Da quel giorno Taiki perse la sua pace.
Ritrovatosi seduto accanto ad Hana in classe, nei giorni a venire si trovò sommerso da attenzioni indesiderate.
Hana lo seguiva ovunque andasse: in mensa, in classe e addirittura in bagno.
Se Taiki faceva un passo, anche Hana lo faceva.
A volte gli camminava accanto senza dire nulla. Altre volte lo chiamava a gran voce, incurante degli sguardi degli altri studenti.
«Taiki! Hai pensato al club?»
«Taiki! Oggi è una bella giornata per lottare!»
«Taiki! Sai che nel wrestling americano—»
Lui non rispondeva quasi mai. Accelerava il passo, fingeva di non sentire.
Ma Hana non si scoraggiava.
Se lui cambiava corridoio, lei lo seguiva.
Se si fermava, lei si fermava a un palmo di distanza.
Troppo vicina. Sempre.
«Hana-san, per favore…» Taiki era sfinito. Non aveva più le forze per affrontare la testardaggine di Hana.
Lei, d’altro canto, aveva sempre quell’espressione felice. Non passava giorno senza che Taiki notasse il suo sorriso perenne.
«Te l’ho detto, Taiki, no? Non mi arrenderò finché non mi dirai di sì.»
«Perché proprio io?» le chiese una volta, senza alzare lo sguardo.
Hana si fermò. Poi sorrise. «Perché tu sai cosa significa cadere davanti a tutti,» rispose. «E rialzarti comunque.»
«Io non mi sono rialzato.»
«Per ora!»
Quelle giornate si susseguirono una dopo l’altra.
Taiki continuava a rifiutare. Hana continuava a insistere.
Era una pressione costante, soffocante. Quasi ingiusta.
Finché, un pomeriggio, Hana smise di parlare. Lo prese per il polso — come sempre — ma quella volta non disse nulla.
Lo guidò fino alla palestra secondaria. La stessa. Il ring coperto dal telo.
«Solo cinque minuti,» disse. «Poi potrai andare via. Promesso.» Taiki esitò. Cinque minuti non erano nulla.
Annui piano, più per esasperazione che per convinzione.
All’interno, Hana chiuse la porta.
La luce del tramonto filtrava dalle finestre alte, tingendo la stanza d’arancione.
Senza dire una parola, scoprì il telo.
Il ring apparve in tutta la sua semplicità: grezzo, consumato, reale.
«Sali,» disse Hana.
«No,» rispose Taiki.
«Non per lottare.» Hana gli prese la mano e la posò sul tappeto. «Solo per sentire.» Taiki salì.
Il ring scricchiolò sotto il suo peso. Il cuore iniziò a battergli più forte.
«Ascolta,» disse Hana, improvvisamente seria. «Il wrestling non è chi colpisce più forte. È chi si fida di più.» Prima che Taiki potesse rispondere, Hana salì sulle corde.
«H-Hana-san! Scendi subito! È pericoloso!» Lei sorrise. Un sorriso calmo. Diverso.
«Guardami.» Si mise in equilibrio sulla seconda corda. Il corpo leggermente inclinato in avanti. Il vuoto sotto di lei.
«Adesso salterò,» disse. «E tu mi prenderai.»
«Sei impazzita?! E se non riesco?»
«Riuscirai. Io mi fido di te.» I suoi occhi non tremavano. «Perché io mi fido.» E poi si lasciò andare, eseguendo un moonsault.
Per un istante, il mondo di Taiki si fermò.
Il corpo di Hana cadeva verso di lui.
Non c’era tempo per pensare. Non c’era pubblico. Non c’erano risate.
Solo un istinto antico, radicato nei muscoli, nella memoria del judo, nella paura stessa.
Taiki fece un passo avanti. Le braccia si alzarono.
Il corpo di Hana impattò contro il suo petto.
Il colpo fu secco, ma controllato.
Caddero insieme sul tappeto, il suono sordo del ring che riempì la stanza.
Silenzio.
Taiki respirava affannosamente. Hana era tra le sue braccia. Viva. Illesa.
Lei rise piano.
«Visto?» sussurrò. «Hai appena fatto la cosa più importante del wrestling.»
Taiki fissava il soffitto. Le mani gli tremavano.
«Fidarsi,» disse lei. «E farsi guardare mentre lo fai.» Taiki si mise lentamente seduto.
Il cuore gli batteva ancora forte, ma non per la paura.
«Io…» deglutì. «Proverò.» Hana sorrise come se avesse appena vinto un titolo mondiale.
Il ring, per la prima volta, non sembrava un nemico.


