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Autore: Sothis Duggan    26/06/2026    0 recensioni
Wyatt Richter era il re del dancefloor, un b-boy venuto da Berlino per prendersi Milano. Ma al Vortex, tra le luci stroboscopiche e i beat pompati dalle casse, il suo sogno si è spezzato in mille pezzi. La danza era come volare nel cielo, era il suo unico modo per esprimersi. In una città che non aspetta nessuno, riuscirà a trovare tra le macerie del suo passato qualcosa, o qualcuno, che lo faccia ancora una volta volare?
Genere: Introspettivo, Malinconico, Song-fic | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate | Contesto: Contesto generale/vago
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POV - WYATT

"E dallo specchio esce la mia anima, è un mostro rosso sangue" - Chandie

Il ticchettio dell'orologio della mia camera è l'unico rumore che percepisco intorno a me. Eppure vivo in una zona centrale di Milano e il traffico scorre giù in strada con la solita costanza. Io, invece, sono qua: fermo nel mio letto con l'ennesima sigaretta tra le dita. Ho perso la concezione del tempo a forza di stare tra queste mura asettiche. Decido poi di mettermi le cuffie, pur di ascoltare qualcosa che non sia la realtà.

A Berlino il silenzio non esisteva per me; c'è sempre stata la musica che batteva forte contro le pareti dei club di Kreuzberg. Era un ritmo che mi scorreva nelle vene e mi diceva esattamente chi ero. Oggi quella musica non la sento più, ne fuori ne dentro di me.

Qui a Milano sono solo un pezzo di carne di un metro e ottantacinque, incastrato in un appartamento che puzza di fumo e di disinfettante. Un misto tra un bar di basso borgo e una squallida clinica ospedaliera.

«Wyatt? È pronto da mangiare. Vieni a tavola?»

La voce amorevole di Rachele, mia madre, arriva dalla cucina. Quel suo tono paziente, ma allo stesso tempo forzato, mi fa sempre venire voglia di spaccare qualcosa. Si è stabilita qui tre mesi fa, dopo che ho ripreso ad alzarmi dal letto. Ha deciso di lasciare momentaneamente la sua vita e mio padre per venire a fare da balia a un figlio di ventisei anni che, fino a qualche settimana fa, non riusciva nemmeno a farsi la doccia senza rischiare di finire lungo a terra come un sacco di patate.

Spengo la sigaretta nel posacenere e sfilo le cuffie. La techno che stavo ascoltando — un set cattivo, industriale, registrato in un magazzino a Neukölln — sparisce, lasciandomi addosso solo il silenzio vuoto della mia quotidianità.

Mi appoggio alle stampelle, sentendo il metallo freddo stringermi gli avambracci, e faccio forza. Il ginocchio destro pulsa: è un dolore sordo che mi ricorda ogni giorno il mio fallimento. Ogni centimetro di movimento è una tortura atroce.

Mi avvio a ritmo lento lungo il corridoio, passo davanti allo specchio del corridoio senza guardarmi. So già cosa vedrei. Vedrei un ragazzo con i capelli rasati, una linea di barba incolta sulla mascella, le occhiaie di chi non dorme perché ha paura di sognare il palco, e quel leone tatuato sul braccio che ormai sembra solo un gatto randagio, ferito.

Un tempo ero Wyatt Richter, l'uomo che sfidava la gravità con un power move. Oggi sono solo un illuso; ci ho creduto e ho perso. Tutto per un atterraggio finito male. Insieme al mio crociato destro si è spezzata anche la mia anima. Si è rotta con lo stesso rumore di un ramo secco in pieno inverno.

«Arrivo, ma'», dico con la voce roca e scarica. Sono stufo di essere l'ombra di me stesso e di dover dipendere da questi maledetti bastoni metallici. E da mia madre.

Muovo qualche passo e quasi vado a sbattere contro Alex.

È lì, appoggiato alla parete, con lo smartphone in mano e un'aria decisamente troppo sveglia per essere mezzogiorno. Alex Schwartz non è solo il mio coinquilino e migliore amico da sempre; è anche l'unico che non mi guarda come se stessi per morire. Non ci ha pensato due volte a mollare tutto a Berlino per trasferirsi qui con me, gli è bastata una chiamata per chiedere un trasferimento di ufficio e ora, dopo cinque anni in questa città, eccoci ancora insieme.

«Ancora vivo, Richter?», mi lancia un'occhiata veloce, poi si stacca dal muro. «Muoviti, che tua madre ha fatto le polpette e se arriviamo tardi ci tiene il muso per tutto il pomeriggio.»

«Non ho fame, Alex.»

«Cazzate. Hai bisogno di smettere di fissare il soffitto e di andare avanti a nicotina.» Mi dà un colpo sulla spalla, non troppo forte da farmi cadere, ma abbastanza da ricordarmi che sono ancora in piedi.

In cucina, Rachele ha già apparecchiato. Il profumo del cibo si mescola a quello del disinfettante. È una tortura.

«Domani c'è la visita dal dottor Vitali, Wyatt», dice lei mentre serve i piatti. «Alex ha detto che può accompagnarci lui, così non dobbiamo prendere il taxi o la tua macchina»

Guardo Alex. Lui annuisce, addentando un pezzo di pane. «Sì, ti porto io. Così sentiamo cosa dice il luminare. Magari ti dà il permesso di tornare a camminare come un essere umano e non come un pinguino zoppo.»

Rachele lo rimprovera con lo sguardo, ma io preferisco la sua crudeltà alla tenerezza di mia madre. Mi siedo a fatica sulla sedia e iniziamo a pranzare. Parlano solo loro due; io resto in religioso silenzio ad ascoltare. Qualunque sia stato il verdetto del dottore, so che non cambierà le cose. Non tornerò a volteggiare su un palco. Ne sono certo.

 

   
 
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