo aiutato a preservarne la cultura.
È quindi piuttosto complesso scovare fonti attendibili e spesso non sono riuscita a trovarne. Chiedo quindi scusa per eventuali imprecisioni e licenze artistiche che mi sono presa qua e là.
Il sito che mi ha aiutata di più è: https://www.mexicolore.co.uk/aztecs/. La maggior parte delle informazioni che ho introdotto nel racconto proviene da lì.
Ora vi lascio alle interminabili note:
1 L’amatl era un tipo di carta utilizzata nel centro America in età precolombiana, derivata da fogli di corteccia. Il tlilli era invece un pigmento che si utilizzava per scrivere, ottenuto dalla resina di alcuni alberi, come i pini.
2 Il Micltan era il nome dell’oltretomba per gli aztechi e altre popolazioni del Messico precolombiano. Alcune categorie di defunti come i guerrieri che morivano in battaglia, i morti annegati, le donne che morivano di parto, i neonati e i suicidi erano le uniche persone che non sarebbero andate nel Mictlan dopo la morte, ma in questo racconto non ho tenuto in considerazione questa differenza. I morti dovevano affrontare un lungo e faticoso viaggio al suo interno che sarebbe durato all’incirca quattro anni. Secondo alcuni studiosi, la durata di quattro anni equivarrebbe al tempo che un corpo impiega per decomporsi e ridursi ad uno scheletro.
3 Acolmiztli, che in lingua nahuatl significa “felino forte” o “braccio di puma”, era rappresentato come un puma di colore nero, con un ruggito soprannaturale, che impediva ai vivi di passare nel regno dei morti.
4 Durante il mese di Izcalli, l’ultimo del calendario azteco, il cui nome vuol dire “Crescita”, i bambini che avevano compiuto da poco quattro anni venivano passati sopra una fiamma cerimoniale e venivano forate loro le orecchie. Poi si sottoponevano ad una cerimonia in cui venivano sollevati per la testa e gli arti venivano tirati per stimolarne la crescita.
5 Il calpulli era una divisione amministrativa della città, una sorta di quartiere a gestione parzialmente autonoma in cui gli abitanti erano collettivamente responsabili di diversi compiti organizzativi e religiosi.
6 Nella mitologia azteca, Xolotl era una divinità, fratello di Quetzalcoatl. Si narra che sia stato proprio Quetzalcoatl, recandosi nel Mictlan a creare il genere umano. Quando arrivò il giorno della nascita del Nuovo Mondo (il quinto, secondo la mitologia), il Sole rifiutò di muoversi e così gli altri dèi decisero di sacrificarsi al Sole affinché potesse muoversi nel cielo come quelli che lo avevano preceduto. Xolotl fu incaricato di essere il boia, uccise gli dèi uno per uno come gli era stato detto, ma alla fine, quando arrivò il momento in cui l'unica vita rimasta da prendere doveva essere la sua, fuggì dal sacrificio. Suo fratello lo braccò, ma Xolotl non si arrese facilmente: si trasformò in una pianta di mais, un'agave e un axolotl durante l'inseguimento per confondere suo fratello. Alla fine, venne scoperto e sacrificato, concedendo movimento al Sole ora e per sempre. Tuttavia, i suoi crimini non furono perdonati solo con la sua morte. Per espiarli, a Xolotl fu dato un altro compito: guidare le anime nel loro cammino nel Mictlan. Nel mio racconto, ovviamente, Xolotl non è un dio ma un uomo eletto a semidio. Ho riportato qui la sua vera storia perché la ritengo molto affascinante.
7 Gli aztechi avevano tre tipi di calendari. Quello popolare era basato sul ciclo delle stagioni, sui periodi di semina di raccolta e sulle principali ricorrenze campestri. In esso, l’anno durava 365 giorni, composto da 18 mesi da 20 giorni ciascuno più 5 giorni aggiuntivi di fine anno. Ci sono varie teorie in merito, ma pare che questi 5 giorni rimanenti fossero gli ultimi 4 di gennaio e il primo di febbraio, poiché il primo giorno dell'anno per gli aztechi era il 2 di febbraio. Essi venivano chiamati nemontemi cioè “giorni inutili” ed erano considerati giorni sfortunati. Quando nascevano dei bambini in questi giorni si diceva che non avrebbero avuto fortuna nella vita e che avrebbero vissuto in povertà e miseria.
8 Il nome alternativo della razza canina Xoloitzcuintle è proprio “cane nudo” e si ritiene fossero loro a guidare le anime nel Mictlan. Il loro nome vuol dire infatti “cane del dio Xolotl”.
9 Il Mictlan era composto da nove livelli. In questo loro percorso, che durava circa quattro anni, le anime erano aiutate da Xolotl, che le accompagnava un po’ come Virgilio faceva con Dante. Nella mia versione, invece, il suo ruolo è molto più marginale. Le anime portavano con sé una sorta di bagaglio contenente acqua, armi, coperte e attrezzi utili per il viaggio. L’obiettivo era arrivare agli Inferi, da Mictlantecuhtli e Mictecacihuatl, le divinità della morte, dove l’anima del defunto avrebbe raggiunto il riposo eterno. Nella mia versione, mi sono presa la libertà di rendere marginali i due regnanti degli Inferi. Per quanto riguarda i nove livelli, ho trovato varie versioni online, ma ho deciso di attenermi alla seguente struttura:
- Nel primo livello, bisognava attraversare il fiume Apanohuaia con l’aiuto di un cane, bianco o vermiglio. Il suo colore era l’unico modo per vedere in un luogo pieno di oscurità.
