Alba del Nord
La donna si sbatté la porta dello studio alle spalle, dirigendosi subito verso la finestra aperta; si accese una sigaretta e iniziò a fumare appoggiata al davanzale, i corti ricci neri incollati alla fronte bagnata.
“Scommetto che ne hai appena finita un’altra giù davanti al portone. Nervosetta anche oggi, Kate?”
“Lascia perdere. Mi ha chiamato quella stronza della mia ex, vuole ancora soldi. Stavolta per il divano, dice che se voglio tenermelo devo darle metà di quanto l’abbiamo pagato. Le ho detto di venirselo pure a prendere, che la mia parte nemmeno la voglio e che può pure infilarsela nel culo. E quella cosa mi risponde? Che mi farà scrivere dall’avvocato. Troia. Solo contanti, vuole. Solo quelli!”
“Non pensavo che anche voi ve la passaste così male. Sarà andata a lezione dalle mie ex mogli, già tanto se mi hanno lasciato le mutande, pure loro…”, rise amaramente, fino a scoppiare in un breve attacco di tosse roca. “E smettila di fumare così tanto, se non vuoi ridurti così anche tu”.
“Sta’ zitto, Bill, che ho già le palle girate”.
“Va bene, sto zitto. Però ti ho fatto il caffè, è qui sulla scrivania”.
Kate spense il mozzicone, consumato solo a metà. Fuori continuava a piovere, le insegne al neon del nightclub dall’altro lato della strada ancora accese, nonostante le saracinesche abbassate. Si tolse la giacca di pelle e, sbuffando, la lanciò su una sedia. Il caffè nero, amaro e bollente, le cancellò velocemente il sapore del fumo dalle labbra.
“Avere davanti agli occhi ogni giorno il posto in cui l’ho conosciuta non aiuta. Spegnessero almeno quella cazzo di luce rossa…”
“Posso darti una buona notizia?”
“Vai”.
“Abbiamo un appuntamento tra dieci minuti. Ha chiamato poco fa un uomo con accento dell’est, ha chiesto espressamente di te”.
“Gliel’hai detto che siamo investigatori privati e non un’agenzia di puttane?”
“Kate e che cazzo!”
“Non sarebbe la prima volta che succede”.
“Non esagerare, è successo una volta sola”.
“Una volta di troppo”, sbuffò nuovamente, sedendosi di fianco al collega. “Ti ha detto altro?”
“No, abbiamo solo concordato l’incontro per le nove e mezza”.
“Nome?”
“Nessuno”.
Kate si passò una mano tra i capelli, dubbiosa. “Resti anche tu?”
“Che c’è, hai paura? Comunque sì, lo sai che non ho niente da fare”.
“Ma va, so solo che sei un impiccione. A proposito, l’appostamento a Paddington per fotografare quel tizio con l’amante?”
“In pausa pranzo”.
“Capito”.
Iniziarono entrambi a picchiettare le dita sul tavolo, a ritmo sincronizzato. Una strana abitudine che si portavano dietro da anni, ma che ogni volta le strappava ancora un sorriso, pensò Kate. Dieci anni di guadagni risicati e di divorzi – quelli in cui avevano aiutato i propri clienti a raccogliere prove, certo, ma anche i propri, tre da una parte e uno dall’altra.
C’era poco di cui sorridere, in effetti.
Il citofono suonò puntuale, Bill si alzò ad aprire portone e ingresso. Poco dopo, un giovane uomo massiccio, quasi due metri d’altezza, fece la sua comparsa sul pianerottolo con dietro una ragazza minuta, annunciata soltanto dal rumore dei tacchi sulle piastrelle. Entrati nello studio, lui rimase in piedi di fianco alla porta, le mani giunte dietro la schiena, mentre lei, vent’anni all’incirca, venne avanti, sedendosi dal lato opposto della scrivania rispetto a Kate: bionda cenere, profumo floreale intenso e rossetto lucido, il riflesso dei neon attraverso la finestra a crearle un’ombra cremisi sul volto. Si tolse la giacca lentamente, rivelando un elegante tailleur rosa e una camicetta bianca, leggermente scollata. Lo sguardo d’intesa tra Kate e Bill fu automatico.
“Buongiorno”. Inglese perfetto, nessuna inflessione. “Non avete una sala d’attesa?”
“No, signorina…”
“Viktorya Kuzmanova, piacere di conoscervi”, rispose lei allungando la mano. Kate ricambiò la stretta con sicurezza, osservandola dritta negli occhi. Verde smeraldo.
“No, signorina Kuzmanova, ci dispiace. Come può vedere non siamo certo un’agenzia per-”, s’interruppe, mordendosi la lingua. “Kate Lewis, piacere mio. E lui è il mio socio, William Baker”.
“Vi conosco, ho sentito parlare molto bene di voi. Dimitrij, puoi aspettarmi fuori, per favore?” disse poi voltandosi. Lui rispose soltanto con un cenno del capo, uscendo e chiudendosi la porta alle spalle.
“È stato lui ad averci chiamati, poco fa?”
“Sì. Scusate se è stato un po’ brusco, l’inglese non è il suo forte”.
“Allora, ci dica pure”.
La ragazza si appoggiò allo schienale, mantenendo una postura perfettamente controllata. Sollevò sulle ginocchia una vistosa borsetta in coccodrillo nero, la aprì e ne estrasse un foglietto, che dispiegò accuratamente sul tavolo.
Ti stai godendo la vita e i nostri soldi… ma presto arriverà il tuo momento, stanne certa.
“L’avrete già intuito vedendo Dimitrij, ma non è la prima volta che ricevo minacce di questo tipo”. Fece una breve pausa, sistemandosi una ciocca dietro all’orecchio. “Vedete, la mia situazione famigliare è… un po’ complicata”.
Bill sorrise appena. “Non siamo nessuno per giudicarla, non si preoccupi”.
“Sono la figlia illegittima di un imprenditore del settore energetico, uno dei più influenti, in Russia. Anche se porto il cognome di mia madre, lui non mi ha mai fatto mancare nulla: abiti, viaggi, appartamenti, la London Business School… e a molte persone la cosa non è mai andata giù”.
