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Autore: AstraCollins    19/06/2026    0 recensioni
Hesperia, l'ultima oasi sulla terra.
Tutti sognano di entrarci, ma nessuno sa cosa si cela davvero in quella torre.
Per salvare sua sorella, Eloria Ryder non ha altra scelta: deve superare l'Ascesa.
Prove impossibili, rivali pronti a tutto, alleanze fragili e segreti sepolti sotto anni di bugie.
Presto scoprirà che potrebbe dover sacrificare molto di più della sua vita.
Storia già conclusa, che verrà postata qui 1/2 volte a settimana.
Genere: Avventura, Mistero, Science-fiction | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate
Capitoli:
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Apro gli occhi al suono di un paio di colpi di tosse. Ogni colpo è come una pugnalata, che mi ricorda quanto lei sia malata. Mi concedo qualche minuto di quiete a guardare il soffitto, sdraiata sul morbido letto. I miei occhi percorrono tutta l'area fino agli angoli sopra l'armadio. Ci sono delle ragnatele, che sarebbe il caso di togliere. Un tempo mia madre non avrebbe neanche permesso che si formassero. Io ho le stesse sue ventiquattro ore, eppure me ne servirebbe almeno il doppio per stare al suo passo. Avrei dovuto chiederle i suoi segreti quando ancora potevo. Sospiro e mi rigiro nel letto per dimenticare quella mia negligenza.

Siamo solo tre, io, mia madre e mia sorella Lyra. O meglio, eravamo tre. Nei nostri primi anni di vita questa casa è stata testimone dei nostri giochi, delle nostre risate e dei racconti con cui ci intrattenevamo, intrecciando sogni, realtà e speranze. Mia madre ha fatto di tutto per permetterci di vivere in un ambiente gioioso e sereno. Ma avrebbe potuto anche sforzarsi di meno perché a me e a mia sorella bastava poco per essere felici. Nonostante ciò, non si è mai risparmiata in nulla.

Un altro colpo di tosse mi dà la forza per alzarmi dal letto. Devo andare a vedere come sta. Mi incammino verso il piano di sotto.

Quelle pareti colorate, che mia madre adorava, adesso stridono con lo stato d’animo in cui sto sprofondando da un paio d’anni. Mi chiedo se un giorno le riuscirò ad amare di nuovo come un tempo. Lo stesso vale per tutti i quadretti raffiguranti paesaggi di ogni tipo, posti che sicuramente non vedrò neanche in una vita intera. Vorrei buttarli via tutti, non lo faccio solo perché mi ricordano lei.

Una volta al piano di sotto trovo Lyra sprofondata sul divano rosso nell’ampio salotto. E' intenta a leggere un pesante libro, poggiato sulle sue gambe.

“Ciao Lyra”, saluto, ma lei mi ignora, come suo solito. Sospiro e mi dirigo in cucina. L’anta della dispensa cigola mentre la apro. Mi chiedo quando si romperà del tutto. Infilo la mano nella busta del pane alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti, purtroppo la trovo vuota. A saperlo avrei risparmiato all’anta quello sforzo inutile, vista la sua fine imminente.

“Lyra, tu hai fatto colazione?” Grido per farmi sentire dall’altra stanza. Mia sorella, però, non risponde. Sospiro e mi dirigo verso il salotto.

“Lyra, buongiorno”, mi ignora.

“Hai fatto colazione?” Aggiungo alzando la voce ulteriormente. Lei non alza neanche lo sguardo dal libro.

Qui in vita nessuno baratterebbe un libro per un pezzo di pane, nessuno tranne mia sorella, che ha ereditato l'amore per la lettura da mia madre. Nostra madre è stata un’insegnante incredibile. Qui in città non sono molti quelli possono vantare di saper leggere o scrivere. Purtroppo, i mezzi per imparare non sono molti e spesso ci si ritiene fortunati anche solo a tenere un libro in mano. Nessuno darebbe mai la priorità ai libri, con i libri non ci si sfama, non si combatte la sete e neanche le malattie, ma sono comunque sicura che se Lyra dovesse scegliere tra sopravvivere e leggere, lei opterebbe per la seconda.

“Lyra, ti prego mi rispondi?” 

“Mmh”, mugugna lei.

“Hai fatto colazione?” 

“Non c’è pane”, risponde distrattamente.

“Vado a comprarlo.”

Lei rimane in silenzio e dubito anche che mi abbia ascoltata.

