La lunga strada verso casa
Un quarto alle dieci e Frank è seduto al bancone del Crazy Town da più di un'ora davanti a una bottiglia di grappa e a un posacenere pieno.
Il locale è una bettola mal tenuta, ma è l'unica aperta in città e, dopo una cert'ora, si riempie di gente che non ha un altro posto in cui andare.
“’Notte, Frank”.
L'uomo risponde con un grugnito.
‘Notte un cazzo’, borbotta tra sé e sé, mentre quello esce dal locale.
Frank torna a consultare con molto interesse il suo bicchiere di grappa.
Che l’alcool sia diventato, negli ultimi tempi, il suo migliore amico non è una novità per nessuno.
In effetti quel bicchiere mezzo pieno sembra essere l'unico vero custode dei segreti di Frank, l’unico detentore delle verità assolute della sua vita. L’unico di cui l’uomo si possa ancora fidare.
Seduto su quella sedia rialzata non si sente molto a suo agio, visto che ha un segreto in più da raccontare al bicchiere immobile sul bancone davanti a lui.
‘Ho una pistola’, gli sussurra piano, usando un tono quasi sensuale.
‘Eh? Cosa? Dove l’ho trovata? Vuoi saperlo? Beh, non sono cazzi tuoi, non ti sembra, amico mio?’
Si scola le due dita di liquido e fa il pieno di nuovo fino all’orlo, poi prosegue:
‘Ho una pistola e sei colpi. Uno per lei, uno per lui e uno per me… Cosa? Gli altri tre, dici? Che cazzo me ne frega degli altri tre, che si fottano. A me ne bastano tre’.
Beve un sorso e poi estrae la foto di una donna dalla tasca interna alla giacca.
La guarda per momenti che sono brevi, ma per lui eterni.
Lei è bellissima.
Capelli marroni mossi dal vento e occhi nocciola; qualche lentiggine a darle quel giusto tocco di spensieratezza.
Quante cose erano cambiate dai tempi di quella foto?
*
Si erano trasferiti da quindici anni in quella piccola cittadina sulle montagne. All’inizio era stato tutto rose e fiori. Una bella casa, un nuovo lavoro, un posto tranquillo in cui vivere.
Quanto fosse durato era difficile dirlo. La loro vita di coppia non aveva iniziato a logorarsi in un momento specifico, ma a ogni singolo giorno venivano sottratti secondi di benessere e sostituiti con minuti di malessere.
Non era stata colpa né di Frank, né di Luis, la sua donna, ma di loro due assieme in una città come quella, dove le persone erano apparentemente cordiali e gentili con tutti, ma formalmente impietose nell’affossare chiunque venisse ‘da fuori’.
Frank e Luis avevano fatto del loro meglio per integrarsi e farsi apprezzare per ciò che erano: una giovane coppia che voleva costruirsi un futuro, ma era stato tutto inutile.
Gli anni erano trascorsi, tra la tragica sorpresa di non poter avere figli e la malinconica sensazione che fosse più una benedizione che una punizione divina.
Luis aveva preso la notizia con contenuta disperazione ed era caduta in depressione. Frank aveva provato ad aiutarla a superare quella che lui aveva sempre definito come ‘la cosa’, senza però avere né mezzi né capacità di trovare un’effettiva soluzione.
Era stato così che in poco tempo l’uomo si era trovato diviso tra due mondi opposti e contrastanti. Il lavoro gli dava enormi soddisfazioni sia dal punto di vista della carriera che dal lato finanziario, ma, poi, quando la sera tornava a casa, sempre più spesso si chiedeva se avesse scelto la donna sbagliata e se fosse il caso di tenersela per tutta la vita.
Più volte aveva pensato di farla finita, ma sapeva che un divorzio gli sarebbe costato caro. I suoi amici, i colleghi, i conoscenti non lo avrebbero capito. Quella dannata città, soprattutto, non lo avrebbe mai accettato.
Frank aveva cominciato a soffrire d’insonnia.
Capitava agli ‘stranieri’ che si trasferivano in un paese a nord del mondo, soprattutto nei periodi estivi, quando il Sole tramonta per poche ore la notte.