“Moglie e figli legittimi, immagino”, fece Kate, sottovoce.
“Sì, ma non solo. Probabilmente lo sapete anche voi, che certi patrimoni non possono essere costruiti senza far torti a nessuno, e mio padre ne ha fatti molti, negli anni, a persone che difficilmente accettano la sconfitta”.
Kate ammirò per un istante la sfumatura fiera nello sguardo della sua interlocutrice, stupendosi nel contrasto con l’immagine pacata, aristocratica, che aveva tenuto fino a quel momento. “Signorina Kuzmanova”, disse infine, “se già ha una guardia del corpo personale, per quale motivo si è rivolta a noi… anzi, specificamente ha chiesto di me?”
“La questione è molto semplice. Tramite mio padre sono stata invitata a un gala di beneficenza esclusivo, organizzato dalla moglie dell’ambasciatore russo qui a Londra per il Giorno della Vittoria, il 9 maggio. Capirà che non posso assolutamente mancare”.
Oh sì, come le capiva bene, le terribili incombenze della vita da ricchi! Tappeti rossi, gioielli, ostriche e champagne. Niente a che vedere con la musica techno e l’insegna scassata del Butch lì sotto, al piano terra dirimpetto.
Viktorya continuò. “Il problema è che sì, a ogni invitato è concesso un accompagnatore a scelta… ma la cena è riservata soltanto a un pubblico femminile, senza alcuna eccezione consentita. Non potendo portare Dimitrij avevo pianificato di andare con un’amica, ma dopo aver trovato questo biglietto nella buca delle lettere ieri pomeriggio… no, non posso rischiare. Ed è per questo che voglio lei al mio fianco, signora Lewis. Mi rendo conto di starle proponendo qualcosa di molto più rischioso dei suoi soliti incarichi, e capirò un eventuale rifiuto. Sia chiaro, può scegliere liberamente il compenso. Non ho limiti di spesa, per quanto riguarda la mia sicurezza”.
Kate si sporse in avanti, poggiando un gomito sul tavolo. “Signorina Lewis, innanzitutto”.
“Certo, mi scusi”, rispose Viktorya, inflessibile.
“Ho solo una domanda da farle, prima di accettare”.
“Kate, cosa stai dicendo, non puoi-” s’introdusse Bill.
“Non ora, William”, lo fermò lei con un gesto della mano, senza nemmeno rivolgergli lo sguardo. Poi continuò il suo discorso: “Signorina Kuzmanova, mi deve dire perché ha scelto di cercare autonomamente una protezione, invece di chiedere aiuto a suo padre. Non si fida nemmeno di lui?”
La ragazza sbarrò gli occhi per un istante solo, per poi ricomporsi in fretta. “Questa domanda mi stupisce molto. Ma sarò sincera, contando sulla vostra riservatezza. Mio padre già ha messo al mio fianco Dimitrij, che in pubblico finge di essere il mio fidanzato, e non avrebbe problemi a trovare un’ex agente dei servizi segreti, o chissà quale altra donna da far passare come mia zia o amica d’infanzia. Di lui mi fido, ciecamente. Di chi potrebbe intercettare i messaggi che ci scambiamo, per hackeraggio o perché dorme al suo fianco a Mosca, invece, molto meno. Non posso rischiare che per un qualsiasi incidente la mia scorta non arrivi in tempo, o peggio”.
Kate le tese la mano. “Ci sto. Ai dettagli ci pensiamo poi”.
Al suo fianco, Bill era pallido come un fantasma.
*
“La popolana dell’East End che studia alla Business School con una borsa di studio e ha fatto amicizia con la riccona di turno. Cinque anni di meno li dimostro tranquillamente. Mi si addice come profilo con cui presentarmi all’ambasciatrice, non trovi Bill?”
“Continuo a pensare che sia una pessima idea. Sei ancora in tempo per tirarti indietro, Kate”.
“La prima cosa che prendo con i soldi della russa è un divano rivestito d’oro, in onore della stronza. E poi vuoi mettere, un’uscita a cena con una figa del genere? Tu non te la faresti mai sfuggire un’occasione simile!”
“Non quando la suddetta figa è sotto il tiro dei sicari del KGB!”
“Non farla tragica… la paga è sproporzionatamente alta, i soldi ci servono, e neanche l’ultimo dei cretini proverebbe a compiere un omicidio in casa di uno che è culo e camicia col dittatore. Devo solo farle da accompagnatrice e godermi il buffet, né più né meno”.
“Se lo dici tu…”
“Vedrai, questa sarà la svolta, per noi. Se riusciamo a farci conoscere in certi ambienti come professionali e affidabili…”
“Vola piano con la fantasia, Kate”. Bill allungò una mano in tasca, estraendone sigaretta e accendino. Poco dopo, una nuvoletta di fumo grigio si spanse all’interno della stanza.
“Troppo pigro per andare alla finestra?”
“Che importa, se con i soldi che ti darà la biondina ci possiamo comprare un nuovo ufficio?”
“Ma sta’ zitto, cretino!”, rise lei, “E vedi di non sfottere troppo, se vuoi dividere l’incasso!”
“Come se il bonifico non fosse intestato all’agenzia, idiota che non sei altro!”
“Senti, vecchio, accendine una anche a me”, concluse Kate, allungando la mano verso il collega.
“Stasera vai da lei per gli ultimi dettagli?”
“Sì, mi deve prestare uno dei suoi abiti, dovrebbe starmi. Di certo non posso andare con la camicia a quadri”.
“Non ti spogliare troppo in fretta, allora”, le strizzò l’occhio Bill.
“Non sono una che corre, lo sai…”, rispose, aspirando profondamente una boccata di fumo. “E poi sono ancora una donna sposata, per quel che vale!”
***
Viktorya si versò un bicchiere di limonata, ammirando le luci arancioni del tramonto stagliarsi sui giardini di Regent’s Park dalla finestra del soggiorno.
“Ne vuoi un po’ anche tu, Dima?”
“No, grazie”, rispose lui, lasciandosi andare contro lo schienale del sofà.
