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Autore: Cladzky    16/06/2026    0 recensioni
La sede lombarda della SAM (Squadrone Anti Mostro) ha individuato una gigantesca creatura mangia-metalli sotterranea in avvicinamento verso il capoluogo. Mentre il capitano Moroboshi dispiega i suoi uomini per affrontarla, all'agente Luisa è assegnata la scorta del signor Ricciardi, industriale del carburante, nel bel mezzo della battaglia.
Genere: Avventura, Horror | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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A sinistra avevano Cesano Boscone, a destra i laghi della cava con un’acqua tanto immobile da sembrare congelata che rifletteva un cielo che andava ingrigendosi e, infatti, i colori cominciarono a sparire e così le ombre. Grigi erano anche i suoi pensieri: aveva esagerato a rispondere in quel modo? Le era sembrato del tutto giustificato sul momento, ma ora non poteva che pensare che, una volta fatta una chiamata al capitano, Ricciardi l’avrebbe fatta radiare con disonore. E questo la faceva infuriare più d’ogni altra cosa, il fatto che, pur seguendo il manuale alla lettera, dovesse essere punita per questo, perché aveva pestato i piedi  (meglio, buttati all’aria) al tipo sbagliato. Forse avrebbe dovuto chiamare il comando e avvisare della zuffa per non fare la figura di chi voleva insabbiare tutto ma, oltre alla paura di sentirsi gridare ancora addosso attraverso le casse della radio, non voleva occupare le frequenze per una situazione di poco conto nel bel mezzo di un codice rosa.

Uno stormo di uccelli le volò di fronte al vetro e dovette inchiodare di nuovo. Ricciardi, stavolta, non si fece male, ma credeva che fosse un altro scherzo dell’agente per vedere se aveva tenuto la cintura. Luisa si guardò attorno e capì che erano gli stessi piccioni appollaiati pocanzi sul guardrail, ora sgombro e, oltre di esso, vedeva i laghi increspati che mandavano deboli riflessi intermittenti sulle ondine. Aveva cominciato a tuonare e le nuvole cominciavano ad arrotolarsi come zucchero filato ma il vento era ad alta quota.

—Terra 7 al comando— Chiamò, afferrando la cornetta e ricevendo responso —Chiedo informazioni sulla posizione di Trapudon.

—Abbiamo perso il segnale— Rispose Michele, tanto sconsolato che se lo immaginava asciugarsi la fronte —Dev’essere entrato in un sedimento ad alta conduzione elettrica. Se tiene la stessa velocità ora dovrebbe trovarsi sotto Conigo.

—Sto passando lungo il lago dei Cigni, al dodicesimo chilometro della tangenziale. L’acqua è mossa ma non c’è un filo di vento. Anche gli uccelli stanno volando via.

—Le scosse possono giungere lontano dal suo epicentro, senza prove concrete è meglio non ipotizzare un cambio di traiettoria. Proseguite come da programma.

—Ricevuto— Rispose e tirò avanti. Diede una rapida occhiata a al suo passeggero che se ne stava quieto con le mani sulle ginocchia e, sorpreso a fissarla, defletté lo sguardo e non capiva se a turbarlo erano le botte di prima, l’incertezza sulla posizione di Trapudon o entrambe. Di fianco a sé cominciava a profilarsi la campagna di Assago coi suoi campi a perdita d’occhio e, di fronte nella foschia, la torre Telecom di Rozzano con la sua forma da gigantesco spargimiele. I fulmini cominciarono a cadere più insistentemente, abbagliandola, tanto che dovette abbassare di nuovo la visiera parasole nonostante il cielo coperto. Un lampo alla sua destra sembrò ripetersi diverse volte e la costrinse a guardarlo. Non proveniva dal cielo, una torre dell’elettrodotto a oltre due chilometri nella pianura mandava scintille dal suo capo annerito mentre i suoi cavi si muovevano nell’aria. Mossi dal vento? No, i suoi isolatori ebbero un altro scoppio e i fili elettrici caddero a terra e fu talmente rapita da quella danza che quasi non seguì la curva e stava per sfondare lo specchietto a qualche povero civile. Proseguendo con più cautela tornò a studiare la situazione e quasi non riconobbe la stessa struttura perché le sue travi si erano intanto deformate e pendevano su un fianco, fino a cadere così lentamente da sembrare di carta. Come un tuono segue il lampo, così il clangore spettrale arrivò con otto secondi di ritardo fino all’autostrada.

