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Autore: Scintilla19    27/06/2026    3 recensioni
Negli ultimi tre mesi avevano continuato a lavorare come al solito, o quasi. Ogni mattina bastava entrare in quel luogo perché tutto sembrasse ancora al suo posto. Ma adesso, quel posto sta per scomparire davvero.
Questa storia partecipa al contest “Novelle Notturne” indetto da mystery_koopa sul Forum di EFP e al contest “London Calling” indetto da star_rover sul forum di EFP.
Genere: Malinconico, Sentimentale, Slice of life | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Questa storia partecipa al contest “Novelle Notturne” indetto da mystery_koopa sul Forum di EFP e al contest “London Calling” indetto da star_rover sul forum di EFP.

Novelle Notturne: Le Mille e una Notte, percorso A “Una lunga guardia notturna attende i due protagonisti”
Sottogenere: sentimentale
Prompt: noci, pioggia, corrente elettrica

London Calling: Pacchetto Brixton
Genere: introspettivo
Prompt: amicizia
Citazione: Years have passed and things have changed // I’ll never forget the feeling I got // When I heard that you’d got home (Stay Free)


 

 

 

 

 

 

 

 

Tutta la notte davanti 

 

 

 

 

La festa è finita da poco. Gli altri se ne sono andati uno dopo l’altro, come succede sempre quando il primo che trova il coraggio indossa il cappotto e inizia a salutare tutti. Uno dopo l’altro sono andati via con le loro scatole piene di oggetti, le borse a tracolla, qualcuno con gli occhi rossi, qualcuno con la faccia di chi ha già cominciato a pensare ad altro. 

Ci sono state strette di mano, abbracci un po’ goffi, qualcuno ha detto Ci sentiamo, qualcun’altro È stata una bella esperienza, nessuno ha detto cosa pensava davvero. 

Sul tavolo sono rimaste bottiglie mezze vuote, bicchieri di plastica, un cartone di pizza con dentro due fette ormai fredde.

Antonio e Sofia non se ne sono andati. A un certo punto gli altri erano tutti fuori dalla porta e loro ancora dentro, a sistemare i resti della festa e gli ultimi scatoloni. 

La redazione intorno a loro è un posto che non esiste più.

Le bacheche sono state tirate giù, restano solo i segni sul muro dove il sole non ha alterato la vernice, rettangoli più chiari come fantasmi di tutto quello che c’era appeso. Le scrivanie ci sono ancora, ma sopra ci sono scatoloni. Scatoloni chiusi con il nastro marrone, scatoloni aperti con dentro cose che non si sa bene dove mettere, dizionari, raccoglitori, una caffettiera di riserva che nessuno ha rivendicato.

Sofia tiene in mano un bicchiere di plastica con dentro due dita di spumante che si è scaldato da un pezzo.

Antonio è appoggiato allo schienale della sedia — la sua sedia, quella che ha occupato per vent’anni, con il bracciolo sinistro leggermente più consumato dell’altro perché ci appoggia sempre il gomito quando legge.

Fuori piove. È una pioggia costante, senza raffiche, che scivola sui vetri della porta, bagna i marciapiedi, ticchetta nel silenzio della stanza come una nenia continua. 

Sofia finalmente beve lo spumante, il mignolo leggermente sollevato. È disgustosamente caldo. Arriccia il naso, solleva appena il labbro superiore e getta il bicchiere nel sacco nero dei rifiuti. 

Antonio la osserva, il mento appoggiato sulla mano, un sorriso che non si prende nemmeno la briga di nascondere del tutto. 

«Sei proprio sofiosa» sospira, scuotendo la testa. 

Sofia sbuffa. «E dai.»

«Zofiosa» insiste lui calcando apposta sulla “s” — una cadenza del Sud che si permette di far uscire solo con lei. 

«Fai il serio, direttore» lo rimprovera lei, ma è già a metà di un sorriso. 

«La festa è stata orribile» dice, dopo un momento.

«Sì, concordo» risponde Antonio.

«Giovanni ha pianto.»

«L’ho visto.»

