Fra palazzi assolati e strilla di casalinghe Sivasli sta, immersa nel rumore dei motorini.
E nelle urla folli dei bambini.
Certe notti le puoi sentire distintamente anche se stai dall’altra parte del villaggio. Strillano. Strillano come bestie. Ululano alla luna.
Io mi unisco a loro e strillo, camminando per casa con frenesia.
Il dottor Kaya dice che ogni tanto fa bene. Urlare, intendo. Urlare fino a perdere il fiato. Senza motivo. Così.
Nella gabbia dei cani, i cani urlavano, io tacevo. Abbaiavano pazzi di dolore per la loro prigionia affollata.
Attaccata alle sbarre ogni tanto perdevo la pazienza e abbaiavo assieme a loro. Lo facevo con rabbia e furia tale che mugolavano intimiditi. Ma poi tornavano a piangere e gemere e latrare.
Damla buttava loro bucce di patate e di banana. A me dava la carne in gelatina. Tutti i giorni alle dodici del pomeriggio e alle diciotto di sera. Così diceva lei. Avevo appreso il ritmo del tempo, in qualche modo. Sapevo sempre in anticipo di qualche minuto quando era l’ora del pasto.
Anche i cani lo sapevano. Loro non erano più stupidi di me.
Nessuna bestia è più stupida di me. Fra tutte le bestie del Creato io sono la più stupida e sporca.
Così dico al dottor Kaya. Lui sospira, stropicciandosi gli occhi.
“Perché non mi parli dei tuoi sogni, Aylin?”
“L’altra notte c’era di nuovo quel cane-uomo o uomo-cane nel lago”
“Intendi dire che continui ancora a fare lo stesso sogno?”
“Sì. Ma stavolta lui si girava. Mi dava un’occhiata. Pareva uno di quei che vedevo all’orfanotrofio. Forse è mongoloide”.
“Forse, piuttosto, era di una razza diversa?”
“Sì, forse era un bastardo cinese”.
“Bastardo?”
“I cinesi sono tutti bastardi. Cani come tutti, ma fra i più bastardi cani. Li guardi, guardi i loro occhi: sembrano due fessure vuote. Attraverso quelle fessure, chissà cosa c’è. Se c’è qualcosa. Forse c’è una caricatura meno dettagliata di anima. Tutto cervello e nulla d’anima”.
“Non dovresti parlare così, Aylin. Comunque sia. Chi o cosa credi che rappresenti?”
“Ha una pelle sporca di latte”
“Di latte?”
“Pelle di luna. Al contrario della mia che è nera. Bianca bianca sai, come piace a loro, a loro mongoli. Che Allah li stramaledica, bastardi, porci, maiali, cani deformi…”
E qui mi lascio andare a un lungo turpiloquio che Kaya accoglie con un silenzio sepolcrale.
Poi comincio a prendermela con Allah. Che Allah mi punisca con l’Inferno per tutta l’eternità.
“Allah, suino, maiale, Tu sei il cane più lurido. Guarda che cosa hai creato. Hai creato le nuvole per nascondere alla tua vista quello che hai combinato. Le nuvole hanno la forma dei cani. Le nuvole puzzano di merda. Come te. Come me. Come i fiori. Sotto le nuvole pisciano e cacano i cani su due zampe e quelli su quattro zampe. Il cane del lago è il peggior cane su due zampe che abbia mai annusato. Lo odio.”
Kaya segna scrupolosamente ogni mia parola sul suo taccuino.
“Lo odi? Vorresti che sparisse?”
“Sì! Sì! Sì!” urlo, ormai al culmine della disperazione, menando pugni ai braccioli della poltrona. “Che muoia! Mangiato dai pescecani… Poiché”, aggiungo, abbassando la voce, “I pescecani sono i cani del mare, e lui sta sul mare”.
“Cos’è il mare, Aylin?”
“Il mare è quella cosa che c’è fra te e un altro paese e un’altra terra”
“E lui sta lì. Perché sta lì, Aylin? Riesci a capirlo?”
“Dimmelo tu, stronzo! Coglione!” urlo. “Devo dirlo io? Dimmelo tu! Non lo sai nemmeno”.
“Credo che tu in fondo non lo odi”
“Che cosa?!”
“Tu, nei tuoi sogni – intendo, quelli che continui a fare la notte – desideri superare quel lago, Aylin?”
Taccio. Mi sforzo di pensare, perplessa.
“Io voglio che il lago si prosciughi cosicché io possa oltrepassarlo”
“Non sarebbe meglio andare a guado o a nuoto? È quello che si fa in questi casi”.
Kaya lascia che il silenzio intercorra fra noi. Dopo qualche minuto, la sua voce torna a vibrare nell’aria.
“Vorresti vivere lontano da qui?”.
“Voglio soltanto la mia mamma” rispondo.
“Forse l’uomo del lago è un simbolo. Forse io, per te, sono un simbolo. Il simbolo di lei che hai perduto. Pensaci”.
“NO!”. Le lacrime scendono dai miei occhi. “La mia mamma, brava cagna, era l’unica insostituibile in tutto il pianeta, in tutti i pianeti, nell’universo conosciuto e ancora inesplorato. Non c’è più cagna di madre per me. Mai più. E quel mongoloide bastardo cane senza guinzaglio deve sparire dalla mia testa”.
Kaya sospira.
“Posso accompagnarti, Aylin? Il nostro tempo è scaduto”
“Tempo? Oh, tempo! Ecco cos’è!”
“Ti prego di sforzarti di capire. Ci sono altri pazienti che aspettano in sala d’attesa. Cerco di curare la tua mente senza chiederti una lira. Ma ogni cosa ha un inizio, uno svolgimento e una fine. E la nostra seduta, Aylin, è finita, per oggi. Ci rivedremo domani. Come ogni giorno, Sai che sei la mia paziente più assidua”.
Scoppio in lacrime.
Piango a lungo, senza rimedio.
Qualcosa che volevo dire a Kaya mi torna in mente mentre giro la chiave nel chiavistello della porta di casa. Un tanfo insopportabile, il solito olezzo nauseabondo, mi investe dall’interno.
Cos’era?
Cosa volevo dirgli?...
Ho dimenticato?...


