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Autore: DamnedLuna    26/06/2026    2 recensioni
Al Caffè Rubino si incontrano le persone più disparate: una proprietaria poco incline alla pazienza, un gruppo di adulti che cerca di sfuggire alla quotidianità e Alice, una ragazzina fin troppo curiosa.
Insospettita dalle frequenti uscite serali del padre e dalle mancate risposte dell’unica persona che potrebbe sapere qualcosa, Alice decide di indagare per conto proprio.
[Questa storia partecipa al contest “Raccontami una Fiaba al contrario” indetto da Milly Sunshine sul forum Ferisce la Penna.]
Genere: Commedia, Generale | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Era un tranquillo mercoledì sera di marzo nella periferia della città. Fuori, l’asfalto umido rifletteva i lampioni gialli e l’aria fresca e frizzante mitigava i rumori del traffico.
Al piano inferiore del Caffè Rubino, il clima era decisamente più caldo. Nella stanza del gioco d’azzardo, riservata a pochissimi clienti, l’aria era impregnata del fumo dei sigari di Gennaro.
Stefano e Giovanni Brambilla, i fratelli minori della proprietaria del bar, si curavano di gestire il gioco. Il primo, alto e robusto, sorvegliava i presenti affinché non barassero. Il secondo, più basso e mingherlino, era il commercialista dell’attività e teneva il banco con la stessa dedizione con cui si occupava della contabilità.
Attorno al tavolo rotondo di legno massiccio si giocava al classico poker a cinque carte, la variante più semplice e tradizionale. Una buona partita dipendeva solo dal brivido di un mazzo coperto e dal rumore delle fiches di plastica che si accumulavano mano dopo mano.
«Passo.» brontolò Gennaro, sbuffando una nuvola densa di fumo, mentre si aggiustava il luccicante orologio sul polso corpulento e peloso. Aveva solo una misera coppia di fanti che non gli dava alcuna speranza.
Alessandro, la cui folta chioma castana brillava sotto la luce soffusa del lampadario, bevve un sorso della sua immancabile birra chiara. Era ancora perfettamente lucido nonostante fosse già la terza della serata. «Vedo e mostro!» disse con un ghigno spavaldo. Calò sul tavolo due doppie coppie, otto e dieci, guardando coi suoi occhietti azzurri e sornioni tutti gli altri giocatori.
Lian, l’unica donna del gruppo, fissò le sue carte senza battere ciglio. «Anch’io!» affermò, poi le scoprì sorridendo: cinque carte di cuori che superavano il punteggio di Alessandro.
Accanto a lei, Paolo sospirava mentre osservava le sue carte, pensando al caos della sua lavanderia che lo aspettava l’indomani. «Passo...» mormorò.
Roberto, manager di banca, rivelò le sue carte con un velo di timidezza, come se si vergognasse. Calò una scala di Fiori, e prima ancora che le carte toccarono per bene il legno, Lian gettò in avanti le sue.
«Cào!» imprecò la donna, in cinese.
«Mamma mia Robbé! Ma c’amm’a fà, ?» sbottò Gennaro.
Alessandro borbottò qualcosa con un sorriso rassegnato, mentre Paolo alzò gli occhi al soffitto: «Silvia, perdonami...» sussurrò, invocando la defunta moglie.
Roberto avvicinò a sé il mucchio di fiches, sotto lo sguardo invidioso di Lian.
«Facciamo un altro giro?» propose lei, mentre i suoi occhi a mandorla si posavano su ciascun giocatore.
Roberto scosse la testa. «Per me si è fatto tardi, ma voi fate pure.»
«Il bastardo fortunato non concede rivincite?»
Roberto ridacchiò piano, imbarazzato. «Domani ho una riunione in un’altra filiale, prima dell’apertura. Potrai rifarti la sera, se vorrai...»
Lian gli gettò un’occhiataccia, si alzò dalla sedia con lentezza misurata e radunò le cinque carte gettate l’attimo prima in un piccolo mazzetto. «Lo spero.»
Senza Roberto, Gennaro e Paolo decisero che per quella sera poteva bastare.
Come da regola della bisca, in due non si poteva giocare, dunque la serata finì per tutti.
Il gruppo si rivestì in silenzio e iniziò a salire al piano di sopra, tranne Roberto, che rimase per ultimo ad attendere che Giovanni si accomodasse al tavolo.