—Luisa al comando— Prese la trasmittente tanto rapidamente da scordarsi di premere il pulsante e avviare la comunicazione —Terra 7 al comando, ho appena passato Rovido industriale. Un traliccio elettrico è caduto poco lontano da me verso sud ovest.

—A tutte le unità— Parlò concitato Michele che, senza dubbio, stava gestendo chissà quante chiamate —La rete elettrica conferma che il traliccio fra la provinciale 139 e San Novo è saltato. La corrente manca da Zibido a Trezzano. Trapudon deve avere svoltato di trenta gradi e punta ora verso il centro.

Lo schianto aveva fatto scendere qualcuno dalle auto in sosta, altri avevano addirittura messo in moto ed erano ripartiti. In lontananza continuavano ad arrivare bagliori ma il tuono non era elettrico bensì un crepitio di spaccatura. Laggiù, il traliccio, aveva lasciato spazio a una massa di polvere che si dimenava, illuminata dall’interno, finché, diradatasi, non era rimasta che una figura bassa e piatta. Questa si alzò fra la foschia, appena indistinta dalla cresta degli alberi, e lei la riconobbe essere la testa triangolare di Trapudon con in bocca una gamba della struttura metallica che, piegandosi, scompariva nelle sue fauci. Alzò poi le zampe anteriori come se volesse toccare il cielo e infine le affondò nel terreno, esponendo la schiena luminosa, procedendo a scomparire in un’altra nuvola di polvere.

—Dobbiamo tornare indietro— Si afferrò la gola Ricciardi. Luisa, a cui tremevano un po’ le gambe, ringraziò il cielo che l’uomo non si fosse sporto a vedere ma avesse solo udito quel cataclisma che già lo mandava nel panico.

—Siamo perpendicolari alla traiettoria del mostro— Ragionò sicura lei, forse per convincere sé stessa —Qualunque strada prenderemmo non possiamo che allontanarci, dunque tireremo dritto. La scorterò sana e salva al suo bunker.

Il traffico, dacché era immobile, era ora impazzito. Da dietro la curva sfrecciavano in terza corsia delle macchine in fuga concitata mentre, chi diligentemente insisteva a seguire le istruzioni di paralisi, veniva strombazzato dal clacson di chi gli stava dietro. Qualcuno in corsia centrale sperava di immettersi fra un corridore e l’altro, altri nella corsia di destra tentavano addirittura di farsi strada nell’adiacente spingendo con il parafanghi le fiancate altrui. Addirittura qualcuno aveva iniziato un’inversione, forse si aspettava di vedere la testa del mostro spaccare il bitume della strada da un momento all’altro. Nel giro di trenta secondi la carreggiata fu bloccata da una dozzina di collissioni e cosparsa di schegge di plastica e vetro, assordata dagli allarmi acustici squillanti, dai clacson e le grida di vari feriti. Nella carreggiata opposta le cose non andavano tanto meglio.

—Sono impazziti tutti— Si sporse, Ricciardi guardando oltre i sedili anteriori —Con questo chiasso attireranno il mostro nella nostra direzione!

—Rimaniamo calmi, signor Ricciardi— Ma non le riuscì di dire niente che potesse convincerlo. Prese la trasmittente e se la porse al labbro prima ancora di sapere cosa dire. Aveva appena visto qualcuno dal ciglio spaccato tentare di strisciare fuori dal finestrino di una portiera accartocciata dal muso di una macchina in sorpasso. Si morse la guancia e parlò: —Terra 7 al comando, molteplici incidenti al chilometro 18 della tangenziale Ovest, presso Assago. Almeno un ferito grave. Mi fermo a soccorrerne qualcuno.

