1.
«Gentili passeggeri, siamo giunti al capolinea. Si prega di scendere dal treno e si raccomanda di non dimenticare effetti personali a bordo. La compagnia non sarà ritenuta responsabile per eventuali oggetti smarriti.»
Le parole della voce automatica che giungono dall'interfono vengono accolte con entusiasmo dai passeggeri, dopo quello che è stato un viaggio che in molti definirebbero della speranza. Quello che avrebbe dovuto essere un tragitto di tre ore e quindici minuti si è trasformato in un viaggio di quasi sei ore a causa di continui rallentamenti e interruzioni alla circolazione, il tutto aggravato dall'aria condizionata non funzionante, per giunta proprio nel giorno in cui secondo le previsioni meteo dei giorni precedenti sarebbe stato il più afoso e umido dell'anno.
È risaputo che i treni regionali non siano i più efficienti e che questo genere di cose siano all'ordine del giorno, ma questo non è sufficiente a contrastare la frustrazione provata e l'esigenza di esternarla arrabbiandosi e lamentandosi durante la durata di tutto il viaggio, proprio come ha fatto Chiara sfogandosi con una coppia di anziani che erano seduti nei posti di fronte ai suoi.
La prima cosa che fa non appena mette piede giù dal treno è appoggiarsi con il gomito al manico della valigia per stare più comoda mentre compila dal suo cellulare la richiesta di rimborso sul sito della compagnia ferroviaria. Non sa nemmeno se verrà mai presa in considerazione, ma ritiene di doverci comunque provare, anche a patto di attendere mesi per ricevere risposta.
Sta per premere sul tasto "Invia" dopo aver ricontrollato quello che ha scritto nei campi contrassegnati con l'asterisco, quando le squilla il cellulare. È sua madre.
Sorride e risponde alla chiamata. «Ciao, mammina!» esclama per salutarla, facendo qualche passo in avanti perché nel punto in cui si trova stanno passando molte persone e non riuscirebbe a sentire bene. «Sono appena arrivata» la informa, anche se è piuttosto certa che sua madre lo sappia già perché avrà sicuramente seguito gli aggiornamenti dei suoi spostamenti su qualche sito di tracciamento trovato su Internet inserendo il numero seriale del treno, come fa sempre quando la figlia viaggia da sola in treno o in aereo.
«Lo so, ho seguito il tracking» risponde infatti. «È vergognoso. Hai già chiesto il rimborso?» si affretta a chiedere, facendola sorridere di nuovo. Tale madre tale figlia.
«Stavo per farlo. Stando a quanto scritto mi spetta il cinquanta per cento del prezzo del biglietto, ma chissà se mi risponderanno mai...»
«Incrociamo le dita» dice. «Roby, c'è Chiara!» urla poi. Dopo qualche secondo, giunge anche la voce di suo padre: «Ciao, scimmietta. Com'è andato il viaggio?» le domanda.
«Ciao, papi. Il viaggio è stato un inferno, fra il caldo asfissiante - per fortuna che ho messo i pantaloni lunghi, sono certa che quei sedili in pelle trattengono un sacco di sudore, e dalla puzza che emanavano posso confermarlo - e il fatto che quel treno vecchio e fatiscente difficilmente superasse gli ottanta chilometri orari... in più ogni cinque minuti, non sto scherzando, ogni cinque minuti, si fermava senza ragione e rimaneva fermo anche un quarto d'ora intero!» si lamenta. «Ma comunque ora sono qui e sono tutta intera, quindi va bene così» aggiunge per cercare di trovare il lato positivo di tutta la vicenda. Sempre più spesso si sentono notizie di treni che deragliano o che si scontrano contro altri treni, perciò deve ritenersi fortunata almeno per questo.
Stacca un attimo il telefono dall'orecchio per controllare l'orario. Dopodiché si riporta il cellulare vicino all'orecchio. «Ora devo salutarvi, sono già in ritardo. Vi aggiorno su come va. Mi mancate di già. Ah, e salutatemi Ema. Ciao!» dice con le lacrime agli occhi e i suoi genitori la salutano prima di mettere giù.
Fa un respiro profondo per calmarsi e poi riapre la pagina web in cui si trovava. Per sua sfortuna la pagina si è ricaricata, pertanto deve ricompilare il modulo di richiesta rimborso da capo. Alza gli occhi al cielo. Non è proprio giornata oggi, eh?