Il commercialista contò le fiches colorate una a una con la minuzia che lo contraddistingueva, dividendole per colore con rapidi gesti delle dita sottili. Dopo un veloce calcolo a mente, si alzò dal tavolo e si spostò verso una vecchia credenza in legno scuro. Aprì uno dei cassetti e ne estrasse una pesante cassetta nera di metallo, logorata dal tempo ma resa sicura da un robusto lucchetto, che scattò con un rumore secco non appena la serratura si aprì. Dentro, ordinati in mazzette ben suddivise per taglio, c’erano i contanti della cassa. Giovanni prese alcune banconote da cinquanta euro ripiegate su sé stesse, si voltò, tornò verso Roberto e gli tese il denaro.
Il manager intascò la vincita della serata con un timido sorriso e la sistemò con cura nella tasca interna della giacca, mentre l’altro richiudeva la cassetta con un ultimo giro di chiave, sigillando i segreti del Caffè Rubino fino alla serata successiva.
Al piano di sopra, il locale era ormai vuoto. Ramona Brambilla, la proprietaria, svettava dietro il bancone con la sua crocchia nera spettinata, le sopracciglia marcate e il rossetto rosso acceso. Indossava i suoi soliti leggings neri, una sgargiante camicia a fiori e stivaletti col tacco che chiunque altro non avrebbe mai calzato per lavorare in un bar.
Lian e Alessandro erano già usciti; l’espressione corrucciata della donna aveva lasciato intendere a Ramona che, per lei, la giocata non era andata bene. Il biondo invece aveva ordinato un’altra birra col suo solito fare allegro, e lei gli aveva rifilato direttamente la bottiglia in mano dato che aveva già sistemato tutti i bicchieri.
Gennaro e Paolo salutarono Ramona con un gesto svogliato della mano, lo sguardo già proiettato verso l’uscita, facendole pensare che il vincitore non era nemmeno tra di loro. Roberto arrivò per ultimo, e fu l’unico a girarsi verso la proprietaria.
«Ci hai sbancati anche stasera, Bianchi?» Ramona lo punse chiamandolo per cognome, con un sorriso tirato.
«Solo fortuna.» replicò lui con un mezzo sorriso. «Buonanotte.»
Il gruppo di giocatori si ritrovò fuori dal locale prima di salutarsi. Gennaro accese un ultimo sigaro, Lian era già andata via senza aspettare il vincitore. Aveva attraversato la strada a passo svelto per infilarsi nel suo appartamento, sopra il ristorante cinese di sua proprietà, che si trovava proprio di fronte al bar.
Roberto sembrava contemplare l’insegna ormai spenta, ripensando a quella scala di cuori.
«Se l’è un po’ presa.» disse Alessandro dopo aver dato un ampio sorso alla sua birra, ancora con il sorriso sul volto nonostante la sconfitta.
«Ti è andata sempre vicino stasera...» aggiunse Paolo.
«Vabbè, tu sei troppo fortunato, Robbè.. Quando non ci sei, ce la giochiamo io e lei Gennaro rincarò la dose espirando dal suo sigaro.
«Noi andiamo, domani dobbiamo far andare le mani, non la bocca!» sogghignò Alessandro.
Roberto emise un piccolo sbuffo divertito. Alessandro era meccanico in un’officina, l’unica del quartiere e dunque sempre piena di auto da riparare.
Alessandro prese Paolo per un braccio e camminò con lui fino alla traversa dove si trovava l’appartamento dell’uomo, poi proseguì da solo lungo la via.
Un attimo dopo, la saracinesca del Caffè Rubino si abbassò con un rumoroso e sinistro stridio. Gennaro esalò l’ultimo tiro del suo sigaro e spense il mozzicone sul grosso posacenere accanto all’ingresso del locale.
«Vuoi un passaggio?» domandò a Roberto. Gennaro era l’unico a spostarsi in auto nonostante abitasse a poco più di un chilometro dal bar.
«No, grazie. Faccio volentieri due passi.» replicò il manager, che abitava in una traversa lungo la strada principale, nel residence più nuovo della zona.

Il giorno seguente, intorno alle tre del pomeriggio, l’atmosfera del Caffè Rubino era radicalmente diversa.
Il locale si mostrava come il classico bar di periferia: bancone rivestito in marmo finto venato di grigio, spaziose sedie in plastica e grandi lampade che pendevano dal soffitto diffondendo una luce neutra. Alle pareti, una lavagna elencava i nomi dei centrifugati e i piatti freddi del giorno, scritti a caratteri grandi e graziosi. Nulla lasciava immaginare ciò che si nascondeva al piano di sotto.
