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Autore: holls    05/06/2026    3 recensioni
"Spesso si dice che ciò che non uccide, fortifica. Ecco: nel pomeriggio di quel venticinque novembre, in quella casa che non sapevo se definire anche mia, mi sembrò una grandissima stronzata. Da mesi, ormai, le foto di mio padre erano sparite da ogni mensola, e forse erano sopravvissute solo in qualche album dei ricordi stipato in soffitta. Era morto, praticamente.
(...)
La sua assenza, quindi, non mi aveva ucciso, era vero; ma dire che mi avesse fortificato era come affermare che fumare solo un pacchetto al giorno mi fosse sufficiente. Come avevo detto: una grande, grandissima stronzata."
Genere: Slice of life | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Una doverosa premessa: questo capitolo dovrebbe essere il secondo all'interno del fantomatico seguito di Due Marlboro. Dico "fantomatico" perché Alan e Nathan sono diventati come Renzo e Lucia: questo seguito, infatti, non s'ha da fare. Purtroppo sono in un periodo della vita molto complicato e pure in una sorta di burnout creativo, perché purtroppo non sto riuscendo a gestire le aspettative dei lettori, per questo seguito ma anche per le mie storie in generale. In attesa di tempi migliori, quindi, ho deciso di pubblicare questo capitolo che è uno dei miei preferiti, nella speranza che vi piaccia e che aiuti me a ritrovare entusiasmo per questa storia e la scrittura in generale (perché sì, scrivere è diventato un peso e la cosa mi devasta ogni giorno di più).
Buona lettura :)




Questione di sopravvivenza

Nathan

 

 

Spesso si dice che ciò che non uccide, fortifica. Ecco: nel pomeriggio di quel venticinque novembre, in quella casa che non sapevo se definire anche mia, mi sembrò una grandissima stronzata. Da mesi, ormai, le foto di mio padre erano sparite da ogni mensola, e forse erano sopravvissute solo in qualche album dei ricordi stipato in soffitta. Era morto, praticamente.

L’argomento era diventato tabù, per spuntare fuori solo quando saltava fuori il discorso degli alimenti. Ma finché papa pagava, e lo faceva, c’era quella regola non scritta secondo la quale non dovevamo parlare di lui. Non che fosse complicato; d’altronde, sapevamo che nemmeno lui parlava mai di noi.

La sua assenza, quindi, non mi aveva ucciso, era vero; ma dire che mi avesse fortificato era come affermare che fumare solo un pacchetto al giorno mi fosse sufficiente. Come avevo detto: una grande, grandissima stronzata.

Jim si palesò in salotto dopo cinque minuti buoni. Negli occhi aveva il solito sguardo rassegnato, forse specchio del mio; gli dispensai un sorriso, ma non servì.

«Sei pronto, Jim?»

«Uh-uh.»

Nostra madre gli rifilò un bacetto. Jim arricciò il naso quando sentì le labbra sulla fronte, e lei sembrò rimanerci male.

«È grande, ormai», provai a giustificarlo con un briciolo di ironia. Lui sorrise.

«Mi raccomando», disse lei, senza aggiungere altro. Non che ce ne fosse bisogno.

La salutammo e uscimmo di casa. Faceva freddo, ma Jim era armato di cappellino, sciarpa e muffole che sembravano quasi inghiottirlo. Eppure, nonostante sembrasse così piccolo dentro quei vestiti, aveva già dieci anni. Il tempo era davvero volato.

Arrivati alla stazione della metro, ci sedemmo in attesa del convoglio. Jim se ne stava immobile, ormai troppo cresciuto per ondeggiare le gambe in quel modo che, fino a pochi anni prima, gli piaceva tanto. Aveva gli occhi spenti, persi a fissare il pavimento o un pensiero che abitava oltre, così gli misi un braccio sulle spalle, senza però che sortisse alcun effetto.

«Dobbiamo proprio andare?», chiese lui.