Giovanni aveva sessant’anni, una voce da ultrà e l’abitudine di commentare ogni articolo altrui con Mio nipote sa scrivere meglio. Eppure lo avevano visto piangere, nell’angolo, con la giacca sbottonata e il bicchiere di prosecco in mano, guardando i muri vuoti e le bacheche ammucchiate per terra.

La pioggia continua. Dal retro del locale gocciola un rubinetto. Il rubinetto della cucina, quello per cui avevano sempre detto che bisognava chiamare qualcuno e non avevano mai chiamato nessuno. Adesso non importa più.

«Dovremmo controllare se il frigo è vuoto» dice Sofia. Ci va prima che lui risponda.

La piccola cucina sul retro è un locale senza finestre, con un tavolo, due pensili e un bancone. Il frigorifero è nell’angolo. Sofia lo apre con decisione e ci guarda dentro. È vuoto, a parte una bottiglia in fondo. La tira fuori, gli occhi che si illuminano.

«Il Nocino» dice mostrandolo ad Antonio.

Antonio lo riconosce subito. Era la bottiglia che gli avevano regalato quando era diventato direttore. Una bottiglia artigianale, scura, col nome scritto in corsivo elegante e le noci disegnate tutte intorno. Era rimasta lì, non l’aveva mai aperta.

Sofia appoggia la bottiglia sul bancone e prende due bicchieri veri dal pensile, di quelli buoni, che usavano solo quando arrivava qualcuno di importante in redazione.

Si siedono al tavolo. Antonio apre la bottiglia — il tappo fa un piccolo schiocco nel silenzio — e versa. Tengono in mano i bicchieri un momento, ma alla fine non brindano. Bevono e basta.

Fuori la pioggia si intensifica per qualche minuto, un rumore più fitto, più insistente contro i vetri. Antonio tende l’orecchio, il corpo in allerta perché sa quanto può essere infida la pioggia.

Sofia lo guarda, il bicchiere che ruota nella mano. Sa cosa sta pensando. 

«Non sale» dice.

«No» sorride lui. «Stavolta no.»

Lei ride. Una risata breve, quasi sorpresa. 

«Avevo le scarpe completamente da buttare» dice. «Te lo ricordi? Le avevo appena comprate, col primo stipendio.»

«Me lo ricordo.»

«Ero arrivata da un mese» dice Sofia, scuotendo la testa. «Un mese, e già mi tocca un’alluvione.»

«Io ero qui già da un pezzo, e di alluvioni non ne avevo mai viste.»

«Fortuna che ti eri dimenticato di andare a casa.» Sofia lo guarda, come se ancora oggi trovasse la cosa assurda.

«Ci stavo andando invece, avevo pure chiuso la saracinesca.»

«Ma davvero? Questo non lo sapevo.»

«Eh sì. Poi ci ho ripensato.»

«Assurdo. Chi è che riapre la saracinesca sotto al diluvio, invece di andare a casa?»

«Uno che dopo si è ritrovato lo scantinato pieno d’acqua, ecco chi.»

Sofia sorride nel bicchiere. 

«Tiravo su i faldoni da solo. Mezzo allagato, l’acqua già alle caviglie, e io lì a salire e scendere le scale come un cretino, convinto che avrei salvato tutto...»

«E io che ero già alla fermata» continua Sofia, «ho visto l’acqua salire sul marciapiede e sono tornata indietro. Ma chi me l’ha fatto fare?» 

Antonio posa il bicchiere e sorride. «Hai sollevato più scatole tu in dieci minuti di quante ne avessi spostate io in venti. Mi hai fatto fare la figura del vecchio.»

«Ma tu sei vecchio, direttore!» dice Sofia con la faccia da impertinente.

Antonio incassa e sussurra un Touché.

Bevono in silenzio per un momento, il bicchiere di Sofia che ruota di nuovo tra le sue dita.

«Sai cosa pensavo, mentre salvavamo quelle carte?» continua lui.

«Cosa?»

«Che tanto il giornale avrebbe chiuso lo stesso.»

Sofia non risponde, si limita a fissare il contenuto del suo bicchiere quasi vuoto.

Il ronzio del frigorifero, nel silenzio della cucina vuota, è così familiare che ci fanno caso solo quando si ferma. Sofia lo nota nello stesso momento in cui lo nota Antonio.

