VOCE III – ATENE, GRECIA CLASSICA, 416 A.C.
Mio marito non ha voluto che partorissi in casa.
«Troppo sangue tra le statue degli antenati», ha detto.
Così mi hanno portata nella stanza delle serve.
Non c’era fuoco. Solo voce bassa e stracci caldi.
Non l’ho sentito piangere.
L’ostetrica ha fatto un cenno, sottile, e ha avvolto quel piccolo corpo nel lino spesso.
L’ho guardato solo un istante.
Ma tanto non sarebbe cambiato nulla.
Le madri non danno nomi, qui.
Non prendono decisioni.
Non parlano in pubblico.
Non recitano lamenti.
Le madri, qui, scrivono versi solo nella testa.
Il mio, lo ripeto ogni notte prima di dormire:
Non sei durato un’alba.
Non hai avuto nome.
Ma sei stato mio.
E anche se nessuno mi crederà,
io ti chiamo Phōs.
Luce.
Perché in quel respiro solo, c’era tutto il giorno che non ho avuto.


