Storie originali > Introspettivo
Ricorda la storia  |      
Autore: Scintilla19    21/02/2026    8 recensioni
Sotto pressione e a temperature elevate, il carbonio può assumere una struttura cristallina e diventare diamante.
-
🥇Prima classificata al contest “Sangue, Inchiostro e Lacrime” indetto da Molang sul forum Ferisce la Penna.
Genere: Angst, Drammatico | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
 
Storia partecipante al contest “Sangue, Inchiostro e Lacrime” indetto da Molang sul forum Ferisce la Penna.
Pacchetto Grafite
Obbligo: Nella storia è presente una trasformazione fisica
Prompt: Prova
Oggetto: Diamante
Emozione (protagonista): Incertezza
Tratto (qualsiasi personaggio): Umile

 






La Prova

 


 

|
Sotto pressione e a temperature elevate,
il carbonio può assumere una struttura cristallina
e diventare diamante.

|


 


 


 

Tra dodici ore affronterò la Prova per la terza volta.

Il numero mi si appiccica addosso come un’etichetta difettosa.

Non dormo. Guardo il soffitto e faccio conti che non servono a niente. Dodici ore. Undici ore e cinquantotto minuti. Undici ore e cinquantasette.

Fuori, la città dorme. O almeno così sembra. Chissà quanti altri, stanotte, sono svegli come me. Quanti hanno la Prova domani. Quanti la supereranno al primo tentativo, sorridenti, sollevati, finalmente adulti.

Terza volta. Nessuno arriva alla terza volta.

La Prova è semplice, in teoria. Un colloquio. Ti siedi davanti a una commissione di tre adulti – sempre due del tuo stesso sesso e uno dell’altro – e rispondi a delle domande. Alcune sono cliniche, quasi imbarazzanti nella loro invadenza: quando è iniziata la pubertà, come l’hai vissuta, quali cambiamenti hai notato. Altre sono più sfumate, più sottili. Più subdole. 

Tutti la affrontano prima o poi. Non c’è un’età obbligatoria – puoi farla quando “ti senti pronto”, dicono. Ma c’è una finestra ideale, non scritta ma universalmente convenzionale: tra i diciannove e i ventun anni. Dopo diventa strano. Dopo la gente comincia a chiedersi cosa c’è che non va in te.

Io ne ho venticinque.

La prima volta ne avevo ventidue. Troppo tardi già allora, ma ancora tutto sommato accettabile. «Ti sei presa il tempo necessario» aveva detto mia madre, sfiorandomi una guancia. «Alcuni diamanti impiegano più tempo a formarsi.»

Tutti speravano che fossi pronta. A quanto pare, non lo ero.

La seconda volta, due anni dopo, i sorrisi comprensivi si erano fatti più tesi. Mia madre aveva solo chiesto: «Sei sicura di essere pronta?» con le sopracciglia aggrottate che formavano una ruga in mezzo alla fronte. «Magari potresti sistemarti i capelli. Saresti più femminile» aveva detto, sfiorandomi la rasatura che sfoggiavo sulla tempia sinistra e cercando di coprirla col lungo ciuffo che ricadeva dall’altra parte.

Adesso, alla vigilia della terza, nessuno sorride più. Mia madre mi guarda come se fossi un vaso che sta per rompersi. Mio padre non mi guarda proprio.

Venticinque anni. Il corpo di un’adulta, ma sulla carta ancora una bambina. Posso comprare da bere ma non posso votare. Posso guidare ma non posso firmare un contratto. Esisto a metà, sospesa in un limbo che si prolunga ad ogni tentativo che fallisco.

Sulla mia scrivania c’è un quaderno. Lo apro. Le pagine sono piene di frasi iniziate e cancellate, parole senza senso che si affastellano. Ho provato a prepararmi come si prepara un esame, ma non è un esame. Non ci sono risposte giuste da memorizzare. O forse sì, ma sono io che non riesco a trovarle.

Undici ore e quarantadue minuti.

Ho iniziato a scrivere dopo aver fallito la prima volta. Pensavo che mettere le cose nero su bianco avrebbe aiutato, che le parole sarebbero venute da sole se solo avessi smesso di pensarci troppo. Invece mi sono ritrovata con pagine di tentativi abortiti, frasi che suonano finte già mentre le scrivo.

“Essere donna significa…” Cancellato.

“Per me essere donna vuol dire…” Cancellato.

“Mi sento donna quando…” Cancellato, cancellato, cancellato.

La prima volta non avevo preparato niente. Ero arrivata alla Prova convinta che sarebbe bastato essere sincera, dire quello che sentivo.

Quando la commissione mi ha guardata – due donne sulla cinquantina e un uomo più anziano, tutti e tre con espressioni vigili, cariche di aspettativa – ho capito immediatamente che non volevano sincerità. Volevano le risposte giuste.

Mi ero seduta sulla sedia di fronte a loro, cercando di sembrare tranquilla, anche se il cuore mi batteva forte. La sala era piccola ma accogliente, con un tavolo e quattro sedie. Niente di intimidatorio, eppure l’aria era pesante, difficile da respirare.

«Benvenuta» aveva detto la donna al centro, con un sorriso che avrebbe dovuto tranquillizzarmi. «Prenditi tutto il tempo che ti serve. Questa è una conversazione, non un interrogatorio.»