Lo schermo annunciava l’arrivo del convoglio in meno di un minuto.

«Non vuoi stare con papà?»

Fece spallucce. «No.»

I secondi sullo schermo erano scesi a trenta. Qualcuno intorno a noi cominciava già ad alzarsi.

«Voglio stare con te», aggiunse.

«Ma sono con te, no?»

«Con te e basta», ribatté lui. «Tanto a papà non importa niente di noi.»

Il convoglio fece il suo ingresso in stazione con uno stridio sempre maggiore a mano a mano che frenava. Le porte si aprirono e il segnale acustico inizio a suonare. C’era chi scendeva, chi saliva, chi fece una corsa prima che le porte si chiudessero. Il segnale acustico divenne più rapido, e sia io che Jim guardammo le porte chiudersi davvero, seduti ancora su quella panca. Poco dopo, rimanemmo soli sulla banchina.

Dopo qualche minuto, nella galleria rimbombò l’eco del successivo treno in arrivo, che in pochi secondi aprì le porte proprio davanti a noi. Mi alzai e tesi la mano a Jim. Lui la fissò a lungo prima di afferrarla; poi, dopo esserci scambiati un’occhiata, balzammo all’interno della carrozza, in direzione Bryant Park.

 

Trovammo due posti a sedere, e Jim adagiò subito la testa sulla mia spalla, il suo braccio aggrappato al mio. Pensavo che avrebbe detto qualcosa, invece si limitò a starmi attaccato come una cozza, ma non sembrava spaventato. Forse cercava solo una qualche vicinanza.

Strinsi Jim a me, come a volerlo nascondere dal mondo. Da quando i nostri genitori avevano divorziato, ero diventato più protettivo con lui, ansioso in un modo di cui non mi capacitavo. Strusciò il viso sul mio cappotto, poi lo alzò verso di me.

«Com’è andato il co–» I suoi occhi si persero un attimo in cerca della parola, poi tornò a guardarmi. «Il colloquio?»

Sospirai. «Non bene.»

«Perché? È colpa di papà?»

«No, non credo», risposi di getto. «È solo che non ho esperienza come architetto.»

Jim mugolò, poi tornò ad acquattarsi sul mio cappotto. «Mi dispiace», disse sottovoce.

Dispiaceva pure a me. Sembrava impossibile farsi assumere in uno studio di architettura. E dire che non avevo nemmeno tante pretese a livello di paga e orari… volevo solo entrare nel settore, ma per qualche motivo mi scartavano tutti.

È colpa di papà?

No, non poteva essere. Che lui avesse chiamato tutti gli studi di architettura dicendo di non assumermi? Impossibile. Anche se…

Forse il nome che portavo aveva un peso. Forse leggevano “Hayworth” e di colpo decidevano che di architetti in quella famiglia ne bastava uno. Non avevo idea dei rapporti che avesse mio padre con gli altri studi, se andassero d’accordo, se ci fosse invece concorrenza. Sembrava assurdo pensarlo, ma poteva anche esserci la possibilità che mi stesse facendo terra bruciata intorno. Di proposito.

«Nate?», bisbigliò Jim all’improvviso, con gli occhi fissi nei miei.

«Sì?»

«Quando sarò grande, voglio essere come te.»

Abbassò la testa e non disse altro. Nel guardare il suo cappellino, mi domandai come sarebbe diventato di lì ad altri dieci anni. Poi, senza volere, cominciai a pensare a come sarei diventato io, ma non ne avevo la più pallida idea.

 

L’aria di novembre sapeva essere fredda, ma sapeva anche anestetizzare ogni cosa, dentro e fuori. Per le strade c’erano già le decorazioni natalizie. Un sacco di luci e di addobbi, quasi a voler suggerire che l’unico sentimento possibile in quel momento fosse la felicità. I regali, i parenti ritrovati, Mariah Carey che ti illude di volere solo te per Natale, il siamo tutti più buoni.