Si arma di pazienza e comincia a inserire di nuovo i dati richiesti: nome e cognome, email, numero di cellulare, numero di biglietto, data del viaggio... si ferma quando qualcuno correndole dietro le urta violentemente la schiena. D'istinto si volta ed è sul punto di rimproverare chiunque sia stato così disattento, ma si ferma dal farlo non appena vede l'uomo, no, più probabilmente un ragazzo, sottrarle la valigia davanti ai suoi stessi occhi e prendere a correre ancora più veloce per riuscire a scappare. Rimane immobile e incapace di ragionare per qualche istante a causa dello shock, prima di urlare: «Ehi, tu!» e correre a sua volta.
È molto più veloce di lei, inoltre man mano che si avviano verso il sottopassaggio che porta all'uscita del binario, è sempre più pieno di persone fra cui fare lo slalom e la probabilità di perderlo di vista aumenta esponenzialmente. Vorrebbe gridare «Al ladro!» e attirare l'attenzione dei presenti, ma non ha più fiato nei polmoni e quando ci prova le esce solo un suono soffocato. Ma deve comunque fare qualcosa per rallentarlo. Senza neanche pensarci troppo, si toglie una scarpa e la lancia nella sua direzione.
Il ragazzo, anzi, il ladro a tutti gli effetti, non accenna comunque a rallentare ma si volta un secondo a fissarla e le rivolge un sorriso beffardo perché, seppur di poco, l'ha mancato. Torna poi a guardare dritto davanti a sé ma, non avendo prestato attenzione a dove stava andando, va a sbattere contro un'altra persona.
La persona in questione, un altro ragazzo, si porta una mano sulla spalla che è stata colpita, ma prima che possa rendersi conto di cosa è successo, il ladro se l'è già data a gambe. «Guarda dove vai!» sbotta ugualmente il ragazzo.
A quel punto Chiara ha un'idea. Lei da sola non ha alcuna possibilità, ma se si facesse aiutare da qualcuno... «Tu! Ti prego, devi aiutarmi, quel bastardo mi ha rubato la valigia. Sono disperata, per favore, aiutami» supplica allo sconosciuto avvicinandosi a lui e indicando il tizio che sta fuggendo con la sua valigia. È alto e pare avere un fisico atletico, di sicuro più di lei. Intanto che attende una risposta, si piega in due per placare il dolore alla milza, calmare il fiatone e far abbassare i battiti. Non ha mai corso così. La stazione non è grandissima, ma comunque avrà percorso qualcosa come ottocento metri in tre minuti, tant'è che dal binario è arrivata ormai quasi all'uscita della stazione e, se non fosse troppo occupata in cose ben più urgenti, potrebbe dare un'occhiata non solo alla struttura, la quale sa essere, a quanto letto su Internet, un edificio storico molto rinomato, ma anche alla città al di fuori.
«Cosa? Io... non...» Dopo i primi secondi di confusione data dalla situazione fuori dal comune, il ragazzo annuisce e comincia a correre.
È effettivamente molto veloce, molto più del ladro, il quale è anche rallentato dal dover trasportare la valigia che è parecchio pesante, a differenza di quello che forse si aspettava. Lo raggiunge in pochi secondi e afferra il manico della valigia. Il ladro si volta e fa ovviamente resistenza. Dopo poco viene raggiunto anche da Chiara, che impugna a sua volta il manico e cerca di tirarlo verso di sé. Se solo il ladro non avesse una stazza che è il doppio della loro non dovrebbero fare così tanta fatica. A guardarlo in viso sembra molto giovane, probabilmente è ancora minorenne o a malapena un diciottenne, ma è alto e molto robusto.
Nel frattempo Chiara si guarda intorno per vedere se da qualche parte ci sono dei poliziotti, dovrebbero esserci in posti come questi... ma non è così. Non c'è nessuna autorità che possa intervenire, possono contare solo sulle loro forze.
«Lasciala, maledetto!» esclama Chiara in preda alla collera, tirando più forte che può. Il ragazzo che la sta aiutando si volta verso di lei sconvolto, in quanto giudica sconsiderato insultare il ladro in quel momento. Potrebbe reagire male e gonfiarli entrambi di botte, o nel peggiore dei casi potrebbe anche essere armato. Non possono saperlo e provocarlo non va in ogni caso a loro vantaggio.
Infatti, il ladro reagisce a quelle parole dando uno spintone a Chiara che la fa cadere a terra. Inoltre fa per sferrare un pugno al ragazzo, il quale per fortuna riesce a schivarlo e, approfittando che si sia distratto per colpirli e che tenga una sola mano sulla valigia mentre l'altra è ancora ferma a mezz'aria, con uno scossone tira fortissimo il manico verso di sé e riesce finalmente a recuperare la valigia. Afferra il braccio di Chiara e lo solleva verso l'alto per farla rialzare in piedi, infine riprende a correre per scappare e seminarlo.