Avevano iniziato con domande semplici. Quando era iniziata la pubertà. Dodici anni, avevo risposto. Avevo sentito i primi cambiamenti in estate, il corpo che si faceva estraneo, e tutti che improvvisamente mi guardavano in modo diverso. Annuivano, prendevano appunti. Tutto normale fin lì.

«E come ti sei sentita?» aveva chiesto l’altra donna, quella a destra.

Avevo esitato. Cosa avrei dovuto dire? Che mi ero sentita tradita dal mio stesso corpo? Che ogni nuovo cambiamento sembrava allontanarmi da chi ero?

«Confusa» avevo detto alla fine. «All’inizio confusa. Poi... poi mi sono abituata.»

L’uomo aveva alzato lo sguardo dal blocco note. «Abituata?»

La parola era sbagliata. L’avevo capito dal modo in cui l’aveva ripetuta, come se fosse qualcosa di strano, di sospetto. Ma ormai l’avevo detta.

«Voglio dire, li ho accettati» avevo corretto subito. «I cambiamenti. Il fatto che stavo diventando...»

Mi ero fermata. Diventando cosa? Donna? Ma lo ero sempre stata, no? O lo stavo diventando solo allora? Il silenzio si era allungato.

«Prenditi pure il tempo che ti serve» aveva ripetuto la donna al centro, ma nella sua voce c’era qualcosa di teso. Come se il mio silenzio fosse già una risposta.

«Diventando adulta» avevo completato finalmente. «Stavo diventando adulta.»

Avevano annuito, ma senza convinzione. La donna a destra aveva scritto qualcosa con movimenti rapidi, decisi. Non riuscivo a vedere cosa.

«Parlaci dei tuoi interessi» aveva detto l’uomo, cambiando argomento. O forse no, forse era tutto collegato, ogni domanda un tassello per completare un’immagine che loro stavano componendo di me. «Cosa ti piace fare? Come passi il tempo?»

Avevo elencato cose sicure. Lèggere. Cucinare qualche volta. Passare tempo in natura. Passeggiare. Niente che potesse suonare strano o fuori posto. Ma anche lì, nelle pause, nelle esitazioni, sentivo che stavo sbagliando qualcosa. Come se dovessi dimostrare non solo cosa facevo, ma che lo facevo nel modo giusto, con l’atteggiamento giusto.

«E i tuoi amici» aveva chiesto la donna a destra. «Sono prevalentemente ragazze o ragazzi?»

Una domanda trabocchetto. L’avevo sentito. Se avessi detto ragazze, avrei dato l’idea di essere chiusa nel mio genere. Se avessi detto ragazzi, sarebbe sembrato inappropriato, ambiguo. Avevo tentato una via di mezzo.

«Un po’ entrambi. Ho sempre pensato che le persone siano persone, al di là di...»

«Al di là di cosa?» L’uomo si era spinto leggermente in avanti.

Mi ero bloccata di nuovo.

«Al di là di... niente» avevo balbettato. «Intendevo dire che vado d’accordo con tutti, ecco.»

La donna al centro aveva sorriso di nuovo, ma era un sorriso stanco, quasi compassionevole. Il mio imminente fallimento era qualcosa di inevitabile e triste.

«Capisco. E dimmi, hai mai pensato al tuo futuro? A cosa vorresti fare, a come ti vedi tra qualche anno?»

Una domanda aperta, apparentemente innocua. Forse avrei dovuto dire qualcosa sul matrimonio, sulla famiglia, su un ruolo chiaro e definito. Invece avevo risposto:

«Vorrei trovare un lavoro che mi piaccia. Qualcosa che abbia senso, che mi faccia sentire utile.»

«Certo» aveva annuito lei. «E oltre al lavoro?»

Silenzio.

«Una famiglia, forse?» aveva suggerito, con tono gentile. Troppo gentile.

«Sì, forse. Non ci ho pensato molto, ecco.»

E lì avevo visto lo sguardo. Quello sguardo veloce che si erano scambiate le due donne, rapido ma inequivocabile. L’uomo aveva scritto qualcosa di più lungo, questa volta.

«Non ci hai pensato molto» aveva ripetuto la donna a destra, lasciando le parole sospese nell’aria.

«No, voglio dire... non è che non ci pensi, è solo che non mi sembra... urgente? Sono ancora giovane, ho tempo per...»

«Hai ventidue anni» mi aveva interrotta l’uomo. Non severamente, ma con fermezza. «Molte ragazze della tua età hanno già chiaro cosa vogliono. Hanno una direzione.»

Una direzione. Come se la vita fosse una strada dritta e io stessi cercando a tutti i costi un bivio.

«Una direzione» avevo ripetuto, quasi tra me e me. Poi, nel tentativo disperato di recuperare: «Ma ce l’ho una direzione. Voglio crescere, diventare indipendente, capire chi sono...»

«E chi sei?» La donna a destra si era spinta in avanti, improvvisamente più vigile. Finalmente avevo detto qualcosa di interessante. «Questa è una domanda importante. Chi sei?»

Avevo le guance in fiamme. Mi sentivo sotto un riflettore che non volevo puntato su di me. Era una domanda semplice, basilare. Eppure non sapevo rispondere. 

«Sono... io. Sono me stessa.»

Ridicolo. Anche mentre lo dicevo sapevo che suonava ridicolo.

