VOCE V – CONTADINA, TOSCANA, INVERNO DEL 1327
Ho lavato le lenzuola nell’acqua gelata del fiume.
Le dita mi si spezzavano come i rametti secchi del nocciolo.
L’ho fatto pensando a te. A quando ti ho spogliato, l’unica volta.
Avevi le gambe magre come quelle dei passerotti. Non piangevi, non urlavi.
Ti hanno preso lo stesso.
Dicevano che non c’era latte abbastanza per tenerti in vita. Che al convento avresti avuto una culla vera.
Ma io una culla l’avevo fatta, sai? Con le mani rotte, con il cuore in gola.
Le donne del villaggio dicono che ho fatto bene.
Dicono che era destino.
Ma io continuo a stendere le lenzuola sulla pietra come se fossero le tue fasce.
E ogni volta che le strizzo, ti chiamo.
Non ad alta voce. Solo dentro.
Gioia. Ti chiamavo Gioia. Nessuno lo sa.