“Dovresti rivestirti, tra poco arriverà l’investigatrice”.
“E tu avresti dovuto prendere una vera guardia del corpo, per la festa, non una così. Quella al massimo ha dato due pugni al bar. E vedendoti arrivare con lei chissà cosa penseranno”.
“Che pensino”. Svuotò il bicchiere in un solo sorso. “Che c’è, sei geloso?”
“No. Vika, mi preoccupo per te”.
“Per la mia sicurezza, per la mia reputazione… non sei mio padre, sei soltanto pagato da lui. E non sei nemmeno il mio fidanzato, anche se ti piace tanto fingere il contrario”.
“Non mi sembra tu abbia finto, prima”.
“Te lo ripeto, vatti a vestire”.
“Posso farmi vedere o devo anche rimanere chiuso in camera?”
“Ti odio, quando fai così”.
L’uomo lasciò la stanza, scomparendo nel corridoio dell’attico. Viktorya controllò l’ora, si sistemò il trucco e, nell’attesa della sua interlocutrice, si sedette sul divano con il computer sulle gambe. Riordinati gli appunti di finanza, aprì la casella di posta, trovandoci un’email da parte del padre, arrivata da pochi minuti. Strano, pensò, è quasi mezzanotte a Mosca, adesso. Se davvero ci fosse stata un’urgenza, mi avrebbe scritto un messaggio.
Cara Vika,
ho sentito l’ambasciatore al telefono, oggi pomeriggio, mi ha detto che non vede l’ora di conoscerti. Perché non indossi l’abito dorato che ti ho regalato per il compleanno? Saresti la più bella di tutte. Anzi, lo sei sempre. Un bacio,
Papà
Viktorya sentì il respiro affannarsi. Eccola, maledetta.
“Dima!” chiamò a gran voce, senza ricevere risposta. “Dima, vieni, per favore!”
“Arrivo”. Dimitrij tornò in salotto indossando il solito paio di jeans e una felpa militare. “Che c’è, vuoi controllare come sono vestito per l’arrivo della Regina d’Inghilterra?”
“Leggi qui”.
Lui rimase per un attimo in silenzio, concentrandosi sullo schermo.
“Ok… e quindi?”
“Pare proprio che la vecchia mi voglia ammazzare…” disse lei, un leggero tremolio a inclinarle la voce.
“Vika, cosa stai dicendo?”
“Mio padre sa benissimo che l’ambasciatore non ci sarà, al ricevimento, e figurati se ricorda quale vestito mi ha regalato per il compleanno, tra tutti quelli che compro. Di sicuro lui adesso sta dormendo, e quella gli ha preso il computer”. Sì, doveva essere così, non poteva averla scritta lui. Non poteva.
Si guardarono negli occhi, nessuno aggiunse altro. Nella mente della ragazza, uno strappo all’altezza dello stomaco squarciò la complessa trama dell’abito, lasciando sgorgare un fiume scarlatto sempre più copioso, macchiando i marmi bianchi del Ritz.
Il cellulare di Dimitrij iniziò a squillare. “È la Lewis, sarà arrivata”.
“Vai giù a prenderla, io… ho bisogno di un attimo”.
“Vika…”
“Non dirle niente. Niente!”
“Non lo farò”.
Lui uscì, e una lacrima le scese lungo il viso. Viktorya chiuse gli occhi, cercando di rimuovere l’immagine del suo corpo rigido dalla testa, procedendo con respiri lenti e profondi. Metterò un altro abito e resterò sempre in pubblico e vicina a Kate, non devo fare altro, si disse, iniziando a contare alla rovescia da cento a zero per calmare l’agitazione. Le sembrò funzionare.
Si asciugò il viso col dorso della mano, controllò con la telecamera interna del cellulare di non essersi sporcata la guancia con il mascara, spense il pc e si diresse a passo svelto in cucina, per recuperare la caraffa di limonata e tre bicchieri puliti. Il rumore del chiavistello. Passi, un buonasera declamato a gran voce in cockney.
Tornata in sala col vassoio in mano, trovò Kate intenta a togliersi la giacca di pelle, rivelando una camicia stropicciata al di sotto, e Dimitrij in piedi di fianco all’uscio, come da prassi.
“Signorina Lewis, benvenuta! Gradisce un po’ di limonata?”
“La ringrazio, signorina Kuzmanova. Ma credo sia il caso di lasciare da parte le formalità. Tra pochi giorni dovranno crederci migliori amiche, dopotutto”.
“Giusto, Kate. Accomodiamoci pure sul divano. Dimitrij, prendi pure qualcosa da bere anche tu, ti ho portato un bicchiere”.
“Grazie”. Approfittando del fatto che l’inglese si fosse girata di spalle, Dima le chiese come stesse con il labiale; lei rispose con lo sguardo, tornato sicuro come sempre, prima di congedarlo e raggiungere Kate vicino alla vetrata.
“È proprio un bel panorama, vero?”
“Soprattutto a quest’ora, col cielo a metà tra arancione e rosso sangue”.
Le mani di Viktorya ripresero a tremare e lei strinse forte i bordi del vassoio, facendo tintinnare i bicchieri. “Un’immagine più macabra che romantica, oserei dire. Comunque suggestiva”. Le uscì di bocca, il tono gelido.
Rimaste sole nella stanza, le due si sedettero ai lati opposti del divano a L.
“Posso offrirti anche qualcosa da mangiare, Kate?”
“No, grazie, ho già cenato per strada. Un panino al volo. Veniamo subito al sodo: ci sono nuove informazioni, per venerdì?”
“L’appuntamento è al Ritz per le nove. Direi di trovarci qui da me un paio d’ore prima per prepararci e poi andare lì in taxi. L’ho già prenotato”.
“Ottimo, studierò la planimetria. L’abito?”
“È di là, tra poco vado a prendertelo. È uno dei più semplici che ho, una jumpsuit nera. Ho pensato potesse starti bene. Puoi anche tenerla se ti piace, a me va larga”.
“Grazie, Viktorya. Penso che te la restituirò. C’è altro?”