Per favorire il sonno aveva iniziato a bere. Si scolava mezza bottiglia di Jack e poi crollava sul divano fino al giorno successivo. Non si era nemmeno reso conto di come Luis fosse cambiata, da quando lui aveva iniziato a bere. Dopo qualche mese di terapia psicologica, la donna aveva trovato un nuovo lavoro e una nuova motivazione. Amava profondamente quella che lei chiamava ‘la parte buona di Frank’ e aveva provato in tutti i modi ad aiutarlo.
Per un po’ di tempo lo aveva accompagnato alle sedute degli alcolisti anonimi e la situazione sembrava essere migliorata. Frank aveva smesso di bere e tutto era tornato ad essere bello come un tempo, almeno all’apparenza.
*
“Frank? Frank! Te lo fai un giro di poker?”.
È la voce roca di un tizio di cui al momento non ricorda nemmeno il nome a distrarlo dai suoi pensieri.
Frank prende la foto di Luis e la ripone nella tasca della giacca. Svuota il bicchiere di grappa e risponde con un grugnito che viene interpretato come un sì.
Si alza e barcolla fino al tavolo allestito per la partita di poker. Sono seduti in tre. Frank non ricorda il nome di nessuno di loro. Si siede, prende qualche fiches dal centro del tavolo e aspetta che gli vengano servite le carte.
Prima mano, colore.
Frank intasca un centone e ripunta per la seconda mano.
Gli capita un poker di re, senza nemmeno dover cambiare le carte.
‘Dev’essere la mia serata’, pensa.
L’uomo vince e vince ancora, cinquecento, poi mille. All’ultima mano sul piatto c’è quasi il suo stipendio di una settimana di lavoro.
“Ragazzi, cinque minuti e chiudiamo”, li informa il proprietario del bar.
“Ok, finiamo questa mano e ce ne andiamo”, gli risponde un tizio grosso e con il collo taurino che siede proprio di fronte a Frank.
I giocatori consultano le carte che hanno in mano.
Frank ha una scala colore che vale più di quella fogna di locale in cui stanno giocando.
I due seduti al suo fianco lasciano. L’uomo enorme rilancia.
Frank scuote il capo.
“Te la sei voluta”, dice mostrando le sue carte.
L’altro grugnisce.
Così è la vita.
‘Fortunato nel gioco, sfortunato in amore, giusto?’, pensa Frank tra sé e sé, mentre raccatta quasi tutte le fiches vinte.
Ne lascia tre sul tavolo, una per ciascuno dei suoi avversari.
“Per il prossimo giro di ruota. Ci vediamo”.
L’uomo si infila una giacca a vento ed esce dal locale.
L’aria è fresca, ma non gelida. Il sole è appena tramontato e fra non molto farà buio per quasi due ore. Poi sarà di nuovo l’alba.
Si accende una sigaretta e si avvia a quell’orribile macchina marrone che Luis qualche anno prima l’aveva convinto a comprare.
**
Certo le motivazioni erano state ottime: costava molto meno delle altre auto e in più, in un enorme parcheggio pieno di veicoli grigi, bianchi o neri il loro sarebbe balzato subito all’occhio come ‘la ciliegina sulla torta’, aveva esclamato lei allegra.
‘Come una merda su un vestito bianco’, aveva pensato lui.
Ma poi i soldi erano pochi, un mezzo di trasporto era necessario e Frank aveva pensato che, ai primi problemi alla frizione o al motore, sicuramente avrebbe potuto cambiare quel cesso con un modello meno imbarazzante.
Ma Frank, firmando le cambiali, non aveva tenuto conto della possibilità che quella fottutissima macchina non avrebbe mai avuto un singolo problema tecnico.
Mai una gomma bucata, un fanale da cambiare, una cinghia usurata. Niente. Centomila chilometri e ancora si accendeva senza fare una piega, anche quando fuori c’erano qualcosa come meno trenta gradi.
Bastarda.
**
‘E anche questa notte è andata’, mormora salendo sulla sua merda-macchina.
La sbornia è ormai passata, quindi addio sonno.
‘Tanto vale farsi un giro’, borbotta fra sé.
L’interno della macchina è anche peggio della carrozzeria. Puzza di alcol e fumo, forse anche di vomito, difficile a dirsi. Frank gira la chiave nel cruscotto e bestemmia contro il motore per essersi permesso di partire al primo colpo. Ingrana la retro per uscire dal parcheggio e poi sgomma sullo sterrato alzando una fastidiosa nuvola di polvere.
