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Wendy lascia la finestra aperta ogni sera.
Dice che chiusa dentro camera tutta la notte non respira, di aver bisogno di un ricambio d’aria costante.
Ma è gelida, l’aria notturna.
La sente entrare nei polmoni per spezzarle il fiato, e tutte le bollicine d’aria nella parte anteriore del torace scoppiare e bruciarla da dentro come se avesse inalato cristalli di ghiaccio. Il petto si solleva poco, a scatti.
A volte pensa che potrebbe anche chiuderla, la finestra, giusto il tempo di un respiro indolore.
A volte si alza dal letto e fa come per chiuderla davvero, ma le gambe non la seguono nella debole intenzione.
Si alza giusto il tempo di ricordarsi del proprio peso, che non più spalmato sul suo dorso abbandonato sul letto, ora grava solo sulle caviglie deboli e gonfie, esaltando i rampicanti di varici che le percorrono le gambe e le cosce butterate sempre di più salendo verso natiche.
È così ogni notte, da quando Peter non le fa più visita.
A Peter non interessa il corpo sgraziato e tumefatto di una vecchia matrona inerte, che ha partorito, vomitato e si è contratto per il dolore troppe volte per essere ancora bello, ammesso che lo sia mai stato.
Peter non saprebbe più come farlo volare, neppure provando e riprovando infinite volte, ma a dirla tutta, Peter non ne avrebbe nemmeno la pazienza.
Non è vero.
Peter era fatto per le cose belle, le amava e collezionava fuori dal tempo e dallo spazio, quindi Wendy sospetta che appena prima dell’inizio della decadenza l’avesse immortalata in un ricordo e portata via con sé, sazio, prima di non riuscire a scrollarsi più di dosso il leggero fastidio che gli si leggeva nello sguardo man mano che le occhiaie di lei aumentavano, i solchi tra naso e guance si facevano sgradevolmente profondi e la pelle sotto il mento lassa.
Non è vero.
Peter si era preso il tempo migliore di Wendy e aveva lasciato il peggiore a lei.
A lei e a suo marito.
Con quello che rimaneva, però, avrebbe dovuto farci i conti da sola, perché quel vecchio non aveva il vigore, la bellezza e la gioventù del suo Peter.
Stanotte, come tante altre notti, immagina la sua angoscia scavarle le ossa dall’interno fino a renderla leggera come un uccello, poi ricorda che l’osteoporosi sta facendo più o meno la stessa cosa ma senza farle spiccare il volo.
Wendy ha sempre saputo quali sono le cose importanti, ed era stato proprio per quelle che un giorno, non ricordava esattamente quando, aveva iniziato a credere di aver smesso di aspettare Peter alla finestra.
Non avrebbe più avuto notti da perdere con lui. Il suo tempo scorreva, a differenza di quello di Peter, e lui non avrebbe mai potuto capire, era giusto e normale che non capisse.
Troppo tardi Wendy aveva compreso che per quanto il tempo non si fermi mai, a volte rallenta tanto da non farti percepire più alcun movimento delle lancette, e che in questo tempo dilatato non esiste nessuna finestra che se aperta sia in grado di farti respirare.
Due colpi di tosse. Il vecchio sente il catarro in bocca, e lo manda giù sperando di non affogarsi.
“Ha russato anche stanotte?”
“...Mh.”
“E ha lasciato la finestra aperta”
Altri due colpi di tosse in risposta.
“E adesso dorme?”
Il vecchio uomo ingobbito sul bastone non sembra avere voglia di parlare. I suoi interlocutori, due uomini e una donna, si abbandonano sul divano del soggiorno con un sospiro, e il più giovane si stravacca allungando i piedi sul tavolino di fronte a lui.
L’uomo ingobbito lo fulmina con lo sguardo.
“Che c’è?” chiede il giovane annoiato, “Tanto mamma non se la prende più per queste cose.”
La donna si morde una pellicina sul pollice con aria concentrata, e proferisce l’unica grande verità che conosca, la più ovvia e definitiva: “Sono apnee notturne, mettici anche la senilità, non ce la facciamo più a gestirla così, noi. Non ne abbiamo i mezzi, e secondo me dovremmo, anzi, avremmo già dovuto...”
“No.”
“Ma papà! Una mattina te la trovi stecchita a letto!” scatta lei in piedi.
“Non arruffarti, Gwen, lo sai che tanto non c’è verso” sbadiglia il più giovane.
“Cara, siediti per favore” cerca di placarla l’uomo che ancora non aveva preso la parola, per poi rivolgersi all’uomo ingobbito, “e lei cerchi di capire, signor Pietro, sua figlia è solo preoccupata per lei, pensa a..:”
“Tu pensa a stare zitto” lo fredda lei, paonazza.
L’uomo ingobbito non contrae un solo muscolo facciale mentre solleva gli occhi stanchi e velati di cataratta.
“Grazie per tutti questi... pensieri, ma io ancora ce la faccio con vostra madre, devo scontare la mia pena per intero.”
“Sei diventato demente anche tu?”
“Se lei avesse ancora due sinapsi funzionanti, ci darebbe ragione.”
L’uomo zittito rimane in silenzio.
Il vecchio sorride e li scaccia con la mano come fossero brutti pensieri.
Gli dà le spalle, li lascia in soggiorno, accompagnato dalle loro imprecazioni, e con il passo lento e pesante di una tartaruga si trascina in camera da letto.
L’aria è gelida.
Al battere del bastone sul pavimento Wendy apre gli occhi e inizia a emettere un lungo verso contratto e sofferente, cercando di mettere a fuoco la figura del marito, mentre Pietro si sforza di arrivare alla finestra per chiuderla e abbassare le tende, per proteggere il fragile sonno della moglie.
“Ti ho davvero ridotta io così?”


