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Autore: Luthy83    18/06/2026    0 recensioni
Alan e Dafne sono due studenti universitari del nostro mondo. Un istante prima si trovano all'università, quello dopo vengono trascinati a Merenir, una terra divisa da antichi conflitti, leggi dimenticate e città maledette. Mentre cercano una via per tornare a casa, scoprono che il loro arrivo potrebbe essere legato a un destino molto più grande di loro.
Genere: Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
Capitoli:
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Parte I. 
 
Prologo
  1. Ginny
 
 
Al suono della sveglia, Ginny si destò.
 
Con un gesto rapido la spense ma non volle aprire gli occhi. Decise di restare a letto ancora un po’, prima di andare a farsi la doccia.
Rannicchiata tra le lenzuola, la mente vagava: le piaceva esplorare la profondità dei suoi pensieri.
Così puri e semplici ma anche tristi e lontani.
Quel giorno si sentiva un po’ più triste del solito, forse perché era tutto troppo fosco e ambiguo.
Ma non era spaventata.
 Le ore sarebbero trascorse lente e inesorabili.  Pensò che nessuno quella mattina sarebbe entrato dalla porta per darle il buongiorno.
Sconsolata, scacciò quell’immagine dalla mente. Si ricordò che proprio sua madre di lì a poco, l’avrebbe chiamata dal piano di sotto. Ginny sapeva che i loro sguardi non si sarebbero incrociati per dimostrare che c’era un forte legame d’intimità.
Almeno lei di sicuro non lo avrebbe fatto.
La sua camera non le era mai sembrata così estranea come allora, ma nonostante tutto, sapeva già la risposta.
Ne conosceva ogni minimo dettaglio: il nero copriva l’intonaco bianco delle pareti, i mobili disposti in modo così ordinato per nascondere i grandi quadri che tappezzavano il muro. Tutto lindo e perfetto: non un oggetto fuori posto, non un granello di polvere.
Una smorfia percorse un tratto della sua testa ma ebbe ragione di fermarsi: dopotutto poteva anche cominciare bene la giornata e forse gli occhi alla fine li avrebbe aperti e finalmente avrebbe guardato. Forse avrebbe anche sorriso: un sorriso tiepido, incosciente ma ci avrebbe provato.
La sua mente errò ancora altrove, in cerca di un sicuro vicino riparo e intanto, nell’oscurità infinita della sua stanza, sopraggiungeva un cupo silenzio. Era un sogno o la realtà?
Calò su di lei un’improvvisa agitazione.
Ora riusciva a sentire il suono ritmico, cadenzato delle lancette dell’orologio.
Il ticchettio andava avanti e indietro.
Tic tac. Tic tac.
Continuava ininterrottamente nel suo movimento preciso e spietato e non aveva l’intenzione d’arrestarsi. Quel senso d’inquietudine accennò a diminuire, allora finalmente dischiuse le palpebre.
Era già mattina anche se il buio l’avvolgeva, stretta in una nebbia scura, e nemmeno uno spiraglio di luce filtrava dalla finestra. Supina, per un quarto d’ora rimase a guardare le ombre nere che danzavano sul soffitto. Le tende tirate, disegnavano sul muro la sagoma di qualcuno che le pareva ingrandirsi e rimpicciolirsi. Fantasticare era sempre stata una sua caratteristica. Voci immaginarie e confuse echeggiavano dentro di sè. Aveva un’età così florida e spensierata che non sarebbe tornata più: questo, sua madre le diceva sempre. Già, sua madre. Con una smorfia, Ginny scacciò quell’immagine dalla testa.  Al diavolo, pensò.
Ricordò suo padre, un padre che purtroppo c’era poco e quando c’era, aveva il volto spesso teso e contratto. Ginny aveva già in memoria tutta la scena: l’avrebbe osservata con i suoi occhi stanchi e tristi, poi avrebbe chinato il capo e si sarebbe seduto sulla poltrona del salotto. Allora, una parte di lei forse sarebbe intervenuta per dirgli: - Tutto a posto, papà. So che le cose non sono idilliache con la mamma, ma ti prometto che le faremo funzionare. Insieme. – ma quella parte non sarebbe comparsa e il suo coraggio non sarebbe emerso per dargli la forza che a lui mancava.   
Con lui il rapporto non era un disastro, anzi era addirittura buono. Ma ormai era da un po’ che con egli non si confidava più; non poteva biasimare sé stessa se la sua presenza in casa si era fatta più casuale. Almeno lui non faceva finta che le cose andassero bene con risolini stupidi e sguardi falsi, almeno lui non aveva paura di esternare le sue emozioni. Dopotutto lo adorava ancora, dopotutto loro due erano simili.
E poi… c’era sua madre. Se ne stava lì troppo controllata e priva di sentimenti, non diceva o faceva mai niente e anche quella mattina avrebbe manifestato la sua solita bugiarda espressione per nascondere invece, quella reale. Allora, le avrebbe confermato una volta di più quel senso di estrema ipocrisia che governava il suo animo da tanto tempo e sarebbe stata lì a fissarla per mezz’ora con uno sguardo impassibile. Ginny odiava tutto ciò.
Le sue assenze da casa si erano fatte più frequenti e qualche volta come suo padre, anche lei spariva giorni interi. Il loro rapporto si era incrinato da anni e Ginny era giunta alla conclusione che l’indifferenza era l’arma di difesa migliore; rifugiarsi in un crudo silenzio le dava una sensazione di pace apparente. Forse non era molto, ma almeno evitava di rivolgerle la parola e ferirla con aspre risposte.
Forse aveva smesso di amare sua madre già da molto tempo.
Si scostò dalle sue riflessioni nebulose e guardò l’orologio: non si era resa conto fino ad ora che fosse così tardi.
Trasse un triste e profondo sospiro e si alzò. 
 