Guidare con quel cazzo di cannone tra le gambe è davvero fastidioso. Si leva letteralmente la pistola dalle palle e la getta sul sedile del passeggero.
Viaggia senza meta per un tempo indefinito, poi, per qualche inspiegabile motivo, decide di arrivare all’oceano.
Mancano miglia per raggiungerlo, ma la spiaggia, le onde, la Luna riflessa su quello specchio d’acqua immenso sono le uniche cose che gli danno pace.
Viaggia su una strada deserta per più di un’ora e ancora niente sonnolenza.
Si accende la radio, ascolta canzoni che gli ricordano il passato.
Si fuma qualche sigaretta collezionando mozziconi che in breve tempo riempiono il posa cicche dell’auto.
È l’una quando Frank parcheggia tra le dune della spiaggia.
Scende dal mezzo e si avvicina alla battigia.
Si siede sulla sabbia e si mette a guardare le onde, o meglio, ad ascoltare ciò che hanno da dirgli.
Passano pochi minuti prima che l’uomo riprenda dalla tasca della giacca la foto di Luis.
Capelli marroni, occhi nocciola.
Col pollice le accarezza il viso.
Una parte di sé la ama alla follia, l’altra parte però la odia per la sofferenza che gli ha provocato.
‘È solo colpa tua’, gli sussurrano le onde.
Frank non è molto d’accordo con quella sentenza.
Sa di avere gran parte delle colpe, ma decisamente non tutte.
Luis era arrabbiata con lui perché aveva ricominciato a bere, ma ciò non giustificava per niente il fatto che si fosse buttata tra le braccia di un altro.
La cosa peggiore non era nemmeno che scopasse con il collega d'ufficio, sapeva perfettamente che Luis non ne era affatto innamorata, ma che ci fosse gente come quella caccola di Smirzo che si permetteva di prendere Frank per il culo.
‘Fanculo
Mormora fra sé senza nemmeno sapere a chi sia veramente rivolto. La lista è talmente lunga che c’è l’imbarazzo della scelta.
Parte da Smirzo e passa attraverso Luis, il suo amante, quel posto e, perché no, anche se stesso.
Le onde continuano a rotolare sulla battigia con un fragore che Frank non ricorda di aver mai udito. Si sentono ciottoli infrangersi contro sassi che sembrano avere molto da dire, ma poco da raccomandare. In effetti sembra una sorta di lamentela. Un borbottio costante e continuo che rimbomba nella testa di Frank come una provocazione.
‘fargliela pagare’.
Borbotta l’uomo dentro di sé. Già ma a chi?
L’oceano riflette solo la luce della Luna. Frank lo sa che la risposta alle sue domande non cadrà dal cielo, né uscirà dalle profondità marine.
Guarda la foto di Luis che ancora tiene in mano e si rende conto che non è lei la prima che deve pagare.
Rimette la foto in tasca e butta un paio di occhiate all’oceano.
Lo sciabordio delle onde gli sussurra vendetta e Frank pensa che, tanto per cominciare, la sera dopo dovrà dare un cazzotto a Smirzo, per fargli pagare il fatto che, poche ore prima, si era permesso di ridere di lui, un po’ troppo sonoramente.
Frank incurva le sopracciglia in uno sguardo serio. Poco distante dalla riva vede lo sbuffo di due balene. Pensa che sia la cosa più bella che abbia visto in tutta la sua vita e che l’unica persona a cui vorrebbe raccontarlo è Luis.
Frank si alza e torna alla macchina.
Mette in moto e riparte verso casa. Ha una tappa da fare prima di rientrare.
Un quarto alle 2.00 e Frank è seduto sul ponte sul fiume a vedere la pistola affondare.
Il freddo ora è dannatamente invadente.
Lo sente nelle ossa, nelle vene e sulla pelle. La pistola appena gettata nel fiume è affondata in pochi secondi portandosi dietro il desiderio di Frank di porre fine alle proprie pene. Contare sui colpi di una stupida pistola per risolvere i propri problemi era stato sicuramente un pensiero stupido e non all’altezza delle sue capacità.
Aveva girovagato tutta notte con quella merda di macchina, il serbatoio era quasi vuoto e il risultato qual era stato? Cento dollari di pistola gettati nel fiume, il pensiero fisso di picchiare Smirzo e la crescente consapevolezza di trovarsi in una categoria protetta: quella degli uomini vivi loro malgrado e che si devono salvare da soli.
