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Autore: Harrison    28/05/2026    1 recensioni
Sul colle dell'Isteria, nella capitale di Tutte le Terre emerse, sorge il Centro Polisportivo per Eretici. Nessuno sa chi l’abbia costruito, né perché l’insegna lampeggi “BENESSERE & ERESIA” con la stessa energia disperata di un tostapane posseduto. Quel che è certo è che, una volta entrati, non si torna più gli stessi.
Qui, ogni giorno, anime smarrite e personaggi improbabili vengono addestrati a discipline che non esistono in nessun manuale ufficiale: il rimbalzo dell'uovo esistenziale, il dogma gonfiabile, il salto dell'eresia minore.
È in questo luogo assurdo che tre individui con nessuna competenza: Manlio, Priscilla e Adalberto, scopriranno che l’eresia non è un crimine, ma un talento. E che forse, proprio loro, gli ultimi della fila, potrebbero diventare i primi a cambiare tutto.
Genere: Comico, Demenziale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo 1 - La detenzione di Manlio
 

Il CPE — Centro Polisportivo per Eretici — sorgeva sul colle dell'Isteria, nella ridente capitale di Tutte le Terre Emerse: elegante, un po' severo e con più regole di un manuale d'istruzioni per tostapane. Il posto perfetto per chi aveva bisogno di un po' di disciplina e di un buon cappuccino giudicante.

Fu lì che, una mattina del secondo dicembre dell'anno 2081, Manlio Duchamp si vide trascinare con i polsi dietro la schiena e manette ecosostenibili, biodegradabili, compostabili e con certificato di empatia. L'accusa? Durante una visita al museo archeologico, Manlio avrebbe sfondato il vetro che proteggeva una fetta di salame mummificata e tentato di inghiottirla senza masticarla. Solo il pronto intervento di una turista svizzera e una pacca sulla spalla che gli fece quasi sputare un polmone evitarono il peggio, e Manlio non deglutì mai l'insaccato di suino.

Manlio fu condotto nel suo alloggio, una stanza con le pareti di carta e ornata di piante carnivore. Su ognuna delle piante un cartellino con su scritto "Come ci si sente?". Nessuna finestra e un solo tavolino con un cestino di frutta: tamarindi di porcellana, sguffet alla birra, gorgoglini frizzanti e pachidermi liquidi. Manlio odiava la frutta, ma decise di assaggiare gli sguffet alla birra seduto sul letto a mezza piazza. Il solletico al palato gli fece ricordare la sua adolescenza, seduto su una spiaggia a sorseggiare birra al tramonto, con le spalle scottate dal sole e la sabbia che lo scartavetrava dentro gli slip.

Nel 2028 era stata approvata la legge dell'eresia universale: sei mesi di soggiorno obbligato per gli eretici, tempo necessario a convincerli che mens sana in corpore sano. Ma che succede se la mente è troppo sana? Diventa prevedibile e noiosa, perciò il corpo, privato di sorprese, si rilassa fino a perdere tono e reattività. Invece una mente che viene presa alla sprovvista produce idee, gesti, snack improvvisi e passeggiate notturne: tutto movimento non pianificato che tonifica il corpo. Ma la teoria funziona a doppio senso: il corpo drogato di fritto misto, polpettone e peperonata manda alla mente un segnale di serenità pari a quella dell'eroina. O almeno questo è ciò che sosteneva lo studioso e politico promotore della legge dell'eresia universale, Onorevole Coccolino Concentrato, con conseguente creazione dei CPE e la lotta dura a ogni sgarro alimentare che non fosse preventivamente prescritto da un medico iscritto all'albo dei medici e suo parente prossimo. Perciò i medici che potevano rilasciare la prescrizione allo sgarro erano 11 in Tutte le Terre Emerse.

Manlio conosceva questa legge, eppure al museo agì d'istinto di fronte alla vista della fetta di salume. Cercava di ricordare in quale momento avesse deciso di rubare e addentare il salame. Ricordò solo una strana smania, un brivido in tutto il corpo e un improvviso vuoto allo stomaco: doveva averla! Non era proprio fame, perché ricordava di aver appena mangiato un toast integrale con buccia di banana essiccata, ma il richiamo di quel cibo primordiale era troppo forte. Non si fermò nemmeno quando i frantumi della vetrina lo ferirono alle mani: il suo istinto bestiale, battito animale, lo travolse. Ora si trovava in prigione. Una prigione green e sostenibile, ma pur sempre una prigione. Come una tigre in gabbia cominciò a camminare avanti e indietro, anche se a vederlo sembrava più un topo da laboratorio: magro e curvo, con un naso a punta e sottili baffetti.