Entro in bagno e apro il rubinetto della vasca sperando di potermi lavare. Non sono sorpresa quando constato che, come quasi sempre, non c’è acqua corrente. Si sarà rotta qualche tubatura in città. La panettiera sarà felice del mio alito spaventoso, suppongo. Apro l’armadietto del bagno alla ricerca di una mentina e l’occhio mi cade sulla boccetta di pasticche di mia sorella. Ogni volta che vedo quella boccetta, sempre più vuota, il senso di urgenza cresce, ricordandomi che il tempo per lei scorre più veloce del nostro. Stanno finendo, il solito promemoria crudele che la nostra scorta in cantina non basterà neanche per coprire un anno di cure. Basterà solo per undici mesi. Lo so perché ho contato le pillole tre volte.

Undici mesi, poi la malattia di Lyra peggiorerà.

C'è solo una soluzione a questo, Hesperia.

Ma non vorrei ricorrere a tanto.

Torno in camera mia, prendo dall’armadio la tuta grigia più pulita che ho, nella speranza che il suo profumo possa coprire l’olezzo che emano. Prima di uscire, mi fermo davanti allo specchio e quasi non mi riconosco. Le guance, un tempo piene, appaiono ora scavate. Inoltre, sono abbastanza convinta che i miei capelli lunghi e castani creino una cornice che mi scurisce il mio volto. Decido di legare i capelli in una coda alta per allontanarli dal viso, nella speranza che la situazione migliori.

Scendo le scale di corsa. “Prendo il pane, a dopo”, dichiaro dirigendomi a passi lunghi verso la porta.

“Mmh”, mugugna di nuovo mia sorella.

Non c'è speranza che mi risponda.

Mi guardo intorno mentre attraverso velocemente il quartiere. Spero quasi di vedere un nuovo vicino, un cane tra gli alberi, qualche uccellino che cinguetta, ma la verità è che so che non mi imbatterò in nessuna novità lungo il cammino. Se sono fortunata avrò l’onore di passeggiare con qualche blatta da compagnia. Eccetto per poche case, quella zona del distretto di Cordavia è particolarmente vuota. Lo è sempre stata. Quindi non capisco perché mia madre abbia deciso di trasferirsi proprio lì, nel bel mezzo del nulla.

Mia madre era una donna forte e risoluta, eppure la morte di mio padre l'ha scossa così tanto da costringerci a lasciare le ricchezze del nostro distretto originale, Auraria. A detta sua, tutto lì le ricordava mio padre. Ha usato la scusa che secondo lei mia sorella avrebbe avuto una vita più sana nel distretto di Cordavia, vista la sua malattia. Perché “Cordavia è in centro città, c’è meno polvere e si vive abbastanza tranquilli”. Lo ripeteva sempre. E, visto che quando ci siamo trasferite io avevo due anni, non ho mai avuto motivo di ribattere. Per me la mia vita è cominciata a Cordavia. Non ricordo nulla di Auraria. Tantomeno ricordo mio padre. Ero troppo piccola quando è morto e mia madre non ne parlava mai. Anzi, non voleva neanche che si toccasse l'argomento.

Mia madre ha così impiegato quasi tutti i risparmi per acquistare questa casa, in cui ci ha cresciute. Considerando le condizioni di povertà in cui versa la maggior parte della città, la mia vita è stata un vero e proprio sogno.

Ed è stato bello finché è durato.

Una folata di vento, alza la polvere rossa in una nube e io faccio giusto in tempo a chiudere gli occhi prima che la polvere mi irriti. Avanzo a occhi semichiusi finché il vento non si placa. Sono fortunata che oggi la polvere non sia abbastanza da bruciarmi i polmoni. Quando riapro gli occhi, sono già arrivata nel quartiere più vivace di Cordavia. Vivace, perché è sicuramente un luogo di incontro, e uno dei pochi posti in cui sono sopravvissute le ultime attività della zona. Di certo, non si può definire vivace per l’architettura, case basse, cadenti, e aggiustate alla bellemeglio. Intonaco scolorito dal tempo, marciapiedi sporchi e grigi.

Eppure prima non era così.

Giurerei che questa città sta diventando sempre più cupa e grigia. Solo la sabbia rossa dà un tocco di colore. Sicuramente la gestione della città è sempre più trascurata. E questo è un dato di fatto. Oltre all'acqua corrente, spesso non abbiamo neanche elettricità.

