Anime & Manga > Il grande sogno di Maya
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Autore: LubaLuft    07/02/2026    1 recensioni
Questa storia è canon divergent a partire dal volume 44 del manga "Glass No Kamen" (alias "Il Grande Sogno di Maya").
Che cosa accadrebbe se il famoso Kei Akame finisse fuori gioco per un incidente e fosse necessario trovare un altro Isshin per interpretare la Dea Scarlatta?
Ryoshi, un giovane attore, trova la sua grande - e forse ultima - occasione. Come la prenderà però Ayumi Himekawa?
Dal testo:
"Ryoshi, nello spogliatoio, ripiegò con cura la sua tuta. Lasciò un post it nella bacheca per avvisare i colleghi del riflettore che aveva rischiato di cadere addosso ad Ayumi Himekawa.
Prima di andare via, tornò indietro e lasciò un foglio appeso alla porta della sala prove, ora chiusa. Attraverso il vetro della porta, la vedeva china sulla riva del fiume a raccogliere erbe medicamentose.
Chissà se aveva l’onestà di ammettere, almeno con se stessa, che qualcosa mancava alla sua Akoya.
Ma lui, in fondo, chi era per giudicare?
Che cosa ne sapeva?"
Genere: Angst, Introspettivo, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Altro Personaggio, Ayumi Himekawa
Note: Lemon, What if? | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo 3


Ayumi si svegliò con una strana agitazione, eppure avrebbe dovuto essere più tranquilla, ora che era stato trovato un sostituto per Akame… ed era anche bravo, per giunta.

Fece colazione in silenzio, immersa nei suoi pensieri.

Forse era quella bravura che, inconsciamente, la agitava. 

 

Forse è addirittura migliore di Akame…

 

Che cos’era che la innervosiva? Durante l’audizione era andato tutto benissimo, entrambi avevano recitato gli scambi previsti alla perfezione. 

Si osservò allo specchio. Era sempre davanti a uno specchio, in quei giorni: nella sala prove, a casa, si guardava come per rassicurarsi di qualcosa.

Eppure la sua immagine era sempre uguale, l’immagine che Peter Hamil voleva a tutti i costi immortalare. Continuava a chiederle di posare per lui e lei continuava a declinare cortesemente l’invito. Il massimo che avrebbe ottenuto da lei sarebbero state solo delle  foto "dal vero" mentre provava la sua parte o recitava sul palco, nulla di preimpostato o di artificiale. Aveva provato a spiegarglielo, ma lui non coglieva: era un fotografo, molto bravo e, come tale, per lui il massimo della naturalezza sulla pellicola corrispondeva al massimo dell’artificio nel processo di cattura di quella naturalezza. 

Ayumi sentiva che per Hamil quel processo era una specie di sfida, così come era una sfida per lei il processo di cattura di un personaggio da interpretare.

Una sfida che quel Ryoshi Ikeda sembrava non aver neanche dovuto affrontare. Ora capiva meglio: l’attrice geniale premiata dall’Accademia delle Arti aveva paura del genio oscuro di quell’uomo venuto dal nulla… no anzi, venuto dal cielo attaccato a una corda metallica, con un casco in testa, un sorriso beffardo e un paio di inquietanti occhi verdi.

Ne aveva paura anche perché non capiva quel suo mutismo durato anni. Se era così bravo nel suo lavoro perché… non lavorava? Che senso aveva vivere di sponda quando poteva stare tranquillamente sul legno del palco?

Aveva accettato di sostituire un attore blasonato con un contratto capestro, che gli avrebbe sottratto la parte di Isshin qualora il legittimo designato a interpretarla fosse rientrato in sala prove.

Prestava le sue capacità a fondo perduto. Ayumi non ne capiva il senso ma qualcosa si affacciava alla sua mente e la terrorizzava: che lui fosse come Maya, che gli bastasse un niente per rovesciare il tavolo?

Non c’era artificio che tenesse contro Maya, e lei lo aveva capito a sue spese durante l’estate nella Valle dei Susini. Era proprio quello il nodo nevralgico della sua ricerca di Akoya: il passaggio fondamentale era coglierla nella sua naturalezza, nella sua essenza doppiamente umana e divina, e in questo Maya era avanti perché quelle erano sue capacità innate. Anni e anni di studio, concorsi, prove, nulla potevano contro di lei, il punto era tutto lì. L'unica, era partire da zero e mettersi totalmente in gioco.

