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Autore: Silver25830    07/06/2026    0 recensioni
Perdonare se stessi è il primo passo per liberarsi dai pesi del passato
Genere: Drammatico, Introspettivo, Sportivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Ventotto giorni...
 
Ogni giorno mi sveglio, stessa ora, stessa routine. Mi guardo allo specchio e vedo il mio volto coperto da alcuni lividi che mi sono procurato il giorno prima in uno sparring molto duro. Per sei volte alla settimana, alle sei del mattino, vado a correre i miei sei chilometri; di solito ne faccio almeno dieci, ma essendo in preparazione atletica mi è stato imposto quel chilometraggio da svolgere ad alta intensità.
 
Torno a casa e mi precipito in doccia. Dopo essermi lavato, indosso dei vestiti e raggiungo la cucina: mi preparo dello yogurt greco con dei cereali e miele, manca solo un mese al match e devo stare attento a ciò che mangio, in modo tale da arrivare al peso. In quel momento, la mia attenzione venne attirata da un'abbraccio che mi avvolse la schiena.
 
«Buongiorno» - Arianna, mia moglie.
 
«Buongiorno anche a te» - Le rispondo ancora leggermente assonnato.
 
Ci scambiamo un bacio, poi lei si va a sedere - «Hai dormito?»
 
«Quel che basta»
 
Lei mi guarda con rimprovero, divento nervoso quando lo fa - «Diego, cinque ore non è dormire»
 
«Ti prometto che appena finisco le lezioni di stamattina mi riposo»
 
«Ti credo sulla parola...»
 
Mentre mi gusto la colazione, una vocina stridula mi fa comparire un sorriso sulle labbra - «Papiiii»
 
«Buongiorno, Claudia» - Lei mi salta addosso, abbracciandomi con forza, ci scambiamo qualche bacetto sulla guancia, poi lei scende e va ad abbracciare la mamma.
 
«Vuoi del pane con un po' di Nutella?» - Chiede Arianna.
 
«Si si!» Risponde entusiasta.


 
Ventitré giorni...
 
Osservo attentamente il ragazzo che effettua un esercizio di panca piana: controllo che la schiena sia ben curvata, le spalle poggiate e che il bilanciere tocchi la parte inferiore del pettorale. 
 
Finita la serie, il ragazzo poggia il bilanciere sui supporti e mi guarda soddisfatto - «Cinque colpì con il settanta per cento del massimale! Non male, eh?» - Disse affannato.
 
«Calcolando che non ti ho nemmeno aiutato, direi che è bel miglioramento»
 
«Tutto merito tuo, coach»
 
«No, caro, è merito tuo: sei tu che hai seguito la dieta, sei tu che hai seguito i consigli e sei solo tu che ti sei applicato»
 
«Se non fosse per te, ora sarei ancora mingherlino»
 
«Certo, ma solo se tu te ne fossi fregato di tutto»
 
Provò a ribattere, ma non ci riuscì. Questo provava che avevo ragione.
 
«Grazie, Diego. Come vanno gli allenamenti?»
 
«Bene, perché lo chiedi?»
 
«Dicevo così, per dire. Un match di pugilato non è facile da preparare, soprattutto quando si parla del titolo europeo»
 
«Va tutto bene, ora fai il terzo set»
 
«Agli ordini»
 
Il ragazzo si sdraiò e rincominció a sollevare il bilanciere. Continuavo a osservarlo, finché non venni distratto dal mio riflesso in uno specchio davanti a noi: vidi il mio volto, più asciutto del solito e stanco, ma comunque determinato. Non potevo, e non volevo, dire alle persone che gli allenamenti mi stavano consumando giorno dopo giorno, che il mio maestro mi rimproverava sempre gli stessi errori, che ogni volta che provavo una combinazione che non riuscivo ad applicare mi nascondevo e iniziavo a piangere dallo stress. 
 
Volevo mollare tutto e dedicarmi completamente alla palestra, ma che figura ci avrei fatto? Avrei completamente disintegrato la mia credibilità.
 
«Direi che quello lo hai già fatto»
 
Improvvisamente, una voce mi risvegliò dai miei pensieri, rendendomi successivamente conto che il mio allievo era in difficoltà sotto la panca.
 
«COACH, UN AIUTINO?»
 
«Cazzo!» - Mi fiondo come un felino verso il bilanciere e lo alzo, riappoggiandolo sui supporti e liberando il ragazzo - «Stai bene?» - Chiedo spaventato.
 
«Si... Peccato, me ne mancava una»
 
Faccio uno sforzo immane per non mandarlo a quel paese.


 
Dodici giorni...
 