Manlio osservava le sue mani ferite: erano solo dei tagli superficiali, ma non si erano nemmeno offerti di disinfettarlo; a dire il vero non gli avevano nemmeno offerto la telefonata a cui aveva diritto, o almeno così aveva visto in qualche film. Forse gli serviva un avvocato, sì, un avvocato… ma chi? All'improvviso qualcosa gli sfiorò il braccio: pensò a un insetto, ma voltandosi vide una delle piante carnivore protendersi verso di lui per poi ritrarsi come fanno i cobra quando colpiscono, solo più lenta e goffa. La pianta apriva e chiudeva la sua strana bocca e ondeggiava; di nuovo cercò di raggiungere il suo braccio. Manlio allungò una mano per toccarla e la pianta gli afferrò un dito con un colpo fulmineo. «Ahhh!» Riuscì a tirarsi indietro senza danni. Anche le altre piantine iniziavano a protendersi verso di lui, facendo ondeggiare i cartellini con su scritto "Come ci si sente?". Manlio comprese in quel momento la domanda e, guardandosi le mani, pensò: "Sentono l'odore del sangue?". Poi si rivolse direttamente alle piante: «Ma non dovreste mangiare mosche, zanzare e tafani, brutte stronze!». Per tutta risposta le piante chiusero le bocche e si voltarono verso il muro: infatti, secondo recenti studi pubblicati nel 1692, le piante carnivore si offendono quando vengono insultate per la loro natura o si fa notare loro che sono diverse dalle piante normali.

Manlio si chiedeva se fosse sicuro dormire in una stanza con quelle stronze affamate a pochi centimetri e cominciò a pensare a qualche barriera di fortuna da frapporre tra la mensola con i vasi e il suo letto, quando due guardie entrarono senza bussare e lo prelevarono, questa volta senza manette. Pochi minuti dopo venne introdotto nella palestra della redenzione per il suo primo corso: "Il rimbalzo dell'uovo esistenziale".

Manlio Duchamp varcò la soglia della palestra con l'entusiasmo di un lombrico affumicato dimenticato nella cassetta delle esche da un pescatore novantenne. Si trovò davanti altri venticinque detenuti: le loro facce sorridenti e serene ascoltavano attente un istruttore di rosso vestito; qualcuno sospirò persino, felice e leggero, come quando hai appena fatto la cacca dopo tre giorni di blocco intestinale.

L'istruttore stava spiegando le regole del rimbalzo dell'uovo esistenziale. Anche se Manlio non riusciva davvero a concentrarsi, capì che i detenuti dovevano superare un percorso a ostacoli tenendo un uovo in mano e portarlo intatto fino al traguardo.

Il povero Manlio cercò di adattarsi e di seguire ciò che facevano gli altri. Il primo ostacolo era un tappeto elastico che non rimbalzava, il secondo una corda per saltare buttata a terra e il terzo un tunnel di stoffa, simile ai percorsi gioco dei bambini o dei cani. Naturalmente era fondamentale non lasciare cadere l'uovo, e quando un uomo di mezza età tentò di saltare la corda posata a terra inciampò: l'uovo gli volò via dalle mani, cadde e si aprì. Ne uscì un pulcino giallo che corse via strillando e zigzagando. Tutti si frizzarono a guardare mentre l'istruttore corpulento raggiungeva il malcapitato — l'uomo, non il pulcino — ma egli guardò a terra e si limitò a pulire con uno straccio i gusci d'uovo; poi si voltò e proclamò con voce tonante:
«Così vola via la vostra certezza!»

Tutti ripresero a correre con le loro uova in mano e così fece Manlio. L'ostacolo più difficile era il tunnel, perché era troppo piccolo per una persona, ma una donna minuta riuscì a entrare carponi e, per farlo, nascose l'uovo nella tasca della felpa. Uscì dal tunnel entusiasta, ma l'istruttore le si parò davanti indicando la sua tasca destra e urlando:
«Rinnega il tuo uovo!»

La donna, in lacrime, prese l'uovo con la mano e lo porse all'istruttore. Egli lo prese, lo aprì e dentro trovò un pulcino morto. I presenti espressero il loro disappunto con un grande «OHHHHH», mentre guardavano male la donna accusandola in silenzio. Lei corse via piangendo e nessuno la vide più.

Tutti ripresero a correre. Manlio non ce la faceva più e accolse con sollievo l'ennesimo stop dell'istruttore quando un ragazzino fece cadere il suo uovo, che questa volta si spiaccicò a terra, in quanto fresco di giornata. L'istruttore gli urlò in faccia:
«La gravità è un'opinione!»

Poi fischiò tre volte, decretò la fine del corso e iniziò a distribuire i punteggi. I criteri erano profondi e scientifici: quanto è triste l'uovo; quanto è confuso il giocatore; quanto l'istruttore ha dormito la notte prima.

Con sua enorme sorpresa Manlio si posizionò terzo, come quando alle medie partecipò al salto in lungo solo per sostituire il compagno di classe malato di varicella. Sfinito, depose l'uovo nel cesto delle uova e se ne tornò nel suo alloggio.

Manlio Duchamp si sdraiò sul lettino a mezza piazza, ma quella notte non dormì. Non per la paura delle piante carnivore, in quanto aveva realizzato che dopo il tramonto iniziavano a russare come suo zio Anselmo. Lui, giovane veterinario esperto nelle fratture delle zampette di ragno, il più abile a curare le tartarughe depresse e oppresse dalle lepri troppo veloci, liberatore di criceti in gabbia, si era trasformato in un uomo primitivo e privo di grazia. Tutto per una fetta di salame che non era nemmeno riuscito a deglutire. Manlio si rigirò nel suo lettino, spense la luce e poté pensare a una cosa sola: la fame e le fette di salame, che quindi sono due cose.

 
   
 
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