—Negativo, Terra 7— Stavolta era la dura voce del capitano a parlare. Lei rimase quasi spaventata, Ricciardi tornò a sorridere —La gente è in rotta disperata e sei da sola, il tuo mezzo potrebbe essere rubato per fuggire. Sarai molto più utile concludendo la missione e unendoti al nostro plotone più tardi. I paramedici sono già stati avvisati.

—Ricevuto, capitano— Rispose Luisa scuotendo il capo come potesse vederla per dare più sostanza alla voce flebile che aveva. Sopra di loro stava passando a bassa quota un elicottero modello Libellula della SAM per valutare la situazione, quasi muto per via del baccano. Tirando giù lo sguardo dovette inchiodare ancora e si fermò a un tratto dall’investire una famiglia (o almeno intuiva lo fossero) che le veniva incontro a piedi. Erano un uomo e una donna che trasportavano un vecchio mezzo tramortito e si sbracciavano per farsi vedere dal conducente del Carraruga dai vetri oscurati che riflettevano solo i fulmini sempre più frequenti. Luisa abbassò il finestrino, facendo entrare tutto il rumore finora ovattato, e si sporse fuori con la visiera ancora bassa rispondendo ai loro gesti con altrettanti suoi.

—Sono in missione!— Gridò, cercando di gridare più forte della cacofonia meccanica —Sgombrate la corsia d’emergenza!

—La macchina non parte— Si sgolò la donna coi capelli tutti arruffati, gonfiando le vene del collo. Alle loro spalle stava l’auto, incastrata nella barriera a seguito di un tamponamento col cofano fumante —Dobbiamo raggiungere mia figlia, è dispersa in città!

—Mio padre è ferito— Aggiunse l’uomo mostrando il vecchio che non si reggeva in piedi —Ha bisogno di un medico.

Luisa avrebbe dovuto ribadire la sua fermezza ma non ci riusciva, dunque sperò che il suo silenzio bastasse e invece la disperazione di quelle persone cresceva e la donna prese a sbattere un pugno contro il fianco del Carraruga.

—Hai sentito il capo— La incitò Ricciardi —Non possiamo caricare nessuno, questi poveracci ci salteranno addosso.

Tirò su il finestrino. Ricciardi era un ipocrita a difendere la santità degli ordini ma aveva ragione e lei non voleva peggiorare la sua situazione disubbidendo al capitano proprio ora. La gente aveva preso ad abbandonare i veicoli diventati inutili e fuggire a piedi, in un esodo di inciampi e calpestamenti. Qualunque disciplina era perduta e con questo macello le ambulanze non sarebbero mai potute arrivare e i paramedici ci avrebbero messo chissà quanto a raggiungere i più bisognosi incapaci di muoversi dal centro dell’ingorgo.

La famiglia continuava a gridare sotto il muso dell’autoblindo e lei, per proseguire, sarebbe dovuta passare sopra la loro macchina. Possibile che non potesse aiutare nessuno? Certo, l’unico che stava salvando era il signor Ricciardi, unico passeggero in un mezzo progettato per sei persone, uno spreco di risorse. Ma lei aveva giurato di difendere lo stato quando era entrata nella SAM e in fondo non si sarebbe mai dovuta trovare lì se non fosse stata per la plutocrazia di quel magnate. Stava già infrangendo il suo codice d’onore e allora tanto valeva infrangere gli ordini del capitano. E poi le aveva ordinato di non accogliere nessuno solo per il timore che venisse assalita, non per questioni morali, dunque era eticamente giusto evacuare almeno sei persone da lì in mezzo, doveva solo fare in modo di non farsi prevaricare, seppure sapeva che una volta aperte le porte sarebbe stato come come attirare le vespe con lo zucchero. Si sganciò la cintura.

—Signor Ricciardi, si occupi lei di far sedere gli infermi.

   
 
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