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Autore: AlysSilver    25/06/2026    0 recensioni
Una voce oramai persa nel silenzio. Una radio dimenticata da decenni. Poi, all'improvviso, da quei microfoni una voce è di nuovo in onda. Potrà una nuova generazione riuscire dove gli altri hanno fallito? La radio potrà essere salvata? Ma soprattutto... il mistero dietro la sua chiusura potrà mai essere svelato?
Genere: Mistero, Romantico, Suspence | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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“Le grandi cose non vengono mai fatte da una sola persona. Sono il risultato di un team di persone” Cit. Steve Jobs

Non avevo dubbi sul fatto che la camminata con Desiree si sarebbe trasformata nel momento più imbarazzante della mia vita. La possibilità che, dopo tre anni di convivenza, ci mettessimo a chiacchierare allegramente di punto in bianco era decisamente remota.
Ho provato diverse volte ad aprire la bocca, ma ogni parola sembrava priva di valore appena provavo a pronunciarla. Anche lei era a disagio. Continuava a toccare la sciarpa azzurra che portava al collo come se potesse renderla invisibile. In fondo, se cominciasse a odiarmi non mi sentirei di giudicarla. Deve avermi preso per una pazza quando l’ho trascinata fuori dalla stanza.
«Aria, per quale motivo siamo alla Casa Matta?»
Una parte di me, molto recondita, vorrebbe scoppiare a ridere. Si è congelata sul posto appena l’edificio è entrato nella sua visuale. A quanto pare, le voci sono arrivate persino a Giurisprudenza.
Gesticolo freneticamente verso l’ex rudere. Esiste un modo per rendere meno spettrale un posto che tutti pensano infestato?
«Beh, è la sede della vecchia radio. Non te l'avevo detto?»
«No, decisamente no. Non pretenderai mica di entrare lì, vero?»
 Credo abbia raggiunto un nuovo stadio, al di là dell’odio e più indirizzato agli istinti omicidi.
«In realtà sì, la console è lì dentro.»
Si muove di scatto, iniziando a massaggiarsi le tempie. Mi sopprimerà nel sonno. «Ricordami perché sono qui.»
«Pensavo di mostrarti l'attrezzatura... e magari capire se può interessarti.»
Complimenti, hai proprio rispettato il piano di avvicinarsi con cautela. Ora scappa.
«Interessarmi a cosa, esattamente?»
«ARIA, MIREA MI BULLIZZA!»
Lupo mi travolge come un lampo abbracciandomi. D’istinto trattengo il fiato. Il contatto fisico non è mai stato il mio forte, né un’abitudine che mi sia stata insegnata da bambina. La sua statura poi non mi aiuta a regolarmi. La sensazione che provo è simile a quella di essere stritolata in una morsa.
Gli do dei colpetti sul braccio, sperando che se ne renda conto…
 «PERCHÉ È COSÌ CATTIVA CON ME!»
Aumenta la stretta e io lo colpisco più forte. Per fortuna, la mia compagna di stanza ha riflessi migliori dello storico.
«Lasciala, la stai soffocando!»
«Eh? Oddio, scusami!»
Mi lascia andare di colpo, come se fossi un sacco che portava in mano. Segue un colpo di tosse, poi un altro e altri ancora.
«Non pensavo di farti male! Ti vado a prendere dell’acqua!» Si affretta verso le scale, nemmeno gli avessimo acceso un fuoco sotto al sedere.
Una risata mi sfugge mentre cerco di ricompormi. Entrambi si girano verso di me. Forse penseranno che mi sia venuto improvvisamente un ictus. Mi copro le labbra con il palmo.
«Solo tu potresti rischiare di uccidere qualcuno abbracciandolo. Sei proprio tonto.»
Per quanto ci provi, non riesco a fermare la mia voce. So che dovrei stare zitta… Eppure, quando capisco che anche loro si sono uniti a me, non riesco a trattenermi.
«Hai ragione!»
«Ma qui dentro lavoro solo io?»
Una furia dai capelli rossi ci raggiunge ricoperta di cavi. È aggrovigliata o è una scelta di stile? Lupo si lancia alle mie spalle in cerca di protezione.
«Te l’ho detto che è cattiva! Mandala via!»
«Il tuo funerale sarà tra tre, due, uno…»
Mirea non è alta, ma la matassa che l’avvolge fa aleggiare intorno a lei un’aria quasi funesta. Non vorrei mai incontrarla in un vicolo buio di notte.
Mi appello a tutta la forza che ho in corpo per mettermi in mezzo. Se non li fermo altro che radio, qui ci sarà solo una strage di massa.
«Ok, d’accordo, time out. Che succede?»
Nessuno è intenzionato a dare precedenza all’altro. Le voci si mischiano in un frastuono assordante. Cerco Desiree con lo sguardo, forse per controllare che non sia ancora scappata. Che figura il primo giorno.
Lei ci osserva in silenzio. Non riesco a capire se stia ascoltando la discussione o se stia cercando di stabilire quale reparto psichiatrico abbia appena perso tre pazienti.
Dopo pochi secondi, tuttavia, sembra già perdere interesse. Rimango piacevolmente sorpresa, però, quando noto che sta guardando l’edificio sovrappensiero, senza prestare la benché minima attenzione ai due idioti. Sembra quasi non li senta.
«ARIA, MI STAI ASCOLTANDO!»
Inizio a detestare quando parlano all’unisono.
«Sì, ci sono. Uno alla volta, sennò non vi capisco. Lupo, comincia tu.»
Il ragazzo lancia un sorrisino di vittoria, mentre l’altra sembra domandarsi se prenderlo a pugni sia una buona idea.