La doccia non le rinfrescò le idee e coperta dal suo accappatoio di cotone bianco, molte riflessioni le bloccarono la mente. Aveva bisogno di un attimo da dedicare a sé stessa ma non c’era tregua nelle sue confuse fantasie. Il ricordo vivo di una famiglia veramente serena, la rattristava.
 
“Ginevra!”
Fu proprio quella voce a interrompere le sue fitte riflessioni. 
“Che stai facendo? La colazione è pronta!”
ma Ginny non rispose.
 
Il fischio della caffettiera annunciò che il caffè era pronto. L’aroma fragrante che veniva dalla cucina giunse silenzioso alle sue narici. Le diede un leggero sollievo, quindi si vestì. 
Le sue emozioni si trasformarono, si sentì come liberata da un grosso fardello e lei sapeva perché;
di lì a pochi minuti, sua madre l’avrebbe portata fino a casa della nonna. Per l’ennesima volta, quel fine settimana sua madre era obbligata a lavorare. Questo comportava un’altra lontananza da casa ma a Ginny tutto ciò non disturbava più. Non le dispiaceva starsene un po’ fuori per qualche giorno; era periodo di vacanza nella sua scuola e forse avrebbe avuto migliori distrazioni evitando di rimuginare sui loro pesanti attriti.
 
Con l’agilità di una gazzella, nella sua esile figura Ginny giunse in cucina, salutò sua madre con un cenno appena percettibile e prese in mano la sua tazza bollente. I suoi capelli neri dal taglio a caschetto erano così lucenti, che lasciavano intravvedere un riflesso argenteo. 
Sentendosi osservata, Ginny la squadrò con i suoi grandi occhi azzurri.
La donna le sorrise:
“Sei sempre di più come tuo padre. Hai il suo stesso sguardo e lo stesso colore dei suoi capelli.”
Ginny scrollò le spalle e continuò a fissare la scodella di latte caldo.
Forse Ginny non se ne accorse o fece finta di non notare il viso di sua madre che d’un tratto s’era irrigidito, per poi tornare sorridente un minuto dopo. Alzatasi dalla sedia, la donna le rivolse un tono di voce neutro:
“Quando hai finito, sparecchia.  Come sai, dobbiamo andare da tua nonna.”
 