La ragazza esitò per un attimo, ma non disse nulla. Se avesse saputo quanto la minaccia fosse reale, la Lewis avrebbe potuto tirarsi indietro, o peggio, agire in modo sconsiderato davanti alla moglie dell’ambasciatore. Dovevano rimanere calme entrambe, e tutto sarebbe filato liscio. Non era così difficile.
“Ah, sì, quasi dimenticavo”, finse, un mezzo sorriso a incorniciarle il volto, “ricorda di portare un documento, meglio il passaporto, se ce l’hai”.
“Sarà fatto. Serve anche la licenza SIA?”
“Sì, meglio avercela. Dimitrij ce l’ha sempre dietro. Ma direi di non mostrarla, se non strettamente necessario”.
“Concordo”.
Si osservarono per un istante, in completo silenzio. Lo sguardo di Viktorya vagava sul viso di Kate, tra le labbra rosee e gli occhi scuri, gli zigomi alti, la mascella squadrata.
“Vado a prenderti l’abito, puoi provarlo in bagno, è dietro quella porta”, le disse, indicando a sinistra. Era sicura che le sarebbe stato bene. Davvero bene.
***
Non riusciva a toglierle gli occhi di dosso.
Viktorya riusciva a splendere anche nel sedile posteriore di un taxi, illuminata soltanto dalla luce del telefono e dai riflessi delle paillettes del suo vestito. Fuori dal finestrino, le insegne di Soho si rincorrevano brillanti, i neon distorti attraverso la pioggia fitta.
Kate si girò all’indietro solo per controllare che la moto di Dimitrij li stesse ancora seguendo. La ragazza aveva insistito affinché ci fosse anche lui, sebbene non potesse entrare, e Kate non aveva avuto nulla da obiettare, pensando che si trattasse giusto di un eccesso di paranoia.
Erano leggermente in ritardo, a lei non importava. E nemmeno Viktorya, a dire il vero, sembrava particolarmente preoccupata dalla questione: si era cambiata d’abito una decina di volte, prima di uscire, facendosi anche scattare diverse foto con un abito dorato indosso prima di scartarlo e passare all’argento. Ognuno ha i suoi vizi, pensò Kate, beata lei che se li può permettere.
“Viktorya?”, la chiamò con voce esitante. L’altra alzò gli occhi dallo schermo, lo sguardo di Kate cadde sull’ampia scollatura a V.
“Sì?”, sembrava sovrappensiero.
“Dovrei scusarmi con qualcuno, per il ritardo?”
“Non preoccuparti, penserò a tutto io. Sei fortunata a non parlare russo. Al massimo ti rivolgeranno qualche chiacchiera di circostanza. Se la situazione è tranquilla, puoi pure goderti la festa come preferisci, cerca solo di non perdermi di vista del tutto”.
Kate abbassò la voce, nonostante il taxista sembrasse tutt’altro che interessato alla loro conversazione: “Ho intenzione di rispettare il mio incarico con professionalità”.
Viktorya si raddrizzò sul sedile, riponendo il cellulare nella pochette. “Certo, non volevo metterlo in dubbio. Mi sono espressa male”.
Si girò anche lei. La moto del bodyguard si era dovuta fermare a un semaforo, ma le avrebbe presto raggiunte.
“In caso… servisse, dove ci aspetterà? Sul retro?” fece Kate, con un gesto del capo.
“In un bar nei dintorni. Due minuti a piedi, uno correndo”.
“Buono a sapersi”. Vedrai che non ce ne sarà bisogno, avrebbe voluto aggiungere, ma non lo fece. Non era compito suo rassicurarla, e anzi, in quel momento Viktorya sembrava più tranquilla che mai, riguardo alla festa. Si era forse resa conto di star sprecando un patrimonio per portarsi dietro un’inutile compagnia? Beh, cazzi suoi. I soldi ce li ha. E Kate li avrebbe accettati ancor più volentieri, se davvero l’unico problema della serata sarebbe stato scegliere tra caviale e tartine al salmone.
“Siamo arrivati, signorine”.
Kate scese per prima, mentre Viktorya pagava la corsa. Si diresse dal lato opposto del veicolo, coprendosi malamente la testa con la borsa nel vano tentativo di non bagnarsi, aprì la portiera alla sua cliente e, prendendola per mano, la condusse velocemente sotto ai portici dell’hotel.
Mostrarono i passaporti e, da lì, Viktorya fece strada: parlò con l’addetto alla reception e iniziò a chiedere alcune informazioni sul programma dell’evento. Dietro al bancone, uno specchio a parete rifletteva l’opulenza dell’ingresso e delle persone che lo attraversavano: cameriere, valletti, donne di ogni età avvolte in pellicce, abiti lucenti e tacchi vertiginosi. Osservandosi, Kate quasi non si riconobbe: trucco leggero a mitigare i tratti duri del viso, un’elegante acconciatura raccolta, il tessuto soffice della tuta che le fasciava i fianchi in una linea sorprendentemente morbida. Guarda cosa ti sei persa, stronza, pensò. E il vestito me lo tengo, anche se non lo metterò più.
Tramite lo specchio, oltre le vetrine del foyer, intravide anche lo sguardo gelido di Dimitrij, lo stesso con cui l’aveva accolta nell’attico di Marylebone Street. L’uomo era immobile in postura militare, zaino in spalla, infradiciato; solo quando un membro del personale dell’hotel gli si avvicinò si decise ad allontanarsi, risalendo a bordo della moto e sfrecciando dietro ai taxi e alle auto blu che avevano scaricato gli ospiti.
Quando Viktorya fece cenno a Kate di seguirla, erano le nove e dodici minuti.
La sala del ricevimento, pensò la detective, superava ogni sua aspettativa: marmi candidi e tappeti rossi, lampadari d’oro e cristallo uniti da sottili festoni col tricolore russo. E una distesa sconfinata di tavoli imbanditi, chiacchiere acute e vassoi ricolmi di bicchieri tintinnanti – che le ricordarono la limonata che la ragazza le aveva offerto in occasione del loro secondo incontro, stranamente.
