PROLOGO
In un pomeriggio assolato di fine agosto, il professor Borlotti lucidava con zelo la sua nuova Alfa Romeo 147 fiammante, parcheggiata sul marciapiede proprio sotto il balcone di casa. Armato di secchio e spugna, sfoggiava il suo consueto abbigliamento – giacca, pantaloni color cachi e una cravatta macchiata di sugo – incurante dell'afa estiva. Un riporto improbabile tentava disperatamente di coprire l'estesa pelata.
«Finalmente, dopo tre anni di inferno e sacrifici, posso godermi la mia bambina!» mormorò, con un sorriso estasiato stampato in faccia. Passò la spugna sul cofano con devozione.
«Quei tre demoni venuti dagli inferi non potranno più sconvolgere i miei piani!»
CRAAASH!
Un boato metallico devastò la quiete del quartiere. Sul tettuccio sfondato della – ormai ex – fiammante Alfa Romeo, giacevano incastrati tre ragazzini in un inestricabile groviglio di arti. Erano precipitati a piombo dal balcone del professore, centrando l'auto con precisione balistica.
Il primo, capelli lunghi e occhi azzurri, indossava una maglietta dei Led Zeppelin e Puma bianche. Il secondo, riccioluto e con gli occhi verdi, sfoggiava una maglia del Milan e Converse consunte. Il terzo, capigliatura a mullet e occhi scuri, portava un gilet di jeans su una canottiera rossa e pesanti Timberland nere.
Dall'abitacolo collassato, i tre fissavano il proprietario dell'auto con gli occhi sbarrati. Il professore ricambiava lo sguardo, pietrificato come una statua di sale, la spugna ancora a mezz'aria.
I ragazzi iniziarono a confabulare sottovoce, illudendosi di essere invisibili.
«Ragazzi, mi sa che ci ha visti» sussurrò il riccioluto.
«Non mi dire, Marco. Hai mai pensato di entrare nell’FBI?» ribatté quello col mullet.
«Se non mi avessi fatto scivolare, a quest’ora ce l’avremmo fatta, Cesare!»
«Voi due vi potete togliere di dosso? I vostri culi mi stanno togliendo il fiato» sbottò Riccardo, schiacciato sul fondo.
«Eh… eh… eh…» farfugliò Borlotti, il cervello in evidente cortocircuito.
«Che facciamo?» domandò Marco, in allarme.
«Si è incantato. Forse gli abbiamo resettato il sistema nervoso» ipotizzò Cesare.
«Suggerisco vivamente di battere in ritirata» sentenziò Riccardo.

«VIA!»
Esplosero in un balzo corale, ruzzolando giù dalle lamiere accartocciate e dandosela a gambe a rotta di collo.
Il tonfo dei loro passi sull'asfalto risvegliò Borlotti dal torpore. Spalancò gli occhi sui tre teppisti in fuga.
«D-di nuovo quei tre!»
«Mettete il turbo, il vecchio si è ripreso!» urlò Riccardo, già a decine di metri di distanza.
«Anche ora che avete finito le medie dovete tormentarmi?!» strepitò l'uomo, paonazzo.
Si voltò lentamente verso il relitto scoperchiato della sua vettura. Le ginocchia gli cedettero.
«La mia macchina... l'avevo appena ritirata dal concessionario...» piagnucolò, la voce rotta. Poi i lineamenti del suo viso si contorsero in una smorfia di pura, irrazionale furia.
«Tu e i tuoi amici non ve la caverete così facilmente alle superiori!»
Si accasciò a terra con le braccia protese verso il cielo implacabile di agosto. Con la disperazione di un consumato attore shakespeariano, lanciò un urlo che fece tremare i vetri del quartiere:
«RONDONEEEEEE!!!»
(Qui parte l'effettivo capitolo)
I tre ragazzi crollarono di peso sulla panchina di legno, i petti che si alzavano e si abbassavano ritmicamente sotto la canicola di fine agosto. Attorno a loro, l'ampio giardino che si affacciava sulla vecchia casa di riposo della città offriva un rifugio temporaneo, immerso nel silenzio interrotto solo dal loro fiato corto.