Venti minuti più tardi erano in macchina. Ginny seduta sul sedile posteriore, contemplava fuori dal finestrino. I suoi pensieri si soffermarono nuovamente su sua nonna: la adorava per molte ragioni e una di esse era per la sua particolare inclinazione nel raccontare storie interessanti.
Non aveva importanza se erano tristi o allegre o semplicemente brevi, ciò che più l’appassionava era come lei riusciva a trasmetterle un senso di appagamento. Quella sensazione piacevole le faceva dimenticare per ore il disagio e la collera che da un paio d’anni dimoravano in lei.
Andare da sua nonna era l’unico vero conforto. Le balenò un fugace pensiero in testa: e se fosse rimasta per sempre con lei? Forse poteva essere un’idea brillante o forse no. L’entusiasmo si attenuò. 
Il paesaggio non le piaceva. C’era una distesa di vigneti storti sulla campagna brulla, alberi dalle chiome ingiallite, case isolate colorate di bianco o rosso mattone.
Il veicolo ad un tratto imboccò un sentiero polveroso non asfaltato e si fermò di fronte ad una grande casa. Ginny scese dalla macchina prima di sua madre e corse in direzione del piccolo cancello di ferro, lo spinse e s’incamminò verso le scale che si affacciavano ad un portone di media grandezza. Sua madre, alle sue spalle le disse:
“Non essere così precipitosa, Ginevra. Scrollati di dosso un po’ di euforia!”
Subito, la porta si aprì e apparve sulla soglia una vecchia signora di bella presenza. Snella, di alta statura e dai capelli bianchi, sorrise ad entrambe. Salutò la nipote con allegria e in modo affettuoso la figlia, che la ricambiò ma in modo freddo. Questa le ricordò che sarebbe tornata a prendere Ginny il fine settimana seguente e si congedò.
 