Quando arrivammo alla pista di pattinaggio, trovammo nostro padre già lì ad aspettarci. Guardai l’ora e mi accorsi che avevamo quindici minuti di ritardo, ma papà ci venne incontro senza malumori, come se non l’avesse nemmeno notato.

«Ciao», disse a entrambi con un sorriso tirato.

«Ciao», risposi. Ricambiai il suo sorriso sghembo, ma l’espressione di Jim, al contrario, non mutò. Le sue labbra erano piegate appena all’ingiù, quasi imbronciate. Non era per niente contento di essere lì, e non potevo nemmeno biasimarlo.

Ci dirigemmo alla cassa, ma appena papà tirò fuori il portafogli, lo fermai e mi offrii di pagare io. Lui non insistette.

Jim volle andare a pattinare da solo. Così io e mio padre rimanemmo appoggiati alla balaustra che perimetrava la pista, a riempire i silenzi osservando Jim che a piccoli passi si muoveva sul ghiaccio, con una mano sulla ringhiera che gli dava sicurezza. Fece qualche passo più spinto, e si voltò indietro a guardare me, con un sorriso. Voleva vedere se lo stavo osservando, se ero lì con lui e per lui. La pista si era già riempita, e c’erano un paio di pattinatori esperti che piroettavano sul ghiaccio, come fossero stati una cosa sola. Mio fratello li guardò a bocca aperta per qualche istante.

Non appena Jim tornò a guardare davanti a sé e a riprendere la sua marcia, con la coda dell’occhio sbirciai mio padre. Mi sembrava invecchiato, più spento, forse più stanco. Godetti un po’: il divorzio aveva avuto qualche effetto anche su di lui, a quanto pareva.

I passi di Jim diventavano sempre più sicuri. Provò anche a farne qualcuno con la mano sollevata rispetto alla ringhiera, ma la paura di cadere lo spinse a riafferrarla di colpo.

«Sembra che si stia divertendo», commentò mio padre, dal nulla e senza alcun motivo. E altrettanto dal nulla pensai ai miei colloqui falliti, a come il mio sogno di diventare architetto diventasse ogni volta più lontano, e lo stomaco mi bruciò.

«Non c’è bisogno che ti sforzi di fare conversazione.»

Sempre con gli occhi puntati verso Jim, vidi che papà si era voltato verso di me. Adoravo quando l’assaggio della sua stessa medicina gli provocava reazioni di sorpresa.

«Come vuoi», rispose soltanto. Lo stomaco mi bruciò ancora di più, e mi fece risalire un rigurgito di insoddisfazione per l’essersi arreso così presto. Subito dopo arrivò il senso di colpa per essermi comportato come lo stronzo che era lui.

Jim intanto riuscì a fare un giro completo del perimetro e si diresse da noi trionfante, anche se forse sarebbe stato più corretto dire che tornò soltanto da me. Mi si fermò davanti, e mi guardò in cerca di approvazione, che gli diedi senza esitare.

«Sei stato bravissimo, Jim.»

«Ti va di pattinare insieme?»

Jim non considerò nemmeno per un attimo nostro padre. Né con lo sguardo, né, tantomeno, con le parole. Guardai per un attimo quell’uomo invecchiato e nei suoi occhi inteneriti mi sembrò di leggerci delusione.

Jim però mi strattonò un braccio e per poco il rinculo non lo fece cadere. Lo afferrai all’ultimo e lasciai che mi fissasse col suo sguardo torvo.

«Allora?», domandò secco.

Perché – diamine, perché?! – dovevo sempre sentirmi in colpa per i motivi più assurdi? Papà infatti rifilò a entrambi un cenno e un sorriso, come a dirci di andare, ma di nuovo aveva il viso morbido, non quello duro e stronzo che teneva sempre su. Ci era rimasto male. Non potei fare a meno di immaginarmi al suo posto, a come mi sarei sentito io. Dovevo fare due chiacchiere con Jim.

«Va bene, arrivo», gli dissi.

