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Autore: NocturneWisteria    19/06/2026    0 recensioni
Elin Bergström ha una sola certezza: non riesce più a cantare come prima.
Una busta senza mittente, un biglietto di sola andata per Bali e un laboratorio di legno a Ubud cambiano tutto.
Tra mercati all’alba, templi di quartiere e un falegname che toglie dal legno “quello che non serve”, Elin prova a capire chi è senza palco e senza filtri.
“La voce che ho ritrovato” è una storia di blocco creativo, Bali e seconde occasioni: perdere non è la fine, a volte è il modo in cui si comincia davvero.
Genere: Introspettivo, Romantico | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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«La lettera era nella cassetta della posta quando scesi a buttare la spazzatura.»



Stoccolma, ore 18:23. 25 gennaio 2026.

Il corridoio odorava di detersivo economico e lana bagnata. Nel palazzo tutti lavavano sempre qualcosa, d’inverno, come se fosse un modo per tenere le mani occupate. Le cassette della posta erano lì, allineate sotto il neon, e la mia era incastrata tra quella della signora del piano di sopra e quella del ragazzo che suonava la batteria fino a tardi.

Non c’era niente di particolare nella busta: bianca, anonima, con il mio nome scritto a mano in stampatello. Nessun mittente. Solo il destinatario: Elin Bergström, Södermalm, Stoccolma. La girai tra le mani per qualche secondo, sentendo la carta ruvida sotto i polpastrelli, poi la infilai nella tasca del giubbotto e uscii nel cortile per buttare la spazzatura.

Fuori nevicava. Avete presente quella neve silenziosa e ostinata che in Svezia arriva a novembre e non se ne va più fino ad aprile? Ecco, proprio quella. Scendeva lenta davanti ai lampioni, luce gialla e fiocchi bianchi, come se qualcuno avesse messo un filtro grigio su tutta la città.

Appoggiai il sacchetto nel bidone condominiale, rientrai, salii le scale con il fiato che mi usciva ancora in piccole nuvole. Non accesi la luce quando entrai in casa. Conoscevo a memoria il mio monolocale: tre passi fino al letto, due fino alla finestra, uno per urtare sempre lo stesso spigolo.

Aprii la busta seduta sul bordo del letto.

Dentro non c’era una lettera. C’era un biglietto aereo.

Stoccolma–Bali, 26 gennaio 2026, ore 10:30. Andata. Solo andata.

La carta era più spessa di quanto mi aspettassi, leggermente fredda. Rimasi a fissarla per qualche minuto senza capire. Girai il biglietto, cercai un nome, una spiegazione, anche solo una riga scritta a penna, un “scherzo” con una faccina, qualsiasi cosa. Niente. Solo il biglietto, il mio nome sulla busta e quella neve silenziosa fuori dalla finestra.

Chi poteva averlo mandato? Un’amica? No. Nessuna delle mie amiche avrebbe fatto una cosa del genere: al massimo mi avrebbero mandato un link a un volo low cost, con un commento ironico sotto. Il mio manager? Impossibile: Victor non aveva il senso dell’umorismo per certi gesti, e comunque non faceva niente che non potesse fatturare. Mia madre? Ancora meno probabile. Mia madre mi regalava maglioni di lana pratica, non fughe tropicali.

Posai il biglietto sul letto e rimasi lì, con il telefono in mano, senza chiamare nessuno. Il dito sospeso sopra il contatto di Victor, poi sopra quello di Mia, poi su “mamma”. Niente. Nessuna chiamata sarebbe riuscita a trasformare quel biglietto in qualcosa di logico.

Fuori continuava a nevicare. Il rumore del traffico era ovattato, lontano. Nel frigo c’era mezzo barattolo di hummus e una birra aperta a metà. Sul tavolo, la tazza del caffè di quella mattina. Il genere di serata in cui, di solito, mi mettevo una felpa larga e guardavo una serie a caso finché gli occhi non bruciavano.

Invece, feci una cosa strana: mi alzai, aprii l’armadio e iniziai a mettere alcune cose in valigia. Non sapevo bene perché. Non lo decisi in modo consapevole, o almeno non in quel modo razionale in cui di solito si prendono le decisioni. Fu più come quando il corpo sa qualcosa che la testa non ha ancora elaborato.

Piega dopo piega, maglietta dopo maglietta, il mio gesto era calmo, quasi automatico. Jeans, due vestiti leggeri che non avevano mai visto il sole, il costume che usavo in piscina, il quaderno nero che tenevo sul comodino da mesi e che non avevo più il coraggio di aprire.

Quello che sapevo era questo: la ragazza che si rifletteva nello specchio del bagno, quella con gli occhi stanchi e il sorriso imparato a memoria, non ero io. O almeno, non ero più io. E io, Elin, cantante in declino di venticinque anni, avevo bisogno di ritrovare la strada verso me stessa prima che quella distanza diventasse incolmabile.

E forse, forse, qualcuno lo sapeva già prima di me.

Chiusi la valigia solo a metà, il biglietto ancora sul letto. Spensi la luce. Mi buttai sul materasso ancora vestita, con il giubbotto aperto e i calzini di lana ai piedi, e lasciai il biglietto aereo sul cuscino accanto, a guardarmi in silenzio.

Fuori continuava a nevicare. Tutta la città era avvolta in un candido silenzio, mentre io scivolavo tra le braccia di Morfeo, stanca di una giornata pesante ma con qualcosa di nuovo che fremeva nel petto, come un accordo che non sai ancora dove ti porterà ma senti che sta per cominciare

   
 
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