Il sole di Los Angeles stava tramontando, tingendo il cielo di un arancione elettrico che sembrava quasi artificiale, una sfumatura che solo lo smog e la ricchezza di quella città sapevano produrre. Alessandro sedeva dietro la sua scrivania in mogano scuro, al quarantesimo piano di un grattacielo a Century City. Le pareti di vetro offrivano una vista panoramica che molti avrebbero definito il coronamento di un sogno, ma per lui era semplicemente l'ufficio. Non provava vertigini, né orgoglio eccessivo. Provava solo il peso freddo e rassicurante del potere.
Aveva appena concluso una teleconferenza con Singapore per l'acquisizione di una startup di logistica integrata. Un altro tassello nel mosaico del suo impero. Alessandro si massaggiò le tempie, sentendo il battito ritmico del sangue. A trentaquattro anni, era considerato uno dei predatori più efficienti della costa occidentale. Non era solo una questione di soldi; era una questione di controllo. Il controllo era la sua religione, l'unica cosa che lo teneva ancorato a terra in un mondo di apparenze volatili.
Il silenzio della stanza fu interrotto dal ronzio discreto del suo telefono privato. Sul display appare il nome di Marco Un sorriso appena accennato, quasi invisibile, increspò le labbra di Alessandro. Marco era l'unica persona che non lo guardava come un bancomat o un gradino da scalare. Erano cresciuti insieme, dalle scuole elementari d'élite fino alle scorribande universitarie a Stanford.
«Dimmi che non sei ancora in ufficio, Ale», esordì la voce gioviale di Marco. «È venerdì sera. Persino le macchine che possiedi hanno bisogno di riposare.»
«Il mercato non dorme mai, Marco. Lo sai», rispose Alessandro, allentando il nodo della cravatta di seta grigia.
«Al diavolo il mercato. Stasera c'è la festa per il lancio della nuova linea di design di mio padre. Niente stampa, solo amici e qualche investitore annoiato. Devi venire. Ho una sorpresa per te.»
Alessandro sospirò. Le feste lavoro erano sotto mentite spoglie. Doveva sorridere, stringere mani, ricordare nomi di mogli e amanti, e soprattutto evitare le esche che sua madre, Beatrice, seminava ovunque per farlo accasare con qualche ereditiera di buona famiglia. Eppure, dire di no a Marco era difficile.
«Verrò per un drink. Uno solo», ammette Alessandro.
«È tutto quello che mi serve. Ti aspetto a Bel Air alle dieci. Non fare tardi o manderò la sicurezza a prenderti.»
Alessandro chiuse la chiamata e rimase a guardare la città che si accendeva. Le luci di Los Angeles sembravano un tappeto di diamanti gettati nel fango. Si alzò, si infilò la giacca e uscì dall'ufficio. Il suo assistente, un giovane ambizioso di nome filippo, alzò lo sguardo dalla scrivania esterna.
«Tutto pronto per lunedì, signore?»
«Sì, filippo. Non disturbarmi nel fine settimana a meno che l'edificio non stia andando a fuoco. E anche in quel caso, chiama prima i pompieri.»
Alessandro scese nel parcheggio sotterraneo, dove la sua berlina nera lo aspettava come un animale fedele. Guidare per le strade di Los Angeles di notte era l'unico momento in cui riuscivamo a pensare senza interferenze. Ma quella sera, un'inquietudine strana lo accompagnava. C'era qualcosa nell'aria, un'elettricità che non potevano a decifrare.
Arrivò alla villa di Marco che la festa era già nel pieno. Il profumo di gelsomino e cloro si mescolava a quello di alcol costoso e profumi di nicchia. La villa era un capolavoro di architettura modernista, tutta linee pulite e trasparenze. Alessandro si mosse tra la folla con la grazia di un lupo in un gregge, declinando gentilmente le offerte di drink finché non trovo Marco vicino alla piscina a sfioro.
Marco era circondato da un gruppo di persone, ma quando vide Alessandro, si staccò immediatamente per abbracciarlo.
«Ce l'hai fatta! Temevo che un algoritmo avesse ti mangiato vivo.»
«Sono qui, Ora, dov'è questa sorpresa?»
Marco si guardò intorno, poi puntò il dito verso una figura che stava dando le spalle alla folla, intenta a osservare un quadro nel salone principale. Era una donna, alta, con un abito di lino nero che cadeva morbido sulle curve, i capelli scuri raccolti in modo disordinato ma elegante.
«Elena è tornata da Parigi», con una nota di orgoglio nella voce.
Il cuore di Alessandro ebbe un sussulto che non avrebbe saputo spiegare. Elena. La sorellina di Marco . L'ultima volta che l'aveva vista, era una ragazzina di diciotto anni con gli occhi troppo grandi e una passione distruttiva per la pittura. Poi era partita per l'Europa, risparmiando nelle accademie d'arte di Parigi e Firenze.