«E cosa significa essere te stessa?» aveva insistito lei, con lo stesso tono paziente di chi sta guidando qualcuno verso una conclusione ovvia che continua a sfuggirgli.

Avevo aperto la bocca. L’avevo richiusa. Le mani mi tremavano sotto il tavolo e le avevo strette forte, una contro l’altra, cercando di nascondere il tremore.

«Descrivici il momento in cui hai capito di essere diventata donna.»

Silenzio.

Non un silenzio di riflessione, di chi sta cercando le parole giuste. Un silenzio vuoto, spaventoso, come affacciarsi su un precipizio e non vedere il fondo.

«Prenditi pure il tempo che ti serve» aveva ripetuto la donna al centro, per la terza volta quel pomeriggio. Ma questa volta nella sua voce non c’era più pazienza. C’era qualcosa di simile alla pietà.

Non avevo risposto. Non perché non volessi, ma perché non avevo niente da dire. Quel momento non esisteva.

Mi avevano congedata con un rifiuto netto.

«Rimandata di un anno.»



Chiudo il quaderno.

Sono di nuovo nella mia stanza, al buio, le lancette dell’orologio avanzano inesorabili. Undici ore e venti minuti.

Mi siedo sul bordo del letto e guardo le mie mani. Sono mani normali. Mani da donna, direbbero loro: dita affusolate, unghie curate perché mia madre insiste, pelle liscia. Il corpo ha fatto tutto quello che doveva. A dodici anni è iniziata la trasformazione, e negli anni successivi si è completata con quella precisione meccanica e indifferente che ha la biologia. Il seno, i fianchi, il ciclo con la sua cadenza mensile, puntuale come un orologio. Un corpo sano, funzionante, che mi sostiene ogni giorno senza chiedermi niente in cambio.

Eppure.

Eppure quando mi guardo allo specchio c’è sempre quello scarto, quella frazione di secondo in cui l’immagine riflessa e la persona che sono non coincidono del tutto. Come un’eco che arriva leggermente fuori tempo. Non è confusione, non esattamente. È più simile a una domanda senza risposta, una nota stonata in una melodia che tutti gli altri sembrano sentire perfettamente.

Mi sono sempre chiesta se fosse normale. Se tutte le ragazze si sentissero così, almeno un po’. Se anche loro, davanti allo specchio, avessero quel momento di estraneità.

Ma guardando le mie coetanee crescere, conformarsi, superare la Prova con quella naturalezza disarmante, ho capito che no, non era normale. 

L’unica certezza che ho mai avuto non riguarda il mio corpo. Non riguarda il mio ruolo, il mio futuro, quello che dovrei essere.

Riguarda lei.

L’ho conosciuta dopo il primo fallimento. Avevo iniziato a fare piccoli lavoretti in attesa di tentare di nuovo la Prova e prendevo l’autobus tutti i giorni per andare in città. Lei andava ancora a scuola, all’ultimo anno. La notai subito, era nuova da quelle parti, e da quel momento non desiderai altro che anche lei mi notasse. 

La prima volta che l’ho fatta ridere pioveva.

Avevo aspettato l’autobus senza ombrello, perché la mattina non pioveva e io non guardo mai le previsioni. Quando era arrivato ero già uno straccio: i capelli appiccicati alla faccia, le scarpe che sputavano acqua ad ogni passo. Mi ero seduta lasciando piccole pozze lungo il corridoio del bus, che terminavano in un laghetto ai miei piedi, dove continuavo a sgocciolare.

Lei era salita due fermate dopo. Anche lei fradicia, anche lei senza ombrello, ma almeno aveva un giubbotto impermeabile. Si era seduta accanto a me – l’unico posto libero – stringendosi nelle spalle nel tentativo di occupare meno spazio possibile. Una cascata d’acqua dal suo giubbotto era finita sulla mia manica.

«Ehi» avevo detto, guardandola. «Mi stai bagnando.»

Si era girata con un’espressione mortificata, la bocca già aperta per scusarsi, poi aveva visto in che stato ero – i capelli, le scarpe, la pozza per terra – e aveva riso. Un riso vero, improvviso, quello che ti scappa quando non te lo aspetti.

«Scusa» aveva detto, ridendo ancora. «Scusa davvero.»

Avevo riso anche io e non so come, da lì, avevamo continuato a parlare fino alla sua fermata.

Non so spiegare com’era parlare con lei.

Con le ragazze ho sempre avuto un rapporto strano. Avevo amiche, uscivo, ridevo, facevo le cose che fanno tutte. Ma c’era sempre quella sensazione di uno spazio sottile tra me e loro, come un vetro trasparente che mi rendeva inaccessibile il loro mondo. Le guardavo truccarsi, parlare di ragazzi, progettare futuri che somigliavano tutti allo stesso futuro, e annuivo. Imparavo a memoria i gesti, i toni, le reazioni appropriate. Ero brava a sembrare una di loro.

Con lei no. Con lei non dovevo sembrare niente.

Su quell’autobus avevamo parlato di tutto e di niente – non ricordo nemmeno cosa ci siamo dette quella prima mattina, solo che le parole venivano facili, senza sforzo, senza quel mezzo secondo di ritardo in cui di solito controllo quello che sto per dire. Quando ero scesa mi ero accorta di aver sorriso più volte senza accorgermene.

