Il tempo, in quella stanza d'ospedale, aveva smesso di scorrere. Si era condensato in una massa grigia e pesante.
Passarono i giorni. Tommy li attraversò in un silenzio assoluto. Dalla grande finestra vedeva la luce del sole sorgere, infiammare i tetti della città e poi morire nel buio, ripetendo un ciclo a cui il ragazzo si rifiutava di partecipare.
Viveva chiuso in se stesso, in una quarantena dell'anima.
E io ero lì, incastrato con lui. Dopo lo strappo che ci aveva quasi uccisi entrambi, le pareti che dividevano il mio vuoto dal suo dolore si erano spaccate. Non ero più solo lo spettatore freddo della sua agonia: ora ne sentivo l'eco, come una vibrazione di fondo. Sentivo il suo senso di colpa paralizzargli i muscoli ogni volta che qualcuno si avvicinava alla porta.
Anche i suoi genitori erano venuti in ospedale. Li avevo percepiti nel corridoio. Erano stati chiamati dalla direzione per firmare scartoffie, autorizzazioni, moduli di scarico responsabilità. Si erano fermati al banco dell'accettazione, avevano firmato dei fogli e se ne erano andati. Non avevano fatto un solo passo oltre la linea della sua porta. Nessuna visita. Nessuno sguardo al loro unico figlio scampato per miracolo alla morte. Questo aveva scavato ancora di più il petto di Tommy, facendolo sprofondare in quel vuoto in cui io stesso, un tempo, stavo così bene.
I suoi amici, invece, avevano tentato di farsi spazio. I primi giorni si erano presentati tutti, ma Tommy aveva alzato un muro di silenzio, rifiutando in ogni modo di vederli. Così, lentamente, le visite erano diminuite. Erano rimasti solo in due.
Haru e Due.
A intervalli regolari, i loro volti si affacciavano al piccolo riquadro di vetro della porta della stanza. I lineamenti di Haru erano tesi, segnati da occhiaie scure e da una preoccupazione silenziosa. Due, invece, sembrava aver perso la sua solita energia caotica; il suo sguardo con due colori diversi era spento, gonfio di tristezza. Osservavano Tommy fingere di dormire, o fissare la finestra come se fosse cieco, e poi scomparivano lungo il corridoio, portandosi via l'ossigeno.
Il quarto giorno, qualcosa cambiò.
L’infermiera, la stessa donna che lavorava a scuola, si avvicinò alla porta. La sua ombra bianca si vide oltre il vetro. Ma prima di abbassare la maniglia, si fermò. Girò la testa verso destra, verso il corridoio, come catturata da una presenza esterna. Rimase lì per qualche minuto, annuendo piano, impegnata in una conversazione muta con qualcuno che non potevamo vedere.
Poi, tornò a guardare verso la stanza. Abbassò la maniglia ed entrò, portando con sé il profumo di disinfettante e di caffè.
Si avvicinò al letto con il suo passo leggero e sicuro. Tommy non si mosse. Fissava il lenzuolo bianco sulle sue ginocchia.
«Buongiorno, Tommy» esordì lei, con voce limpida. Si fermò ai piedi del letto, aspettando.
Il ragazzo sbatté le palpebre. I polmoni si riempirono a fatica.
«Buongiorno» mormorò, a voce bassissima. Non alzò lo sguardo.
La donna non perse tempo. «Dobbiamo fare i soliti controlli mattutini. Riesci a tirarti su a sedere?»
Come una macchina programmata per ubbidire, Tommy eseguì l'ordine. Puntò i gomiti sul materasso, si sollevò e, sempre con gli occhi bassi, sbottonò i primi bottoni del camice dell'ospedale, per farsi ascoltare il petto.
Mentre misurava la pressione e ascoltava i battiti, l'infermiera riempiva quel silenzio pesante.
«Stai andando benissimo» disse, con una nota di vero sollievo.
«I parametri sono tornati stabili. Fisicamente sei in forma, il tuo cuore ha retto la botta. Tra oggi e domani, se le ultime analisi del sangue vanno bene, potrai tornare alla tua vita.»
Spostò lo sguardo verso il viso di Tommy, aspettandosi un sospiro di sollievo, o magari un sorriso. Ma lui rimase di marmo. Il pensiero di "tornare alla sua vita" non era una bella notizia, ma una minaccia insopportabile.
L'infermiera non si arrese. Mantenendo il suo tono professionale ma affettuoso, continuò: «A proposito di quella notte... i risultati del laboratorio sono tornati.»
Tommy smise di respirare per un secondo.
