Private Life
Brennan, il titolare del locale, era visibilmente reticente ma Dennehy non mollava di un centimetro, affacciato sul bancone con tutta la sua mole e le dita che schioccavano al ritmo della canzone in sottofondo.
“… Invece tu mi telefoni appena rimette piede qui con i suoi compari, altrimenti ritorno con un mandato e vengo a contare tutte le magagne che hai qui dentro: alcolici ai minorenni, droga, smercio illegale di preservativi. Ti vengo anche a contare i peli del culo.”
“Dennehy, perché te la prendi così tanto? Non è né il primo e né l’ultimo e se gli piace pomiciare mentre è in fila per entrare nel mio locale chi sono io per fargli la predica? Soprattutto, mi chiamo Colin Brennan, mica Giuda!”
Dennehy sospirò teatralmente.
“Tu ti chiami Pilato e te ne lavi le mani, capito? Me la vedo io con quella checca. Mi ha strizzato l’occhio prima di infilarsi in Stephen’s Park e mi ha detto parole che era molto meglio tenesse per sé. Ha fatto male, molto male.”
“E dai, e non rompere! Qui dentro quello ha pure un sacco di amici e quando canta mi fa fare il doppio degli incassi.”
“Non me ne frega un beneamato cazzo. Cairn!”
Stephen sollevò lo sguardo dalla sua soda.
“Dagli un biglietto con il tuo numero!”
“Perché proprio il mio?” chiese Stephen, immaginando già la risposta.
“Perché tu fai quattro notti su sette e quando non fai la notte soffri d’insonnia, ahahahah! Il tuo cercapersone è più utile del mio.”
Stephen contrasse la mascella e strinse le dita attorno alla bottiglia. Dennehy era la persona meno indicata da far incazzare perché poi ci si fissava all’inverosimile e adesso aveva questa fissazione di dare la caccia agli omosessuali.
Quanto alla sua insonnia, beh stava diventando un problema serio e i turni che si trovava a fare ultimamente per guadagnare qualcosa in più lo stavano massacrando.
Sbuffò e tirò fuori dal portafogli il suo biglietto da visita. Lo allungò a Dennehy che lo passò all’uomo, il quale lo spiò e lesse ad alta voce.
“Stephen Cairn. Okay io chiamo questo numero, però non voglio casini qui dentro. Dennehy, sul serio, se vuoi trascinare qualcuno in gattabuia lo ammanetti fuori di qua. Per principio io non seguo la gente al cesso per accertarmi di dove lo prende o lo infila. Chiaro?”
“Chiaro. Andiamo, Cairn.”
Stephen diede un ultimo sorso svogliato alla soda e poi si alzò dal tavolo. Gli era venuto sonno, proprio in quel preciso e inutile momento.
Il sabato successivo, intorno alle ventidue e trenta, il suo numero diretto squillò alla centrale.
“Stephen Cairn.”
“Sono Brennan. Sono appena entrati, lui e un paio di altri ragazzi. I patti sono chiari, Cairn, se vieni qui li aspetti fuori, anche perché stasera ho musica dal vivo e il doppio della gente e potrebbe essere anche che quello mi fa un paio di pezzi. Hai le birre pagate.”
Stephen riattaccò e un istante dopo schiacciò il tasto per riavere la linea libera ma poi rimise la cornetta a posto. Prese le chiavi della macchina e uscì dalla centrale.
Fuori tirava un vento umido di pioggia.
Prima un giro dell’isolato per farsi un’idea della situazione poi il parcheggio, lontano dalla strada principale, già piena di gente.
Una volta davanti al locale fece una ventina di minuti di fila sentendosi un po’ a disagio - e anche stupido, proprio perché si sentiva a disagio.
Dentro, le luci proiettavano fasci colorati sulla pista e c’era già gente che ballava. Gente di aspetto un po’ chiassoso, o forse solo vestita alla moda.
Sbadigliò. Gli sembrava di essere sveglio da anni, con piccole pause di ottundimento che somigliavano vagamente al riposo ma che riposo non erano.
Da quando era nato il bambino la cosa era anche peggiorata. Jackie era fantastica ma adesso era come se ci fossero due poli attorno ai quali ruotare, il lavoro e la famiglia, e per quanto impegno ci mettesse a star dietro a tutto, finiva per dimenticarsi di qualcosa: il latte, i pannolini, il collega che aveva chiesto un cambio turno, l’invito a cena dai suoceri.
