Da bambina credevo con tutta me stessa che tutti sognassero esattamente come me. Non perché qualcuno me l’avesse detto, ma perché i bambini vivono con una fiducia smisurata nell’universalità della propria esperienza. Se io amavo i sofficini, certo anche gli altri li avrebbero amati. Se odiavo i piselli, pensavo che il mondo intero li sopportasse a stento. E se ogni notte finivo rinchiusa in una prigione senza porte né finestre, allora quel destino doveva essere l’unica inevitabile conseguenza del sonno.
Quella prigione era mutevole, come un caleidoscopio inquietante. A volte una cella fredda di pietra, umida e silenziosa. Altre volte un corridoio senza fine, illuminato da lampade giallastre, smorzate. Una volta, persino una scuola, senza uscite né finestre, con centinaia di aule vuote e l’unica eco di passi lontani dentro un edificio che sembrava inghiottirmi. Ma c’era una sola certezza: io, quella bambina innocente.
Nonostante qualunque accusa mi piovesse addosso nei sogni, io sapevo di non aver fatto nulla. Ignoravo anche quale fosse quella colpa di cui tutti sembravano così certi. Le guardie, i giudici, le persone che mi osservavano da dietro un vetro trasparente sembravano possedere una verità segreta che io non potevo conoscere. Eppure, per loro, ero colpevole. O almeno così dicevano.
Crescendo ho scoperto che molti sognano di essere inseguiti, altri di cadere, o di arrivare nudi a scuola. Io sognavo processi senza accuse, trappole senza colpe. Freud, credo, non avrebbe saputo che farsene.
Ma la stranezza più grande non era la prigione in sé. Era il modo in cui riuscivo a evadere. Non scavavo tunnel né rubavo chiavi, come nei racconti. Io persuadevo. Manipolavo. Seducevo — ma non come un adulto può intendere. Avevo solo otto anni e sapevo poco del sesso e dell’amore. Però, una cosa avevo già imparato: le persone si possono convincere.
Così, diventavo ciò che il mio carceriere desiderava: l’amica perfetta, la figlia ideale, la principessa fragile da proteggere. Cambiavo pelle, mi trasformavo e aspettavo. E puntualmente, la porta si apriva. Qualcuno mi lasciava andare. E al risveglio? Non ero felice della libertà, no. Ero felice di essere stata abbastanza brava.
Per anni pensai che fosse la parte più inquietante del sogno. Poi compresi che la parte inquietante era un’altra: mi piaceva. Mi piaceva essere qualcun altro. Scoprire quale versione di me funzionasse di più. Mi piaceva più che essere me stessa. Molto più di quanto dovrebbe piacere a una bambina.
Quando raccontavo questo agli adulti, spesso finivo con spiegazioni rassicuranti: “Hai tanta fantasia, sei creativa”. Mi dicevano che leggevo troppo, che guardavo troppi cartoni animati. Nessuno considerava che forse non stavo immaginando mondi. Forse stavo fuggendo da questo. C’è una differenza sottile ma fondamentale: un bambino che costruisce un drago immagina; un bambino che scappa dentro un drago sta facendo altro.
Io ero nella seconda categoria. Lo capisco ora, perché ricordo nitidamente quel sollievo profondo quando la realtà svaniva. Non era divertimento, né gioco. Era sollievo, lo stesso che provi togliendoti una scarpa troppo stretta. La realtà mi stava stretta. Le persone erano troppo rumorose. Le emozioni arrivavano senza preavviso. Le aspettative degli altri sembravano scritte in una lingua che non conoscevo. Nei miei mondi, invece, tutto aveva senso. Perfino gli incubi. Perfino la prigione. Perfino la paura. Almeno lì, tutto era chiaro, tutto aveva regole.
Una notte mia madre mi trovò sul balcone: avevo gli occhi aperti, ero in piedi, ma non ero davvero lì. Ricordo il freddo, le sue mani sulle mie spalle e il latte caldo con il miele che mi diede dopo; ricordo soprattutto il terrore nel suo sguardo. Io, invece, ero solo confusa, perché tra sogno e realtà il confine per me è sempre stato più sottile che per gli altri.
E lo è ancora. Quando qualcuno mi chiede se sia passato, la risposta breve è no. Quella lunga è che ho imparato a riconoscere quelle porte prima di attraversarle — non sempre, non abbastanza, ma più di un tempo. A volte parlo con qualcuno e sento una crepa aprirsi nella mente, a volte una canzone dura tre minuti e io scompaio per un’ora, oppure costruisco vite intere e alternative prima ancora che il semaforo diventi verde.
Ho smesso di considerarlo un superpotere o un nemico molto tempo fa. Oggi so che è una stanza enorme, la mia casa da sempre. Solo che adesso ne conosco l’indirizzo e, ogni tanto, riesco persino a tornarci.