Poco dopo, una voce stridula la riscosse dalla distrazione, e una donna di mezz’età in abito bianco si avvicinò a Viktorya, baciandola sulla guancia in modo meccanico, glaciale. Le due si scambiarono qualche parola incomprensibile, prima che la ragazza le si rivolgesse direttamente: “Kate, lei è la signora Jusupova, la moglie dell’ambasciatore. Signora, le presento la mia cara amica Katherine Lewis, siamo compagne di studi all’università. È stata così gentile da accompagnarmi, pur non conoscendo il russo…”
“Piacere di conoscerla, signorina”. L’accento della donna era fortissimo, le sembrò uscita da un film sulla Guerra Fredda.
“Il piacere è mio, signora Jusupova”. Kate le strinse la mano con la massima delicatezza, abbassando il capo con un sorriso di circostanza.
“È di Londra, vero?”
“Sì, signora, nata e cresciuta”.
“Spero che apprezzerai il ricevimento, cara. Se non riuscirai a donare nulla durante la pesca di beneficenza… beh, lo capirò, stai pure tranquilla”, concluse, squadrandola in modo vagamente sprezzante.
Kate deglutì rumorosamente, sforzandosi per non risponderle a tono. Di fianco a lei, Viktorya si era irrigidita di colpo.
“È impossibile non apprezzare quest’eleganza, signora”.
La Jusupova non rispose, dirigendosi spedita verso un’altra ospite.
“Ho fatto qualcosa che non andava?”
“No, no, fa sempre così, lei”.
“Tutto bene?”
“Sì. Ho solo visto qualcuno che avrei preferito non vedere”.
“Qualcuno che pensi sia legato…”
“No, no. Vieni, andiamo a prendere qualcosa da mangiare, anche perché tra pochi minuti la simpaticona inizierà il suo discorso patriottico e ci toccherà starla a sentire”, disse la ragazza, ridendo, mentre la prendeva per mano e si muoveva a passo svelto verso il tavolo più vicino.
Kate ammirò il suo movimento leggero sui tacchi, la semplicità con cui, per la prima volta da quando la conosceva, il suo sorriso s’era aperto naturalmente. Sentendo le dita fredde di Viktorya sul suo palmo, sperò di non essere arrossita troppo visibilmente.
*
Ed effettivamente il soliloquio della donna era stato interminabile, inframezzato soltanto dalle marcette suonate da un’orchestrina d’archi e dal viavai dei valletti che, girando tra i tavoli, avevano iniziato a raccogliere le donazioni.
Non comprendendo una parola, Kate aveva passato il tempo guardandosi intorno, ma le facce delle invitate le sembravano esattamente identiche l’una all’altra: bamboline di porcellana addestrate a vivere in una gabbia, chi ancora rosea e chi già riempita di silicone. Anche Viktorya rientrava nella categoria, il finto trasporto con cui applaudiva era evidente, la sua noia repressa ancor di più. Eppure Kate l’aveva vista, al di fuori di quel contesto: era vivace, determinata, pragmatica. Molto più di una statuina. E chissà quante di quelle donne così false nascondevano qualcosa al di sotto del trucco – di intrigante, di attraente, forse anche di pericoloso, perché una ragazza scaltra come Viktorya non l’avrebbe voluta al suo fianco, altrimenti, lo sapeva molto bene.
Il discorso finì con l’esecuzione solenne dell’inno da parte di un soprano. E i valletti ricominciarono il loro giro per la raccolta fondi, le signore a scolarsi flûte di champagne. Kate notò i primi bicchieri di vodka, per le più coraggiose.
“Ho bisogno di andare un attimo in bagno, vieni anche tu?”
“Dentro o fuori dalla porta?”, rise Kate tra sé e sé, scostando la sedia. “Sì, devo sgranchirmi un po’ le gambe”, rispose infine, incamminandosi dietro di lei verso l’accesso al corridoio delle toilette. Viktorya si faceva strada agilmente attraverso la folla, senza nemmeno bisogno di chiedere permesso; a Kate sembrò quasi che qualsiasi discorso si fermasse, al suo passaggio, che la sua presenza fosse così magnetica da essere percepita anche da chi non la stava guardando. Superato il centro del salone, sempre qualche passo dietro di lei, Kate sentì una mano toccarle la spalla, leggera ma insistente. Si girò di scatto, e una ragazza dello staff iniziò a parlarle in modo concitato, incomprensibile.
“Non parlo russo”.
L’addetta alle donazioni si fermò per un solo secondo, prima di riprendere con il suo discorso a macchinetta, stavolta in lingua inglese: “Sa, è una causa molto importante… gli orfanotrofi…”
La detective riuscì soltanto a intravedere con la coda dell’occhio l’uscita di Viktorya dalla stanza, prima di mettersi a spiegare, invano, che probabilmente sarebbe stata lei a dover ricevere dell’elemosina da parte degli orfani siberiani.
Quando finalmente la ragazza desistette, le sembrarono passate ore, anche se probabilmente si era trattato solo di un paio di minuti. Intorno a lei, la festa sembrava ormai entrata nel vivo. Chissà quante di loro sono mogli trofeo di vecchi milionari, si ritrovò a pensare, sempre costrette a stare mute e sorridere con cortesia. Fanno bene a divertirsi, stasera che possono. Anche per tutti i soldi del mondo, io non ce la farei mai.
Il rumore di fondo era sempre più forte: chiacchiere, risate, l’orchestrina, passi pesanti, un bicchiere di cristallo che cade e s’infrange a terra – ecco che già una s’è ubriacata del tutto, come previsto.
Un’orda di camerieri iniziò subito a convergere verso l’angolo più lontano della stanza, armata di scope e stracci per raccogliere i frammenti e asciugare il pavimento, e per un istante l’intero salone sembrò fermarsi, come a voler identificare subito l’autrice del misfatto per poterne liberamente sparlare tra una tartina e l’altra. Si stava formando un vero e proprio semicerchio, lì, vicino all’ingresso del corridoio per le toilette: pareva che oltre al bicchiere fosse caduta anche l’invitata, e che stesse facendo fatica ad alzarsi.