La porta si spalancò di colpo ed entrò Alice Bianchi, figlia di Roberto, che stringeva tra le braccia un batuffolo di pelo bianco con le orecchie lunghe. La ragazzina indossava un paio di pantaloni azzurri e una maglietta bianca come le sue scarpe.
Si avvicinò al bancone con passo sicuro, e una volta arrivata posò delicatamente il suo coniglio sul pavimento. L’animale era assicurato da una pettorina rosa con tanto di guinzaglio, che la ragazzina stringeva ben saldo tra le piccole dita.
«Buongiorno!» si annunciò.
Ramona si girò di scatto, come in preda a una forte scossa elettrica. Il suo viso pesantemente truccato si irrigidì tanto da somigliare a una maschera da teatro.
Non sopportava i bambini, in particolare la figlia di Roberto. Alice infatti aveva iniziato a palesarsi nel bar un paio di settimane prima, facendo la stessa domanda ogni volta.
«C’è mio papà?» chiese la bambina a bruciapelo, portando dietro l’orecchio un ciuffo di capelli biondi sfuggito alla coda morbida.
La donna squadrò la ragazzina e il suo coniglio dall’alto in basso. Le sopracciglia nere si inarcarono, le labbra rosse si contrassero in una smorfia.
«Tuo padre è al lavoro, dovresti saperlo. È già tanto se passa per bere un caffè la mattina.» Ramona mentì senza alcun rimorso, poi incrociò le braccia.
«E la sera?» continuò Alice, con tono inquisitorio ma insufficiente a intimidire la proprietaria.
Lei sapeva benissimo come agire: scoppiò in una risata finta verso il soffitto.
«Ti ho già detto che non viene mai di sera.» Rispose, portando le mani tozze sui fianchi.
«Ma lui esce!» insisté la bambina.
Ramona sospirò sonoramente. Ogni volta che quella ragazzina entrava nel Caffè Rubino e faceva le solite domande su dove fosse o dove andasse suo padre Roberto, lei rispondeva sempre alla stessa maniera. L’importante era che Alice non indagasse ulteriormente e se ne andasse via quanto prima.
«Se non prendi niente, te ne devi andare. Il mio locale non è un doposcuola!» Intimò la proprietaria.
Alice abbassò lo sguardo al suo coniglio. Era certa che Ramona mentisse, ma aveva troppa paura per approfondire le sue teorie, finché lei era nel bar. E questo era un bel guaio: Ramona non lasciava mai il locale. Mai.
«Arrivederci...» mormorò intristita.
«Ciao, Alice!» la salutò Rosa, la giovane cameriera dai capelli rosso scarlatto.
Mentre il coniglio Fuffolo seguiva la padroncina a balzelli, lasciò dietro di sé una scia di palline marroni sul pavimento.
Ramona lanciò un’imprecazione così forte che l’animale squittì per lo spavento, facendo voltare la ragazzina di colpo verso il bancone. Margherita, l’altra cameriera, per poco non si fece sfuggire la tazzina da caffè che stava asciugando.
«Scusa, cara, non avrei urlato così se ci fosse stato qualcun altro.» si giustificò Ramona, guardando la ragazzina con insofferenza. In quel momento l’unica potenziale cliente era proprio lei.
Rosa si precipitò fuori dal bancone per accarezzare l’animale, del tutto intenerita dal vederlo tremare dietro le gambe della sua padroncina.
«Rosa!» Ramona la richiamò subito. «Pulisci tu, visto che ti piace tanto quel topo gigante!» tuonò, indicando il disastro.
Margherita si avvicinò alla collega e le porse un detersivo per pulire e della carta assorbente.
«Ti aiuto!» esclamò Alice a Rosa, mentre la ragazza si accingeva a raccogliere i bisogni espletati dal coniglio.
«Non serve, tesoro,» bisbigliò la cameriera. «Ora vai a casa, da brava...»
La piccola non se lo fece ripetere due volte, ma prima di lasciare il Caffè gettò un’occhiata offesa a Ramona.
La donna si portò di nuovo le mani ai fianchi e sbuffò. «I ragazzini non li sopporto proprio!» bofonchiò a bassa voce.