Jackie era fantastica anche quando fingeva che andava tutto bene, anche quando non gli diventava duro neppure per sbaglio.
Arrivò al bancone che la poca voglia di stare dietro alle crociate di Dennehy gli era passata del tutto.
Colin gli allungò una birra.
“Perché ti accompagni a quel fascista di Dennehy?”
“Non mi accompagno, ci lavoro.”
“Viene qui apposta a rompere il cazzo. Cos’è, vi danno degli incentivi? Perché invece non bussate alle porte di quelli che spaccano la faccia alla moglie una sera sì e l’altra pure?”
“Noi facciamo anche quello. E poi mica è colpa nostra se una si sposa con uno stronzo…”
La parola stronzo restò in aria, sospesa nel suo personalissimo cielo, assieme ad altre parole a cui tentava di non badare.
“… o se uno è una checca” si affrettò ad aggiungere.
“Come fosse la stessa cosa, Cairn. Io per esempio a una come quella non gli torcerei un capello.” Indicò il piccolo palco con la testa. Stephen guardò nella stessa direzione. Non riusciva a capire e stava per replicare quando l’uomo tornò a parlare.
“Peccato solo che si tratti di un quello. Voglio dire, Dio mi ha fatto con le idee chiare ma se avessi qualche dubbio, beh… forse me lo toglierei.”
Le luci si abbassarono e tempo qualche secondo tornarono ad intensificarsi mostrando un gruppo di musicisti già pronti con i loro strumenti.
Una figura esile in completo maschile stava parlando con il chitarrista, poi si voltò verso il pubblico.
Si chinò verso qualcuno appena sotto il palco e annuì sorridendo.
“Quello chi?” chiese Stephen, che vedeva solo una bella ragazza, alta e androgina, vestita elegante e con i capelli ossigenati.
“Quello” insisté Colin ridacchiando e indicando la stessa persona. “Quello con il microfono in mano. La bestia nera del tuo amico Dennehy. Chissà che cosa gli avrà detto di così irripetibile? Ma forse ho un sospetto.”
Stephen realizzò di essere rimasto a bocca aperta.
“Iniziamo tra un minuto. Spero che vi piaccia la scaletta di stasera.” La voce era profonda e senza dubbio maschile, l’aspetto femminile ma forse era riduttivo.
Un rapido soundcheck e il basso e la batteria attaccarono un ritmo reggae che però era lento e cupo.
Your private life drama baby leave me outJ'ai les glands with your theatrics
Your acting's a drag
It's o.k. on TV 'cause you can turn it off
But don't try me
Yes your marriage is a tragedy
But it's not my concern
I'm very superficial I hate anything official
You've been lying to someone and now me
Stop
Stephen se ne restò buono a bere la sua birra, tanto il telefono a gettoni era sulla parete accanto al cesso, ovviamente, e nessuno lo avrebbe staccato dal muro, e Dennehy sicuramente si stava guardando qualche film di merda seduto accanto al suo cane obeso. Poteva forse ascoltare un’altra canzone, chiamarlo e poi aspettarlo fuori, ma il ragazzo sul palco sembrava aver aperto al pubblico la porta di casa sua, come poteva pensare di uscire e di richiuderla alle sue spalle?
Per chiamare Rob Dennehy, poi, seduto accanto al suo cane obeso, davanti a un film di merda.
“Ehi, Cairn. Perché non telefoni al tuo compare?”
Colin lo scrutava.
“Sono uscito senza monete.”
Colin gli allungò un’altra birra e non lo stuzzicò più.
A un certo punto decise di sparire e di trovarsi un posto da dove poter osservare meglio. Ogni tanto si chiedeva perché non riuscisse ad andarsene, con lo stesso tono con il quale si chiedeva perché non desiderasse più sua moglie, come se i due problemi avessero un peso identico e meritassero entrambi attente riflessioni.
Andò in bagno e passò davanti al telefono. Infilò il dito in uno dei fori del disco, poi tirò dritto.
Quando tornò in sala, il ragazzo sul palco era sparito. Lo cercò con lo sguardo ma si era come dissolto. Ricordò di aver sentito la porta del bagno accanto al suo che si chiudeva e una risata soffocata, poi come uno schiocco, poi un silenzio che si tagliava con il coltello.
Forse adesso poteva andarsene.
Più tardi, nelle scale del suo condominio l’ascensore cigolava come un vecchio segreto, mentre lui si sfiorava con la mano.


