VOCE VI – NOBILDONNA VENEZIANA, PRIMAVERA DEL 1534
L’ho sentito stanotte.
Un lamento rotondo, come un richiamo d’uccello che cade giù dai tetti.
Mi sono alzata. Ho messo i piedi sul pavimento freddo.
Ma la serva ha bussato prima che potessi aprire la porta.
“Madonna, la balia se ne sta occupando.”
Come se fosse un cane.
Come se io non sapessi distinguere quel pianto da tutti gli altri del mondo.
Mi hanno detto che è meglio così.
Che mi si gonfi il petto, ma che io non lo tenga.
Che dorma. Che non mi sporchi. Che torni presentabile per mio marito.
Ma io ogni notte lo sento.
E ogni notte mi domando se lui sente me. Se riconosce il mio passo dietro la porta.
Non ho potuto dargli un nome.
Ma dentro di me lo chiamo Lorenzo.
Perché la notte in cui l’ho portato in grembo mi sembrava piena di stelle, e io, io gli avevo promesso il cielo.