- Si arrivava a Tepetl Monamictia, un luogo dove le colline si spostavano e urtavano e l’anima doveva procedere con cautela per non restare schiacciata tra di esse.
- Itztepetl, la collina delle lame, un luogo pieno di schegge taglienti di ossidiana che il defunto doveva attraversare cercando di non rimanere trafitto.
- Il quarto livello si chiamava Itzehecayan ed era una regione formata da 8 colline su cui nevicava continuamente.
- Dopo c’era Pancuetlacayan, un luogo con così tanto vento che le anime venivano sollevate in aria rischiavano di essere spazzate via.
- Temiminaloyan, mani invisibili lanciavano frecce, che dovevano essere schivate dalle anime.
- A Teyollocualoyan c’era un giaguaro che tentava di aprire il petto del defunto per mangiargli il cuore. Qualora l’animale ci fosse riuscito, la persona, privata del cuore, sarebbe caduta in uno stagno dove sarebbe stata ferocemente perseguitata da un caimano. In questa fase i defunti dovevano abbandonare qualsiasi mondanità che portano ancora con sé.
- L’ottava tappa era Apanohualóyan, il sentiero della nebbia che acceca; in questo luogo il defunto doveva guadare nove fiumi senza la possibilità di vedere data la fittissima nebbia. Qui i cui i defunti vedevano passare tutta la loro vita.
- L’ultimo livello era Chiconahualóyan, in cui le anime finalmente incontravano Mictlantecuhtli e Mictecacíhuatl, per la loro ricompensa: il riposo eterno.
10 Le maqui erano prostitute rituali. Tra i Nahua la prostituzione era quasi un'istituzione statale e la prostituta era un soggetto con una funzione specifica e socialmente riconosciuta, il che suggerisce che questo tipo di donna non fosse disprezzato in tutti i contesti. Inoltre, le maqui sostenevano un gruppo fondamentale nella loro società guerriera: i giovani guerrieri. Queste donne andavano anche in battaglia al seguito degli uomini, mettendo a rischio la propria vita.
11 Tlaxcallan era il nome in lingua nahuatl per indicare l’unione di diverse piccole città-stato indipendenti dal regno azteco che popolavano un’area corrispondente all’attuale Tlaxcala.
12 Il Texcoco era uno dei laghi che facevano parte di un grande sistema di laghi nel centro del Messico. Nel 1325 gli aztechi vi costruirono diverse isole artificiali e su una di esse venne costruita Tenochtitlan, che corrisponde all’attuale Città del Messico.
13 I tlacuilo erano gli scribi aztechi che dedicavano la vita all’apprendimento della scrittura ed erano funzionari statali, burocrati o persino astronomi.
14 Il Chichimeca era una zona settentrionale del Messico in cui vivevano vari popoli semi-nomadi chiamati genericamente Chichimechi dagli aztechi, che li consideravano dei selvaggi. Essi risiedevano all’incirca nelle attuali regioni di Zacatecas e di Durango.
15 L’acalli era la principale imbarcazione in epoca precolombiana. Era fondamentalmente una canoa ricavata da un singolo tronco d’albero. Le più comuni che si utilizzavano nei canali di Tenochtitlan erano lunghe circa quattro metri, ma alcune potevano arrivare anche fino a quindici metri.
16 Tenochtitlan sorgeva dove oggi sorge Città del Messico. Essa aveva una struttura molto ordinata, a griglia, ed era collegata alla terraferma attraverso ponti e terrapieni. L'urbanistica cittadina prevedeva una rete di strade e canali, di modo che ogni zona potesse essere raggiunta sia a piedi sia in canoa. Le città maya non avevano la stessa struttura ben ordinata.
17 I Nicarao sono (esiste ancora un gruppo di indigeni) una popolazione che risiede tra il Nicaragua e la Costa Rica e che discende dai toltechi, per cui la loro lingua deriva da quella Nahuat, ossia la stessa degli aztechi.
18 Tlatelolco era un’altra città azteca che sorgeva accanto a Tenochtitlan, sullo stesso lago Texcoco. Essa fu poi successivamente inglobata in Tenochtitlan.
19 Xolotl veniva raffigurato come un cane scheletrico, con i piedi al contrario e gli occhi luminosi (non sono certa di questa iconografia, ma mi sono concessa il permesso di adottarla ugualmente). Il marchio di cui si parla nella storia è proprio la deformità dei piedi, che, nella mia storia, indicano la predestinazione di Itzcuin a diventare il nuovo Xolotl quando gli dèi lo avessero ritenuto opportuno.
20 La vita religiosa azteca comportava tenere piccole statue in ceramica degli dèi nelle case oltre alla partecipazione a cerimonie pubbliche.
Grazie ancora per aver letto la mia storia e complimenti ai coraggiosi che hanno letto anche le più di millecinquecento parole extra di note.