Escono dalla stazione e corrono per duecento o trecento metri prima di fermarsi per riprendere fiato e appoggiarsi con la schiena contro una parete per riprendere fiato.
Il ladro, dopo aver fallito, ha scelto di non riprovarci e di lasciarli andare, ma hanno comunque ritenuto di doversi allontanare il più possibile da lui.
«Non so davvero come ringraziarti» dice Chiara a un certo punto, riprendendosi la valigia e passandosi in seguito una mano fra i capelli per cercare di capire lo stato pietoso in cui si saranno ridotti dopo un viaggio in treno senza aria condizionata e una corsa campestre improvvisata in stazione. Già solo toccandoli percepisce che i ricci si sono afflosciati e hanno dato spazio a una chioma crespa e senza forma.
Il ragazzo punta lo sguardo su di lei e si scambiano il loro primo e vero sguardo. Prima erano entrambi troppo presi dall'agitazione e dal panico per prestare realmente attenzione.
Gli occhi scuri di lei si posano su quelli leggermente più chiari di lui, lo sconosciuto valoroso che ha accettato di venire in suo soccorso e, senza pensarci più di un secondo, ha assunto il rischio di mettersi in pericolo pur di riuscire ad aiutarla. La sua pelle leggermente abbronzata presenta alcuni rivoli di sudore che gli ricadono sulla fronte e sul collo.
Anche Chiara si sente accaldata, e non vede l'ora di farsi una doccia fredda per riprendersi. Vorrebbe dire che non vede l'ora di lavarsi i capelli, ma l'ha fatto stamattina e l'idea di dover ripetere la procedura di lavaggio, styling e asciugatura la manda in paranoia. Continua a ripeterlo da quando è nata, ma prima o poi si raderà davvero a zero per non doverci più pensare.
Ciò che cattura maggiormente la sua attenzione è però il neo minuscolo che il ragazzo ha sul dorso del naso, si trova esattamente al centro e divide il suo naso simmetricamente. È adorabile.
«Non ho fatto niente di che» risponde lui scrollando le spalle, e il contatto visivo fra loro si interrompe quando abbassa lo sguardo e fa caso al fatto che lei abbia soltanto una scarpa.
Anche Chiara se ne accorge solo ora. Era così presa dall'inseguimento che, dopo aver lanciato la sua scarpa contro quel farabutto, non si è nemmeno premurata di andare a recuperarla. Come farà ad andare in giro senza scarpe? Erano l'unico paio che aveva, le altre le ha lasciate a casa convinta che non le sarebbero servite. Tra l'altro erano anche nuove. Non riesce a credere di essere stata così sprovveduta. È sicura che se anche tornasse indietro non la ritroverebbe, specie perché non si ricorda nemmeno dov'era di preciso quando l'ha lanciata e dovrebbe rifare il giro di tutta la stazione.
In preda all'imbarazzo, l'unica cosa che riesce a fare per evitare di pensarci è portarsi il piede dietro l'altra gamba per nasconderlo. Essendo nervosa, si tocca di nuovo i capelli e si innervosisce ulteriormente nel ricordarsi che al momento fanno schifo.
Dopodiché vede il ragazzo togliersi lo zaino che portava sulle spalle e appoggiarlo a terra. Apre la tasca più grande e comincia a ravanare alla ricerca di non si sa che cosa. Alla fine, tira fuori un paio di infradito e gliele porge. Sono blu scuro e con il tricolore pitturato sul dorso.
Chiara sgrana gli occhi e, sebbene sia colpita dalla sua generosità, non può nascondere di non essere particolarmente avvezza a indossare le ciabatte di qualcun altro. «Non serve» dice infatti, scuotendo la testa.
«Che c'è, hai paura che ti escano le verruche?» le risponde e a quel punto Chiara fa caso per la prima volta alla sua erre moscia, anche se non troppo pronunciata, ed è sul punto di scoppiare a ridergli in faccia, ma si trattiene perché sa che sarebbe molto offensivo oltre che maleducato. Dopo quello che ha appena fatto per lei, ridere di lui non è il modo migliore per ringraziarlo, per quanto possa trovarlo buffo. Così attinge a tutte le sue forze per concentrarsi e soprattutto per fare in modo di smettere di ripetere a intermittenza la parola "vevvuche" nella sua mente, anche perché dal tono che il ragazzo ha usato nel porle quella domanda, Chiara capisce di dover scegliere bene le sue prossime parole per evitare di risultare scortese:
se rispondesse di sì, cosa che è vera, passerebbe il messaggio che pensa che lui possa trasmetterle quelle infezioni; se rispondesse di no, non suonerebbe per niente credibile perché non sa mentire, e quindi il risultato sarebbe il medesimo.