Era di più. Fin dal primo giorno, era già di più.

Le mattine sull’autobus erano diventate un appuntamento fisso, anche se nessuna delle due lo aveva mai detto ad alta voce. Aspettavo la mia fermata con una puntualità che non avevo mai avuto prima, e lei saliva due fermate dopo con quel modo tutto suo di farsi piccola per passare in mezzo alla gente mentre attraversava l’autobus fino a me.

Quando finì l’anno scolastico non c’era nessun motivo per continuare a vederci, eppure ci eravamo ritrovate a mandarci messaggi, ogni giorno, continuamente.

Cominciammo a uscire senza una meta precisa, lasciavamo la città dietro di noi, finivamo sempre da qualche parte in mezzo al verde senza aver deciso di andarci. Parlavamo di tutto, come sull’autobus, ma con più calma. Le giornate erano lunghe e non c’era fretta di niente.

Un mattino di giugno eravamo uscite presto, prima che il caldo diventasse insopportabile. Avevamo camminato senza meta fino ai campi fuori città, dove il grano era già alto e il sole splendeva in un cielo sgombro da nuvole e palazzi.

Ci eravamo sdraiate lì in mezzo, con l’azzurro sopra e il grano dorato intorno che ci nascondeva dal resto del mondo. Non ricordo di cosa stessimo parlando. Ricordo il profumo dell’erba e della terra calda, il fruscio del vento tra le spighe, la sua spalla che sfiorava la mia.

Mi ero girata a guardarla.

Lei mi stava già guardando.

L’avevo baciata senza pensarci, come si fa una cosa ovvia. E per la prima volta in vita mia avevo sentito che stavo facendo esattamente la cosa giusta, nel posto giusto, con la persona giusta.

Come se fossi nata per quello.

Non so cosa pensasse lei di quel bacio. Non gliel’ho mai chiesto.

Ricordo solo che quando ci eravamo alzate dal campo di grano, aveva sorriso e mi aveva preso la mano mentre tornavamo in città. Nessuna delle due aveva detto niente. Non serviva.

Abbiamo continuato a vederci anche dopo l’estate, per tutto l’anno successivo. L’idea di affrontare nuovamente la Prova dopo il primo fallimento non mi balenava nemmeno per la testa. Lei iniziò a dare una mano nel negozio della sua famiglia, io continuavo i miei lavoretti da niente – finché non si supera la Prova, qualsiasi carriera è preclusa – e andava bene così.

Ci scrivevamo ogni giorno, ci vedevamo spesso, passavamo le mattine e i pomeriggi liberi insieme senza fare niente di particolare. Lei mi assecondava, rideva quando la baciavo, mi cercava. Non abbiamo mai chiamato quella cosa con un nome.

Del resto, non era necessario.

In questa società puoi sperimentare. È quasi incoraggiato, entro certi limiti. Finché sei giovane, finché non hai ancora affrontato la Prova, sei in una zona grigia in cui tutto è perdonato come “fase”. Gli adulti sorridono con indulgenza quando vedono due ragazze troppo vicine, due ragazzi che si guardano troppo a lungo. Sono giovani, dicono, come se fosse una malattia infantile, destinata a guarire con la maturità.

Nessuno ti ferma. Nessuno ti giudica apertamente. Ma c’è un’aspettativa silenziosa, universale: che prima o poi crescerai, supererai la Prova, e tutto ciò che hai vissuto fino ad allora resterà indietro come un ricordo confuso dell’adolescenza, sostituito da qualcosa di più appropriato, più maturo.

Per lei è stato così. Per me no.

Io mi illudevo che potessimo restare lì, in quel limbo dove tutto era permesso perché niente contava davvero.

Mi sbagliavo.

«Ho deciso di affrontare la Prova» aveva detto due anni dopo quel primo bacio, senza preamboli.

Eravamo sedute su una panchina al parco, il solito posto dove ci vedevamo quando faceva troppo caldo per camminare. Lei aveva un’espressione strana, seria in un modo che non le avevo mai visto. 

Lo disse con calma, troppa calma, come se avesse preparato quel momento da settimane e io fossi la sola a cui stava capitando all’improvviso.

Mi sentivo bloccata, letteralmente. Non riuscivo a rispondere, né a muovermi, a stento respiravo. Riuscii solo a chiederle: «Perché?»

«Perché devo. È così, no? Prima o poi bisogna farlo.» Fece una pausa, si guardò le mani. «Sto lavorando nel negozio di mia madre da due anni, ma senza la Prova non posso davvero... non conta. Non posso firmare niente, non posso prendere decisioni. È solo un lavoretto. Voglio qualcosa di vero. Una famiglia. Un futuro. Non posso cambiare come funzionano le cose. Non sono il tipo che lotta contro tutto. Voglio solo vivere. Andare avanti.»

«Ma noi...»

«Lo so.» Mi guardò, e per un attimo vidi qualcosa nei suoi occhi – dispiacere o, forse, solo stanchezza. «Ma non possiamo continuare così per sempre. Io non posso. Mi dispiace.»

Non le chiesi se ci saremmo riviste. La risposta era ovvia. Sapevo cosa significava affrontare la Prova. Lo sapevamo entrambe. 

Da quel giorno non la vidi più.

Superò la Prova al primo tentativo. Due settimane più tardi, portava un diamante al dito. Si sposò in autunno. In tre mesi aveva cancellato tutto, come se io non fossi mai esistita.



