Questa storia partecipa al “Writober” indetto da fanwriter.it
Prompt: 15 ottobre/lista pump_colors/ cosmic latte / latte cosmico
I colori che non vedi, il battito che senti
Spike rientrò prima quella notte dalla solita ronda del quartiere, detestava Los Angeles quasi quanto aveva odiato Roma, varcando la soglia del piccolo appartamento che divideva da qualche settimana con Buffy, notò qualcosa di stonato.
Non proprio qualcosa di tangibile, piuttosto una sensazione, come se ci fosse un dettaglio fuori posto: Buffy non era nel letto, non stava riposando, al contrario gli venne incontro quasi barcollando, aveva un aspetto che raramente Spike le aveva visto addosso.
Certo, in quei giorni lei non era stata bene e, per questo, lui le aveva suggerito di non uscire la notte per la ronda, non perché non potesse uccidere demoni e vampiri anche da malata, ma Spike non voleva che poi stesse peggio, al suo rientro.
Non voleva ammetterlo ma non era bravo a stare accanto alle persona che stavano male: lo aveva fatto nella sua vecchia vita di William, per sua madre, ma ora il solo pensiero di rimanere accanto al letto a tener la mano di qualcuno malato gli dava i brividi, non per il disgusto, ma per l’incapacità di aiutare.
Vedere Buffy così affaticata gli fece stringere lo stomaco, oltre che arricciare le narici per l’odore acido che lei emanava, aveva forse vomitato?
“Ehi tesoro, come va stasera?” Le chiese lui.
“Potrebbe andare meglio… e a te?”.
“Potrebbe andare meglio…”. Gli fece eco lui, togliendosi il cappotto e il ciondolo della Wolfram&Hart, subito il mondo si fece più luminoso, ma anche più freddo e pungente, come la morte che lo accompagnava sempre, senza ghermirlo mai.
Indossando la collana del “campione”, lui poteva quasi avere l’illusione di essere di nuovo umano, di nuovo William, con il sangue caldo, il battito del cuore, il respiro e tutto il resto, ma non appena se lo toglieva, e lo faceva sempre, perché lei glielo chiedeva, tornava a essere Spike, un semplice vampiro con un’anima, però c’era un vantaggio, senza il gingillo magico lui poteva vedere con la vista da vampiro e quindi percepire cose che agli umani erano precluse, incluse le energie delle persone, che una volta avrebbe chiamato “vittime”.
Buffy gli sorrise, un sorriso tirato, e lui notò le occhiaie sotto i suoi occhi verdi, il pallore della sua pelle… e poi la scorse, come uno sfarfallìo veloce, una luce debole, ma chiara pulsante e tutta intorno a lei.
Gli ricordava alcuni quadri di Santi che aveva visto nelle chiese di Roma, come se Buffy fosse stata circondata fosse dalla luce dell’universo, un colore bianco, azzurrino che emanava da lei a tratti, così come lei inspirava ed espirava.
“Spike mi sta succedendo qualcosa e non so cosa sia…”. Buffy era preoccupata, per davvero.
“Lo so, tesoro, lo vedo… stai tranquilla, se fosse qualcosa di magico o sovrannaturale, una maledizione o qualche stregoneria magica, possiamo sentire Giles o Willow, anche se entrambe queste opzioni mi terrorizzano più dell’acqua santa e di un paletto di legno nel cuore…”.
Spike non aveva tutti i torti: Giles e Willow non sapevano della loro “recente” relazione: gli unici a saperlo erano Andrew, Dawn e Angel, anche se a quest’ultimo Spike avrebbe preferito non dirlo per nulla, ma non era servito, ovviamente. Angel lo aveva capito subito.
“Sentirò Willow, sono così stanca e debole… forse dovrei andare da un medico… io odio gli ospedali e i medici…” Buffy non fece in tempo a finire quel pensiero che quasi perse i sensi accasciandosi su se stessa e, se Spike non fosse stato lì a prenderla, sarebbe caduta rovinosamente a terra.
“Buffy… ehi tesoro, che succede? Stai bene?”. Il vampiro la tenne fra le braccia, sostenendola come fosse fatta di cristallo, lei si lasciò condurre dalle sue braccia fino al letto.
