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Autore: sinfovnia    28/06/2026    1 recensioni
Storia partecipante al contest “Novelle Notturne” indetto da mystery_koopa sul Forum di EFP.
Una donna con una terribile emicrania decide di risolvere i suoi problemi da sé.
Genere: Thriller | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Storia partecipante al contest “Novelle Notturne” indetto da mystery_koopa sul Forum di EFP.

Passi 

La proposta di matrimonio non era arrivata all’improvviso. L’avevano anticipata mesi di conversazioni, di porte sbattute, di “Dici così solo perché non sei ancora sposata”. Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, era diventato sempre più difficile provare a controbattere. Nessuna motivazione è abbastanza per chi non vuole ascoltare. E la verità è che, dopo tutti quegli argomenti a favore così precisi, curati e puliti, si sentiva anche stupida a dire di no. Come se i suoi, di argomenti, non fossero stati frutto di una riflessione durata circa trent’anni, ma di un semplice capriccio, di un principio malato e contorto, basato su qualche trauma o delusione ricevuta da bambina. È facile perdere il confine tra ciò che si è e ciò che gli altri pensano che si sia, quando si discute tutto il giorno con un avvocato. Questo lo sapeva. La sua parlantina magica, in grado di incartare e incantare madri e bambini, era stata ciò che l’aveva attratta all’inizio. Di certo non avrebbe mai immaginato che si sarebbe ritrovata a dire “sì” alla proposta di quell’uomo così affascinante, inginocchiato davanti a lei sul tappeto persiano della nonna, in mezzo a una platea di parenti che la guardavano con le bocche spalancate e i bicchieri di vino ancora pieni. Lo aveva detto, però. Aveva detto sì, aveva preso l’anello, e aveva deciso di chiudere per sempre, lontano in un cassetto remoto del suo cervello, l’idea che il matrimonio non fosse altro che una gabbia creata per tenere buoni e zitti quelli che vogliono solo sentirsi liberi. Mesi dopo c’era stato il vestito bianco, il velo, la camminata lungo il pontile accompagnata da papà, e tutto era andato così velocemente che il giorno dopo l’anello d’oro al dito sinistro le sembrava ancora estraneo, come se fosse apparso lì durante la notte, mentre provava a dormire sotto le pesanti coperte bianche.
Le avevano detto che si sarebbe abituata alla vita matrimoniale, all’uomo che le sembrava sempre più distante e che la avvicinava solo di notte con le sue mani fredde e ruvide, prima di strisciare via fuori dal letto come un verme per andare chissà dove. Tuttavia, a cinque anni dalla grande festa, a cambiare era stata solo la frequenza con cui intravedeva l’ombra del marito attraversare i corridoi bui della villa che lui stesso aveva insistito per comprare. Tanto meglio. Lui non faceva altro che peggiorare il suo mal di testa. Sentiva il cervello pulsare contro la scatola cranica non appena il tap tap dei suoi mocassini di merda raggiungeva la soglia della porta. Avrebbe potuto giurare che lo facesse di proposito, che camminasse fin lì senza nessun motivo se non quello di farle scoppiare la testa. Tap. Tap. Tap.

Beveva molte tisane. Qualche anno prima, forse poco dopo il primo anniversario, aveva visto un medico per quell’emicrania che stava appena iniziando a infastidirla. In quei giorni succedeva solo la mattina. Il dolore non era insopportabile, ma la costringeva comunque a chiudere gli occhi ogni volta che sentiva un rumore improvviso o che la luce del sole le perforava la fronte. Il medico le aveva consigliato di assumere tanti liquidi, perché non poteva essere che un problema di idratazione. “Ottimo,” aveva detto suo marito. “Ti comprerò dei semi di valeriana, così avrai qualcosa da fare quando non ci sono.” E così aveva piantato le prime piante nel loro giardino. Le aveva annaffiate con costanza per un bel po’, curandosi di parlare con loro come si fa con i bambini. Poi un bel giorno si era svegliata e il tap tap fuori la porta le aveva impedito di alzarsi dal letto. Solo quando il sole era finalmente calato, lasciando spazio al buio soffocante delle notti di montagna, era riuscita a uscire per tendere al giardino. Nelle settimane a seguire smise totalmente di lasciare la stanza durante il giorno, e lui divenne ancora più lontano, al punto che iniziò a essere difficile per lei ricordarne i contorni del viso, il modo in cui la bocca si muoveva quando pronunciava il suo nome.