Sua moglie era nel gruppo di persone con un amante in grado di consolarle con qualche orgasmo affrettato. Smirzo era nel livello più sfigato, quello di coloro che non hanno niente, per cui prendono gli altri per il culo per una forma di invidia patologica che riempie la loro miserabile vita.
Fissando il punto esatto in cui ha gettato la pistola, l’uomo si rende conto che, tutto sommato, la sua vita non fa poi così schifo, se paragonata a quella di Smirzo. Anzi, non fa schifo a prescindere dall’inutile esistenza o meno di Smirzo.
Frank guarda l’acqua del fiume correre inesorabilmente verso l’oceano, portandosi via la sua pistola e con essa i suoi propositi di farla finita.
L’uomo estrae la foto di Luis dalla tasca della giacca per un’ultima volta.
La guarda.
‘Dio, quanto sei bella’.
I lunghi capelli marroni sciolti al vento, gli occhi nocciola dallo sguardo vivo.
Una goccia cade sulla fotografia e l’uomo l’asciuga veloce, temendo che rovini la stampa; poi si pulisce gli occhi con il palmo della mano.
Si guarda attorno, per capire se qualcuno può averlo visto in tutta la sua debolezza.
Ma Frank è solo.
Solo con tutti i suoi pensieri, i suoi sbagli, i suoi ricordi e il cuore diviso tra il suo orgoglio e l’amore che prova per Luis.
Dà un bacio alla fotografia di lei e la ripone nella tasca vicino al suo cuore.
Scende dal muretto del ponte su cui era seduto. Guarda prima la strada alla sua destra e poi alla sua sinistra.
L’asfalto sembra provenire dall’infinito e finire nell’incognito.
‘Maledizione’.
Mormora tra i denti.
Di tanto mondo in cui si possa viaggiare, il suo destino lo ha portato in quella dannata città, su quel maledetto ponte, alle tre di notte.
Risale in macchina e, osservando l’astina della benzina, si rende conto di avere solo un posto in cui poter tornare.
Avvia il motore che, per la prima volta dopo anni, fatica ad accendersi.
Frank riprova due o tre volte, ma niente, solo qualche gracchìo inquietante.
Chiunque in quella situazione si sarebbe incazzato o preoccupato di non riuscire più a rientrare a casa, ma Frank no.
Piuttosto, alza un angolo della bocca in un sorriso soddisfatto.
Che sia un segno del destino per non sottostare all’ineluttabilità del passare del tempo?
Al quarto tentativo, dopo aver concesso all’auto qualche istante di riposo, il motore ruggisce. Frank riparte, non verso casa, ma verso una nuova vita.
Mezz’ora dopo parcheggia sul vialetto della sua abitazione.
Scende dall’auto e ha una strana sensazione.
È stanco e incredibilmente ha sonno.
Entra in casa.
Sente sua moglie che, in camera da letto, si sta divertendo con il suo amichetto.
A Frank non importa nulla di lui; non sa nemmeno come si chiama. L'unica cosa che sa, è che al suo risveglio Luis non lo vorrà più rivedere.
Frank dà due pugni alla porta di camera sua, urlando a Luis di fare meno casino.
Non ha voglia di discutere in quel preciso momento. Il mattino e la loro nuova vita di coppia sono vicini.
I gemiti si attutiscono.
Frank si sdraia sul divano e guarda attraverso i vetri sporchi della finestra.
Fuori è già l’alba e lui riflette sul fatto che il periodo oscuro della sua vita è durato come il buio di una notte d’estate in quella dannata città.
‘Comprerò un’auto nuova. Così potrò portare Luis a fare l’amore sulla spiaggia, davanti all’oceano. Forse potremo vedere le balene’, sorride Frank prima di chiudere gli occhi e finalmente cadere in un sonno profondo.
Fine
NA: Bella gente. Grazie per essere passati a leggere e specialmente a chi ha avuto tempo per lasciare un commento. Per chi non lo avesse intuito, la storia è una song-fic sulla canzone “I DURI HANNO DUE CUORI” di Ligabue. La storia partecipa al contest di Mistery sul Forum. Il pacchetto scelto era una storia introspettiva sul viaggiare di notte e non riuscire a dormire. Le parole usate sono: alcol, oceano e marrone.
Alla prox!
Ssjd