Le due cameriere si guardarono per un attimo, sapevano che era meglio non indispettire la titolare. Margherita tornò al bancone e si sistemò la chioma bionda e riccia guardando il suo riflesso nella macchina del caffè, Rosa andò nel bagno a loro riservato per lavarsi le mani e tornare subito al lavoro.

Quella sera stessa, alla bisca, i giocatori si ritrovarono già tutti schierati.
Roberto arrivò al Caffè Rubino per ultimo, in ritardo come suo solito. Prima che l’uomo potesse scendere i gradini per andare al piano di sotto, Ramona gli bloccò il passaggio, mostrando il solito trucco pesante contratto in un’espressione severa.
«Tua figlia è passata di nuovo oggi pomeriggio. Vedi di tenerla a bada».
A causa di quel richiamo, Roberto faticò a concentrarsi durante le mani iniziali. La prima partita venne vinta da Gennaro con un fulmineo e fortunatissimo tris d’assi, e tutti vollero subito concedersi un secondo giro.
Mentre aspettava il suo turno, quasi a voler scacciare i pensieri, Roberto chiese agli altri di ricordargli come mai fossero finiti su quel tavolo rotondo, incurante che i fratelli di Ramona potessero tranquillamente ascoltare le loro peripezie.
«M’annoio, Robbé.» sospirò Gennaro, soffiando il fumo di lato. «Io e mia moglie siamo nonni da poco, e nostra figlia ci porta spesso ‘a criatura. Che è ‘na bellezza eh, però poi la sera me voglio rilassà aggiocà. Nun me piace scommette, infatti sto cauto, però me diverto.»
«Ormai è il tuo hobby da pensionato.» lo sbeffeggiò Alessandro, calando la sua puntata. «Io lo faccio per i miei figli. Se non arrotondo qui, il tennis per mio figlio grande non lo pago. La vita costava meno quand’ero piccolo io...» continuò.
Paolo scosse la testa appoggiando le carte al petto. «Sei un bravo papà, Alessandro... Io invece a volte sento il bisogno di allontanarmi da tutto. Sto in lavanderia tutto il giorno con mia cognata, torno a casa e ci sono le mie figlie che litigano o hanno sempre bisogno di qualcosa, anche se sono grandi ormai… Silvia saprebbe cosa fare per tenerle a bada...»
«Goditi ‘e guagliuncelle, che poi si fidanzano e nun te calcolano più...» commentò Gennaro.
«Sono certo che tua moglie sarebbe fiera di te.» affermò Alessandro, e Paolo mandò un bacio al soffitto.
Lian spostò dietro l’orecchio una ciocca del caschetto nero e accennò un sorriso algido, gli occhi fissi al centro del tavolo. «Vi capisco, miei cari. Anche io mi annoio e voglio rilassarmi.» Sentenziò. «Provateci voi a stare dodici ore al giorno a fare sorrisi su sorrisi con gente che parla piano pensando che non capite quello che vi dicono. Qui dentro, almeno, nessuno mi considera un’idiota.»
Roberto portò il viso in direzione della donna e la fissò per un istante. «Non dire così. Sei una delle persone più intelligenti che conosca. Sei anche una brava imprenditrice.»
«E parli italiano meglio di lui!» le disse Alessandro, indicando Gennaro.
«Io parlo napulitano!» obiettò l’uomo.
Il gruppo si lasciò andare a una risata, e anche i due monumentali fratelli Brambilla si sciolsero accennando un movimento della bocca.
«Non vi farò lo sconto per questi complimenti.» disse Lian con le labbra appena incurvate. «E poi, i figli si arrangiano, se non li viziate.» aggiunse, e nessuno osò ribattere.
«E tu, Roberto?» chiese Alessandro. «Di certo non vieni qui per arrotondare, col tuo bel lavoro in banca... Non mi dirai che ti mancano i soldi.»
Roberto distolse lo sguardo dal tavolo. «No, ma mi manca uno spazio che sia tutto mio. Tra il lavoro e la famiglia, ho proprio bisogno di staccare.»
Alla fine, fatta eccezione per la noia di alcuni, la bisca era solo una scusa per prendersi una pausa dalla quotidianità e per dare un po’ di brio alla monotonia, sfidando la sorte.

Un paio di giorni dopo, durante un pomeriggio calmo, Ramona uscì dal Caffè Rubino per fare delle commissioni e al bancone rimasero Rosa e Margherita, affiancate da Stefano.
Alice entrò nel locale una manciata di minuti dopo, senza il suo coniglio.