Ho le guance bagnate.

Non mi ero accorta di piangere. Mi asciugo il viso con il dorso della mano e guardo l’orologio. Tre e ventidue del mattino. 

L’unica certezza che ho mai avuto riguardava lei. Ma domani non posso portare quella certezza davanti alla commissione. Non posso dire che l’unico momento in cui mi sono sentita donna è stato quando ho baciato un’altra ragazza. Non posso dire che l’idea di ricevere un diamante da un uomo mi fa sentire sbagliata, estranea, come se stessi recitando in una commedia scritta per qualcun altro.

Ma forse è questo il problema: forse sono io che non riesco ad accettare quello che dovrei voler accettare. Forse se provassi davvero, se mi sforzassi abbastanza...

Non lo so. Non so niente.

E se non so niente, cosa posso dire domani?

Sei ore e trentacinque minuti.

Penso a lei, a come ha fatto sembrare tutto così semplice. Una decisione, un paio di mesi, e aveva già trovato il suo posto nel mondo. Niente drammi, niente crisi esistenziali. Solo l’umiltà di accettare quello che c’era e adattarsi.

Io non ci riesco. Non so se è coraggio o stupidità, orgoglio o semplicemente incapacità. Forse lei aveva ragione: certe battaglie non si possono vincere. Forse il problema è che io non riesco nemmeno ad arrendermi e basta.

Tutti quelli che conosco ci sono riusciti. Le mie compagne di scuola, una dopo l’altra, hanno attraversato quella porta e ne sono uscite adulte, composte, degne. I ragazzi hanno imparato a rispondere alle domande senza esitazioni, a tenere la voce ferma. Quando sono usciti da quella porta, stringevano tra le dita una piccola scatola scura. Dentro, il diamante da offrire alle loro future spose.

Forse è davvero la cosa più naturale del mondo. Forse sono io quella sbagliata.

Ci ho provato per disperazione la seconda volta, dopo che lei se n’era andata: ero convinta che se mi fossi sforzata abbastanza, sarei passata e avrei trovato anche io il mio posto nel mondo.

La Prova riprese esattamente dal punto in cui mi ero bloccata la prima volta, subito dopo aver esaminato la mia cartella clinica dove risultava che il mio corpo era ancora sano e funzionante.

«Descrivici il momento in cui hai capito di essere diventata donna.»

Avevo preso fiato, le mani strette sulle ginocchia.

«È stato quando ho sentito che il mio corpo non era solo qualcosa da abitare, ma un mezzo. Per sentire, per esprimermi, per essere vera. Quando ho smesso di sentirlo estraneo e ho iniziato a sentirlo come... mio. Come parte di me.»

Non era una bugia. Non esattamente. Era quello che avevo provato quel giorno nel campo di grano, quando l’avevo baciata per la prima volta, e tutto sembrava essere semplicemente giusto. Omettevo solo il contesto. Omettevo lei.

La donna al centro aveva annuito. «Interessante. E adesso, come ti senti nel tuo corpo? Oggi, intendo.»

«Bene. Normale.»

«Normale» aveva ripetuto la donna a destra, scrivendo qualcosa. «Quando ti guardi allo specchio la mattina, cosa vedi?»

«Me stessa.»

«E ti riconosci nel tuo corpo così com’è oggi?»

Pausa. «Dipende dai giorni.»

«Puoi spiegarti meglio?»

Avevo cercato di sorridere, di buttarla sul leggero. «Beh, ci sono giorni in cui ti senti più in forma, altri meno. Giorni in cui ti senti bene con te stessa e giorni in cui... non tanto. È normale per le ragazze, no? L’insicurezza, il confronto con gli altri...»

«Non ti ho chiesto se ti senti bene nel tuo corpo» aveva interrotto la donna. «Ti ho chiesto se ti riconosci.»

Silenzio.

«È diverso» aveva aggiunto, come se stesse spiegando qualcosa di ovvio. «Sentirsi insicure è normale. Non riconoscersi... è altro.»

«Io mi riconosco» avevo detto, precipitosa. «Certo che mi riconosco. È solo che a volte mi sento... fuori posto. Come un vestito della taglia giusta ma che non cade bene addosso.»

L’uomo aveva alzato lo sguardo. «Il problema è il vestito o chi lo indossa?»

«Io… non lo so.»

«E quando ti chiamano “signorina”, cosa provi?»

«Niente. È normale.»

«E quando indossi abiti femminili – una gonna, un vestito – ti senti... appropriata? O come se stessi indossando un costume?»

«Dipende...»

«Da cosa?»

«Da... non lo so.»

«E quando ti pettini i capelli? Quando ti metti il rossetto? Lo fai perché ti piace o perché senti che devi?»

«Entrambe le cose, io...»

«Quale delle due prevale?»

«È… difficile dirlo.» Stavo cominciando a sudare.

«Difficile» aveva ripetuto l’uomo, con quel tono che ormai conoscevo. Come se ogni mia parola fosse sbagliata. «Parlaci del tuo ciclo mestruale. Come lo vivi?»

Mi ero irrigidita. «Come tutte, immagino.»

«Non stiamo chiedendo come lo vivono tutte. Stiamo chiedendo come lo vivi tu.»

«È fastidioso. A volte doloroso.»