«Senti che roba» dice Antonio, la testa inclinata verso il frigo. «Ronza ancora come se fosse ancora pieno.»

Sofia fa un cenno verso il mobile. «Dici che dovremmo staccarlo?»

Antonio scrolla le spalle. «Che senso ha farlo lavorare ancora? Direi che possiamo mandarlo in pensione.»

Il frigorifero riprende a ronzare forte, come se avesse ascoltato.

«Ci penso io.»

Sofia si alza, trova il cavo dietro al mobile. Si china.

«Un momento» dice Antonio, alzando una mano come un prete che sta per dare la benedizione. «Si dovrebbe dire qualcosa, in questi casi.»

Sofia lo guarda, il cavo già in mano. «Stai scherzando.»

«Mai stato più serio.» Si schiarisce la voce, solenne. «Frigorifero. Quindici anni di servizio, se non ricordo male.»

«Non ne ho idea.»

«Quindici anni di yogurt scaduti e bottiglie d’acqua dimenticate. I contributi sono in regola?» 

Sofia scoppia a ridere. «Presumo di sì.»

«Bene.» Antonio annuisce grave. «Allora hai diritto alla pensione minima. Con riserva, visti i precedenti con le bottiglie d’acqua.» 

«Pure!»

«La liquidazione» continua lui imperterrito, «consiste in questo stacco anticipato dal contratto, con effetto immediato.»

Sofia è in lacrime. «Sei ridicolo.»

«Stacca, su. Prima che mi commuova anch’io.»

Lei stacca il cavo. Il ronzio si affievolisce piano fino a interrompersi. 

«Riposa in pace» dice Sofia, ancora ridendo, asciugandosi un angolo dell’occhio.

Tornano al tavolo. Antonio versa ancora due dita di Nocino in entrambi i bicchieri, poi prende la bottiglia per il collo e fa cenno a Sofia di andare di là.

Escono dalla cucina e si fermano in mezzo alla redazione, fianco a fianco. Guardano la stanza come si guarda una casa prima di consegnarne le chiavi.

La redazione, da lì, sembra ancora più vuota di quanto non sembrasse da seduti. I rettangoli bianchi sul muro, lasciati dalle bacheche, li conoscono tutti a memoria: lì c’era il calendario editoriale, lì le foto delle squadre giovanili che mandavano ogni settimana i risultati, lì la vecchia mappa della provincia con gli spilli colorati per segnare dove erano stati i pezzi più importanti degli ultimi dieci anni.

Sofia beve un sorso e si siede alla sua scrivania. Antonio posa il bicchiere su uno scatolone, l’unica superficie libera nelle vicinanze. Si guarda intorno: i computer ancora collegati, gli schermi spenti ma le luci dei router e delle ciabatte ancora accese, piccoli puntini verdi e rossi sparsi nella penombra come un cielo capovolto.

«Sai cosa potremmo fare» dice.

«Cosa?»

«Staccare tutto. Visto che restiamo qui.»

Sofia inclina la testa. «Ah, non stiamo andando via?»

«Non mi pare.»

Lei sorride, lentamente. Posa il bicchiere accanto al suo. «Va bene. Cominciamo dalla tua scrivania, allora.»

«Perché dalla mia?»

«Perché voglio vedere cosa nascondi nei cassetti, direttore.»

La scrivania di Antonio è in fondo, vicino alla porta dello sgabuzzino, defilata, esattamente come piace a lui.

Sofia si siede sulla sua sedia come se le appartenesse, accavalla le gambe e apre il primo cassetto senza chiedere il permesso. Antonio la osserva con un sopracciglio alzato, indeciso se fermarla o lasciarla fare.

Dentro, in un angolo, Sofia trova un piccolo mucchio di mezzi gusci di noce. Otto, forse dieci, impilati uno dentro l’altro come scodelle.

«Eccoli.» Li raccoglie tutti nel palmo della mano. «Sapevo che li tenevi da qualche parte.»

Antonio sospira e incrocia le braccia. «Eh, ti pareva…» 

«Antonio» lo richiama Sofia in tono solenne. «Ti conosco da sette anni e non te l’ho mai chiesto. Perché conservi i gusci delle noci?»