Sono davanti al sacco: il sudore mi scivola sulla pelle e il fiato comincia a farsi più corto. Assesto una rapida combinazione con diretto destro, montante sinistro al corpo, overhead destro e gancio sinistro al volto. Non ricordo per quante volte l'ho ripetuta, ma non avrei smesso finché non sarebbe stata perfetta.
 
«Certo che sei proprio fissato...» - Mi dice quella voce con uno sbuffo.
 
Tiro un potente diretto, che rimbomba per tutta la sala. Tiro un lungo respiro e poggio la testa al sacco, stremato - «Se non lo fossi, ora non combatterei per il titolo»
 
«Ho vinto il titolo WBC, eppure non ero così fissato»
 
Mi giro e lo squadro - «Senti: ho fame, sono stanco e irritato, mi manca solo un rompicoglioni come te che mi trastulla» 
 
«Dov'è finito il Diego che dice: "Non sono stanco, se vuoi essere al top essere stanchi non esiste"?»
 
Mi dirigo verso gli spogliatoi, nel mentre gli rispondo - «Vaffanculo»
 
«Comunque, il tuo diretto destro fa pena» - Dice, sbeffeggiandomi.
Butto i guanti a terra dalla rabbia, successivamente apro il rubinetto e mi bagno il viso. Mi guardo allo specchio e vedo una persona diversa: una persona stanca, arrabbiata... Mi viene voglia di picchiare chiunque mi trovi davanti, ma devo stare calmo, riprendere il controllo. Fottuto Marco.


 
Nove giorni...
 
«Rimani composto!»
 
Assesto una serie di pugni ai colpitori che mi tiene il mio maestro, Claudio. Mi allena da quando sono un ragazzino e non ha mai smesso di credere in me, nonostante l'età, è sempre pieno di energie.
 
«Stringi di più quel gancio!»
 
Ogni volta che lui mi corregge, io eseguo.
 
«Meglio!»
 
Assesto gli ultimi colpi, quando suona il timer che segnala la fine del round.
 
«Per oggi può bastare. Adesso, voglio che tu ti riposi il più possibile e che faccia qualche allenamento per tenere alto il tuo livello di cardio»
 
Ascolto di striscio, mi tolgo i guanti e mi faccio sostenere dalle corde del ring.
 
«Ci sei?» - Mi richiama.
 
«Si» - Gli rispondo, freddo.
 
Claudio mi conosce fin troppo bene, sa che quando faccio così è perché qualcosa non funziona - «Che ti sta succedendo, Diego?»
 
Respiro a fatica - «Continuo a vederlo»
 
«Non è stata colpa tua» - Mi rassicura lui con affetto.
 
«Lo è stata, eccome!» - Di nuovo lui, non accenna a lasciarmi in pace.
 
«Marco è morto per causa mia. Guidavo io quella macchina» - Sbotto.
 
Claudio mi mette una mano sulla spalla - «È successo. Punto»
 
Stringo i pugni, cercando di trattenermi dallo sclerare - «Lascia perdere»
 
Vedo Marco, è appoggiato alle corde del ring che mi guarda con lo sguardo di uno che ha il completo controllo di tutto - «Si, Claudio, lascia perdere. È troppo codardo per affrontarmi»


 
Sei giorni...
 
Mi lavo la faccia con dell'acqua fresca, prendo l'asciugamano e me lo passo delicatamente sul viso. Penso a ciò che dovrò fare per oggi: allenarmi, mangiare, allenare altre persone, giocare con mia figlia, preparare le nuove schede per i clienti, occuparmi della burocrazia della palestra...
 
«Che noia!» - Sbottò la mia visione.
 
Mi si gela il sangue appena sento quella voce. Mi volto e lo vedo tranquillamente accomodato sul water.
 
«Ci credo che stai impazzendo, guarda il casino che hai in testa!»
 
«Se non avessi tutto questo casino in testa, ora sarei in mezzo a una strada a chiedere l'elemosina» - Gli rispondo.
 
«Sei già troppo nervoso» - Quella frase mi fa ribollire il sangue.
 
Esco dal bagno e mi dirigo verso il salotto - «Ti do un pugno»
 
«Fa pure, ma c'è un piccolo problema: è che sono morto» - Dice lui, mentre compare seduto al tavolo da pranzo.
 
Non reggo più - «Cosa devo fare perché tu mi lasci in pace?»
 
Lui mi guarda con aria di sfida - «Voglio sentirtelo dire»
 
«Cosa?»
 
«Lo sai»
 
Mi viene un'attacco di rabbia e tiro un pugno sopra il tavolo. La fame sta diventando insopportabile, ho i nervi a pezzi.
 
«In frigo c'è della torta di compleanno avanzata... Perché non la mangi e mandi tutto a quel paese?»
 
«ZITTO!!!»
 
In quel momento, Arianna, mi compare davanti: aveva un'espressione spaventata, sembrava avesse visto uno sconosciuto.
 