Era la sua occasione: Ramona era uscita, non c’era tempo da perdere. Sedette su un tavolo e si sfilò la giacchetta grigia.
«Ciao, piccola!» salutò Margherita con un bel sorriso.
Stefano invece accolse la giovane cliente con uno sguardo torvo.
«Cosa posso portarti?» le chiese Rosa.
«Un succo alla pesca!» rispose lei.
Rosa la servì in un attimo, la ragazzina bevve il suo succo tutto d’un fiato e poi annunciò di recarsi al bagno a gran voce.
Le due cameriere si trovarono distratte da un gruppo di giovani ragazzi arrivati tutti insieme per fare merenda, così Alice scivolò nel corridoio sul retro, ma non andò verso la toilette.
I suoi occhi colsero la penombra oltre la porta bianca dei servizi, tra cassette di bibite vuote e scatoloni di cartone. Si diresse dritta verso la porta del seminterrato. Con sua grande sorpresa, questa non era sbarrata ma accostata. Qualcuno aveva lasciato aperto. La piccola pensò che fosse una trappola di Ramona, che ad aspettarla oltre l’uscio ci potesse essere Giovanni.
Deglutì, doveva rischiare. Se ci fosse stato qualcuno, sarebbe scappata via con la scusa che non trovava la toilette.
Spinse la porta e avanzò, silenziosa come un gatto. Scese un paio di gradini e spiò l’interno, ma era troppo buio e vide solo delle sagome scure.
Arrivò alla fine della scala, entrò nella stanza e osservò intorno a sé.
Riconobbe subito quel posto: c’era stata qualche mese prima, la sera in cui suo padre l’aveva lasciata lì in custodia alle cameriere ed era riuscita a sfuggire dal loro controllo.
Di fronte a lei, la luce soffusa illuminava un tavolo rotondo con sedie massicce e imbottite. Appoggiate a una parete grigiastra c’erano degli altri tavolini anch’essi in legno, più piccoli, e altre sedie tutte accatastate l’una sull’altra. Avanzò lentamente, trattenendo il respiro.
Dall’altro lato c’era un vecchio mobile alto e scuro, con delle ante a vetro e alcuni cassetti. Fece molta attenzione a non urtare nulla e si spinse verso il fondo della stanza, fino a ritrovarsi davanti a una porta chiusa.
La ragazzina la aprì piano, scoprendo solo un piccolo bagno dall’aria trascurata.
Tutto sembrava più piccolo e più noioso di quanto avesse immaginato.
Si aspettava qualcosa di più colorato e accattivante, un luogo che sembrasse proibito ai bambini. Cosa poteva mai trovarci suo padre, lì dentro? Scosse la testa mentre guardava in alto, dove una serie di finestrelle sbarrate davano direttamente sul marciapiede esterno.
Al piano di sopra, Stefano iniziò a indispettirsi. «Margherita, va’ a dare un occhio alla ragazzina.» ordinò.
La ragazza obbedì e andò verso il bagno. Aprì piano la porta e chiamò la ragazzina, ma nessuno rispose. Sospirò, sapeva dove andare a cercare.
Scese le scale del seminterrato a passi rapidi, e suoi occhi verdi incrociarono subito Alice, che girovagava lentamente nella stanza senza toccare niente. Margherita si avvicinò e afferrò la ragazzina per le braccia con gesto misurato ma deciso.
«Ehi, piccola,» le disse a bassa voce, mentre la voltava verso di sé, «torniamo di sopra.»
«È qui che viene mio papà?» chiese la ragazzina a bassa voce.
Margherita non sapeva cosa rispondere. Sapeva solo che in quella stanza ci finivano tutti gli arredi vecchi e altre cianfrusaglie. Era però certa che qualcuno ci fumasse dentro al posto di uscire fuori dal locale, dato l’odore della stanza.
«Non credo proprio.» disse in tono calmo, accennando un sorriso.
Alice sbatté le palpebre, senza nascondere la delusione nei suoi grandi occhi azzurri. Margherita se ne accorse e le chiese con dolcezza se andasse tutto bene.
«Sì,» mentì prontamente Alice, «mi dispiace che mio papà non sia qui.»
Se suo padre non andava da Ramona di giorno, allora restava un unico posto…
Margherita cinse la bimba per un braccio, facendole capire che dovevano lasciare la stanza. «A quest’ora starà certamente lavorando, non ti devi preoccupare.» disse dolcemente.