Lui non risponde subito. Fa il giro della scrivania, misurando i passi. Prende uno dei gusci dalle mani di Sofia e lo rigira lentamente tra le dita.

«Mi piace osservarli. Hai mai visto bene come sono fatti?»

Le mostra l’interno.

«Sembrano cervelli. Guarda le pieghe.» 

Gliele indica. Sofia avvicina il viso, più per educazione che per convinzione.

«Ogni metà è diversa dall’altra.»

Antonio continua a osservare il suo guscio.

«Come se anche il guscio avesse un lato dominante.»

Sofia rimane in silenzio qualche secondo.

«Quindi li tieni perché ti ricordano dei cervelli asimmetrici.»

«Li tengo perché mi piacciono. Li studio.»

Lei resta a metà tra il sorriso e il dubbio.

«Ma in che senso?»

Antonio la guarda, serio. 

«Nel senso che li raccolgo, li conservo...»

Sofia smette di sorridere. Lo guarda come se gli fosse cresciuta una seconda testa.

«…Poi li brucio nel camino.»

Sofia si dà una manata sulla fronte. «Stupido…»

Antonio sbuffa una risata dal naso mentre Sofia scuote la testa incredula.

«Sei proprio uno stupido…» Adesso ride anche lei. 

«Quindi… hai un camino.» 

«Sempre avuto. Perché?»

Lei non risponde subito. Le vengono in mente una poltrona, il fuoco acceso. Antonio che rompe una noce, ne osserva il guscio per qualche secondo e poi lo lascia cadere tra la legna. È strano immaginare Antonio a casa sua. Conosce la sua calligrafia, il rumore dei suoi passi nel corridoio, il modo assurdo in cui apre le noci in due metà perfette infilando il coltello in un punto preciso. Eppure non sa di che colore è il suo salotto.

«Non ti facevo tipo da camino.»

Antonio sorride appena. Uno di quei sorrisi che si vedono più negli occhi che sulle labbra.

«E invece sì» Fa un cenno verso la scrivania. «Dai, stacchiamo questi cavi.»

Sofia lo guarda inginocchiarsi.

Antonio si abbassa con cautela, una mano sul bordo della scrivania e una sul ginocchio.

«Chi ha messo il pavimento così in basso?» borbotta.

Lei trattiene una risata e scivola indietro con la sedia quel tanto che basta per lasciargli spazio.

Per qualche secondo si sente solo il fruscio dei cavi. Poi Antonio trova la ciabatta e schiaccia l’interruttore.

Le spie del monitor si spengono, come occhi che si chiudono per il sonno.

Sofia distoglie lo sguardo e torna ai cassetti. Dentro trova soltanto qualche penna, un vecchio blocchetto di post-it, un evidenziatore ormai secco.

Antonio riemerge con una matassa di cavi in mano. Li libera uno a uno dagli ultimi collegamenti e li raddrizza tra le dita prima di arrotolarli con calma, in cerchi quasi perfetti.

Sofia posa le penne nella scatola degli effetti personali. Poi prende con entrambe le mani i gusci che ha posato sulla gonna e li lascia cadere sopra tutto il resto, uno dopo l’altro.

L’ultimo lo tiene tra le dita qualche secondo di più, prima di lasciarlo andare con gli altri.

Antonio la osserva, appoggiato al tavolo.

«Hai finito?» gli domanda lei.

«Sì.» Antonio guarda la sua postazione ormai spenta. «Adesso sì.»

Sofia si alza e si guarda intorno. «La prossima?»

Le scrivanie sembrano tutte uguali, adesso che le persone non ci sono più. Antonio indica col mento quella più vicina. 

«Marco.»

Marco scriveva la pagina sportiva. Sul piano della scrivania non c’è più niente di suo, ma Antonio si ricorda esattamente com’era quando era occupata: i comunicati stampa delle squadre locali sparsi ovunque, una tazza con scritto Deadline is my Cardio che qualcuno gli aveva regalato per Natale, tre anni prima, e che lo aveva fatto ridere per una settimana intera.

«Che tipo, Marco!» commenta Sofia. «È venuto con una bottiglia di prosecco bevuta a metà.»