La notte portava con sé un gran conforto, specialmente d’estate. Lì dove viveva il clima tendeva a essere piuttosto fresco tutto l’anno, ma con luglio arrivavano anche grilli e cicale, che popolavano il suo giardino offrendo in cambio il loro canto. Proprio come adesso, che se ne sta seduta sulle scale che vanno dalla terrazza della sua camera da letto ai ginepri. Tiene la testa appoggiata al corrimano in mano, che è freddo e le permette di concentrarsi su qualcosa che non sia il tap tap di quei tacchetti merdosi da cui la separano almeno otto muri. La brezza estiva le accarezza la pelle delle guance, e rabbrividisce. Si strofina le braccia e guarda verso il cielo. Nero, senza stelle. Il suo piede batte sul gradino accompagnando il frinire dei grilli. Inspira ed espira, e il profumo del prato ancora bagnato dopo la pioggia del pomeriggio le invade le narici. Prova a fare un calcolo mentale di quanto tempo sia passato. Cinque anni dal matrimonio, quattro anni dalla prima visita medica. Quanto tempo dalla prima notte estiva passata in giardino? Tre anni? Otto mesi? Una formica si avvicina timida al suo piede destro, che la schiaccia prontamente. C’è qualcosa che le sta sfuggendo. Un’altra data, un pensiero. Ce l’ha sulla punta della lingua, è evidente dal modo in cui corruga la fronte mentre guarda verso il cielo nerissimo sopra di lei. È lì, proprio lì, o almeno è quasi lì, quel pensiero che scappa dalla punta della lingua per andarsi a rifugiare dietro l’ugola, giù per la gola, e poi torna su, a batterle dietro i denti. Cos’era? Tap, tap. Cristo santo. Si alza di botto, cercando ancora quel pensiero che gioca a nascondino dentro la sua bocca, e si dirige verso la camera da letto, spalancando la porta. Tap. Tap. Si stringe la testa tra le mani, come se potesse obbligare il cervello a smettere di pulsare semplicemente strozzandolo. È buio. La mano sinistra rimane fissa sulla fronte, stringe, contiene; la mano destra cerca l’interruttore della luce sul muro senza successo. Dove cazzo è? Sposta la mano più su, trovando solo le pieghe della carta da parati a fiori. Il pensiero, nel frattempo, sta arrivando ai polmoni, sta facendo un giro attraverso i bronchioli, e presto risalirà per la trachea. La mano destra viaggia rapidamente verso il basso, inciampando su un tavolino. Fa troppo caldo, il dottore ha detto che per il mal di testa deve cercare di non stare troppo tempo al caldo, il caldo soffoca il cervello, qualcosa del genere. Afferra un vassoio d’argento. Freddo. Tocca i manici, lo trascina verso di sé. È pesante. Ricorda di averlo riempito di candele profumate qualche tempo fa. Lo afferra con entrambe le mani, gettandone il contenuto a terra. Schegge di vetro le graffiano i piedi. Tap, tap. Dio mio, dio mio, dio mio. Si porta di vassoio alla testa, trovando un po’ di sollievo. Resta immobile per qualche secondo, inspirando ed espirando. Le cicale, fuori, non cantano più; forse le ha spaventate il rumore del vetro che si infrangeva a terra, o forse sono semplicemente stanche di quel tappettare lento e assillante otto muri più in là. Con il vassoio ancora contro la fronte prende i primi passi nel buio. È una strada che ha già fatto migliaia di volte, eppure oggi ha qualcosa di estraneo, come se qualcuno avesse spostato tutti i mobili mentre lei era distratta in giardino. C’è qualcosa che le bagna la pianta del piede. Appiccicoso e scivoloso al tempo stesso. Lentamente solleva la gamba. Prova a guardare, ma gli occhi sono appannati, il buio sovrasta ogni immagine. Con i polpastrelli, toccando delicatamente, riesce lo stesso a identificare una scheggia che si è piantata al centro del piede. La estrae lentamente, provando ad asciugarsi allo stesso tempo. Dov’è il tappeto? È stato sicuramente lui, si dice, lo ha spostato lui. Ha spostato tutto mentre era fuori, e ora fa allegramente tap tap a otto muri di distanza. Si lecca un dito e pulisce via il sangue dal piede. Questa cazzo di scheggia te la faccio ingoiare, pensa. Devi solo fare un altro passo, e giuro su Dio che te la faccio ingoiare. Con la mano sinistra trova l’uscio della porta che dà sul corridoio. Tap, tap.