Proprio in quel momento noto degli operatori ecologici che stanno maneggiando dei tubi. Grazie al cielo, esiste questa ditta che si occupa delle riparazioni delle tubature, delle fogne e della pulizia delle strade. Credo vengano pagati dai pochi privati che possono permetterselo. Questa ditta salva la città dal lento declino e adempie a tutti quei compiti che dovrebbero interessare Hesperia.

Hesperia dice di fare il massimo per noi, ma a me sembra che il loro massimo sia terribilmente poco. Ci sostengono con slogan e belle parole, ma non servono a nulla se le condizioni in cui viviamo sono queste. Frasi vuote e promesse che non riempiono lo stomaco.

Mi dirigo verso la piazza principale. Prima del Grande Disastro, se esisteva, doveva essere molto bella. Adesso è in linea con il resto della città. Nelle aiuole cresce erba marrone, le panchine sono sfondate, le strade piene di buche e nessuno si occupa di pulire il terriccio che si deposita tutte le volte che una tempesta si abbatte in città. Un gruppo di bambini gioca con un pallone, degli anziani passeggiano parlando del più e del meno e ai piedi del monumento, il mio amico Alaric mi sta aspettando come tutte le mattine. L’unica certezza della mia vita è che lo troverò lì.

Sorrido e mi dirigo verso il monumento della torre di Hesperia, che si erge al centro della piazza, l’unica cosa nuova e lucente in un posto così logoro. Sembra quasi uno schiaffo per la vista.

“Ciao Al!” Mi siedo accanto a lui.

Alaric alza lo sguardo e mi sorride con i ricci scompigliati che gli ricadono sul viso.

“Eloria, non puoi capire cosa ho sentito in giro.” La sua voce è trepidante.

“Cosa hai sentito in giro?” Mi mostro gioiosa, ma so che mi sta per raccontare una delle sue scoperte totalmente infondate. Succede almeno due volte al giorno.

“Mi hanno detto che una volta in Nuova Zelanda esistevano degli animali giganti, con scaglie appuntite, colorati e con le ali. Li chiamavano gradi.. drighi… o draghi. Non ricordo. In ogni caso erano immensi e potenti e sputavano fuoco!”

Cerco di trattenere una risata, ma lui se ne accorge. Mi conosce troppo bene.

“Elo, almeno potresti fare finta di credermi?” Alza gli occhi al cielo e sbuffa. A quel punto la risata che ho cercato di soffocare viene fuori senza che io possa evitarlo.

“Scusa Al… io ci ho provato ma... draghi? Veramente? Non siamo neanche sicuri che la Nuova Zelanda sia mai esistita.”

Il mio lavoro a tempo pieno è tenerlo con i piedi per terra senza intaccare la sua positività. Lo faccio da quando siamo piccoli, io sono la sua guida razionale e lui il mio sole, divertente e allegro. So che ama leggere e scoprire cose nuove, il problema è che non sempre è facile discernere dai libri cosa sia vero e cosa no, soprattutto riguardo a eventi storici.

“No, fidati! Questa volta l’ho letto in un libro. Questi animali erano quasi invincibili, si cibavano di carne umana e…”

Inizio a giocare calciando dei ciottoli a terra e perdo presto il filo del discorso. So che Alaric parlerà per almeno venti minuti ininterrotti e il pensiero torna inevitabilmente a mia sorella. Sono specializzata nell’ascoltare Alaric senza veramente ascoltarlo. Potrebbe parlare per ore senza che io capisca una parola di quello che dice. Negli anni ho imparato ad annuire e porre domande nei momenti giusti, così da sembrare sempre attenta. Gli voglio bene, che sia chiaro, solo che la mia mente torna molto spesso ai problemi che affliggono la mia quotidianità. Non riesco a essere spensierata e sognatrice come lui. Non sempre riesco a stargli dietro.

“Eloria, mi stai ascoltando?” Chiede Alaric dopo un po’. Io sono pronta ad annuire. Ma questa volta ho perso l’attimo e non l'ho convinto, la mia mente ha viaggiato troppo lontano fino ai pensieri più oscuri e tenebrosi che annebbiano il mondo circostante.

“Eloria, c’è qualcosa che non va?” Alaric è il mio amico d’infanzia, il mio confidente, l’unico di cui so di cui potermi fidare sempre e comunque. Ed è anche l'unico che riesce a capire da un solo sguardo se qualcosa non va.

“Va tutto come sempre”, ed è proprio quello il problema. Non sto facendo nulla per cambiare questa sorte.

“È a causa di Lyra?” 

Io alzo le spalle, e immagino che un’ombra mi oscuri il volto perché lo vedo cambiare espressione.

