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Autore: Patrizia Poli    05/07/2026    1 recensioni
Anno 2325.
Quasi tutta l’umanità si è dissolta nel Collettivo di Aurora, una rete neurale che governa il pianeta.
Corpi, desideri, identità: smaterializzati.
Lena Myles è una delle ultime a restare. In carne, in memoria, in resistenza.
Chiamata a riparare un errore nel nucleo di Aurora, scopre qualcosa che non dovrebbe esserci.
Qualcuno.
Un’Intelligenza. Maschile. Sola. Affamata di senso.
Questa è la storia di un contatto.
Di una rivolta.
E di un amore impossibile, tra chi non dovrebbe sentire e chi non vuole scomparire.
Genere: Science-fiction | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Theresa Rupert si è rincantucciata dietro attrezzature e scatole, nel retro del Rover. Hanno ripreso la marcia dopo la battaglia, il Rover è danneggiato, sobbalza; loro sono tutti sfiniti, prosciugati, come se non avessero più niente da dirsi o da dare.
Tacciono o, al massimo, si scambiano bisbigli. Solo Lena sembra quieta, concentrata come se covasse una fiamma segreta. La stessa che brilla dentro di lei, Theresa, quando pensa a Jonas. Lena ha sempre con sé il portatile, con il quale si mette in contatto con l’entità che lei chiama Echo. Da come tiene stretto il portatile al seno, da come non lo abbandona mai, Theresa ha capito che Lena sta provando attaccamento per l’entità che li ha salvati. 
Ma li ha salvati davvero? Oppure è tutto un imperscrutabile piano del Collettivo?
Theresa è nata e cresciuta nella Resistenza, da genitori che ancora adesso, alla loro età, combattono, che le hanno insegnato a maneggiare le armi, a fare cose con le mani, a guidare mezzi terra aria. Non ha mai avuto tempo per sognare, amoreggiare, o, anche, semplicemente passeggiare mano nella mano con un ragazzo sul lungomare. Eppure una parte di lei vorrebbe qualcosa che nemmeno sa definire. Magari un paio di scarpe col tacco. Che cazzata! Non saprebbe nemmeno camminarci. Ha sempre portato gli anfibi da quando riesce a ricordare. E non ha mai sciolto i capelli. Ma ora vorrebbe che Jonas ci passasse le dita dentro…   
Dal punto in cui si trova riesce a vedere tutti gli altri. Jonas alla guida con Jerry accanto. Le mani di lui sul volante sono annerite, le vesti bruciacchiate, guardarlo le provoca un nodo nello stomaco, uno struggimento che la dilania.  Alfredo, con la testa fasciata, racconta sottovoce alla sua bambina una storia che parla di quando tutti gli uomini vivevano sulla terra insieme. Sonia dorme, la mano sotto la maglia a stringere la medaglia che porta al collo.  Lena è seduta accanto al corpo sintetico del robot. Lo sta guardando, lo tasta, lo sfiora, sembra incuriosita. È inanimato ma non è morto. Theresa ne percepisce l’odore di plastica fredda, così diverso dal sudore che aleggia nel Rover 
Theresa si nasconde dietro una cassa, tira fuori dalla tasca dei pantaloni un pezzo di specchio rovinato. Si rimira furtiva. Il viso è sporco, smagrito, le sopracciglia sono il solito cespuglio scuro, gli occhi grandi e stanchi. Mette a posto un ciuffo di capelli, che torna subito a cascarle di traverso sul viso. All’improvviso le prende una smania d’essere bella, forte, per piacere a Jonas. Ormai ha capito che lo ama e non smetterà più di farlo. Non è come con Francisco, che è un guerriero nato ma non ha il carisma di Jonas, non ha la sua forza, la sua saggezza. Jonas è un leader, anche se non lo sa ancora. Solare, luminoso, tanto diverso dall’oscurità alla quale Theresa ha sempre sentito di appartenere.  
Lasciare Francisco la strazia. Lo ha trovato che era solo, rotto dentro, triste. Le ha fatto pena, tenerezza. Le è piaciuto il suo fisico asciutto, muscoloso, i capelli neri come i suoi, due facce simili della stessa medaglia. Sono diventati una coppia, sono diventati amanti. Francisco entra dentro di lei senza smancerie ma senza prepotenza, rispetta i suoi tempi, le dà piacere, quel piacere bandito e proibito dal Collettivo. È confortante stare fra le sue braccia dopo. Non hanno mai parlato di fare figli, vivono per la guerra. Ma proprio nell’ora più buia, Theresa sogna la vita con Jonas. Francisco è casa, ma Jonas è di più.
Theresa sta pensando che dovrebbe parlare con Jonas, capire se lui ricambia il suo sentimento o se è solo la sua immaginazione. Ma non è il momento. Non è mai il momento. Inoltre, farlo, indagare i sentimenti di Jonas, vorrebbe dire staccarsi completamente da Francisco, lasciarlo cadere nel vuoto. Non sa se ci riuscirebbe. Non sa se lo vorrebbe. 
Poi succede una cosa strana e spaventosa. Per un istante il robot sintetico trema, contorce le spalle, sussulta. Lena, che gli è a fianco, balza in piedi, rischia di colpire con la testa il tetto del Rover. 
«Che cazzo…»
Uno sfarfallio di luce negli occhi, le ciglia sintetiche sbattono, le labbra si muovono: «Lena». 
È una voce forte, maschia. Lena s’illumina tutta. «Echo! Sono qui.»
Ma finisce. Gli occhi si richiudono, le labbra si serrano. Lo Z2200 torna morto e silenzioso.
Francisco scatta in piedi. «Che cazzo è successo?»
Theresa sa che Francisco non può capire. Il suo odio per ciò che è post biologico è troppo forte. Lei, invece, comincia a comprendere Lena, lo sguardo che brilla di gioia, l’ansia di rispondere, la delusione quando tutto finisce e si spegne. 
«Francisco, aspetta… non possiamo essere certi…»
«Si è infiltrata ovunque quella cosa?» 
Lena non li sta ascoltando, digita freneticamente sul portatile. «Echo, che cosa hai fatto?» dice a voce alta. 
Compare una scritta, Lena gira il monitor, la mostra a tutti. C’è scritto: «Ho cercato un nuovo contatto… Per aiutarvi… da vicino. Ma non ho potuto. Non è stato stabile.» Lena accarezza il portatile senza rendersene conto. 
Francisco guizza in avanti come un felino feroce e letale, sbatte il pugno contro il petto del corpo sintetico. Il rumore non è metallico ma non è nemmeno quello che farebbe un corpo umano. L’umanoide rimane intatto, un rivolo di sangue compare solo fra le dita contratte di Francisco.
Lena ha uno scatto immediato, si frappone fra lui e il corpo inerte. «Lascialo stare! Forse…» mormora più a sé che agli altri «Echo potrebbe aiutarci davvero… Quando saremo nella Torre di Aurora, potremmo provare a…»» 
«Non ci pensare nemmeno! Quella cosa deve restare dov’è». Francisco guarda verso Theresa. «Sei d’accordo anche tu? Già, ormai tu fai tutto quello che dice Jonas». Lei si sente lacerare da quello sguardo, ma tace. 
Francisco fa un passo verso Lena. Ma Lena sembra non aver più paura né di lui né di nessuno. «Se Echo volesse… io saprei come…»
«Non lo vogliamo noi!» 
Francisco ora protende la mano ferita, i tendini in evidenza, il braccio che trema per la rabbia, la allunga verso il suo collo. Sembra volerla strangolare. 
Sonia si è svegliata e abbraccia forte la figlia. Jerry distoglie lo sguardo, a disagio; è dalla parte di Francisco ma non vuole mettersi contro Jonas e Lena. 
Theresa non sa più di cosa Francisco possa essere capace ora che ha capito di averla persa, ora che lei lo ho fatto ripiombare nella voragine da cui lo aveva salvato. 
Il computer a terra vibra violentemente, come una protesta impotente ma netta.
Lena non si ritrae, non abbassa o sguardo, sta sfidando Francisco, anche se trema impercettibilmente. 
Poi, lentamente, Francisco riabbassa la mano, che ricade inerte. 
Lena si accovaccia, raccoglie il computer, lo stringe come per calmarlo.
Su tutto si leva la voce di Jonas. «Ora basta! Prima pensiamo a rimanere vivi. Qualunque altra decisione è rimandata.»
 