 
Rimaste sole nonna e nipote, si raccontarono come avevano trascorso la settimana.
Mentre chiacchieravano, ad un certo momento il viso della vecchia si scurì un poco aggrottando le bianche sopracciglia. La fissava così intensamente che a Ginny quasi venne il mal di testa:
“Nonna, ti senti bene?”
Victoria rimase per mezzo minuto in quella posizione e poi sussultò:
“Come? Certo, bambina mia.”
Ginny la osservò con aria incerta.
“C’è qualcosa che ti preoccupa?”
La nonna le sorrise dolcemente.
“No, cara. Riflettevo solo.”
“Dai, nonna! Non fare come mia madre. Spesso lei si sofferma a guardarmi ma io credo di non riuscire più a sopportarlo”.
 “E’ perché ti adora. Sei proprio l’incrocio dei tuoi genitori. Hai preso gli occhi blu di tua madre e i capelli neri di tuo padre.”
In una frazione di secondo, Ginny percepì una nota di irritazione che, indisturbata, era riapparsa tra le sue sensazioni. S’irrigidì e guardò sua nonna.  
“Non voglio parlare della mia somiglianza fisica con i miei! Per favore, no.”
Victoria contemplò il suo viso a lungo.
“Che cosa ti spaventa?” le chiese con aria preoccupata.
Ginny non le rispose e cambiò discorso:
“Nonna, cos’è per te l’amore?”
“L’amore? Domanda intrigante, Ginevra. Come mai questa curiosità?”
“Ci ho pensato molto, sai? Vorrei capire cosa significa.” fece una pausa, poi respirò profondamente: “intendo… forse amare qualcuno significa morire per lui.” sorrise trasognata.
La nonna la guardò intensamente e rise di gusto.
“Beh, morire per la persona amata è molto nobile, ma è meglio non arrivare a questi estremi, non trovi? Comunque, è un sentimento al di là di ogni comune descrizione, è un sentimento magico e forte, pieno di gioia e vitalità anche se alle volte può essere intensamente straziante.”
Ginny rimase soprappensiero per un attimo.
“Perché straziante?”
“Perché non sempre amare qualcuno rende felici. Qualche volta si soffre per amore, si sta così male che sembra che il cuore si riduca in mille pezzi e ti assicuro, bimba mia, che non è una sensazione piacevole.”
“Allora non vale la pena amare?”
“Certo che ne vale la pena! Anche il dolore è importante! Se fosse tutto rose e fiori non sarebbe un’avventura, una scoperta ogni giorno che passa.”
Ginny restò silenziosa per un fugace lasso di tempo, poi esclamò: 
“Ecco, lo sapevo! Mia madre invece, sostiene che non esiste.”
Nonna Victoria l’osservò perplessa e poi sbottò a ridere improvvisamente:
“Che dici? Va là, tutte sciocchezze! Tua madre non può aver affermato una cosa del genere! Credimi, lei sa amare molto bene. Forse lo ha detto solo perché tra lei e tuo padre ora c’è una grossa difficoltà di comprensione, ma questo non significa che disprezzi i sentimenti. Ho ragione di credere che il loro legame, non è morto: sono ancora giovani. Sono convinta che sia tutto rimediabile, basta volerlo.”
“E’ una situazione frustrante. Non fanno altro che ignorarsi! Abitano nella stessa casa, ma si rivolgono appena la parola. Mia madre non la capisco. Non l’ho mai vista né piangere né ridere. Non gliene importa niente di ricostruire il legame con papà ed è per questo che sono arrabbiata con lei! Si è messa con lui per non stare da sola: ci scommetto!”
“Non devi dire così di tua madre, bambina.” Victoria si bloccò un momento, i suoi occhi non sembravano seguire più lo sguardo della ragazza. Poi la fissò di nuovo. “Non tutti esternano i sentimenti. Ha difficoltà a mettersi allo scoperto e mostrare le proprie emozioni, un problema che la assilla da sempre, credimi.” Sorrise e respirò profondamente.
“Solo in casi eccezionali si lascia andare e c’è stato un tempo in cui è successo veramente. Vuoi per gli eventi che si sono verificati, vuoi perché è stata costretta; insomma, è successo.”
“Perché dici questo? Perché è stata costretta dagli eventi?”
“Sarebbe troppo lungo da spiegare. Tua madre soffre e ha sofferto in passato. Dovresti riflettere.”
 “È difficile, nonna. Credo di non provare più alcun sentimento nei suoi confronti o forse semplicemente la detesto.”  fece un respiro profondo poi i suoi occhi si inumidirono. “Forse ho esagerato nonna, non la detesto ma non riesco a capirla. Perché è così distante?”
 “Da quanto siete in attrito tu e lei?”
“Non lo so. Ho perso il conto. È come se parlassimo due lingue diverse, mi capisci?
Io non riesco a leggere cosa le passa per la testa. Forse perché ho un carattere diverso.  E credimi, prima o poi i miei si separeranno.”