«C’è... c’è mancato... poco...» ansimò Marco, appoggiando la testa alla spalliera e fissando il cielo.
«Ho bisogno di bere» grugnì Cesare, allungando le gambe di scatto. «Correre con questi stivali mi ha letteralmente distrutto i polpacci.»
Riccardo, ancora piegato in due con le mani sulle ginocchia, sollevò lo sguardo, un rivolo di sudore che gli imperlava la fronte.
«Sei... un... coglione...» rantolò tra un respiro e l’altro.
«Non accetto... insulti... da te... bertuccia...» ribatté Cesare, sebbene non avesse nemmeno la forza di girare la testa per guardarlo.
Passò qualche istante, scandito solo dai loro respiri che tornavano lentamente alla normalità. Il calore dell'asfalto saliva denso, schiacciandoli sotto il peso dell'estate.
«Dio, quest’afa mi sta uccidendo» riprese Marco, sventolandosi la maglietta del Milan per far girare un po' d'aria. «Non vedo l’ora di mollare questo cacaio immondo di città...»
«Yep... piacerebbe anche a me» rispose Riccardo, tirandosi su e passandosi una mano tra i capelli lunghi. «Appena decido cosa diavolo voglio fare della mia vita.»
Marco si voltò a guardarlo, incuriosito. «E che vorresti fare?»
«Ma che ne so. Sicuramente qualcosa di più eccitante che marcire in un ufficio a grattarmi le palle dalla mattina alla sera.»
«Ah, allora magari fai come tuo padre!» esclamò Marco, raddrizzandosi di scatto sulla panchina. «Oh, ma a proposito, si è poi capito che cosa fa di preciso?»
A quella domanda, l'espressione di Riccardo si incupì leggermente, sfumando in quella tipica di un ragazzino improvvisamente malinconico.
«Ufficialmente è un diplomatico. Però usa la diplomazia come copertura per quando deve sparire in missione. Si assenta per settimane... chissà che combina davvero.»
«Ma che è, tipo un doppio zero sette?» sgranò gli occhi Marco.
«Si dice zero-zero-sette, bestia...» lo corresse Riccardo con un mezzo sorriso, scuotendo la testa. «Comunque sì, una specie. Vai a capire te la verità...»
«E se non vuoi fare lo "zero-zero-sette-bestia", a cosa stavi pensando?» insistette Marco, dandogli una gomitata leggera.
Riccardo esitò un istante, guardandosi le Puma bianche. Poi, quasi con un filo di voce, confessò: «Beh... in effetti... una mezza idea ce l'avrei...»
«E sarebbe?» si intromise Cesare, sporgendosi in avanti.
«Il pilota...» sussurrò Riccardo, quasi vergognandosi.
«Che?!» sbottò Cesare, che non aveva sentito un accidente.
«Il pilota, va bene?!» sbottò Riccardo, alzando i toni e piantandogli gli occhi addosso.
Cesare rimase un attimo interdetto, poi aggrottò le sopracciglia. «Vuoi correre in Formula 1?»
«Ma no, scemo, non quel genere di pilota! Intendevo il pilota di caccia! Gli aerei militari, i caccia intercettori!»
Cesare scoppiò in una mezza risata cinica, incrociando le braccia sul gilet di jeans.
«Pfff, sì, come no! Come quel film del cazzo con Tom Cruise! Pensavo che quella fissazione ti fosse passata alle medie!»
«Ehi, guarda che invece spacca come idea!» prese subito le difese Marco, gli occhi che brillavano di puro entusiasmo adolescenziale. «Pensaci: battaglie aeree nei cieli, battute sconce alla radio, un sacco di figa che ti cade ai piedi appena ti vede con la divisa e gli occhiali da sole...»
«Vi ripeto che quella roba succede solo a Hollywood, idioti» stroncò l'entusiasmo Cesare, implacabile. «E poi, se entrate nell'accademia militare, scordatevi i vostri amati capelli lunghi. Vi rasano a zero il primo giorno.»