Mi infilai i pattini e raggiunsi Jim dall’altra parte della ringhiera. Mio fratello continuò a tenersi alla balaustra, e io lo presi per mano dall’altra parte. Non avevo tanta più esperienza di lui col pattinaggio sul ghiaccio, ma abbastanza per non cadere a terra.

Attesi di aver percorso almeno un quarto del perimetro prima di rallentare un po’. Mio fratello mi guardò sorpreso, forse temendo che stessi per cadere.

«Jim», lo chiamai, perentorio. Lui spalancò gli occhi, attento. «Dovresti essere più gentile con papà.»

Mio fratello si fermò. Non disse nulla, ma si limitò a lasciare la mia mano e a proseguire da solo a piccoli passi.

«Jim», lo chiamai, raggiungendolo in pochi istanti. Lui continuò ad andare per la sua strada.

«Perché?», chiese infine, quando lo raggiunsi di nuovo. Io intanto ripresi la sua mano, senza che lui si opponesse.

«Perché non voglio che diventi come lui.»

«Non me ne importa niente.»

«A me sì.»

Eravamo già a metà percorso. Jim si limitò a fare un’alzata di spalle e a rimanere in silenzio, continuando a percorrere il perimetro della pista. Nonostante ormai stesse pattinando già da un po’, ancora non riusciva a lasciare la ringhiera.

Papà fu di nuovo nella nostra visuale. Divorato dai sensi di colpa e provando pena per quel suo volto sciupato, gli sorrisi e provai a convincere Jim a fare altrettanto, ma si rifiutò. Come se fosse potuto servire a qualcosa – come se mio padre avesse avuto dieci anni pure lui –, lo salutai io al posto di mio fratello, sperando che avrebbe fatto passare in sordina l’atteggiamento di Jim. Mi bastò un attimo per rendermi conto di quanto ero stato stupido.

Non ci fu modo di convincere mio fratello a far pattinare anche nostro padre. Insistetti un po’ per educazione, ma non volevo nemmeno scontentare Jim, che per i suoi dieci anni forse stava sopportando pure troppo. Così continuammo a fare qualche altro giro, con lui che poco alla volta trovava il coraggio di lasciare la ringhiera, anche se la riafferrava subito non appena sentiva le gambe allargarsi e sgusciare sul ghiaccio.

Dopo un paio d’ore mi sentivo stanco, mentre lui aveva ancora tutta l’energia che può avere un bambino della sua età. Fui quindi grato al destino quando propose di uscire dalla pista e di rimetterci le scarpe.

Una volta seduti sulla panca, gli arruffai i capelli. «Ti sei divertito?»

«Sì! Un giorno ci torniamo io e te?»

«Certo.»

Guardai mio padre per un attimo. Quanto avrei voluto che le cose fossero state diverse, che vederlo non fosse la condanna del sabato pomeriggio ma un piacevole evento da aspettare con trepidazione. E invece…

Una volta rimesse le scarpe, misi una mano sulla testa di Jim e gli scompigliai di nuovo i capelli, come a volermi scrollare di dosso quel pensiero che avevo appena avuto. Temetti per un attimo che potesse leggere nella mia testa, ma invece sorrise come ancora non aveva fatto quel pomeriggio.

Tornammo da nostro padre, che tentò di accarezzargli la testa come avevo fatto io poco prima, ma lui si scostò, infastidito. Un po’ come avevo fatto sulla pista, guardai mio padre con tono di scuse, senza rendermi conto, ancora una volta, che non sarebbe servito a niente.

Passeggiammo un po’ nei dintorni. C’era un chiosco dello zucchero filato, a cui Jim non diceva mai di no. Papà tirò fuori il portafogli.

«Ne vuoi un po’, Jim?», domandò.

Si fissarono, ma poco dopo l’espressione di mio fratello divenne contrita e si portò una mano allo stomaco.

«No», rispose. «Non sto bene.»

«Devi andare in bagno?», chiesi.