Ayumi ebbe allora quello che solo in rare occasioni le era capitato di avere durante la sua relativamente lunga carriera: un momento di profondo sconforto. 

Non era il massimo, in quel contesto così complesso, ma i sintomi erano quelli.

Nel giro di pochi giorni le sue certezze stavano pericolosamente vacillando.

Ryoshi Ikeda era un’incognita. Dovevano iniziare le prove al più presto, solo così avrebbe capito bene con chi aveva a che fare.


****

 

Anche Ryoshi rifletteva sulle incognite. 

Per esempio, il fatto che l'avesse sognata, quella stessa notte, era un fatto piuttosto singolare. Nel sogno, terribile, era tutto buio e lei gli diceva con una voce stranamente calma Mi cercherai se mi perdo? Lui allora si era guardato intorno ma era tutto troppo buio, troppo nero. Si era svegliato di soprassalto, un'angoscia terribile lo aveva assalito.

Si era bevuto un bicchiere d'acqua e aveva acceso la televisione. Era riuscito a riprendere sonno solo dopo aver analizzato il sogno, giungendo alla conclusione che in realtà lei, lì al buio, stava benissimo, era lui quello che aveva paura. 

Quando varcò la soglia degli studi Ondine, ancora rimuginava sulla sua vita onirica ma il silenzio che lo accolse in sala prove lo fece tornare alla realtà. 

Lo guardavano tutti: attori e tecnici - Shinzo era affacciato al vano luci come Giulietta al suo balcone -  Onodera, Onitsuka, il fotografo biondo della sera precedente,  appostato in un angolo, e testolina d'oro. 

 

Sono forse nudo? Si chiese.

 

"Buongiorno Signor Ikeda, nella giornata di oggi proveremo le scene di Isshin con i banditi e con gli altri …”
“Mi scusi se la interrompo. Potrei essere chiamato semplicemente Ryoshi. Non sono come il Signor Akame...”

 

“Ehm… d’accordo, Ryoshi.” Rispose Onitsuka.

Da come lo osservava, si vedeva che non era solito gestire un attore con poche velleità di protagonismo. Poco male, ci avrebbe fatto l’abitudine.

“Per me possiamo iniziare.”

Mentre Ikeda cominciava le prove con la scena in cui a Isshin vengono restituiti gli scalpelli dal capo dei banditi, Ayumi notava questa sua modestia da new entry e se da un lato la apprezzava, dall’altro la considerava potenzialmente dannosa, se non altro lei non c’era abituata. Ogni tanto la chiamavano senpai ma si trattava sempre di giovani attori o attrici che partivano quasi da zero. Lei non avrebbe mai chiamato Akame con il suo nome “Kei”, per lei era un uomo importante alla stregua di Onodera. E poi non era certa di volersi sentire chiamare per nome da lui.

La sua routine di lavoro, quella mattina, era di esercitarsi nelle scene in cui la Dea appariva da sola, nei suoi monologhi rivolti alla natura e nei suoi ammonimenti agli uomini. Era particolarmente calata nella parte, il velo danzava morbido sulla sua testa e i passi appena accennati le permettevano di muoversi sul parquet quasi senza toccarlo. La sua Dea era potente, le settimane di dura preparazione con la Sensei nella Valle avevano dato i loro frutti.

Però… c’era qualcosa che non andava. Si fermò e notò che la solita corte attenta che la estimava e che ne seguiva i progressi giorno dopo giorno si era ridotta e ora gli attori e le comparse che affollavano la sala prove erano tutti rivolti verso il nuovo Isshin.

Mantenne la concentrazione ma era curiosa.

Terminò di recitare i passaggi e si sporse a osservare lui. Era arrivato al momento in cui Isshin incontra il capo dei banditi in punto di morte e gli dona una statua con scolpita la sua effigie.

“Tieni duro, sono io, lo scultore che hai già incontrato.”

Il bandito rispondeva “Ti sono riconoscente, questa è la mia immagine. Posso partire per il viaggio verso il Paradiso.”