C’è un grido che squarcia la notte, poi il rumore di qualcosa che urta un muro, o forse una pianta. Piedi che corrono lungo un corridoio lunghissimo che sembra non finire mai. “Dove sei?” grida, senza risposta. Tap, tap. “Esci fuori, pezzo di merda!” Tap, tap. Corre per i corridoi scavando col vassoio piccole strisce nel muro. C’è odore di fiori marci. Erboso, dolciastro, vomitevole. Improvvisamente il corridoio s’interrompe, e il vassoio cade sordo su un mobile in legno quando il sostegno del muro che sta scavando viene a mancare. Riconosce il soggiorno dal pavimento che cambia sotto i suoi piedi, passando dal parquet alla mattonella. Freddo. Una mosca le ronza accanto all’orecchio. Che schifo, pensa, mentre la schiaccia tra le mani. Ha smesso di correre. C’è qualcosa nell’aria. Forse è quel pensiero che non riesce a trovare, che si è incastrato nelle ventole dell’aria condizionata e rende tutto più denso. Cammina piano, la mano sinistra che traccia il perimetro della stanza. Le sue dita inciampano su una levetta liscia. Dio, sì, grazie. L’interruttore. Tap, tap. Preme forte il pugno verso il muro, spostando la levetta verso il basso. Eppure, non cambia nulla. Su, giù, su, giù. Il buio è ancora lì, e ora che si tocca gli occhi sente la testa che ricomincia a pulsare. Respira. Dentro, fuori. Su, giù. Tap tap. Non ci sono interruttori in grado di accendere la luce in questa casa. Dio, mi manca l’aria. Dio, Dio, Dio. Indietreggia. Come ha potuto dimenticarlo? Deve trovare l’uscita, deve tornare fuori. Lo amava così tanto. Era così dolce con lei. La proposta sul tappeto persiano della nonna. Dov’è il tappeto? Lo avevano spostato in camera da letto quando si erano trasferiti, ma ora qualcosa le sfugge, è lì, di nuovo che batte tra la lingua e i denti. Gattona indietro per il corridoio. Lui le voleva bene. Si prendeva cura di lei. Quando aveva smesso di saperlo? Otto mesi fa. Aveva smesso otto mesi fa. Lui l’aveva portata a quel controllo di routine. Avevano bevuto la tisana fatta con le foglie di valeriana raccolte l’anno prima. La luce si era spenta del tutto. E il vassoio… Il vassoio con le candele profumate. Dicono che se continui a sentire l’odore di qualcosa per ore, probabilmente hai qualche particella o molecola attaccata al naso. Le aveva comprato dei fiori? No, non erano fiori. Le portava le arance. Tutte le settimane. Gliele portava dalla città. Scherzava. Diceva che le arance si portano ai carcerati, ma a lei piacevano da morire. Succose, arancioni, vive.

Una mosca si posa sul suo braccio. Stavolta combatte l’istinto di ucciderla. Lascia che stia un po’ lì, che passeggi sulla sua pelle prima di volare via verso corpi più interessanti. E quando si muove, ne segue il ronzio. È un rumore familiare, come quello della tv quando non prende il segnale, e si fa sempre più forte. C’è puzza di marcio. Il suo piede ha ricominciato a sanguinare. Con le mani cerca un lenzuolo con cui pulirsi. I suoi polpastrelli incontrano fibre morbide. È il tappeto persiano della nonna. E fa tap tap.
   
 
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