“I tuoi genitori non si separeranno, sono convinta. Non giudicare se non sai. Certe cose non si comprendono se non vengono vissute direttamente. Prova a metterti nei suoi panni. L’hai mai fatto? Tu non l’hai mai osservata, vero?”
“Io…n – no. Lei me lo impedisce.” una lacrima tracciò una lunga striscia sul suo bel viso.
Victoria la guardò teneramente e allungò una mano per accarezzarla. 
“Ascolta. Ti sembrerà strano ciò che sto per dirti, ma tua madre quando aveva vent’anni era forte, dinamica, era in grado di fare qualunque cosa.”
“Mia madre una dinamica!? Ma se quando non lavora non esce mai! È così apatica.”
“Eppure... Sai, ho lottato spesso anch’io con lei per colpa del suo carattere controllato.
Questo non vuol dire però che non le voglia bene o che non abbia un buon rapporto con lei! Quindi non credo alle tue parole quando affermi che non provi più niente per lei. Sei arrabbiata, sei molto arrabbiata e questo ti impedisce di riflettere più razionalmente e capire perché tua madre si comporta in quel modo.”
“Forse hai ragione, ma non illuderti perché non ci andrò mai d’accordo.”
“E commetti un errore. Prova a sforzarti.”
“Lei è la prima a non farlo.”
“Vedi, tua madre sbaglia in questo ed è vero. C’è una cosa da dire però: è così amareggiata e avvilita che si sente bloccata.”
“E da cosa?”
“Dalla scarsa comunicazione che ha con te e con tuo padre. Sai quante volte è venuta da me tra le lacrime?”
Un’emozione improvvisa, incredula passò rapida nella mente di Ginny. 
“Ma allora perché non reagisce? Perché non fa qualcosa? Perché se ne sta con le mani in mano? Perché non mi dimostra che vuole provare?”
 “Posso anche darti ragione, ma tuo padre? Non mi sembra che lui la aiuti o tenti di risolvere i loro problemi. Te lo sei mai domandato, questo?”
“Papà non ha tempo. Non c’è mai. È sempre così triste. Mia madre invece se ne sta lì a guardare e non fa mai un cavolo: la colpa è sua!” urlò.
Victoria la schiaffeggiò. Il suo sguardo si fece severo.
Ginny si ritrasse e si toccò la guancia bruciante; la scrutò stranita: era la prima volta che sua nonna alzava le mani con lei. Victoria s’irrigidì i suoi occhi si fecero freddi e lontani come se avesse colpito anche sé stessa. La ragazza, tuttavia, non pianse. “mi dispiace.” disse piano e sfiorò la sua mano con delicatezza.
L’espressione della vecchia divenne più dolce allora anche lei si tranquillizzò’.
“Non avevo intenzione di colpirti, Ginevra. So che sei preoccupata, bimba mia ma devi sapere che sbagliano entrambi. Spesso alcune coppie di genitori, quando il lavoro prende troppo, non riescono più a legare il tutto e ogni cosa diventa difficile. Perfino i sentimenti più profondi e intensi.
Ciò vuol dire anche non solo il rapporto con i figli ma anche il legame fra di loro.” le sorrise la nonna affettuosamente.
“L’amore non basta più allora? Io credo che si debba farlo durare per sempre, vorrei che mamma e papà tornassero a volersi bene.”
Nonna Victoria rimase un attimo in silenzio poi borbottò qualcosa che Ginny non capì.
Infine riprese:
“Vuoi una tazza di cioccolata, cara?”
“Va bene, ma non hai risposto. Cosa ne pensi? Perché l’amore non conta? Perché una coppia dopo tanti anni insieme non sente più quello che sentiva prima?”
Victoria respirò profondamente e continuò:
“L’amore conta eccome, Ginevra!  È complicato da definire.”
“Non importa, voglio sapere!” rispose Ginny con enfasi.
L’anziana signora si fece più seria e soggiunse:
“Vedi mia cara, come ti ho già spiegato l’amore è anche dolore, sofferenza. Ad ogni modo, ricordati una cosa: se una coppia non funziona, è anche perché si è in due a non volerlo. Io però credo che loro si amino ancora.
Per difendersi, tua madre si è buttata sul lavoro e lo stesso tuo padre. Non si vedono praticamente mai e forse è anche per questo che non trovano l’occasione giusta per parlarsi.
Sono sicura che se stimolati, tornerebbero ad amarsi più di prima. Questione di tempo.”
Poi la sua voce divenne un bisbiglio: “voglio rivelarti un segreto” disse.
Ginny guardò sua nonna con un’espressione di meraviglia: 
“Come? Non riesco ad afferrare le tue parole. Quale segreto?”
Victoria rimase soddisfatta dalla curiosità della sua domanda, e aggiunse:
“Posso solo affermare che ricorderai molte cose e te ne dimenticherai altre. E avrai un’attenzione nuova: dentro di te, e negli altri.”
A Ginny tremò la voce: “Nonna che stai dicendo? Sei matta?” 
“Ora basta fare domande! È tempo di ascoltare.” Tossì piano.
Fece un respiro profondo.
E comincio`.
 
 
 
   
 
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