«Capelli lunghi o corti, non saremo mai brutti come te con quella specie di puzzola disgustosa che spacci per un mullet» lo canzonò Riccardo, indicandogli la nuca. «E poi sentiamo, uomo del monte che sa sempre tutto... tu invece che cosa vorresti fare da grande?»
Cesare distolse lo sguardo, improvvisamente affascinato dalle sue Timberland nere. «Iooo... niente. Per ora niente» tergiversò, schiarendosi la voce.
«Non è vero, coglione. Se fosse vero non avresti esitato così» lo incalzò Marco, sfoderando un sorriso sadico. «Sputa il rospo se non vuoi che ti facciamo fare un volo giù dalla panchina.»
«Il poliziotto...» biascicò Cesare, ripetendo esattamente lo stesso tono sommesso usato da Riccardo poco prima.
«EH?!» gridò Riccardo, portandosi una mano all'orecchio con fare teatrale.
«Il poliziotto, va bene?!» sbraitò Cesare, la faccia che diventava paonazza per l'imbarazzo.
Marco e Riccardo si guardarono per un solo, interminabile secondo di silenzio. Poi, l'esplosione.
«AHAHAHAHA!!!»

Le loro risate sguaiate e fragorose rimbombarono per tutto il parco, facendo voltare persino un paio di anziani in lontananza. I due si piegarono in due, tenendosi la pancia, con le lacrime agli occhi.
«Che cazzo avete da ridere, stronzi?!» urlò Cesare, scattando in piedi, pronto a menare le mani.
«Ma vaffanculo, Cesare!» riuscì a malapena a dire Riccardo, asciugandosi una lacrima. «Ma ti ci vedi in divisa in mezzo agli altri sbirri? Appena metti piede in caserma, con quella faccia da galera ti rinchiudono direttamente in cella d'isolamento assieme al mostro di Firenze, altro che poliziotto!»
«Oh, ma ve lo immaginate questo qui a dirigere il traffico a un incrocio?» gli diede corda Marco, ridendo come un matto. «Gli automobilisti che non capiscono qual è la faccia e qual è il culo, capaci che li fa girare intorno alla rotonda all'infinito!»
«Vi ammazzo, brutti bastardi!» ringhiò Cesare. Con uno scatto felino si avventò sulla panchina, bloccando Riccardo in una morsa al collo.
«Ah, vuoi la guerra allora, maledetto?!» urlò Riccardo, afferrando la gamba di Cesare nel tentativo disperato di mordergli il polpaccio attraverso i jeans.
«Arriva The Undertaker, maledetti!» ruggì Marco. Senza pensarci due volte, si lanciò a peso morto sopra entrambi, travolgendoli.

Il groviglio di braccia, gambe e insulti crollò sul prato dietro la panchina. Rimasero immobili per qualche secondo, ammucchiati l'uno sull'altro, doloranti e impolverati. Poi, la rabbia svanì in un istante, lasciando spazio a una risata collettiva, pura e liberatoria, che si espanse nell'aria calda.
Il sole iniziò la sua lenta discesa dietro i tetti della città, tingendo il cielo di un arancione carico e profondo. Era l'ora di rientrare. Si ripulirono i vestiti dall'erba, incamminandosi a passo lento verso la strada principale.
«Ma insomma» esordì Marco, rompendone il silenzio, «a voi a che scuola vi hanno preso alla fine?»
«Io vado allo scientifico» rispose Riccardo, le mani affondate nelle tasche dei jeans. «Almeno sarò avvantaggiato con la matematica e la fisica per quando proverò il concorso in aeronautica.»
«Scientifico?!» si voltò di scatto Cesare. «Volta o Marconi?»
«Al Marconi. Perché?»
«Ma no! Pure io!» esclamò Cesare, sgranando gli occhi.
Riccardo si fermò di colpo sul marciapiede, guardandolo dall'alto in basso.
«Che?! E da quando in qua a te piacciono le materie scientifiche?! Anzi, riformulo: da quando in qua a te piacciono le materie?!»