«Mi ero messo a curiosare tra alcune cassette che avevo trovato in uno scatolone e lei ha cominciato a urlarmi contro!»
«Eh, no, eh! Qui sembra che mi inventi le cose.» Ribatte lei. «Dovevamo pulire e lui ha deciso di lasciare fare tutto a me e mettersi comodo a farsi i cavoli suoi! È normale che mi arrabbi.»
Non conosco da molto lo storico, ma ho imparato a conoscere il suo modo di procedere. Le pause, appena vede qualcosa di suo interesse, fanno parte del personaggio. Ci deve essere un modo carino per dirlo… Appoggio delicatamente una mano sulla sua spalla, cercando di assumere l’espressione più gentile nel mio repertorio.
«Allora, sono sicura che qualunque diavoleria tu abbia trovato fosse molto fica, soprattutto per uno che studia storia, però devi anche capire che c’è tempo e tempo per ogni cosa. Se stiamo lavorando per risistemare, in quel momento pensiamo a quello che stiamo facendo e poi al resto.»
Sposto la mia attenzione sulla ragazza, provando a mantenere la serenità.
«Lo so che è un testone e ha la soglia dell’attenzione di un bradipo…»
«Ehi!»
Mi basta sollevare un dito e lui si zittisce. Se avessi saputo di questa abilità prima, mi sarei risparmiata molti problemi.
«Ma urlargli contro non risolverà nulla. Gli darà solo un’altra scusa per non lavorare.»
Un grugnito è l’unica risposta che ottengo, ma è più che sufficiente per il momento.
«Su, entriamo. Voglio far vedere la sede a Desiree.»
Forse, e dico forse, avrei dovuto aspettare che il lavoro di pulizia fosse portato a termine prima di trascinarci qualcuno. I mobili sono così sporchi che non sono sicura del loro colore originale. Persino il pavimento è coperto di fango e foglie. Spero che nessuno sia allergico alla polvere, altrimenti lui finirà in ospedale e noi in questura…
Mi colpisco il viso con forza. Non è il momento di divagare. Devo focalizzarmi sul mio obiettivo: mi serve un regista. Non posso permettermi di perdere quest’occasione.
«La console è di qua!»
A volte ho l’impressione di aver scambiato la mia compagna di stanza per un pacco. La sto trascinando per tutto il campus da più di un’ora. Annuisce desolata. La certezza che non mi rivolgerà di nuovo la parola dopo la giornata aumenta di minuto in minuto, ma oramai è tardi per tornare indietro.
La sala regia è uno dei luoghi più interessanti di questo edificio. Sembra quasi un museo fermo nel tempo. Un vecchio computer occupa gran parte della scrivania, relegando il mixer e la cart machine in un angolo. C’è ancora una cassetta inserita nel lettore, chissà cosa stavano ascoltando l’ultima volta. Quanti ricordi potrebbe riportare a galla premendo play?
Sono troppo persa nei miei pensieri per accorgermi che qualcun altro non è altrettanto interessato alla vita degli anni '90. Lei non aspetta un istante, proprio come quando legge i suoi manuali di diritto. Ha lo sguardo fisso, isolato dal resto del mondo, come se quello che fanno le sue mani fosse l’unica cosa che la preoccupa.
Lascio passare i secondi, smettendo di contare dopo i primi venti minuti. Cerco di occupare il tempo fingendo di scrollare il telefono, ma la curiosità mi divora. Vorrei andare lì a farle mille domande, però so che, se voglio avere un’opportunità, devo lasciarle i suoi spazi.
Vederla sgranchirsi accende la lampadina. Conosco quel segnale. In tre anni l’ho osservato così tante volte che potrei scriverci un libro sopra. Ha finito e non devo perdere un istante.
«È utilizzabile quindi?»
Tira su la sciarpa per nascondere un piccolo sbadiglio. «Sì, è in buone condizioni. Andrà ripulita e forse sistemato qualche circuito, viste le voci che giravano sui rumori provenienti da qui.»
Mirea sarà davvero in grado di riuscirci?
«Forse a Roma potremmo trovare una persona che le rip…»
«Nah, ci penso io.»
Il groviglio, alle origini conosciuto come “il tecnico”, è comparso allegramente divertito. Solo ora noto che Lupo è stato imbalsamato alle sue spalle con delle vecchie pellicole. Dovrei dire qualcosa? O sarebbe meglio starne fuori?
«Allora, legge: se te la riparo, la userai per farci andare in onda?»
Se stessi bevendo, mi sarei già strozzata. Dubito che mi abituerò mai alla sfrontatezza di questa ragazza. Segno nella mente che insegnare il tatto alla rossa sarà essenziale per una buona convivenza.
Neanche il linguaggio del corpo di Desiree mi sorprende. Il suo sguardo vaga per la stanza perso, magari alla ricerca di una via di fuga. Ho sempre trovato affascinante il suo modo di distaccarsi dal mondo, come se nulla potesse nemmeno sfiorarla. Al contrario, è la sua voce ad attirarmi.
«Potrei provare una puntata e poi decidere…»
Se fossi un’altra persona, urlerei, ma io non posso permettermelo. Non sarebbe accettabile. Mi limito ad annuire con decisione, perplessa.
«Sarò sincera, non mi aspettavo che dicessi di sì.»
Con una cura quasi maniacale, allunga le maniche della giacca per coprirsi il palmo. Sembra non prestare più attenzione a noi, finché non si pronuncia con un sussurro.
«Vedere l’occupatore abusivo di camere legato mi ha convinta, forse.»
   
 
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