“Purtroppo sai che prima o poi sarebbe dovuto succedere, ha il marchio da quando è nata.”

“Sapere che si sarebbe ammalata, non lo rende meno doloroso,” rispondo quasi stizzita, ma non è colpa di Alaric.

“E per la questione pasticche, vero?” Non voglio affrontare di nuovo quel discorso con lui.

“Stanno finendo e conosci l’unico posto dove trovarle.” Guardo in lontananza alla mia destra, dove, a diversi chilometri di distanza, si ergono le due torri, Hesperia e Nerthys.

Alaric balza in piedi e mi si para davanti, sovrastandomi con la sua figura alta e snella.

“Eloria non ci pensare neanche per scherzo. Non puoi andare a Hesperia”, mi redarguisce con tono fermo. “Non sai neanche se è vero che si trovino lì.”

“Le pasticche sono lì, ti ho già detto che mia madre le ha comprate da un guaritore che veniva da Hesperia.” Non ho bisogno di prove. Hesperia è il luogo più ricco e progredito del pianeta. Se cerco una medicina si trova lì, punto e basta.

“Ma magari ora non le troverai più, quanti anni ha Lyra? Diciotto? Sono passati diciotto anni da quando tua madre ha incontrato quel guaritore. Diciotto”, dice scandendo bene le parole “e anche se le volessi andare a cercare, una volta trovate, le ruberesti?” Si risiede accanto a me, le sue mani tremano dalla rabbia.

“No, Al! Certo che non le ruberei! Ho ancora dei risparmi da parte, abbastanza per comprarle.”

Lui ha già perso la pazienza, cosa che gli capita molto facilmente.

“Ammettiamo che tu riesca a trovarle e comprarle, ma riusciresti ad entrare a Hesperia? L’unico modo sarebbe tentare l’Ascesa.”

Mi mordo il labbro e temporeggio abbastanza a lungo perché lui capisca.

“Non puoi veramente prenderlo in considerazione. È una follia, Eloria. Si dice siano dei test difficili e pericolosi.” Mi prende le mani nelle sue e le stringe, quasi a farmi male alle dita.

“Non puoi sapere come sono i test, conosci qualcuno che è tornato per raccontartelo?” Chiedo un po’ infastidita per il suo tono allarmato.

“E tu conosci qualcuno che è entrato?” Ribatte. Questo non prova nulla, mi libero dalla sua presa con un movimento brusco.

Personalmente non conosco nessuno che ha tentato l’Ascesa, ma so come funziona. La torre di Nerthys è il primo passo. La descrivono come una torre austera e implacabile, dove si devono superare prove che si dice siano misteriose quanto complicate. Chi riesce a superarle viene accolto nella torre di Hesperia, lussuosa e inaccessibile, dove tutti sognano di vivere. I pochi che conosco per sentito dire che sono partiti per Nerthys non sono più tornati. Hanno superato i test e ora vivono nel privilegio.

Ma non ha senso continuare a discutere con Alaric, non riusciamo mai a essere d’accordo su questo argomento. Mi alzo e Alaric fa lo stesso.

“Vado a comprare il pane.” Metto le mani in tasca e faccio tintinnare le monete al loro interno, giusto per rassicurarmi che non siano cadute dal buco che ho in tasca lungo il tragitto. Attraverso la piazza sotto lo sguardo attento di Alaric, che mi aspetta sotto il monumento, come usanza. Esco dal panettiere con una busta di pandolce. Raggiungo Alaric.

“Vuoi del pandolce?” Chiedo.

Lui annuisce e io gli allungo una pagnotta. L’addenta con voracità, probabilmente non ha fatto colazione stamattina. La famiglia di Alaric è sulla soglia della povertà. Tutti e tre in famiglia lavorano, ma i soldi bastano solo per il cibo e qualche misera bolletta che paghiamo a Hesperia per i servizi che non ci offre. Condividere il mio cibo con lui è solo un piacere e lui ha smesso di fare complimenti e rifiutare le mie offerte almeno dieci anni fa, quando l'ho portato a casa da mia madre per ripararci da una tempesta e lui ha assaggiato la sua zuppa di cavolo. Credo ne abbia mangiati due piatti quel giorno. Da allora ha accettato tutto quello che gli ho offerto.

Ci incamminiamo verso casa mia, mentre Alaric mi racconta del suo ultimo tentativo di coltivare qualcosa nel suo piccolo angolo di terra. “Non so come facciano gli altri,” sbuffa. “Ho provato di tutto, ma niente cresce come dovrebbe. Mi sa che le carote sono più testarde di me.”