Isshin, davanti alla sepoltura del bandito, con il viso rigato di lacrime, rispondeva “Chi è stato salvato non sei tu, ma io.” E poi, tornando con la mente alla statua della Dea “Ormai non penso più a scolpirla bene! Non desidero ricevere più lodi! Non esiste l’Imperatore né Terufusa! Se posso attenuare la sofferenza delle persone provocata dalla vanità di questo mondo inquieto realizzando qualcosa con queste mie mani… scolpirò la statua della Dea a costo della mia vita!”

Erano tutti con il fiato sospeso. Ikeda recitava come se il suo stesso passato fosse tormentato come quello di Isshin.

Gli occhi di Ayumi si concentrarono sul volto di lui ed era solo l’ultima della folla che ora seguiva quei passaggi con espressioni di meraviglia. La sua esibizione non aveva nulla da invidiare a quella di Genzo Kobayashi di qualche tempo prima, ma c’era sotto qualcosa di più profondo.

Uscì dalla sala prove, doveva prendere un po’ d’aria e allontanarsi dalla Valle nella quale Ryoshi Ikeda  l’aveva riportata a tradimento.

Anche Ryoshi, terminata quella prova, dovette uscire a prendere aria. Lo sapeva che sarebbe accaduto, sapeva che il suo personaggio avrebbe stuzzicato l’animale imbizzarrito che sbatteva sulle pareti del suo cuore: voleva solo stare buono nella sua tana, in quella sua sonnolenza letargica, e lui lo aveva disturbato. Isshin pescava in uno stagno che era rimasto fermo e immobile per anni, tirava fuori, dal fondo, pezzi di un passato che lui non voleva più riportare a galla.

Si asciugò la fronte imperlata di sudore e la vide accanto al distributore automatico. Lei era lì già da un po’ e beveva un tè, seduta su una delle sedie da sala d’attesa.

Prese un caffè e le si avvicinò.

“Posso?...” Esordì.

“Certo.”

“Le ultime parole che ho scambiato con lei risalgono all’audizione.”

“Già”

“Oggi giornata proficua, vero? Volevo farle i miei complimenti. L’avevo già vista provare quelle scene dal mio angolo vicino al soffitto, ma da vicino è tutta un'altra cosa.”

“Grazie.”

Non erano monosillabi ma ci mancava poco.

Taciturna. Infastidita? Forse voleva starsene per conto proprio, del resto era impossibile ritagliarsi uno spazio privato in otto ore di prove con quell’affollamento.

“La lascio da sola, se preferisce.”

“No, mi scusi…”

Ayumi realizzò che i suoi modi respingenti non avrebbero contribuito positivamente agli sviluppi di quella situazione. Fece un passo indietro.

“Io piuttosto faccio i complimenti a lei. È il suo primo giorno e sembra provare quella parte da mesi. Ha visto le registrazioni dell’ultima rappresentazione ufficiale della Tsukikage?”

“No. Ho assistito solo a questa prima sessione di prove.”

Ayumi ricacciò in gola un’esclamazione di sorpresa. Aveva imparato la parte soltanto assistendo alle prove di Akame?

Lui sembrava aver capito tutto, le sorrideva con aria divertita.

“A scuola ero bravo a imparare le poesie a memoria …”

Ayumi ricambiò il sorriso. “Vorrei avere questa capacità…”
“Una buona memoria non è sempre qualcosa di positivo.” Rispose lui, quasi fra sé.

Ayumi lo guardò di sottecchi ma non riuscì a intercettare il suo sguardo: i capelli un po’ lunghi, in quella posizione nascondevano gli occhi.

“E allora, come farà quando Isshin riacquisterà la sua, di memoria?”
Lui allora la guardò, sembrava a corto di parole. Era la prima volta che non le dava l’aria di avere sempre la risposta pronta. Decise di non insistere. Guardò l’orologio, pausa finita.

“Bene, direi che è ora di rientrare”

Ayumi si era alzata ma lui era ancora fermo su quella questione spinosa della memoria. Il ringhio basso, nel suo cuore…
Guardò lei che gli dava le spalle e stava già rientrando in sala.

“Ayumi.”

Lei si voltò di scatto. Gli sembrò che avesse detto Akoya.

“Posso darti del tu? Mi rendo conto che sono l’ultimo arrivato, che non ci conosciamo e che davanti a me ho un’attrice pluripremiata… ma mi aiuterebbe molto a sentirmi di più a mio agio.”