«Diego, ora tu andrai da uno psichiatra, non smetterai di andarci finché non avrai sistemato tutto» - È sempre stata una che sapeva leggere i bisogni delle persone.
 
«Ok» - Dico con un filo di voce.


 
Tre giorni...
 
Davanti a me, lo psicologo sta appuntando tutto ciò che dico: gli racconto del rapporto con i miei genitori, a cui voglio un bene dell'anima. Gli parlo di mia moglie e mia figlia, del mio lavoro...
 
Mi studia, poi, con pacatezza mi fa quella domanda a cui non volevo rispondere - «Dimmi, Diego... Riguardo quell'incidente?»
 
Vorrei tanto alzarmi e andarmene, ma Arianna mi ucciderebbe - «Che devo dirle... io e il mio migliore amico eravamo usciti insieme a bere qualcosa per festeggiare il suo titolo mondiale. Abbiamo parlato del futuro che ci aspettava, lui mi parlava sempre del suo ragazzo, io invece gli avevo dato la notizia che avrei aperto una palestra e che lui sarebbe stato l'allenatore di boxe»
 
«Cos'è successo dopo?»
 
Mi iniziano a scendere delle lacrime - «È successo che siamo saliti in macchina: andavo troppo veloce, i freni avevano smesso di funzionare e mi ero risvegliato in un letto d'ospedale. Mi dissero che ero vivo per miracolo, ma lui... Era morto sul colpo. Ora lo vedo dappertutto, come un fantasma che mi perseguita»
 
«Perchè ti dai la colpa di tutto?» - Mi chiede con la solita pacatezza.
 
«Stavo guidando oltre il limite...»
 
«Diego» - Mi interruppe, come se sapesse già cosa stavo per dire - «Sarò molto franco con te: se vuoi essere perdonato, devi prima avere la forza di perdonare te stesso»
 
«Come?» - Chiedo disperato.
 
«Perchè non ne parli con Marco?»


 
Giorno del match...
 
Sono nello spogliatoio che mi riscaldo facendo dello shadow boxing, dall'esterno udivo i cori degli spettatori che assistevano ai match prima del mio. Ne approfitto per calmarmi e trovare la concentrazione, mi sentivo molto meglio dopo aver mangiato e reintegrato i liquidi persi.
 
«Non sei ancora scappato a gambe levate?» - Di nuovo Marco.
 
«E tu non hai trovato una casa infestata per spaventare i bambini?» - Gli rispondo a tono.
 
Lui assume un'espressione inquietante, come se la cosa gli piacesse - «No, e non vedo l'ora di guardarti cadere al suolo con la mandibola sfasciata»
 
Come un fulmine a ciel sereno, un sonoro pugno si abbattè sul volto di Marco, che cadde a terra cone un salame.
 
«Piantala di incasinargli il cervello!»
 
Era un suo sosia: mi guarda con un sorriso carico di gioia - «Come va, fratello?»
 
«Ancora mi chiami fratello? Dopo quello che ti ho fatto?»
 
Mi abbraccia con forza, in quel momento sentì tutto il dolore e la rabbia svanire - «Fammi un favore, continua a portare avanti il nostro sogno: fai diventare la nostra palestra la più potente del mondo» - Mi si stacca, lo guardo con occhi lucidi, poi lui afferra il suo sosia per il colletto e lo trascina fuori dalla porta - «Fallo, altrimenti torno quí e ti prendo a calci in culo» - Mi dice allegramente, sempre con quel sorriso.
 
Quel sorriso da maledetto...
 
*
 
Sono stremato, zuppo di sudore, con le gambe che quasi non mi sorreggono più. Faccio fatica a respirare normalmente, ma la soddisfazione di aver terminato la lotta dopo sette round è ineguagliabile.
 
Il mio volto presenta qualche piccolo livido, al contrario, il mio avversario è gonfio e con un taglio sul sopracciglio. Non avevo mai combattuto così bene in vita mia, ero... Libero.
 
L'arbitro mi alza il braccio al cielo, mentre il ring announcer mi proclama campione europeo davanti a migliaia di spettatori: avevo vinto per KO tecnico. Ricevo la cintura, dopo essermi congratulato col mio avversario, vengo abbracciato da tutto il mio team, compreso Claudio. Ero lontano da casa, ma sicuramente, mia moglie e mia figlia mi stavano guardando in diretta.
 
*
 
Torno nello spogliatoio e appoggio la cintura sopra il borsone. Mi guardo allo specchio, e stavolta vedo un volto nuovo, anche se provato dalla fatica: era sorridente, sereno, leggero e senza paura.
 
Era il volto di un'uomo a me sconosciuto... e non vedo l'ora di conoscerlo.
   
 
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