«Ma ti fa sentire donna?»

Silenzio. La domanda era assurda. Eppure loro aspettavano una risposta.

«Non... non ci penso in questi termini.»

«Dovresti» aveva detto la donna al centro. «È una delle esperienze che definiscono la femminilità. La connessione con il proprio corpo, con i suoi cicli naturali. Molte ragazze parlano di questo momento come di una riconciliazione mensile con la propria natura.»

Non sapevo cosa rispondere. Riconciliazione? Era solo fastidio e sangue.

«E i bambini?» aveva chiesto la donna a destra. «Hai mai pensato di voler diventare madre?»

«Ma non è obbligatorio, no? Posso scegliere...»

«Naturalmente puoi scegliere» aveva detto l’uomo. «Ma ti chiediamo: lo desideri? Riesci a immaginarti in quel ruolo? A cullare un bambino, ad allattarlo?»

Il pensiero mi aveva fatto venire la nausea. Non riuscivo a immaginarlo. Non volevo immaginarlo.

«Forse un giorno» avevo mormorato.

La donna al centro aveva posato la penna. «Dimmi una cosa. Quando vedi altre donne – donne che hanno superato la Prova, che hanno trovato il loro posto – cosa provi?»

«Non lo so. Niente di particolare.»

«Invidia? Ammirazione?»

«A volte... a volte mi chiedo come ci riescano.»

«Come ci riescano a fare cosa?»

«A essere così... certe. Così sicure di chi sono.»

L’uomo si era spinto in avanti. «Quindi tu non sei certa?»

«Io... sto cercando di...»

«Quando ti hanno toccato il seno per la prima volta» aveva interrotto la donna a destra, con tono clinico ma invasivo, «come ti sei sentita?»

Mi ero bloccata completamente.

«Parlo della prima visita medica, ovviamente» aveva aggiunto, come se fosse ovvio. «Quando hai fatto il controllo dopo la pubertà. Ti sei sentita a disagio? Era imbarazzo normale o... qualcos’altro?»

«Ero a disagio, sì.»

«Tutte lo sono» aveva detto la donna al centro, con apparente comprensione. «Ma il punto è: quel disagio è passato? O è ancora lì?»

Silenzio.

La donna al centro aveva posato la penna. «Quando sei con un uomo – parlo anche solo di conversazioni normali, quotidiane – ti senti complementare? Come se ci fosse un’armonia naturale?»

«Io... non frequento molti uomini.»

«Perché?»

«Non lo so. È capitato così.»

«Ti senti più a tuo agio con le donne?»

Trappola. Lo sapevo che era una trappola.

«Ho amiche, sì.»

La donna a destra aveva sfogliato alcune carte. «Vedo qui che hai avuto… sperimentazioni. Nella fase tardo adolescenziale.»

Il cuore mi si era fermato.

«È normale, ovviamente» aveva continuato, sempre con quel tono comprensivo. «La curiosità è naturale. Ma dimmi: quelle esperienze ti hanno aiutata a capire chi sei? O ti hanno confusa di più?»

«Io...»

«Perché vedi, a volte certe esperienze possono creare... nodi. Blocchi. Impedirci di crescere nella direzione giusta.»

«Non erano... non era confusione» avevo balbettato. «Era...»

Non potevo dirlo. Non potevo dire che era l’unica volta in cui mi ero sentita giusta.

«L’hai amata?»

La domanda era arrivata secca, diretta.

«Io... eravamo amiche.»

«Amiche che si baciavano per due anni?»

«Era solo...»

«Solo cosa? Sperimentazione? Confusione? O era qualcosa di più profondo?»

Le pareti della stanza sembravano stringersi.

«Perché se era qualcosa di più profondo» aveva continuato la donna al centro, con dolcezza studiata, «allora dobbiamo chiederci: sei davvero pronta a lasciartelo alle spalle? O stai solo cercando di convincerti che puoi farlo?»

Non sapevo cosa rispondere.

«Quando pensi di ricevere un diamante da un ragazzo» aveva incalzato l’uomo, «cosa provi?»

«Io...»

«Eccitazione? Paura? Repulsione?»

«Non lo so.»

«Non lo sai» ripeté l’uomo, tamburellando con la penna sul suo taccuino.

Per circa un minuto nessuno parlò, ma era facile intuire quali fossero i loro pensieri a riguardo. Poi l’uomo continuò:

«E pensi che questa tua incertezza, questo tuo continuo non sapere, questo tuo rimandare… sia solo una fase? Qualcosa di temporaneo che supererai? O è qualcosa di più profondo? Qualcosa che non cambierà mai?»

Rimasi in silenzio, annientata, incapace ormai di proferir parola.

«Siamo spiacenti, signorina. Prenditi un altro anno di tempo.»

 

Non riesco più a stare a letto.

Mi alzo, i piedi nudi sul pavimento freddo. La stanza è immersa nel buio, solo la luce della strada filtra dalle tapparelle. Sono le tre e quaranta del mattino. Sei ore e venti minuti.

Il tailleur è appeso all’anta dell’armadio, dove mia madre l’ha sistemato ieri sera. Giacca blu scuro, gonna dello stesso tessuto, una camicia bianca stirata con cura. Sul pavimento, le scarpe: décolleté nere con un tacco discreto ma comunque presente. «Devi fare bella figura» aveva detto mentre le appoggiava lì. «Devi sembrare una signorina per bene.»