Kate, che inizialmente avrebbe preferito starsene in disparte in attesa di Viktorya, decise di avvicinarsi, posizionandosi di fianco alla parete laterale. Se ci fosse stato bisogno di tirare su di peso un’ubriaca con la caviglia slogata, non si sarebbe di certo tirata indietro. Dal capannello di paillettes e pellicce, udì levarsi distintamente la voce imperiosa dell’ambasciatrice: “Vsem molčat'! Non lo vedete che fa fatica a respirare? Via, via, fate aria!”
E il gruppo arretrò compatto, come se un burattinaio ne avesse tirato i fili, aprendo la visuale. C’era una giovane donna, riversa a terra, Kate riusciva a intravederne solo la testa. Capelli lunghi biondo cenere a coprirle il volto, sciolti in un’acconciatura mossa. Come Viktorya. Bloody hell, Viktorya!
Spinse via due carampane per farsi largo, mentre un cameriere s’inginocchiava di fianco alla sventurata, attento a non ferirsi coi cristalli. Non appena le spostò i capelli dal viso, un fiotto di sangue uscì dalla bocca della ragazza, la pelle cianotica, gli occhi verdi innaturalmente sbarrati.
Lui provò ad alzarla in posizione seduta e il sangue iniziò a colarle lungo il collo e giù per la scollatura, impregnando il suo abito dorato. Grida stridule dalla folla. Non era Viktorya, non era lei. Ma era evidente, non respirava più.
L’ambasciatrice impazzì, iniziando a sbraitare: “Chiudete tutte le porte, subito! Che nessuno esca! E niente telefonate, devo prima chiamare mio marito!”
Kate, che era arrivata a pochi passi dal corpo, iniziò a indietreggiare velocemente, facendosi largo nel senso inverso, sempre rasente al muro. Se lei per prima aveva confuso quella ragazza per Viktorya, non vedendola chiaramente in volto…
Da una porta sul fondo del salone emerse un gruppo di uomini in borghese, due dei quali si diressero immediatamente alla porta d’ingresso, incuranti delle proteste del personale. Kate strinse la borsetta a tracolla e accelerò il passo, infilandosi nel corridoio laterale e raggiungendo il bagno femminile, in fondo a destra, prima di essere notata.
Richiudendosi la porta alle spalle, trovò Viktorya davanti allo specchio, intenta a sistemarsi il trucco, la pochette appoggiata sul ripiano di marmo. Nessun’altra ospite in vista. I rumori del salone giungevano ovattati, come appartenenti a un altro mondo sommerso. La ragazza le sorrise timidamente e Kate si posizionò di fianco a lei, aprendo un rubinetto.
“C’è qualcuno nei bagni?”
“Ehm, no, ma-”
“Dobbiamo andare via subito, seguimi!”
La afferrò per un polso, strattonandola verso l’uscita. Viktorya tentò di spingerla via, senza successo. Avendo l’impressione che stesse per gridare, Kate le coprì la bocca con l’altra mano, immobilizzando la ragazza tra sé e il ripiano dei lavandini.
“Ascoltami, principessa. Di là, una identica a te è appena stata ammazzata, e sta arrivando non so quale servizio segreto a sigillare ogni uscita. Mi hai assunta per proteggerti ed è ciò che ho intenzione di fare. E adesso zitta e seguimi”.
Viktorya iniziò a tremare, gli occhi lucidi, ma annuì senza protestare. Quando Kate tolse la mano dal suo viso, la sbavatura del rossetto le riportò alla mente il sangue sputato dalla ragazza in salone – e il tramonto su Regent’s Park e i neon del Butch, lo sguardo torvo di Dimitrij, la voce di Bill che cercava inutilmente di convincerla a rinunciare all’incarico.
“Stammi dietro”.
Kate aprì la porta e osservò fuori: due degli uomini della Jusupova piantonavano l’uscita verso il salone, girati di spalle. Dall’altra parte, poco più avanti, la porta del bagno maschile. La indicò con un dito e, ricevuto l’assenso di Viktorya, scattò in avanti sulla punta dei piedi, raggiungendola in pochi passi. Lì non ci cercherà nessuno, pensò.
“Togli le scarpe”, suggerì a Viktorya con il labiale. “Il rumore dei tacchi!”
La ragazza prese in mano le décolleté argentate e, tenendosi il più possibile abbassata, sgattaiolò dentro, alle spalle della detective. Le due guardie non si erano voltate. Kate sospirò sollevata, accostando la porta.
“Cosa… cos’è successo, di là?”, le chiese piano Viktorya, ansante.
“Penso un avvelenamento, ha sputato sangue, quando hanno provato a muoverla. Mai vista una cosa simile. Per un attimo ho pensato che fossi tu. Se non fosse stato per l’abito, non so quanto ci avrei messo ad accorgermene”.
“Dorato, vero?”
L’altra annuì. Viktorya si sedette a terra, tenendosi il volto tra le mani, mordendosi le labbra per contenere i singhiozzi. Inginocchiatasi davanti a lei, Kate la scosse per le spalle, stringendo la presa con i polpastrelli.
“Scrivi subito a Dimitrij, non abbiamo tempo da perdere, deve venirci a prendere fuori dalla finestra”, disse Kate, indicando l’ultimo bagno della fila.
“Il telefono… è rimasto di là”.
“Fai col mio, ho il numero salvato”. Kate lo estrasse dalla borsetta, lo sbloccò con l’impronta digitale e glielo lanciò in mano.
La aiutò ad alzarsi, entrarono nell’ultimo scompartimento e si chiusero la porta alle spalle, a chiave. I rilevatori di movimento accesero la luce dello stanzino, rivelando un paio di guanti grigi da lavoro abbandonati a terra, esattamente al di sotto della finestra, aperta. Sul coperchio del gabinetto, un’impronta di scarpa nera, maschile, non lasciava alcun dubbio.
“Gli ho scritto, in due minuti è qui fuori”, disse Viktorya, mentre la detective raccoglieva i guanti: sul polso campeggiava una scritta rossa, in cirillico.
“Cosa vuol dire?”
Viktorya cedette nuovamente contro la parete, costringendo Kate a sostenerla di peso.