Le due sbucarono nella sala principale, e l’aria mesta della piccoletta non sfuggì a Stefano.
L’uomo alzò lo sguardo severo dal banco: «Allora?»
«Niente, stava solo giocando col sapone in bagno.» minimizzò Margherita. L’uomo fece una smorfia scettica, non ci credeva affatto.
«Non sei un po’ grande per le bolle?» osservò, gli occhi scuri ridotti a due fessure.
«Ho solo dieci anni!» sbottò lei. Poi posò gli occhi sul grosso orologio sopra al bancone del locale, si infilò la giacchetta e uscì dal Caffè Rubino correndo.
Le due cameriere si scambiarono un’occhiata confusa senza dire nulla, mentre Stefano scuoteva il testone brizzolato.
Quando Ramona rientrò al locale e venne a sapere che Alice aveva tentato di curiosare, andò su tutte le furie.
La sera, non appena Roberto mise piede nel locale, lo investì con parole feroci: «Maledizione a quella volta che ti ho permesso di lasciarla qui! Tua figlia ha ricominciato a ficcare il naso nel bar. Devi risolvere questa storia, Roberto!»
Quella volta fu Lian a vincere la mano finale. Sbeffeggiò apertamente il manager, il quale accolse la propria disfatta con diplomazia. Paolo, Gennaro e Alessandro si congratularono con la donna per poi recarsi alle rispettive case, grati di aver fatto delle puntate piuttosto prudenti. Rimasti soli sulla strada, Lian camminò di fianco a Roberto per qualche metro prima di attraversare la strada.
«L’altro pomeriggio ho visto tua figlia camminare per la via con il suo coniglietto.» disse Lian in tono serio. «Stai attento a lasciarla andare in giro da sola, non è sicuro».
Roberto abbassò lo sguardo, un po’ divertito. «Non vorrai cucinare Fuffolo.»
Lian gli diede una manata sul braccio. «Scemo!» sbottò. «Lo dico per te!»
«I tuoi figli sono poco più grandi di lei e sono sempre da soli.» obiettò Roberto.
La donna corrugò la fronte. «I miei figli sono furbi e si fanno gli affari loro.»
Roberto non osò ribattere. Le parole di Lian suonavano come una minaccia più che una rassicurazione.

La mattina successiva, Roberto si offrì di portare a scuola sua figlia, cosa che di solito faceva sua moglie Marta, con la scusa di doversi recare direttamente in un’altra filiale già di prima mattina.
All’interno della moderna berlina, che ancora odorava di pelle nuova, Roberto decise finalmente di affrontare sua figlia.
«So che esci di nascosto nel pomeriggio, nell’unico momento in cui Dalila non c’è perché deve ancora arrivare.»
Dalila era la babysitter di Alice, e la ragazzina deglutì proprio perché, il giorno prima, Dalila era già al cancello del palazzo quando lei stava correndo a casa.
«Se lo fai un’altra volta, lo dirò a tua madre.»
Ma la bambina raccolse tutto il coraggio che aveva. Incrociò le braccia e rilanciò la sfida: «E allora io le dico dove vai tutte le sere!»
Roberto raggelò.
Capì in quel momento di essere stato spiato. Probabilmente, l’aveva visto uscire in tarda sera e prendere sempre la direzione del Caffè Rubino.
Il viaggio proseguì in un silenzio tombale, poi Roberto lasciò la figlia davanti alla scuola e la salutò nascondendo l’imbarazzo di dover scendere a patti unito alla preoccupazione di essere scoperto.
Il pomeriggio successivo, Alice si presentò ancora al bar, sempre nel solito momento in cui la babysitter non c’era. Andò dritta da Ramona, i suoi occhietti azzurri fissi su quelli castani della donna.
«Io lo so che mio papà viene qui di sera.» esordì la ragazzina.
Ramona, stanca di quella storia, rispose con un tono ancora più duro del solito.
«A me non frega niente di quello che fa tuo padre. So solo che se ti rivedo qui senza uno dei tuoi genitori, ti faccio portare via dalla Polizia.» Il tono di voce cresceva parola dopo parola. «Così finirete tutti nei guai! Hai capito?! È questo che vuoi?»
Davanti a quelle parole, la ragazzina crollò.
Scoppiò in un pianto disperato, così forte che un cliente che stava sorseggiando un caffè al banco si voltò di colpo, e un altro seduto al tavolo alzò lo sguardo dal suo cellulare. Ramona fece un passo indietro, gettando uno sguardo a Rosa e Margherita come per chiedere aiuto, ma le ragazze rimasero in silenzio.