«No», ripeté. «Non sto bene. Voglio andare a casa.»

«D’accordo», risposi, guardando poi papà.

«Voglio andare dalla mamma», si lamentò. «Voglio la mamma.»

Jim si aggrappò a me e continuò a ripetere quelle due frasi come fossero state una nenia. Gli accarezzai un po’ la schiena, poi scambiai l’ennesima occhiata con mio padre, di nuovo con quell’espressione contrita sul volto.

«Non vi preoccupate. Ci possiamo vedere un’altra volta.»

Si abbassò all’altezza di Jim, che nascose il viso nel mio cappotto. «Rimettiti, va bene?»

Jim annuì, e mi sorprese che gli avesse dato relazione. Forse la tirata d’orecchi che gli avevo fatto prima era servita a qualcosa.

Papà si rialzò. «A presto.»

Ci diede le spalle e si congedò da noi con la consapevolezza di essere stato un ospite non troppo gradito. Eppure, visto di spalle, con la schiena appena curva e il capo chino, mi accorsi che mi faceva pena davvero. Be’, se lo era meritato, certo. Ma io avevo l’abitudine di essere troppo buono, e quindi sì, per lui un po’ mi dispiaceva. Maledetto me.

Jim mi tirò per la manica e mi sorrise furbetto.

Quante cose erano cambiate.

Quante cose non sarebbero mai tornate.

 

«Mi fa piacere che ora tu stia meglio, tesoro.»

Erano le sei, fuori era buio e seduti intorno a quel tavolo si gelava. Era bastata l’ultima bolletta a convincere mia madre che fosse meglio razionare il riscaldamento e più indicato far indossare a me e Jim due paia di calzini e un maglione, piuttosto che cercare una soluzione che non ci facesse vivere sulle spalle degli alimenti che riceveva. Avrei tanto voluto fuggire nel mondo patinato di Alan in quel momento, ma non potevo lasciare indietro mio fratello, perché io ero il suo faro, e un faro non può spegnersi mai.

Né io, né Jim, comunque, commentammo l’improvviso malessere che aveva caratterizzato il pomeriggio e che aveva portato alla fine precoce del fine-settimana con nostro padre. Mi domandai addirittura se mio fratello avesse sentito il commento della mamma, o se fosse più concentrato sul non fare troppo rumore mentre ingeriva la minestra. Quando la finì, lasciò cadere il cucchiaio nella scodella, e sembrò che lì dentro ci fosse finito anche il suo sguardo. Anzi, a ben vederlo, sembrava che ogni istante che passava si stesse portando via un po’ della sua innocenza. Non si meritava tutto questo.

«Lavo io i piatti», dissi, una volta finito di mangiare.

«Posso aiutarti?», chiese Jim.

«Ma no, vai pure a giocare.»

Quell’ultima parola mi sembrò così fuori luogo per Jim. Eppure aveva dieci anni, e giocare era un qualcosa che avrebbe dovuto appartenere alla sua vita, ma nonostante questo mi sembrò troppo cresciuto, un adolescente nel corpo di un bambino. Lui si limitò ad annuire, forse consapevole più di me che non avrebbe giocato affatto: faceva troppo freddo per stare a lungo fuori dal letto.

Lo guardai allontanarsi, finché non sparì su per le scale, quindi bagnai la spugna con un po’ di sapone e iniziai a strofinare. La soluzione migliore, ma anche quella più utopica, sarebbe stata quella di trasferirmi insieme a Jim a casa di Alan. Quella era la vita che sognavo per mio fratello, con una stanza tutta per sé, luminosa, circondato da persone che l’avrebbero messo sempre al primo posto e da cibo preparato con amore. Ma non avevo la custodia di Jim, e non potevo imporre ad Alan di crescere un ragazzino, per quanto bene potesse volergli.

L’alternativa era quella che stavo provando a costruire, e, sebbene sulla carta fosse più probabile, la realtà non aveva smesso di prendermi a schiaffi fino a quel momento. Nessuno studio di architettura voleva assumermi, e io non riuscivo a capire perché.