Mi avvicino allo specchio. La maglietta larga che indosso per dormire nasconde le forme, ma so cosa c’è sotto. Il corpo che la società ha aspettato con trepidazione, come si aspetta l’adempimento di una promessa.

Dodici anni. È a quell’età che tutto è iniziato. Chi prima, chi dopo, ci passano tutte. È l’età in cui il corpo smette di essere neutro e diventa improvvisamente significativo, carico di aspettative. Ricordo la prima volta che mia madre mi ha guardata in modo diverso, quel mattino in cui avevo messo una maglietta aderente senza pensarci. «Forse è il momento di comprare un reggiseno» aveva detto, con un tono che avrebbe dovuto essere pratico ma suonava solenne. 

Da quel momento, il mio corpo non è più stato solo mio.

Visite mediche regolari per “monitorare lo sviluppo”. Controlli, misurazioni, domande. Quando ti è venuto il ciclo? È regolare? Hai dolori? Come se ogni dettaglio della mia biologia dovesse essere catalogato, certificato, approvato. La cartella clinica che hanno esaminato prima di entrambe le Prove non era solo una formalità: era la prova documentata che il mio corpo aveva fatto il suo dovere. Si era trasformato come previsto. 

Tutti trattano la pubertà come un sacramento. Le madri ne parlano con quella serietà riverente, come se fosse un’iniziazione mistica invece che solo ormoni e biologia. «Stai diventando una donna» ti dicono, quando ti cresce il seno. «Ora sei una donna» quando arriva il primo ciclo, come se quel sangue fosse una consacrazione.

Ricordo il giorno in cui è successo. Avevo tredici anni. Ero a scuola, me ne ero accorta in bagno, terrorizzata. Quando l’avevo detto a mia madre quella sera, lei aveva sorriso – non un sorriso di conforto, ma di soddisfazione. Come se avessi finalmente fatto qualcosa di giusto. «Brava» aveva detto, e mi era sembrato assurdo. Brava per cosa? Per aver sanguinato?

Ma per lei, per tutti, era più di sangue. Era la conferma che stavo procedendo nella direzione giusta. Che il mio corpo mi stava portando dove dovevo andare.

Il problema è che io non volevo andare lì.

O forse non è questo il problema. Forse il problema è che non so dove voglio andare. So solo che ogni cambiamento – il seno, i fianchi, il ciclo mensile che arriva puntuale – mi ha allontanata da qualcosa che non so nemmeno nominare. Come se stessi diventando più definita nella forma ma più confusa nell’essenza.

Guardo il tailleur appeso. Domani dovrò non solo indossarlo e rispondere alle domande, ma anche presentarmi nel modo giusto. Il corpo giusto nel vestito giusto che dice le parole giuste. Una performance perfetta di femminilità raggiunta, completata, accettata.

Il corpo nello specchio ha fatto tutto quello che doveva. È cresciuto, si è trasformato, ha obbedito alle leggi della biologia con precisione meccanica.

Ma io sono ancora qui, in maglietta larga e pantaloncini, con i capelli che non so come sistemare, a guardarmi come si guarda uno sconosciuto.

 

Sette del mattino. Mancano tre ore.

Sono vestita. Il tailleur è aderente in punti in cui i miei vestiti non lo sono mai, la gonna mi arriva al ginocchio e ad ogni passo sento aria dove di solito c’è tessuto. Le scarpe mi stringono. Mi sono truccata seguendo le istruzioni di mia madre. «Naturale ma curata» ha detto. Come se la naturalezza fosse qualcosa che va costruito con attenzione.

Scendo in cucina. Mia madre è già lì, in piedi vicino al lavello, anche se non sta facendo niente. Aspetta. Mio padre è seduto al tavolo, il giornale aperto davanti a sé come uno scudo.

«Buongiorno» dico.

Mia madre si gira di scatto. Mi guarda dalla testa ai piedi, e vedo il suo sguardo fermarsi sui capelli.

«Li hai sistemati come ti avevo detto?»

«Sì.»

«Fammeli vedere meglio.»

Mi avvicino. Lei mi gira la testa con delicatezza, ispeziona la tempia dove la ricrescita forma ancora quei ciuffi irregolari, anche se ho fatto del mio meglio per appiattirli con il gel.

«Potevi metterne di più» dice preoccupata, come se i miei capelli fossero un problema da risolvere, non una parte di me. «Aspetta.»

Va a prendere la lacca. Torna, mi spruzza la tempia, sistema ogni ciuffo con le dita. Il profumo chimico mi riempie il naso.

«Meglio» dice, facendo un passo indietro per valutare il risultato. «Così va meglio.»

Mio padre non ha alzato lo sguardo dal giornale.

«Vuoi che ti accompagni?» chiede mia madre.

«No. Vado da sola.»

Prendo la borsa – anche quella scelta da lei, una borsa rigida e formale che non ho mai usato – e mi dirigo verso la porta.

Mio padre piega il giornale. Si alza senza guardarmi, esce dalla cucina. Sento i suoi passi pesanti sulle scale, poi la porta della camera che si chiude con uno scatto definitivo.

Esco.

L’aria del mattino è fredda, pungente. Sono le sette e quaranta. Due ore e venti minuti.