La titolare, seccata ma anche leggermente a disagio, sospirò. Si piegò verso la piccola, nel tentativo di mitigare le sue grida. Le mise una mano sulla spalla e sussurrò: «Perché ti ostini così tanto a voler sapere dove va tuo papà?»
Alice fece un singhiozzo. «Perché... Perché papà ha un’amante!»
Ramona sbarrò gli occhi. Rosa, che stava scendendo dal bancone, per poco non inciampò. Il signore che beveva il caffè era rimasto con la tazzina sospesa a mezz’aria, come se stesse seguendo una telenovela molto appassionante.
«È la signora cinese del ristorante di fronte!» disse Alice, senza abbassare la voce.
A Ramona, sul momento, sfuggì una mezza risata per l’assurdità della situazione. Poi, guardando il viso rigato di lacrime della bambina, capì tutto. La figlia di Roberto aveva certamente frainteso i movimenti notturni del padre.
«I miei litigano tanto...», continuò la bambina con la voce rotta, asciugandosi il naso con la manica della giacchetta azzurra. «Papà esce sempre e torna tardi, e la mamma si arrabbia ogni mattina. Questo sabato, io e lei andiamo a dormire dai nonni...»
Ramona realizzò solo in quel momento che la piccola non voleva affatto colpire la sua bisca clandestina.
Fulminò con lo sguardo il signore col caffè in mano, e questo tornò in direzione di una sorridente Margherita.
Colpita da un improvviso e insolito impeto di compassione, finalmente Ramona ammorbidì le sue maniere.
«Vieni qui, va’.» disse ad Alice, offrendole la mano. La portò al tavolo più vicino al banco e la fece accomodare.
«Adesso Margherita ti prepara una bella piadina alla Nutella, così smetti di piangere. Va bene?»
La cameriera si mise subito all’opera.
«Ma io non ho abbastanza soldi...» mormorò la giovane cliente.
«Offro io, tesoro. E ti do anche qualcosa da bere. Cosa ti piace?»
«Il succo alla pesca...» La ragazzina rispose a voce tanto bassa che Ramona riuscì appena a sentirla.
«Un succo alla pesca, per favore!» ordinò la donna a voce alta.
Rosa versò la bevanda in un alto bicchiere e si apprestò a portarla ad Alice.
«Ascoltami bene,» disse Ramona, che nel frattempo si era seduta di fronte alla piccola, «tuo padre non ha nessuna amante, credimi. Stasera ci parlo io, vedrai che andrà tutto bene.»
Alice ringraziò, si asciugò le lacrime col soffice tovagliolo, poi fece merenda con calma.
Ramona rimase seduta accanto a lei, finché la ragazzina non si alzò.
«Devo scappare a casa o papà lo dirà alla mamma!» affermò con tono sconsolato.
«Mi raccomando, fai attenzione!» disse Ramona, mentre Alice correva via. Rosa e Margherita guardavano la titolare, orgogliose di lei.

In serata, la partita cominciò nell’atmosfera di sempre, ma Roberto arrivò trascinandosi dietro il peso del confronto con la figlia.
Ramona, prima che lui scendesse nel sotterraneo, gli aveva detto con un tono insolitamente serio: «Dopo la partita dobbiamo parlare, è urgente».
Quella frase tormentò Roberto per tutta la sera. Non riuscì a concentrarsi sulle carte e Alessandro ne approfittò alzando la posta in gioco con le sue solite puntate audaci. Roberto le seguì tutte alla cieca, finendo per perdere ogni singola mano. Gli altri giocatori si scambiarono sguardi stupiti: non avevano mai visto il manager fortunato giocare e perdere in quel modo disastroso.
A beneficiare della situazione fu Paolo, che per la prima volta dopo settimane aveva messo a segno una serie di vincite ben riuscite, accumulando un bel mucchietto di fiches. L’uomo guardò il tavolo visibilmente commosso, si lasciò andare sulla morbida sedia e sospirò soddisfatto. «Questa è stata la mia ultima partita.»
Il resto del gruppo si scambiò delle occhiate confuse. Lian aprì leggermente la bocca, Gennaro tossì e persino Stefano mostrò interesse, allungando il lungo collo verso il tavolo.