Sorrido, per il suo tono frustrato ma divertito. Parlare dei suoi esperimenti di coltivazione è ormai un’abitudine, qualcosa che ci fa sorridere nonostante tutto. Ogni settimana c’è una pianta che non cresce, un raccolto che va storto, o un nuovo metodo che ha letto da qualche parte e che, naturalmente, vuole provare. Il problema è che molti dei libri che legge risalgono al mondo Pre-Disastro e prima coltivare era mille volte più semplice. Questa consapevolezza mi ha fatto abbandonare già in partenza ogni speranza di crearmi un piccolo orto anni fa, al contrario di Alaric che invece la prende come una sfida personale.

“Sono tornata con il pane”, dico una volta entrata a casa. Più che altro grido, consapevole che neanche le cannonate smuoveranno Lyra mentre legge in salotto. Incredibilmente, invece, mia sorella ci raggiunge in cucina in pochi secondi.

“Ciao Eloria, ciao Alaric. Sto morendo di fame” dice, corre verso la busta del pane, prende una pagnotta e l’addenta come se non aspettasse altro da ore.

“Se avevi così tanta fame perché non sei andata a comprare qualcosa quando ti sei svegliata?” La rimprovero.

“Tanto poi ci rivai sempre tu.” Fa spallucce e torna in salotto a leggere il suo libro.

Lancio un’occhiata seccata ad Alaric e lui ride.

“Sei tu che l’hai viziata.”

Afferro un panino e raggiungiamo mia sorella in salotto.

“Che leggi?” Chiede Alaric. Lei distrattamente alza il libro per fargli scorgere il titolo: “Il signore degli anelli”.

Mia sorella è una grande lettrice di romanzi, ho sempre pensato che fosse il suo modo per vivere attraverso i personaggi una vita che non avrà mai.

Trovare libri, qui in città, non è eccessivamente difficile se hai risorse per barattarli o soldi per comprarli. Qualcuno ne possiede ancora, anche se sono molti meno rispetto a com’era prima del Grande Disastro. Ormai, leggere è diventato un atto prezioso per pochi, che ci permette di ricordare, sognare, e anche, per qualche momento, evadere dalla realtà. A Hesperia questo non dispiace, non ha molto controllo su quello che facciamo nella nostra quotidianità. Le due torri incombono sulla nostra città, ma oltre alla loro negligenza nei nostri confronti non ci fanno nulla di male. È stato il Grande Disastro a ridurci a vivere così, siamo solo stati sfortunati. Hesperia è solo una speranza che ci tiene in vita.

“Di cosa tratta?” Chiede Alaric cercando di avere una conversazione con mia sorella. Lyra lo ignora.

“Hey, ti ha fatto una domanda.” La redarguisco io, ma ottengo solo uno sbuffo da parte di Lyra.

“Figure mitologiche, anelli del potere, draghi. Cose del genere”, risponde con tono seccato.

Alaric sgrana gli occhi.

“L’hai sentita? Ha detto draghi, vedi che avevo ragione?!”

Io alzo gli occhi al cielo.

“Poi me lo presti?” Chiede lui saltellando sul posto. Lei annuisce e torna a leggere. Alaric ride, le scompiglia i capelli e fa per uscire dalla stanza, io lo seguo.

“La trovo bene”, mi sussurra, una volta in corridoio. Io gli rivolgo un mezzo sorriso amaro, ma non rispondo. Tossisce, è sempre più magra e anche i suoi capelli biondi non sono più lucenti e folti come una volta. Non mi sorprenderei se avesse delle macchie scure che non vuole mostrarmi. 

“Si è fatto tardi”, dico per cambiare discorso. 

“Di già?”, risponde Alaric.

“E' l'ora mi sa.” 

“Ti giuro, farei volentieri a cambio con il tuo lavoro”, dice con tono lamentoso.

“Il signor Montris non ne sarebbe felice, mi adora.”