La fermata dell’autobus è la stessa di sempre. La stessa di quando andavo a scuola. La stessa che prendo ogni giorno per recarmi a lavoro. La stessa dove aspettavo che lei salisse, due fermate dopo.

Ci sono già altre persone che aspettano. Un uomo sulla quarantina in giacca e cravatta, impegnato con il telefono. Una donna con una borsa della spesa. E poi loro: alcuni dei ragazzi con cui prendevo l’autobus anni fa. Non più ragazzi, ormai. Adulti.

Marco ha venticinque anni. Andavamo in classe insieme. Ha superato la Prova a venti, al primo tentativo. Ora lavora in banca, porta la camicia stirata e la ventiquattrore. Lo vedo tutte le mattine quando prendo l’autobus per andare... da nessuna parte. Lui va in centro, al suo ufficio, alla sua vita vera.

C’è anche Giulia. Lei ha superato a diciannove. Ricordo che aveva festeggiato con una cena, i genitori orgogliosi. Ora è sposata – lo vedo dall’anello, dal modo in cui lo mette in mostra con studiata casualità. Va al lavoro anche lei, in uno studio legale, credo. Ha una carriera. Un futuro.

Io ho preso questo autobus con loro per anni. Stessa fermata, stessa routine mattutina. Ma loro salivano per andare da qualche parte. Io salivo solo per non restare ferma.

Oggi, però, sono vestita come loro. Il tailleur, le scarpe con il tacco, la borsa rigida. I capelli sistemati. Dall’esterno, potrei essere una di loro. Una donna adulta che va al lavoro, che ha superato la Prova chissà quando e ora è semplicemente parte del mondo.

L’autobus arriva.

«Ehi.»

Mi giro. Marco è lì, con un mezzo sorriso incerto. Non ci parliamo da... quanto? Cinque anni? Eppure oggi mi saluta, come se niente fosse.

«Ciao» rispondo.

«Come va?»

È una domanda semplice, normale. Il tipo di domanda che si fa meccanicamente per rompere il ghiaccio. Eppure mi sembra carica di significato.

«Bene. Tu?»

«Bene, sì. Lavoro un casino, ma va bene.» Fa una pausa. «Ti trovo bene.»

«Grazie» dico, senza aggiungere niente.

Non chiede altro. Mi domando se mi abbia vista davvero, o se ha notato solo il tailleur, i capelli sistemati, la borsa rigida. Se ho dovuto sembrare diversa per diventare di nuovo visibile.

L’autobus apre le porte. Saliamo insieme, in silenzio. Lui si siede più avanti, io verso il fondo. La stessa distanza fisica che c’è tra noi da anni, solo che oggi lui ha deciso per un attimo di attraversarla.

Guardo fuori dal finestrino mentre l’autobus si muove. Penso alla domanda che sicuramente mi faranno.

“Pensi che questa tua incertezza sia una fase temporanea?”

Inizio a pensare che non lo sia. Non lo sarà mai. 

Guardo Marco, qualche fila avanti, con la sua ventiquattrore sulle ginocchia. Guardo Giulia, seduta dall’altra parte, gli auricolari nelle orecchie, lo sguardo sul telefono.

Dall’esterno sembra tutto così semplice per loro. Come se la Prova fosse stata solo un passaggio naturale, una formalità. Ma è stato davvero così? Magari anche Marco ha avuto dubbi. Magari anche Giulia ha passato notti insonni a cercare le risposte giuste. Ma alla fine le hanno trovate.

Cosa succederebbe se io non dovessi trovarle mai?

L’autobus si ferma in centro. Scendo insieme agli altri, ma loro vanno verso gli uffici, io proseguo da sola, dal lato opposto.

La Commissione ha sede all’ultimo piano della scuola che tutti noi abbiamo frequentato. Un edificio di pietra grigia, con l’ingresso monumentale e le scale larghe che portano al portone principale.

Sono le otto e cinquanta. Un’ora e dieci minuti.

Fuori è pieno di studenti, i ritardatari della seconda ora. Alcuni fumano appoggiati al muretto, altri entrano di fretta con gli zaini sulle spalle. Ridono, parlano, si spintonano. Nessuno di loro fa caso agli altri come me, venuti per affrontare la Prova.

Anch’io ero così, a diciotto anni, quando l’autobus era pieno solo di ragazzi come me.

Era come se gli adulti fossero invisibili. La Prova era qualcosa di astratto, che riguardava il futuro.

Poi ho iniziato a vedere la distanza tra me e gli altri. Loro che andavano avanti e io che restavo ferma. E una volta che la vedi, non puoi più fare a meno di misurarla. 

Volevo essere come loro. Poi è arrivata lei. Per due anni non ho guardato nessuno. Non ho guardato avanti. Con lei non importava.

Ma quando se n’è andata, ho alzato di nuovo lo sguardo. E loro erano sempre più avanti. Io ancora qui.

Non so cosa dirò quando mi chiederanno risposte. So solo che non dirò quello che vogliono sentire.

Non ho certezze da offrire. E non ho intenzione di inventarne. 

Ma per la prima volta non ho paura di non sapere.


Mancano dieci minuti.  

Salgo le scale.

 

 

 

 

   
 
Leggi le 8 recensioni
Ricorda la storia  |       |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Introspettivo / Vai alla pagina dell'autore: Scintilla19