Non essendoci alcuna via di uscita, le rimane solo una cosa da fare. «Le prendo!» si ritrova a dire simulando un sorriso esagerato e per nulla autentico, prima di strappargli le infradito dalle mani. Infila il primo piede, senza naturalmente togliersi il calzino, dopodiché si toglie la scarpa destra e la appoggia momentaneamente sopra la valigia e poi infila anche l'altro piede.
Lui, che ha perfettamente inquadrato la situazione e quello che lei deve aver pensato prima di agire così, trattiene a stenti una risata. Dopodiché richiude lo zaino e se lo rimette in spalla. È allora che Chiara fa caso a come quella stessa spalla su cui ha appoggiato la bretella dello zaino è in una posizione più bassa rispetto all'altra. Una persona comune non noterebbe neppure un'asimmetria del genere, ma lei ha un occhio particolare per queste cose. Deve fargli parecchio male quella contrattura.
«Grazie» ripete Chiara. «Adesso direi che possiamo andare. Sei da queste parti? Sai già dov'è la caserma?» gli chiede poi staccandosi dal muro in pietra a cui si sono appoggiati e lui la fissa confuso. «Be', dobbiamo andare a sporgere denuncia» spiega dunque come se fosse ovvio. D'altronde, non lo è?
«Dobbiamo?» fa lui ancora più disorientato staccandosi a sua volta dal muro, non capendo perché debba essere coinvolto anche lui.
«Sei testimone diretto e mi hai aiutata, ho bisogno che ci sia anche tu.»
Il ragazzo guarda lei, poi la valigia, poi sbircia un secondo l'orologio al suo polso, infine guarda di nuovo lei. «Cosa vorresti denunciare? La tua valigia è qui» le fa notare.
«Ma ha comunque provato a rubarmela! È un delinquente e non può passarla liscia, potrebbe provarci ancora con qualcun altro. E in più mi ha anche aggredita!»
Il ragazzo sospira così profondamente che sembra più che stia sbuffando. Eppure non avrebbe senso sbuffare, cosa potrebbe mai infastidirlo?
«Senti, mi dispiace per quello che è successo. Ma io ora devo proprio andare, sono di fretta e non posso seguirti fino a lì. Ho già fatto fin troppo, comunque» risponde e all'improvviso quello che reputava il suo salvatore non le sembra più così eroico.
«Ma...» lascia quella parola sospesa a mezz'aria, incapace di trovare le parole per concludere la frase. «Due secondi fa avevi detto di non aver fatto niente di che e adesso affermi di avere fatto fin troppo?» gli rinfaccia poi, rianalizzando le sue stesse parole e usandole contro di lui. Ghigna soddisfatta e orgogliosa di se stessa, non avrebbe potuto trovare risposta più perfetta, ma il suo sorriso è destinato a spegnersi molto presto.
«Inoltre,» riprende la parola il ragazzo, facendo intuire che ignorerà totalmente quanto lei ha appena detto «se posso permettermi di darti un consiglio, non è una buona idea lasciare incustodite le proprie cose in stazione. Questo genere di cose accade in continuazione, dove hai vissuto fino ad adesso, in una grotta?» aggiunge lasciandola spiazzata per via della sua arroganza.
«Stai davvero incolpando me per quello che è successo?» gli chiede sconcertata. Non ha tutti i torti in realtà, ma in fondo si è distratta solo per qualche secondo, e inoltre una cosa del genere se l'aspetta nella stazione della città da dove viene lei, mentre in un paesino da massimo duemila abitanti non credeva fossero necessari tali accorgimenti.
Lo sguardo che le rivolge rivela da sé la risposta a quella domanda, tuttavia la sua bocca pronuncia parole diverse: «Come ho già detto, il mio era un consiglio» replica, dandole le spalle e allontanandosi.
È assurdo. Com'è possibile che il ragazzo che l'ha appena aiutata si sia trasformato nel giro di pochi attimi in un essere così ignobile?
«Chissà perché ogni volta i più belli sono sempre anche i più antipatici...» mormora Chiara a bassa voce mentre continua a fissare la sua figura farsi via via sempre più distante.