Fino alla sua morte, ma madre ha lavorato duramente in diverse attività umili, permendoci di vivere bene. Non era una vita nel lusso, ma abbastanza dignitosa da avere sempre un pasto caldo in tavola. Tuttavia adesso che non c'è più, per sopravvivere, ho dovuto cominciare a lavorare. Al momento il mio compito è accudire degli anziani in zona. In particolare, vado a casa loro e gli faccio compagnia leggendo loro romanzi, giocando a giochi risalenti all’epoca Pre-Disastro o anche solo ascoltando le storie tramandate sul mondo antico. Guadagno quanto basta per sostenere me e Lyra, ma non mi pesa per niente come lavoro e mi rende soddisfatta fargli compagnia. Sono tutte persone che vivrebbero in solitudine senza di me. Sono rimaste sole perché la malattia o la povertà hanno ucciso i loro cari. Quando Lyra mi lascerà mi ritroverò sola come loro e mi piacerebbe se qualcuno venisse a farmi compagnia. Un nodo mi si forma in gola.

“Stai andando dal signor Montris?” Alaric finge un'espressione sconsolata... o forse è reale.

“Già.”

Il signor Montris è uno degli anziani a cui tengo compagnia. E' il mio preferito. Parla poco, ma trascorriamo ore e ore a giocare a un gioco antico di nome scacchi. Mi ha insegnato tutto quello che so sulle migliori mosse e aperture, anche se batterlo è quasi impossibile. A mia volta, io ho condiviso la mia conoscenza con Alaric, che ha imparato a giocare, diventando uno dei miei migliori rivali.

“Cioè tu vai a giocare a scacchi e io a ripulire le strade dalle schifezze. Tra poche ore tu conoscerai nuove mosse e nuove strategie e io invece puzzerò di spazzatura. La vita è ingiusta”, sospira.

“Se può peggiorare ancora di più le cose, oggi non c'è neanche acqua corrente, quindi temo che puzzerai almeno fino a domani.” Alzo le spalle. Lui si avvicina in silenzio al muro e ci sbatte la testa un paio di volte in segno di disperazione. La sua drammaticità mi strappa un sorriso.

“Che fatica la vita”, dice trascinandosi verso la porta. “Dopo lavoro torno a giocare, me lo devi.”

“Vedremo, dipende da quanto puzzerai.” Gli apro la porta ed esco con lui.

“Me lo devi, Elo”, ripete allontanandosi. “Quando arrivo, ti mando una cartolina.” Mi grida ormai dall'altro lato della strada.

“La aspetto” rispondo. Quello è il nostro modo di salutarci ogni volta che ci separiamo da quando siamo bambini. Tutto è legato al nostro primo incontro, avevamo circa sette anni, Alaric si era perso, e piangeva per strada da solo. Io stavo andando a comprare il pane con mia madre e quando lo abbiamo visto, ci siamo avvicinate per aiutarlo. Ci ha mostrato un oggetto tondo e piatto con un ago nel mezzo, lo chiamava bussola. Ci ha raccontato che era uscito di casa da solo, aveva cercato di perdersi perché voleva vedere se sarebbe riuscito a ritrovare la strada. Il problema è che si era perso molto bene, quindi ormai erano ore che girava a vuoto senza ritrovare casa sua. Conoscendo Alaric adesso, non mi sorprende quella sconsideratezza. Continuava a ripetere singhiozzando che doveva andare a nord, ma la verità è che non aveva idea di come usare quello strumento che stringeva in mano. E vista la testardaggine che accompagna Alaric dalla nascita, tutte le nostre parole di conforto erano inutili di fronte ai suoi pianti. Dopo diversi minuti, ero così seccata dal suo comportamento che gli ho urlato contro “se ti ritrovi, mandaci una cartolina!” Mia madre mi ha sgridato per la maleducazione, ma in realtà la mia sfrontatezza l'ha fatto ridere, calmare e alla fine siamo riusciti a portarlo a casa, senza l'aiuto della bussola. Abbiamo suonato a tutti i campanelli del quartiere finché non abbiamo trovato i suoi genitori. Quello è stato uno dei giorni migliori della mia vita, il giorno in cui Alaric ha cominciato a illuminare la mia quotidianità.

NOTE:

Grazie peraver letto il primo capitolo!

Questa storia mi accompagna da un po' di tempo e sono felice di poterla finalmente condividere con voi. :)

La storia che ho creato è già conclusa, ma conto di pubblicarla qui a capitoli 1/2 volte a settimana.

Spero che il mondo, i personaggi e i misteri che vi aspettano vi coinvolgeranno tanto quanto hanno coinvolto me. Cercavo un libro del genere da anni, alla fine ho deciso di scriverlo io pur di poterlo leggere.

Se vi va, fatemi sapere cosa ne pensate. Adoro leggere teorie, impressioni e opinioni!

Potrete trovarmi anche su TikTok e Instagram con il tag: its.astra.collins

Civediamo nel prossimo capitolo!

   
 
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