«Stanotte ho sognato Silvia, mi ha detto che se oggi fosse andata bene, sarebbe stata la mia ultima volta.» continuò l’uomo.
I compagni di gioco rimasero straniti da quella rivelazione, ma si mostrarono felici per l’amico.
Paolo riscosse la vincita da Giovanni, che gli fece addirittura le congratulazioni.
Tutti si avviarono verso le scale per tornare a casa, tranne Roberto, che rimase seduto al tavolo vuoto. Ramona scese i gradini e si sedette di fronte a lui, appoggiando le braccia sul tavolo. Gli raccontò lo sfogo di sua figlia parola per parola, dei suoi pianti e dell’assurdo sospetto su Lian.
Roberto abbassò la testa e nascose il viso tra le mani. Tutto il peso di quello che stava facendo subire alla sua famiglia gli crollò addosso come un macigno insostenibile.
«Per quanto mi dispiaccia,» disse Ramona a bassa voce, «per te è arrivato il momento di smettere. Non voglio passare per qualcuno che foraggia lo sfascio delle famiglie perbene».
Roberto annuì lentamente. Si alzò dal tavolo, le diede la buonanotte e si trascinò su per le scale.
Osservò il locale un’ultima volta, fece un rumoroso sospiro e uscì nel buio della notte. Ad accompagnarlo a casa c’erano solo i rumori della città e quella sensazione di vuoto irrisolto, unita alla consapevolezza di dover porre fine a qualcosa che, tutto sommato, gli era sempre piaciuto tanto.
Passarono i giorni e il posto di Roberto alla bisca restò vuoto. Per non annoiare il gruppo, rimasto orfano sia del manager che di Paolo (il quale comunque passava ancora per un caffè e due chiacchiere), Ramona giocava qualche sera, facendo le veci degli assenti.

Un luminoso sabato mattina di fine marzo, il bar era in pieno fermento per le numerose colazioni mattutine. Rosa serviva ai tavoli così svelta che sembrava pattinare, Margherita e Ramona preparavano bevande a raffica e afferravano una brioche dopo l’altra.
La porta si aprì un’altra volta ed entrò la famiglia Bianchi al completo: Roberto, sua moglie Marta e la piccola Alice, che teneva Fuffolo in braccio.
Si sedettero a un tavolino vicino alla finestra per fare colazione, Rosa arrivò subito da loro. Mentre Marta ordinava per tutti, Roberto si avvicinò al bancone. Ramona lo squadrò, notando che l’uomo mostrava un’aria decisamente più rilassata sotto la luce del sole.
«Allora? Tutto bene?» chiese la donna di soppiatto, tenendo la voce bassa, mentre asciugava le tazze.
Roberto fece un sorriso ampio e sincero. «Ora sì, anche grazie a te...»
Ramona gli fece un occhiolino.
«Sto curando la ludopatia con uno specialista.» affermò l’uomo. «E poi, io e Marta abbiamo iniziato una terapia di coppia. Pensa che ironia... Pagherò le sedute anche con i soldi che ho vinto in questi mesi.» Ramona alzò un sopracciglio, appoggiando piano i palmi sul bancone. «Ah, sì?» replicò, sorridendo a sua volta. «Quindi stai pagando anche con i miei, di soldi...»
Roberto rise piano, salutò Ramona e tornò al tavolo.
Prima che potessero chiedere il conto, Ramona fece un cenno a Rosa e Margherita e offrì l’intera colazione alla famiglia, facendo in modo che Marta e Alice non si accorgessero di nulla. Dalla vetrata del bar, un leggero venticello primaverile mosse le prime foglie degli alberi, mentre i raggi del sole scaldavano i marciapiedi.
Ramona osservò i tre allontanarsi lungo il marciapiede, finalmente uniti. La sua espressione severa si ammorbidì in un sorriso inatteso, si girò verso i tavoli del locale e socchiuse gli occhi.
«Stasera si gioca.» pensò mentre riprendeva a sistemare le tazzine del caffè. «Forse dovrei lasciare il posto a Giovanni...»



Note dell’autrice
Cào” è un’imprecazione volgare cinese che può significare “cazzo”, “merda” o qualcosa di simile all’nglese “fuck”
Non ho tradotto le frasi in napoletano perché mi sembrano abbastanza comprensibili. Per creare Gennaro mi sono ispirata a un collega di lavoro che ha ancora un marcato accento napoletano nonostante viva al nord da molti anni, e spesso si esprime con espressioni dialettali.
  
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