«Elena?» ripeté Alessandro, cercando di mantenere il tono neutro.
«Proprio lei. È diventata un'artista incredibile, Ale. Ma è rimasta la solita ribelle. Odia queste feste, l'ho dovuto trascinare qui.» In quel momento, la donna si girò. Non era più la ragazzina che Alessandro ricordava. Il viso era diventato più affilato, lo sguardo più intenso e consapevole. Quando i suoi occhi incontrarono quelli di Alessandro, non ci fu la solita deferenza che lui riceveva da tutti. Ci fu una sfida.
Alessandro si avvicinò lentamente. Ogni passo sembrava calcolato, ma dentro di lui qualcosa si stava incrinando.
«Elena. È passato molto tempo,» disse lui, fermandosi a un metro di distanza.
Lei lo squadrò da capo a piedi, un sorriso ironico che le danzava sulle labbra. «Alessandro. Vedo che la tua armatura di sartoria è ancora più rigida dell'ultima volta. Ti sei già trasformato in un monumento nazionale o c'è ancora un uomo lì sotto?»
Alessandro rimase spiazzato. Nessuno gli parlava così. Non a Los Angeles. Non nel 2026.
«Sto cercando di mantenere la posizione,» rispose lui, cercando di recuperare il suo solito distacco. «Parigi ti ha reso tagliente, a quanto pare.»
«Parigi mi ha insegnato a distinguere ciò che è reale da ciò che è solo una facciata ben dipinta,» ribatté lei, facendo un passo verso di lui. Il profumo di lei, un misto di trementina e vaniglia, lo colpì come uno schiaffo. «E tu, Alessandro, sei sempre stato un ottimo soggetto di studio. Tanto successo, tanto potere, eppure sembri terribilmente annoiato.»
Marco, che stava osservando lo scambio con un misto di divertimento e preoccupazione, intervenne. «Ehi, voi due. Non cominciate a litigare subito. Ale, Elena sta cercando uno spazio per la sua prima mostra qui a LA magari, potresti aiutarla con i tuoi contatti.»
Elena scosse la testa, senza distogliere lo sguardo da Alessandro. «Non ho bisogno di favori, Marco . E soprattutto non da chi vede l'arte solo come un investimento detraibile dalle tasse.»
Alessandro sentì una fitta di irritazione, ma anche un'attrazione viscerale che lo spaventò. Era come se lei avesse letto esattamente quello che lui cercava di nascondere a tutti: il vuoto sotto la superficie lucida.
«L'arte è comunicazione, Elena. E se non hai un pubblico, stai solo parlando da sola in una stanza vuota,» disse lui, la voce bassa e ferma.
«Preferisco una stanza vuota a una folla che applaude senza capire nulla», rispose lei. Poi, con un gesto rapido, gli sfiorò il polso, proprio sopra l'orologio d'epoca che portava sempre. «Bel pezzo. Un Patek Philippe degli anni Cinquanta. Tuo nonno, immagino. È l'unica cosa autentica che hai addosso stasera.»
Senza aggiungere altro, Elena si voltò e si allontanò verso il giardino, lasciando Alessandro immobile, con la pelle del polso che bruciava dove lei lo aveva toccato.
Marco gli diede una pacca sulla spalla. «Te l'avevo detto. È un uragano. Ma è la persona più vera che conosco.»
Alessandro non rispose. Seguì con lo sguardo la sagoma di Elena finché non scomparve nell'oscurità del giardino. Sapeva che avrebbe dovuto andarsene, tornare nel suo attico asettico e dimenticare quell'incontro. Ma il modo in cui lei lo aveva guardato, come se fosse un enigma da risolvere e non un re da servire, aveva risvegliato qualcosa di pericoloso.
«Devo andare, Marco», disse brusco.
«Già? Ma sei appena arrivato!»
«Ho una giornata lunga domani. Ci sentiamo lunedì.»
Mentre camminava verso la sua auto, Alessandro sentì il peso dell'orologio sul polso. Era vero, apparteneva a suo nonno, l'uomo che aveva fondato tutto e che gli aveva insegnato che le emozioni sono solo rumore di fondo nel segnale del successo. Ma per la prima volta in anni, la voce stava diventando troppo forte per essere ignorato.
Salì in macchina e mise in moto. Mentre usciva dal cancello della villa, vide Elena nello specchietto retrovisore. Era ferma sul balcone, una sigaretta accesa in mano, una piccola luce rossa nell'oscurità. Sembrava che le stesse guardando andare via.
Alessandro accelerò, cercando di lasciarsi alle spalle quella sensazione di debolezza. Ma Los Angeles era piccola per chi cercava di scappare da se stesso, e lui sapeva che quell'incontro era solo l'inizio di una collisione inevitabile.