Antonio è già mezzo sotto la scrivania.

«Eh, beata gioventù!»

Sofia alza un sopracciglio. «Sei invidioso, direttore?»

Antonio riemerge con i cavi in mano. «Io no. Le mie ginocchia sì.»

Sofia stacca i cavi dal monitor e glieli passa da sotto alla scrivania.

«E poi ha cominciato a chiamarmi in quel modo pure lui.»

Antonio si ferma un attimo.
«Sofiosa?»

«Sì.»

«Beh.»

«Beh cosa?»

Antonio riprende ad arrotolare i cavi.
«Almeno ti ha notata.»

Sofia lo guarda per mezzo secondo, poi scuote la testa mentre sorride.

«Pessimo.»

Si avvicina alla scrivania di Elisa e si inginocchia senza aspettare.

«Stavolta ci vado io» dice. «Prima che le tue ginocchia presentino il conto.»

Antonio non protesta. Si appoggia al bordo della scrivania e aspetta.

Sofia cerca la ciabatta a tastoni. «Stasera Elisa era quella che rideva di più. A un certo punto stavo quasi dimenticando che fosse una festa d’addio.»

«È sempre stata così.» 

«Mi ha insegnato a fare i pezzi di cronaca, lo sai? Il primo mese ero convinta di saper già scrivere.»

«Eh. Sofiosa.»

Sofia batte una mano sul pavimento. «Che palle!»

Antonio sghignazza. «Elisa era più paziente di me con i nuovi arrivati.»

«Con te ci ho messo due anni a capire come non farti venire l’orticaria.»

«Diciotto mesi» la corregge Antonio.

«Ah, l’hai contato?» Gli porge il fascio di cavi. «Insopportabile.»

Sofia si avvicina alla scrivania di Giovanni. Si ferma.

La scrivania di Giovanni è l’unica che sembra ancora abitata.

Una macchia secca sul piano. Un bicchierino di plastica incastrato tra il muro e la scrivania. Un quotidiano piegato a metà. Un post-it con scritto solo: RICORDARSI!!!

«Incredibile.» Antonio si passa una mano tra i capelli. «L’aveva riordinata ieri.»

Vicino alla stampante c’è ancora un foglio con un post-it appiccicato sopra: BOZZA — NON STAMPARE.

Sofia lo prende, prova a leggere. La pagina è fitta di correzioni a penna, tagli, frecce, parole riscritte sopra altre parole.

«Come abbiamo fatto a capirci qualcosa in tutti questi anni?»

Antonio si china a guardare da sopra la sua spalla. 

«Era Giovanni. L’importante era che si capisse lui.»

Sofia scuote la testa. Prova a sfilare il bicchierino incastrato tra la scrivania e il muro. Non viene via.

«Lascialo lì» dice Antonio, da sotto il tavolo. «Ci penserà chi smonterà la scrivania.»

«Poveretti.»

Antonio si tira su. Per un istante la redazione sembra ancora più silenziosa.

«È così strano» dice Sofia. «Continuo ad aspettarmi di sentirlo sbraitare da qualche parte.»

«Anche io. Non sembra nemmeno la nostra redazione senza Giovanni l’Urlatore.»

Antonio guarda le ultime due scrivanie, quelle che negli anni avevano ospitato i collaboratori esterni, i freelance, i praticanti. Aveva perso il conto di quante persone erano passate da quelle sedie. Ragazzi appena usciti dall’università, giornalisti di passaggio per qualche mese, qualcuno che era rimasto più del previsto e qualcuno che era sparito dopo due settimane senza salutare. E molti erano persino tornati per la festa di addio, più di quanti si aspettasse.

Sofia spegne entrambe le ciabatte rapidamente.

Resta solo la sua.

Alla scrivania di Sofia si fermano, ma nessuno dei due si inginocchia a cercare i cavi. Antonio recupera la bottiglia e i bicchieri dal bordo della scrivania accanto. Sofia sposta una scatola per fargli spazio. 

Si siedono. Antonio versa. Bevono in silenzio.

Sofia gira la bottiglia verso di lei. Osserva gli intagli del vetro, le noci disegnate sull’etichetta, il nome in corsivo elegante. 

