VOCE II – ANTICO EGITTO, VILLAGGIO SUL NILO, 1295 A.C.
Era la stagione dell’inondazione. Il grano marciva nei campi.
Mio marito era morto. Mio padre anche. Il mio ventre, pieno.
L’ho tenuto per cinque giorni.
L’ho allattato, ma il latte era poco, e il pianto troppo.
Il sesto giorno, l’ho avvolto in un telo di lino e l’ho messo nel cesto.
Non sono riuscita a lasciarlo scivolare tra le correnti, come fanno le altre.
Ho camminato fino al tempio.
Ho nascosto il cesto tra le canne, vicino al punto in cui i sacerdoti raccolgono l’acqua sacra.
Ho lasciato una collana di pasta colorata. Una pietra piatta con inciso un occhio.
E ho pregato:
“Fallo tuo, oh Iside. Fallo figlio di chi ha mani piene e non mani vuote.”
Poi, piano, perché nessuno sentisse:
“Aset… prendilo tu.”
Ogni anno, nello stesso giorno, torno lì.
Lascio un fiore.
E sussurro il nome che gli avevo dato:
Khepri.
Perché come il sole,
forse è rinato altrove.