“Forse è meglio chiamarlo un medico… vedrai starai presto di nuovo bene e potrai prendere a calci in culo tutti i demoni di questa stramaledetta città di angeli.”
Buffy lo guardò girandosi nel letto, Spike era preoccupato, nervoso, visibilmente a disagio.
“Non c’è bisogno che tu ti preoccupi così tanto Spike, so badare a me stessa... non ho bisogno di…”
“Oh… lo so. Non hai bisogno di me, non hai bisogno di nessuno tu. Sei la cacciatrice. Sei la migliore, ma… ma io ho bisogno, ho bisogno che… no… voglio solo che tu stia bene”. Spike la guardò di nuovo, ma la domanda nei suoi occhi era chiarissima, non era solo preoccupato che lei non stesse bene per la malattia, o qualsiasi cosa avesse, temeva che lei non stesse bene per la vicinanza con lui. Che lui non fosse la persona giusta per farla stare bene…
“Oh, Spike… io sto bene. Sono esattamente dove vorrei essere. Qui. Con te. Credi davvero che se non volessi stare con te, tu potresti obbligarmi? Ci hai già provato e non è andata a finire bene…”. Buffy sapeva di toccare un tasto dolentissimo per entrambi, ma aveva bisogno che lui capisse.
“William… guardami.”. Lei non lo chiamava mai con il suo vecchio nome, quello vero, quello della vita che non aveva più, Spike si bloccò, mentre lei dolcemente gli aveva imposto di guardarla. Il vampiro non riusciva a staccare gli occhi da lei, tanto che Buffy avrebbe potuto piantargli un paletto nel cuore e lui nemmeno se ne sarebbe accorto.
“Sono qui con te. Voglio stare qui con te. Anche se ora non sto bene, non vuol dire che sia colpa tua…”.
Buffy si gettò all’indietro sul materasso. Era esausta.
Spike, rapido, prese il proprio cappotto nero e fece per uscire.
“Dove vai?” Chiese lei con gli occhi chiusi e un braccio a coprirle il viso.
“Vado a cercare un medico e te lo porto qui. E se prova a farti qualcosa di male, saprò in anticipo come sarà la mia cena…”.
Il medaglione della Wolfram&Hart rimase sul mobile.
Per fare quello che doveva fare Spike non aveva bisogno di essere “quasi umano”, bastavano occhi e sensi da vampiro e di quelli ne aveva in abbondanza.
Si girò verso Buffy che, nel frattempo si era addormentata, e di nuovo vide quella luce intorno a lei, uno sfarfallio impercettibile, ma costante, una vibrazione nuova che non riusciva a identificare, ma che riguardava Buffy e lo spaventava a morte.
“Dormi, amore, al resto ci penso io”.
Spike ancora non si rendeva conto che di lì a poco, la loro vita sarebbe stata messa su nuovo sottosopra, e come poteva saperlo?
Non aveva certo studiato tutte le profezie e le leggende sui vampiri con l’anima… lui era il campione e Buffy voleva stare con lui, e questo bastava.
Tutto il resto poteva aspettare.
La luce dell’universo pulsò e insieme ad essa si insinuò un piccolo flebile rumore: un battito.
Ma nessuno lo sentì.
Non Buffy, che dormiva.
Non Spike che camminava agitato nella notte di Los Angeles alla ricerca di un medico o di qualcuno che potesse dargli delle risposte.
Il viaggio era cominciato...
***
Note dell’autrice: ehm. Non so bene se ciò che ho scritto ha un senso, ma avevo avuto questa idea un paio di mesi fa, dopo l’ennesimo rewatch di Buffy e adesso ho voluto darci corpo, un po’ perché mi piace scrivere di Spike ecBuffy, un po’ perché avendo incontrato di persona colui che è Spike, ovvero James Marsters, con tutta la sua gentilezza e bellezza, non potevo non scrivere di loro e dare giustizia a questa coppia.
Non so se avete intuito dove andrò a parare, ma spero che vi piacerà questa mini long #Spuffy.
Se vi va potete leggere le sue One shot collegate a questa “Going Under” e “Notte a Los Angeles” che trovate nel mio profilo.
Non ho letto i fumetti che sono Canon, quindi se qualcosa c’è già o è diversi, chiedo venia. Questa è solo una mia personalissima visione delle cose.
Buona lettura!
A presto, Ladyhawke83.