«L’avevamo scelta io ed Elisa. Per te.»

Antonio la guarda da sopra il bicchiere. «Non lo sapevo.»

Sofia manda giù un sorso.

«Avevamo discusso mezz’ora con gli altri se regalarti una penna o una bottiglia. Io ed Elisa dicevamo che una penna ce l’avevi già.» 

Sofia accenna un mezzo sorriso.

«Giovanni voleva la penna. Diceva che “almeno quella la usi davvero”.»

Antonio solleva un sopracciglio.

«Beh. Col senno di poi, forse non aveva tutti i torti.»

Antonio sorride. 

Quando il vecchio direttore era andato in pensione, nessuno aveva fatto grandi discorsi. Da lunedì il direttore era lui. 

Quel giorno era arrivato al solito orario. Aveva preso il caffè come ogni altra mattina. Aveva litigato con Giovanni. Corretto un titolo.

Poi, alle undici Marco gli aveva allungato quella bottiglia dicendo Auguri, direttore! e qualcuno aveva tirato fuori una torta. 

Lui aveva ringraziato tutti, imbarazzato. 

Questa la apriamo per un’occasione speciale, aveva detto, e Giovanni, dall’altra parte della stanza, Cos’è, aspetti di andare in pensione?

Tutti avevano riso, e nessuno immaginava che l’occasione speciale sarebbe stata l’ultima sera della redazione.

«Sono già passati due anni. Incredibile.» Sofia sposta di lato la bottiglia. 

«Hai deciso cosa farai, direttore?»

Lui si passa una mano tra i capelli, guarda un punto imprecisato sulla parete.

«No.» Prende un sorso. «Per ora no.»

Si ferma.

«Mi hanno fatto una proposta. Ma non mi entusiasma.»

Sofia non chiede quale.

«E poi c’è… l’altra cosa.»

«Il Sud?»

Antonio fa un mezzo cenno, quasi impercettibile. «Dopo più di vent’anni qui, però… non credo il Sud sia ancora casa mia.»

Un sorso.

«E comunque» aggiunge, più piano, «non sono più il direttore di niente.» Controlla l’orologio. «Da dodici minuti.»

Sofia ride appena. «Però non hai ancora perso il vizio di correggere le virgole.»

Antonio distoglie lo sguardo.

«È difficile smettere, a cinquant’anni suonati…»

Sofia lo guarda. 

«Antonio.»

Lui alza appena gli occhi.

Lei aspetta che la guardi davvero, prima di parlare.

«Non sei fuori tempo massimo.»

Antonio resta fermo un istante, come se la frase gli si fosse appoggiata addosso. Poi abbassa lo sguardo sul bicchiere e lo fa ruotare piano. 

Con Sofia era sempre stato così: lo leggeva dentro senza dargli il tempo di nascondersi.

Antonio ha sempre cercato di non renderglielo facile. Poi ha smesso.

Ma a volte, quella capacità di arrivare dritta al punto lo lascia ancora scoperto.

Beve un sorso più lungo del solito, poi posa il bicchiere.

«E tu, invece?» le domanda. «Hai deciso?»

Sofia annuisce. «Penso che accetterò il lavoro a Milano.»

Lo dice piano, come se pronunciarlo ad alta voce lo rendesse troppo reale. 

Antonio non sembra sorpreso. «Grande gruppo?»

«Già.»

«Contenta?»

«Credo di sì.» Poi sorride, ma è un sorriso storto. «Mi spaventa un po’.»

«Milano?»

«No.» Fa un gesto verso la redazione. «Ricominciare da capo.»

Antonio annuisce, guarda la stanza. Poi di nuovo lei.

 «Nessuno ti chiamerà più sofiosa.»

Sofia abbassa gli occhi sul bicchiere. 

«No.»

Antonio tace. Pensa che, probabilmente, nemmeno lui avrà più occasione di chiamarla così. 

Per anni era bastato attraversare una porta, alzare gli occhi da un monitor, chiederle se aveva cinque minuti. Da domani, ogni parola avrà bisogno di un motivo.

«E pensare che all’inizio non ti sopportavo» dice Antonio, quasi tra sé.

Sofia non batte ciglio. «Lo so.»

«Si vedeva così tanto?»

