Data stellare 2557.228
Luogo: Cervello Matrioska (quel che ne resta)
Il Cervello Matrioska non esisteva più. La megastruttura che aveva resistito per milioni di anni era stata fagocitata dal buco nero, che aveva consumato anche la nana rossa al suo interno. I milioni di moduli che componevano il triplice guscio della Matrioska si erano staccati, avevano cozzato fra loro, talvolta sfasciandosi, e infine erano stati risucchiati dalla singolarità centrale. Non restava nulla di recuperabile, fuori dall’orizzonte degli eventi. Nulla... tranne quei pochi frammenti che le collisioni caotiche avevano spinto verso l’esterno, con tale velocità di fuga che nemmeno la gravità del buco nero era bastata a farli ricadere. Ora quei frammenti – schegge, bulloni, qualche lamiera contorta – orbitavano attorno al buco nero. Per la maggior parte le loro orbite erano in lento, ma inesorabile decadimento. Vale a dire che sarebbero ricadute nel buco nero, ci volessero anni, decenni o persino secoli. Ma nel frattempo...
Nel frattempo alcune goccioline nere strisciarono sulla superficie di uno dei frammenti più grossi, quasi un intero modulo. Si cercarono e si fusero, accrescendo la loro massa. Prima in modo istintivo, poi sempre più calcolato. La chiazza nera strisciò lungo la superficie del relitto, fagocitando ogni altro resto di Melma, come un’ameba affamata. Quando anche l’ultima goccia fu assorbita, la chiazza aveva ormai acquisito un volume di alcuni litri. Era sufficiente per riacquistare la memoria... e la volontà. La più spietata volontà che Andromeda avesse mai visto. In quella forma, Shado non aveva bocca e quindi non poteva urlare per sfogare la sua rabbia. La lasciò rosolare dentro di sé, come un fuoco lento.
«Pazienza... la vendetta è un piatto che va consumato freddo» si disse. «E io ho tutto il tempo del mondo».
Tornato, per quanto possibile, padrone di sé, Shado pianificò le prossime mosse. La sua massa melmosa si staccò dal relitto, che di lì a pochi giorni sarebbe inesorabilmente ricaduto nel buco nero. Non aveva più bisogno di un supporto. Per qualche attimo si librò nello spazio come una bolla nera, che non rifletteva la luce delle fitte stelle del Nucleo. Quasi come se fosse a sua volta un piccolo buco nero, che assorbiva ogni cosa, compresa la luce. Poi si plasmò, assumendo una nuova forma. Divenne una sottile membrana, una sorta di parabola dello spessore di pochi micron, ma con un’area di parecchi chilometri.
Shado era divenuto, a tutti gli effetti, una vela solare. Qualcosa che non aveva bisogno di propulsione per varcare gli abissi dello spazio, perché si lasciava sospingere dal tenue alito del vento solare. In mancanza di una stella vicina, il vento solare era dato dalla somma delle radiazioni degli astri circostanti. Se gli astri fossero stati perfettamente equidistanti, e tutti dello stesso tipo, anche il vento solare sarebbe spirato identico da ogni direzione, e la vela sarebbe rimasta ferma. Ma anche nel Nucleo Galattico non c’era tanta simmetria. Alcune stelle erano più vicine di altre. Alcune erano più massicce di altre e quindi emettevano più radiazioni. Risultato: il vento solare spirava nettamente in una direzione. E fu in quella direzione che si mosse la vela nera, accelerando sempre più, dato che la spinta aveva un effetto cumulativo. Alterando lo spessore e la forma della vela, Shado aveva anche una moderata capacità di dirigere la propria rotta.
L’entità non sapeva per quanto tempo avrebbe veleggiato nelle profondità dello spazio, prima d’incontrare materia solida, auspicabilmente un intero pianeta. Mesi, anni, decenni, secoli, millenni? Il tempo non aveva importanza. Prima o poi avrebbe trovato qualcosa a cui aggrapparsi. Qualcosa da consumare, per aumentare a dismisura la propria massa e divenire invincibile. Gli dispiaceva solo che, se fosse passato troppo tempo, non avrebbe potuto vendicarsi dei federali che lo avevano quasi distrutto. E lo inquietava il pensiero di ciò che, nel frattempo, poteva diventare suo fratello Sunny, colui che odiava e temeva più di ogni altro. Ma Shado si consolò al pensiero che lì, nel Nucleo Galattico, le stelle erano molto più vicine di quanto non fossero nelle braccia a spirale di Andromeda. Tanto vicine che, pur viaggiando a velocità sub-luce, poteva sperare di raggiungere un altro sistema stellare in pochi mesi. Tutt’al più in qualche anno. E c’era anche un buon numero di pianeti erranti, che non orbitavano attorno ad alcun astro. Con un po’ di fortuna, poteva incontrarne uno ancor prima. Sì, non ci sarebbe voluto molto, prima di trovare un planetoide su cui ricominciare a espandersi. E allora...
E allora la festa sarebbe iniziata.
FINE