Lo sguardo di lei era enigmatico, un po’ ironico e un po’ infastidito. Davvero era così complicato entrare nelle grazie di Ayumi Himekawa?


“Stamattina non mi sembrava a disagio, tutt’altro. Non se ne è reso conto? A un certo punto, guardavano tutti lei, e non era per la novità. Anche io la guardavo… ti guardavo. Mi hai colpito molto, e per un attimo mi è sembrato di tornare nella Valle dei Susini. Niente male come primo giorno.”


Gli voltò nuovamente le spalle e rientrò in sala prove senza aspettarlo.

Ryoshi incassò il complimento - che lei gli aveva concesso a denti stretti, se ne era accorto! - e la graziosa concessione del tu, che era ciò che gli premeva di più.

Rientrò anche lui in sala prove, per la sessione pomeridiana.

 

**** 

Le prove del pomeriggio proseguirono nel migliore dei modi, Onodera sorrideva fra sbuffi di pipa. Ryoshi concluse la sua prima giornata da sostituto con soddisfazione. Del resto, da contratto restava pur sempre una controfigura e lui era un professionista. Un messaggio di Kiki gli proponeva una serata interessante, lui però era stanco e sostanzialmente senza desideri da soddisfare. Decise di rientrare direttamente a casa, il giorno dopo avrebbe avuto altre otto ore di prove. Era incredibile l’indolenzimento dei muscoli, la gola secca,  il cerchio alla testa. Sotto i riflettori gli occhi si stancavano, sotto lo sguardo di tutti la mente si affaticava.

La decisione era presa, una doccia e a letto… da solo. Si cambiò nello spogliatoio e si avviò alla moto che aveva parcheggiato accanto all’ingresso degli studi.

Rispose a Kiki che non aveva voglia di fare nulla e sistemato casco e giubbotto… si accorse di non avere le chiavi della moto! Dovevano essere rimaste nello spogliatoio. Sbuffando, rientrò e nel corridoio si accorse che le luci nella sala prove erano rimaste accese, forse per una dimenticanza di qualcuno.

Si avvicinò al vetro e realizzò che nella sala c’era ancora qualcuno, era Ayumi. Eppure l’aveva vista uscire da lì con tutti gli altri…

Stava trafficando con lo stereo.

Rimase fermo.

Al centro della sala, lei guardava fisso lo specchio che aveva di fronte. Si tolse poi la felpa, per essere più libera e rimase in canotta. Lanciò la felpa lontano, sul pavimento.

Iniziò a danzare.

Un inizio lento, che accompagnava fluido la voce femminile di quella canzone

Come un giunco, si piegava senza sforzo. In punta di piedi, salti e passi corti da ballerina classica, piroette. A un certo punto, si lasciò andare sul pavimento, rotolando, come un bambù al vento. Si fermò, divaricò le gambe in una spaccata perfetta. 

Si allungò davanti, sdraiata a pancia in giù sul legno, in una posa estremamente sensuale. Strisciò verso specchio, guardandolo con una seducente aria di sfida. Si girò supina e con colpo di reni tese la schiena sollevandola e inarcandola, il collo e il bacino saldamente appoggiati. Sembrava aver preso una scossa… oppure sembrava offrirsi a qualcuno.

Ryoshi si accorse di non avere più saliva in bocca. Si accorse anche di avere una mano ferma sulla maniglia, che stringeva con forza.

Lei ora sorrideva allo specchio, come se chiunque vi abitasse dentro le si fosse arreso. Continuava a fissarlo, a blandirlo, sapeva di averlo in pugno.

Stille di sudore le bagnavano la schiena

Continuò quella danza davanti alla sbarra, facendo forza sulle braccia sporgendosi in avanti a sfiorare il vetro con il seno.

“È bella… n’est- ce pas?”

Una profonda voce mascolina alle sue spalle lo richiamò all’ordine.

Si voltò verso il fotografo, che gli sorrise.

“Per quanto ci provi, non riesco a convincerla a lasciarsi fotografare come si deve. Devo appostarmi, coglierla di sorpresa. Oppure riprovarci, come adesso. Sto per chiederglielo ancora una volta.”

Aveva una Polaroid al collo. Ancora esistevano?

Ryoshi si fece da parte. Il fotografo avanzò, inquadrò e scattò.