Strofinai la spugna più forte. Cosa avevo fatto per meritarmi una situazione del genere? Cosa aveva fatto Jim per meritarsela? Mentre passavo i piatti sotto l’acqua per togliere il sapone, mi dissi che forse non avevamo fatto un bel niente. La vita non deve nulla a nessuno, e a volte si ha solo la sfortuna di essere cecchinati dalla sfiga.

 

«Sogni d’oro, Jim.»

Seduto al bordo del suo letto, gli lasciai un bacetto sulla tempia. Per un attimo pensai che si sarebbe tirato indietro, come aveva fatto con nostra madre quella mattina, e invece si lasciò andare a un sorriso, dopodiché si raggomitolò sotto le coperte, attento a chiudere ogni spiffero.

Ero già pronto a spegnere la luce, ma avevo una curiosità su quel pomeriggio. Sapere la verità mi sembrò quasi un dovere morale verso mio padre, per cui sentivo una compassione che mi sembrò eccessiva, visto che lui, da tanti anni, non ne mostrava nemmeno un po’ per me. Ma avere a che fare con un mostro non significa doversi abbassare al suo livello, e io volevo conservare quel briciolo di pietà che, ai miei stessi occhi, mi rendeva ancora umano.

«Posso farti una domanda, Jim?»

Inarcò le sopracciglia in un misto di curiosità e timore. Avere dieci anni significava anche non avere idea di quanto gli adulti potessero fingere di credere a certe frottole.

«… Sì.»

«Stavi davvero male questo pomeriggio?»

Jim abbassò lo sguardo, ma lo tirò su prima del previsto. Mi fissò per qualche secondo, poi timidamente annuì.

«Un pochino», confermò. «Quando ci vediamo con papà, mi fa sempre male la pancia. E quando andiamo via sto di nuovo bene.»

«Mh. Capisco.»

«Mi credi?», sussurrò con voce tremante.

Gli sorrisi. «Certo che ti credo.»

Lui mi sorrise di rimando, scacciando via quell’espressione cupa e preoccupata che aveva avuto tutto il giorno.

«Ora posso dormire? Ho tanto sonno.»

Gli lasciai un altro bacio sulla testa e gli augurai di nuovo la buonanotte. Uscito da quella stanza, provai una sorta di sollievo. Non ero più il figlio di mio padre, non ero più il fratello maggiore: ero solo Nathan. Mi rifugiai in quella che era stata la mia camera per tanti, lunghi anni. Accesi la luce e mi sedetti sul letto, il viso nascosto tra le mani.

Il respiro, da pesante che era, scivolò via dalle mie narici poco alla volta. Fu allora che mi sedetti meglio, con la schiena appoggiata alla testiera e il pacchetto di sigarette tra le mani.

Sfilai una Marlboro dal pacchetto e me la accesi. Il fumo del primo tiro offuscò la finestra accanto al letto, ma completò quella sensazione di rilassamento che mi dava il solo stare chiuso in quella stanza, lontano dal mondo.

Il telefono vibrò. Era Alan, che mi chiedeva come fosse andata con mio padre. Gli dissi la verità, anche se non avrebbe potuto fare niente per quella situazione. Almeno il giorno successivo lo avrei rivisto, ed era l’unica buona notizia di quella giornata.

Con la sigaretta tra le labbra, mi chinai sul letto per prendere ciò che ci nascondevo sotto. Ne tirai fuori “La responsabilità dell’architetto” di Renzo Piano, e lo aprii con la stessa eccitazione di un bambino che corre verso l’albero di Natale la mattina del venticinque dicembre.

Chissà se un giorno sarei mai stato “Nathan, l’architetto”. O, chissà… forse un giorno sarei stato più conosciuto di mio padre.

Feci un altro tiro. Sognare non costava niente, no?

Intanto ero sopravvissuto un’altra giornata.

   
 
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