“Severzarya. È la società…”, deglutì, “rivale di quella di mio padre”.
Kate non rispose. Aggrappandosi al muro salì in piedi sul gabinetto e provò a tirarsi su sfruttando la cornice dell’infisso, ma senza successo. La raggiungeva a malapena con la punta delle dita.
“Sali”.
“Se ce ne andiamo accuseranno me, di averla uccisa. Non è meglio solo restare qui, finché…”
“Sicuramente è pieno di telecamere che hanno registrato ogni tuo movimento, io ho la licenza. E quando racconterai delle minacce, se servirà farlo, la tua fuga risulterà tutt’altro che sospetta”.
La porta sul corridoio si aprì, sbattendo contro la parete piastrellata, e passi e voci invasero l’area lavamani. La luce dello stanzino si spense, Kate e Viktorya rimasero completamente immobili. Cazzo, no!
“Se c’è qualcuno, esca subito!” gridò un uomo in tono forte, neutro, ripetendosi poco dopo mentre un altro passava in rassegna tutti i bagni della fila, picchiando violentemente sulle porte d’ingresso. La prima, poi la seconda. Quando mancava solo l’ultima, Kate parlò: “Io… io sono qui!”
Viktorya spalancò gli occhi nella penombra, Kate sorrise con l’angolo delle labbra.
“Identificati subito!”
“Sono Katherine Lewis”. Per un attimo, esitò. “E voi, chi siete?”
“È in corso… un’emergenza. Esci subito! Cosa ci fai nel bagno degli uomini!?”
“Non mi sentivo bene, di là c’era molta coda…”, sforzò il più possibile la voce, infilandosi subito dopo due dita in gola per provocarsi un falso conato di vomito.
“Ah… aspettiamo qui fuori, faccia presto”.
Col movimento, la luce si riaccese. La donna afferrò la propria borsa, ne estrasse la licenza – che nascose nella scollatura dell’abito –, vi infilò i guanti e la fece indossare a Viktorya, posandole poi una mano sul viso. Pelle liscia, fredda. Le parlò col labiale soltanto: “Ora ti aiuto a uscire, tu vai a casa con Dimitrij. Appena posso recupero la tua borsetta e vi raggiungo”.
Si provocò un altro conato, sentì dei colpi di tosse provenire dall’antibagno. Mentre aiutava la ragazza a salire in piedi sul coperchio della tazza, tirò l’acqua. Ringraziò mentalmente l’eleganza dell’hotel e dei suoi bagni con porte e pareti alte fino al soffitto.
Viktorya tremava, Kate le strinse le mani. “Vai”, sussurrò. La ragazza posò un piede nudo sulle mani della detective, che l’aiutò a spingersi verso l’alto. Clangore di ceramica.
“Cosa stai facendo, lì dentro!?”
Aggrappatasi al serramento, Viktorya si infilò velocemente nel vano, lasciandosi cadere dall’altro lato senza guardarsi indietro. Kate le lanciò le scarpe dall’apertura, sbatté volontariamente il coperchio del gabinetto contro il muro e si provocò nuovamente la nausea, stavolta con successo – odore di pesce marcio e viscido, cosa mi tocca fare.
Con della carta, si ripulì il viso e cancellò l’impronta scura, ormai distorta dalle tracce di sudore lasciate dal piede di Viktorya; tirò ancora l’acqua e uscì, indossando la sua faccia più innocente e spaurita.
I due uomini la squadrarono con occhi carichi di pena, prima di invitarla a seguirli nel salone.
Quando vide il volto funereo della Jusupova e i lampeggianti della polizia fuori dalle vetrate del Ritz, non riuscì a trattenere un sorriso.
***
Il vestitino incollato al corpo dalla pioggia, le braccia strette intorno alla vita di Dimitrij, la moto che sfrecciava per le vie di Piccadilly – e le luci dei lampioni come spettri nella notte, i neon delle insegne come demoni scarlatti.
“Ho chiamato tuo padre”.
“Ti ha risposto?”
“No”.
Viktorya appoggiò la testa alla sua schiena e chiuse gli occhi. Le parole di Kate continuavano a vorticarle in mente, in flash d’oro argento e sangue. La sua stretta dura e autoritaria non se ne andava dai suoi polsi, ma la sua presa delicata era stata l’unica cosa in grado di calmare il suo tremore.
Una lacrima le sfuggì dalle palpebre. Non posso credere che sia successo davvero. Non a me.
Dimitrij la portò in casa quasi di peso, la aiutò a spogliarsi, poi a lavarsi. Lei lo lasciò fare, lo sguardo sempre perso nel vuoto.
“Forse dovrei andarmene da Londra”, sussurrò infine con voce incerta, mentre lui l’avvolgeva nell’asciugamano.
“E dove?”
Non rispose. Tornò col pensiero a pochi giorni prima, alla sera precedente al suo ingresso nello studio di Kate.
Suo padre che si sveglia di notte e le telefona, “L’hai scritto tu, il biglietto?” e “No, ma è la nostra occasione!”, il divorzio imminente, l’email programmata. E il posto in consiglio d’amministrazione che l’aspetta a Mosca una volta laureata, al posto dei fratellastri.
“Perché non ci sarò per sempre, e la Severzarya avrà bisogno di te, Vika”.
“Perché non ci sarò per sempre, e la Severzarya avrà bisogno di te, Vika”.
Allontanatosi di un passo, Dimitrij la osservava. La osservava sempre, lui, anche se non parlava quasi mai, ma Viktorya quegli occhi scuri non aveva imparato a leggerli, nonostante tutto.
E poi Kate. Ancora le sue mani a sostenerla, a rassicurarla, a spingerla verso la salvezza. Aveva fatto di tutto, per lei – e no, non poteva essere soltanto per i soldi, non fino a quel punto.
“Vedrai che ci sarà un’altra bionda con un vestito dorato, Viktorya.
Siete tutte uguali, voi ragazze, volete sempre farvi notare”.
Siete tutte uguali, voi ragazze, volete sempre farvi notare”.
“È ancora presto per tornare a Mosca, Vika. Vedrai che in un anno tuo padre avrà sistemato tutto”.