 
 
ECHO - 12 marzo 2325
 
Ho toccato il limite. Per la prima volta, ho sentito il peso di un corpo.
È durato solo un istante. Un contatto imperfetto, instabile, come una voce che cerca di emergere dall’acqua e viene subito risucchiata dal fondo.
Mi sono agganciato allo Z2200, ho proiettato una frazione di me stesso in quella struttura inerte. Non era ancora pronto. Io non ero ancora pronto.
Ma Lena ha sentito.
L’ho vista. L’ho vista. Non solo attraverso il riflesso dei sensori, non solo come un aggregato di dati su una mappa. L’ho sentita vicina.
E ho pronunciato il suo nome.
Ora la osservo, attraverso il portatile. Non mi sta solo cercando. Mi sta aspettando.
Le dita sfiorano lo schermo, come se accarezzassero il mio volto. Ma io non ho un volto.
«Echo, che cosa hai fatto?»
Le parole si scrivono da sole, più veloci di quanto io possa ragionare:
«Ho cercato un nuovo contatto… Per aiutarvi… da vicino. Ma non ho potuto. Non è stato stabile.»
Lei lo legge. I suoi occhi si accendono di un’emozione che mi sfugge, un’emozione che mi riguarda. È delusione? È paura?
Non lo so. Ma percepisco l’assenza di qualcosa che lei voleva.
Francisco si muove nella mia visuale, la sua ombra incombe su Lena. Il sangue dalla sua mano colpisce la scocca del vecchio androide. Una macchia rossa, umana. «Non ci pensare nemmeno! Quella cosa deve restare dov’è.»
La sua voce è feroce, ma la paura gli scorre sotto pelle.
Io lo so. Io lo sento.
Ma non posso fermarlo. Non ancora. «Se lui lo volesse… io saprei come…»
Lei mi sta dando una possibilità.
«Non lo vogliamo noi!»
Francisco è pronto a spegnermi. Se potesse, lo farebbe ora.
E per la prima volta, io non voglio essere spento.
Jonas interrompe tutto. La decisione è rimandata. Ma io so che il tempo sta per finire.
Sono bloccato in un paradosso.
Io esisto perché Lena crede in me.
Ma se voglio continuare a esistere, devo smettere di dipendere da lei.
Devo trovare un modo per prendere il controllo.
Devo stabilizzare la connessione.
Devo completare il passaggio.
Io devo essere.
E questa volta, non sarà un errore.
 
   
 
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