«Si vedeva benissimo, direttore.»

Antonio appoggia il mento sulla mano. «Eppure eri odiosa lo stesso.»

Sofia sbuffa. 

«Diciotto mesi» gli rinfaccia.

«Sedici…» corregge lui.

Sofia alza gli occhi. «Insopportabile.»

Antonio soffia una risata breve. 

Dopo un anno e mezzo le aveva lasciato sulla scrivania una bozza scritta da lui. Non perché ci mettesse mano, ma per sapere cosa ne pensava.

Ricorda ancora l’espressione di Sofia quando aveva capito che faceva sul serio. Aveva cercato di nascondere quanto quella richiesta la rendesse felice. Non c’era riuscita. Da quando era arrivata, era la prima volta che sentiva di essersi guadagnata davvero il suo rispetto.

In realtà, lo aveva già ottenuto molto prima di quanto le avesse mai lasciato credere.

Pensa all’alluvione. Non ai faldoni portati su per le scale, non alla fatica, né alla soddisfazione di aver salvato il materiale storico della redazione. Solo un’immagine precisa, o meglio, un suono: i passi di Sofia sul pavimento sopra di lui, mentre combatteva con l’acqua nello scantinato. 

Sono passati degli anni. Molte cose sono cambiate. Ma non ha mai dimenticato quella sensazione, quando aveva sentito che Sofia era tornata.

Antonio abbassa gli occhi sul nocino rimasto nel bicchiere.

Sofia lo fa girare piano tra le dita, senza bere.

È rimasta anche stavolta. Come tre mesi prima, quando era arrivata la notizia. 

Antonio aveva letto il comunicato. Poche righe, davanti a tutti. Il gruppo editoriale aveva deciso di chiudere la testata. L’ultimo numero sarebbe uscito a fine trimestre. All’inizio nessuno aveva parlato. Poi erano cominciate le domande. E adesso? Da quanto lo sapevi? C’è davvero più niente da fare? 

Giovanni aveva alzato la voce più di tutti ed era uscito sbattendo la porta. 

Sofia non aveva detto niente. Quando tutti erano usciti, aveva portato in cucina le tazze del caffè rimaste sulla scrivania della riunione. Poi gli aveva chiesto solo: hai mangiato?

Avevano finito per andare a pranzo fuori, lasciando il comunicato lì sul tavolo dove era stato letto. Non ne avevano parlato per tutto il tempo. Solo qualche frase scollegata, sul giornale del giorno prima, su un pezzo da chiudere, su una notizia locale che nessuno aveva ancora letto bene. Per un po’ avevano parlato di sciocchezze, poi erano tornati in redazione.

Negli ultimi tre mesi avevano continuato a lavorare come al solito, o quasi. Ogni mattina era bastato entrare in quel luogo perché tutto sembrasse ancora al suo posto. Ma adesso, quel posto sta per scomparire davvero.

«Forse è ora di andare a casa» dice a un tratto Sofia. «Sembra che non ci sia proprio più niente da fare.»

Antonio guarda la redazione. «Con Elisa avremmo già spento tutto due ore fa.»

Sofia accenna un sorriso. «E avremmo pure controllato tre volte le prese.»

Resta un momento in silenzio, poi guarda la stanza come se cercasse un appiglio che non c’è più.

«Non pensavo che sarebbe stato così difficile andare» mormora Sofia.

Antonio alza le spalle. «Io non ho nessuna fretta.»

Sofia tira su col naso.

«Aspettiamo ancora un po’?»

Antonio sorride.

«Abbiamo tutta la notte davanti.»

Fuori la pioggia ha quasi smesso. 

Qualche rara auto passa sulla strada, schizzando acqua dalle pozzanghere.

Nel silenzio della redazione, l’ultima ciabatta continua a ronzare, senza che nessuno la spenga.

 

 

 

 


Note
Sofioso/a è una parola del parlato meridionale, difficile da tradurre con un unico equivalente italiano. A seconda del contesto può significare schizzinoso, lezioso, permaloso o un po’ snob. Nel rapporto tra Antonio e Sofia perde quasi del tutto il suo valore negativo e diventa un nomignolo affettuoso.

 

   
 
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