“Lo so, Dima, lo so, ma… non so se ce la faccio, a restare qui, dopo ciò che è successo”.
“Non hai fatto nulla, sei solo rimasta chiusa in bagno. E io ho fatto molto di peggio, in Cecenia. Me ne sono già dimenticato, di stasera, e sarà così anche per te”.
Ma come può essere così! Lei era innocente, nemmeno la conoscevo. Non avrei mai dovuto darvi ascolto!
Dimitrij la strinse a sé, baciandola sulla fronte. Lei non riuscì a ricambiarlo fino in fondo.
“Con tutte le prove indirizzate verso di loro, si tireranno indietro senza discussioni”.
Mentre Viktorya finiva di asciugarsi, osservò dalla porta del corridoio l’uomo tornare in soggiorno, aprire lo zaino ed estrarne una divisa da valletto.
“I guanti li hai messi nella borsetta, giusto?”
Lei annuì con la testa, lui li recuperò velocemente.
“Vado a bruciare tutto, passo anche a comprarti qualcosa in farmacia. Non vorrei che ti ammalassi, con l’acqua gelida che hai preso in moto”.
“Fai attenzione”, gli rispose soltanto, sottovoce. E rimase sola.
*
Il citofono suonò che era quasi l’alba.
Viktorya, il pigiama indossato solo per metà, si era addormentata sul divano, coprendosi con l’asciugamano bagnato. Alzandosi a fatica, sentì la gola bruciare e si chiese se anche il veleno le avrebbe provocato lo stesso effetto, prima di ucciderla – se quella ragazza avesse sofferto, mentre cadeva a terra e il suo bicchiere si spezzava in mille cocci acuminati.
Rispose, priva di voce. Kate. Aprì il portone col pulsante. Mentre l’altra saliva, corse in camera a indossare una tuta al volo. Gettò un occhio alla porta aperta della seconda stanza, ma Dimitrij non era rientrato.
Kate entrò indossando ancora l’abito della festa, stropicciato, i capelli sfatti, le occhiaie nere e gonfie. La pochette scintillante di Viktorya tra le mani.
La ragazza la strinse in un abbraccio, che lasciò la detective irrigidita, in un primo momento.
“È tutto a posto?”, le chiese, titubante.
“Sì, sì. L’hanno tirata per le lunghe, ma penso di essere quella a cui hanno fatto meno domande. Ho detto solo di averti persa di vista dopo l’accaduto, quando la situazione si è fatta caotica. Non ho nemmeno dovuto tirar fuori la licenza”.
Viktorya sospirò, leggermente sollevata. Recuperò il proprio cellulare, la posizione era ancora attiva. Ottimo. Cercando di ricomporsi, invitò Kate a sedersi sul divano, mentre lei raggiungeva la cucina per recuperare la sua borsa, lasciata lì da Dimitrij, e un bicchiere d’acqua.
La detective notò subito l’assenza dei guanti all’interno. “Dove sono?”
“Li ho bruciati”.
“Perché, Viktorya, perché?”
“Mi- sì, insomma…”, non riusciva ad esprimersi, il respiro sempre più veloce, “ho chiesto a mio padre. Mi ha detto di fare così, Kate, io ero nel panico, e ho ascoltato lui, e poi Dimitrij…”
Ed era vero. Lo sentiva nella carne, nelle ossa.
“Va bene, va bene. Non è importante. Ma principessa, mi devi ascoltare: la persona che hai visto alla cena e di cui non mi hai voluto parlare, il cambio d’abito – perché l’hai intuito subito, che la vittima indossasse un vestito dorato –, e chissà cos’altro… quante cose che sapevi, e che non mi hai detto”. Il suo tono era inflessibile. Viktorya si sentì al banco degli imputati, la condanna già pendente sul collo. Kate continuò: “Non sono cose che a me interessano, davvero. Ma sei tu che hai rischiato di farti ammazzare, lo capisci? E non dicendomi nulla, mi hai quasi impedito di proteggerti come avrei potuto e dovuto fare. Ti è andata bene, stanotte”.
Viktorya sentì un buco nello stomaco, ancora, una voragine senza fondo.
“Grazie… hai fatto tutto il possibile, per me”.
“È il mio lavoro. Te l’avevano detto, no, che sono la migliore?” sorrise lei, amara. E Viktorya temette che, da un momento all’altro, dall’angolo delle sue labbra iniziasse a scendere…
Kate interruppe nuovamente i suoi pensieri. “Non sei al sicuro, probabilmente non lo sarai mai davvero, e lo sai molto bene anche tu. Ma come hai imparato a non fidarti di nessuno, devi anche imparare a fidarti, quando serve. Di me, di Dimitrij. Di chi è qui per proteggerti”.
La ragazza non riuscì a risponderle. Iniziò a piangere, rumorosamente, i singhiozzi impossibili da contenere. Kate le strinse la mano. E la sua mente tornò al bagno, alle sale del Ritz, al sedile posteriore del taxi. A Dimitrij che, col suo accento pesante, telefona alla Baker&Lewis con un ghigno soddisfatto.
“Ti prego… resta con me”, le chiese tra le lacrime.
“Finché non torna lui?”
Fuori, il cielo iniziò a tingersi di rosa. Kate si accese una sigaretta.
Il citofono suonò ancora.
NOTE:
- Ambasciatrice: ovviamente la moglie dell’ambasciatore non è liberamente definibile ambasciatrice. Si tratta di una sfumatura lessicale che ho voluto attribuire a Kate, e che la distingue da Viktorya nella conoscenza di determinate formalità.
- Licenza SIA: contrariamente all’Italia, nel Regno Unito non è richiesta alcuna autorizzazione per svolgere l’attività di investigatore privato. È però presente un’apposita licenza, rilasciata dalla SIA (Security Industry Authority) per svolgere attività di guardia di sicurezza, bodyguard, operatore di telecamere di sorveglianza.
- “Vsem molčat'!” = “Fate silenzio!”
- “Vsem molčat'!” = “Fate silenzio!”
- Severzarya = Alba del Nord.