Aspettò che dalla macchina uscisse la pellicola impressionata. Quando l’immagine fu nitida, l’allungò a Ryoshi.

Nella foto - era incredibile quanto fosse bravo anche con una macchina del genere - lei danzava le ultime battute con un salto, le braccia sollevate, l’ultimo volo.

“La tenga, come ricordo.”

E con un ultimo sorriso si congedò e la raggiunse nella sala prove.

Ryoshi rimase nel corridoio con il cerino in mano, immortalato in un salto armonioso.

Inevitabile fu il successivo esame di coscienza: lei non gli sembrava tipo da ballare in quel modo, tutte le volte che si era esercitata davanti allo specchio era stato solo per danzare leggera ai piedi del susino. Nel suo numero solitario di poco prima, la giovane Himekawa stava invece giocando e si stava divertendo a essere un’altra. O, sotto sotto, era quella la vera Ayumi? E perché lui aveva reagito così?

Nello spogliatoio, recuperò le chiavi della moto, dal corridoio arrivavano intanto voci lontane e una risata lieve, argentina. Infilò la foto nella tasca del giubbotto e uscì all’aperto. L’animale era muto, forse era sicuro del fatto suo, era certo che Ryoshi Ikeda non avrebbe mai pensato ad Ayumi Himekawa in certi termini. 

O forse sì? Ryoshi, in gran segreto, non era più sufficientemente convinto.

 

****

 

L’indomani, le prove si sarebbero concentrate su Isshin e Akoya.

Onodera decise di iniziare a porte chiuse. La mattina, in sala prove ci sarebbero stati solo lui, Onitsuka, Ikeda e Ayumi. Voleva ricreare l’atmosfera dell’audizione, partire da quello scambio quasi perfetto che era valsa la parte al giovane attore probabilmente geniale.

Ayumi e Ikeda iniziarono a recitare la scena del fiume

“...per me ci sei solo tu. Ancora non mi capacito di come potessi aver vissuto un tempo senza conoscere te.”

Isshin, apparve accanto al susino millenario. Onodera lo vedeva avanzare piano, come se stesse facendo attenzione a non inciampare fra le radici.

“…Ho preso medicine preparate da te, ho mangiato cose che tu mi portavi alla bocca…”

Isshin rimaneva lontano da lei, che gli dava le spalle.

“...ora che le ferite sono guarite dovrei andar via da qui. E se ci penso, sento così male da strapparmi il cuore. Avrei preferito che non guarissero mai”

Akoya rispose

“Sarebbe stato meglio se non ti avessi curato.”

“...fino ad oggi non mi era mai capitato di essere triste. Ma al solo pensiero che tu vada il mio cuore sprofonda nella solitudine. Non ho mai provato questa sensazione…”>

Ayumi rispose con voce perfettamente impostata, eppure non sembrava esprimere pienamente le sensazioni che affermava di provare.

Onodera la osservava con attenzione. Contrariamente alla sua performance con Akame, e nonostante fosse ineccepibile da un punto di vista attoriale, in quella con Ikeda c'era qualcosa che man mano suonava discordante, nonostante lei sembrasse recitare allo stesso modo di sempre.

Spostò la sua attenzione su Ikeda e per il resto della mattinata si concentrò su di lui. Poi, iniziò a comprendere e la cosa lo lasciò letteralmente esterrefatto: Ikeda non aveva solo colto Isshin, aveva colto anche l’idea di Akoya. Il suo modo di recitare, le sue interazioni chiamavano in causa l’archetipo di Akoya… Akoya come doveva essere.

Da questo punto di vista era andato oltre Kei Akame. Si rapportava a una Akoya che ancora non c'era: dall'altra parte, Ayumi non riusciva a realizzare quel personaggio, non riusciva a riempire quell'ombra magnifica che lui disegnava con la sua recitazione, non le dava la giusta sostanza. Il problema, finora, non si era mai posto in quei termini per il semplice motivo che Akame, nel ruolo di Isshin, quell'Akoya  non l'aveva forse mai vista davvero, nonostante fosse un attore straordinario.

Era stato fatto un enorme passo in avanti e il bello era che quel ragazzo, venuto fuori dal nulla, forse non se ne era neanche accorto.

Onodera valutò di darsi una settimana di tempo, poi avrebbe preso una decisione.

 
   
 
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