«L’ha deciso mia madre...» borbottò Cesare, stringendosi nelle spalle con fare infastidito. «Ha detto che cambiando zona c'erano molte meno probabilità che incontrassi di nuovo voi due elementi.»
«Che tua madre batte le strade lo sapevamo già tutti» lo canzonò Riccardo con un ghigno. «Comunque, in che sezione ti hanno messo?»
«Nella B... e vedi di non offendere mia madre o ti ammazzo.»
«Pfff... ahahahah!» Riccardo scoppiò a ridere di nuovo, stavolta con autentica gioia. «Allora voglio proprio vedere la faccia della tua vecchia quando scoprirà che da settembre saremo seduti nella stessa identica classe!»
Cesare lo fissò per qualche istante, sbalordito.
«Ma che, davvero?»
«No, per finta, coglione. Certo che è vero!»
Poi, un sorriso complice e leggermente sadico si stampò anche sul suo volto.
«Beh, significa che potrò continuare a prendere a pugni la tua faccia di merda per altri cinque anni allora! Ahahah!»
«Oh, stercorari, fermi tutti. Devo fare un grande annuncio» li interruppe Marco, superandoli di slancio e girandosi di spalle per camminare al contrario davanti a loro. Sfoggiava un sorriso da un orecchio all'altro. «Pure a me hanno assegnato alla sezione B del Marconi!»
«Cheeee?!» esclamarono Riccardo e Cesare all'unisono, bloccandosi sul posto.
«Ma se ti eri iscritto all’istituto industriale! Da quando in qua hai cambiato scuola?» domandò Riccardo, a bocca aperta.
«Da stasera!» rispose Marco, fiero.
«Dai, non fare il coglione» tagliò corto Cesare.
«Sono serissimo, pinga-man. Stasera torno a casa, affronto mamma e papà, e gli spiego con le buone che mi è venuta un'improvvisa, irrefrenabile vocazione per l'ingegneria» rispose Marco, gonfiando il petto.
«Sono assolutamente sicuro che berranno questa stronzata senza farti domande» commentò sarcastico Riccardo.
«Fidati, fratello, fidati. Vedrai che recita strappalacrime gli metto in piedi. A confronto, Ciarston Etrston è un dilettante alle prime armi» si vantò Marco, gesticolando come un divo.
«Si dice Charlton Heston, comunque, animale...» lo corresse Riccardo, pur ridacchiando.
«Quello lì, sti gran cazzi. Quel che conta è che la decisione è presa. Non posso mica lasciare voi due coglioni da soli a farvi i pompini a vicenda.»
«Ah, ecco spiegato il vero motivo! È che proprio non riesci a stare lontano dai nostri uccelli...» lo punzecchiò Riccardo, tirandogli uno scapaccione leggero sulla nuca.
«Quel che è, re delle merde. Il risultato non cambia: noi tre continueremo a stare insieme!»
«L’hai detto, fratellino!» esclamò entusiasta Riccardo, stringendogli un braccio intorno alle spalle.
«E così sia, allora» gli fece eco Cesare, accennando un cenno d'intesa con la testa.
Marco si svincolò dalla presa, fece un salto all'indietro e tese i pugni verso l'alto. «Chi siamo noi?!» gridò.
«Siamo i Wild Child!» risposero Cesare e Riccardo insieme, le voci che si unirono in un coro perfetto.
«I'm a wild child, come and love me / I want you / My heart's in exile, I need you to touch me / 'Cause I want what you do»
Cantarono a squarciagola, stonando vistosamente e ridendo come pazzi mentre intonavano il ritornello dei W.A.S.P. nel bel mezzo della strada, incuranti dei passanti.
Quella sera, sotto il cielo che sfumava nel blu della notte, tre ragazzi uniti per la pelle decisero di non dividersi, pronti a buttarsi a capofitto nella nuova avventura delle superiori. Camminavano fianco a fianco, ridendo delle proprie battute, del tutto inconsapevoli del fatto che il loro legame si stava cementando per sempre, destinato a sfidare i limiti del tempo e della vita stessa.