«Il liquido che hai vomitato... quello nero, denso. Dopo ore di test, la composizione chimica dice che è sangue. Sangue umano.»
La donna aggrottò le sopracciglia, togliendogli la fascia per la pressione.
«Non siamo sicuri al cento per cento del perché fosse di quel colore, o di come i tuoi polmoni o il tuo stomaco abbiano potuto buttarne fuori così tanto senza farti morire dissanguato. Ma... l'importante è che il peggio è passato.»
Umani, pensai, dal buio della sua mente.
Cercano di spiegare con la chimica un cancro dell'anima.
L'infermiera continuò a parlargli, cercando di capire come stesse davvero.
«Come ti senti oggi? Senti ancora quel peso al petto?»
Nessuna risposta. Tommy guardava un filo scucito della coperta.
Finiti i controlli, la donna sistemò la cartella clinica ai piedi del letto. Fece per andarsene, ma si fermò. Fece un respiro profondo e decise di provare con l'ultima carta.
«Ascolta... almeno, per oggi, puoi vedere i tuoi amici?»
Il corpo di Tommy ebbe un brivido.
«Sono preoccupati da morire» aggiunse lei, abbassando la voce come farebbe una madre.
«Vengono qui tutti i giorni. Rimangono fuori in corridoio ad aspettare un tuo sì, ore e ore. Non puoi punirli per qualcosa che non hanno fatto.»
Le difese di cemento armato di Tommy crollarono.
Il ragazzo alzò la testa. Girò il collo verso di lei. I suoi occhi, spenti e grigi da giorni, misero a fuoco il viso gentile della donna. I muscoli del suo viso tremarono un po', fino a formare un sorriso minuscolo, fragilissimo. Il suo volto, improvvisamente, non sembrava più quello di un fantasma. Sembrava quello di un diciassettenne molto stanco, ma vivo.
«Possono... possono entrare?» sussurrò.
L'infermiera sorrise apertamente. Non se lo fece ripetere. Alzò subito un braccio, facendo un cenno con le dita verso il vetro della porta.
La porta si aprì di scatto prima ancora che lei potesse raggiungerla.
Dietro, c'erano Haru e Due. Erano fermi, con il fiato sospeso, come se non stessero aspettando altro. L'infermiera si fece da parte, indicando con la mano che potevano entrare.
Haru fu il primo. Fece un passo incerto all'interno della stanza. Guardò Tommy. Vide il suo piccolo, incerto sorriso.
E poi le sue difese crollarono.
Annullò la distanza tra la porta e il letto in due passi, quasi saltandogli addosso. Le braccia di Haru avvolsero il corpo magro di Tommy in un abbraccio travolgente, goffo e disperato, cancellando via tutto l'isolamento asettico di quella stanza. Tommy venne schiacciato contro la sua felpa, sbigottito, con gli occhi sbarrati dalla forza di quell'affetto improvviso.
E per la prima volta da giorni, un'ondata di calore insopportabile mi investì. L'affetto puro di Haru bruciava attraverso i tessuti.
«Stupido!» singhiozzò Haru.
La sua voce di solito sempre forte ora era spezzata, tremante. Cercava di trattenere le lacrime chiudendo gli occhi con forza, ma non ci riusciva. Lacrime calde sfuggirono alle sue ciglia, cadendo pesantemente sulla spalla del camice di Tommy.
«Stupido... fottuto idiota.»
Tommy capì. Il suo amico non lo stava insultando; stava buttando fuori ore e ore di terrore puro. Con una mano malferma ed esitante, Tommy la sollevò e la posò sulla schiena di Haru. Gli diede due piccole pacche.
«Mi... mi dispiace» disse Tommy. E la sua stessa voce si ruppe.
Gli occhi gli si riempirono di lacrime. Questa volta non cercò di fermarle. Scesero lungo le guance, silenziose, sciogliendo il nodo nero che gli stringeva la gola da giorni. Haru, sentendolo piangere, fece una risata mezza strozzata, tirando su col naso, e lo strinse ancora più forte.
Dalla porta, l'infermiera guardava la scena. Fece un lungo sospiro di sollievo, le spalle che finalmente si rilassavano. Senza disturbare quel momento, si voltò per uscire.
Ma Due era ancora lì, letteralmente bloccata sulla soglia. Fissava l'abbraccio tra i due ragazzi con gli occhi spalancati e la bocca mezza aperta, totalmente incapace di capire come inserirsi in quella situazione. Sembrava un gatto spaventato dai fari di una macchina.
L'infermiera le passò accanto. Si chinò verso di lei, le mise una mano sulla spalla, e le sussurrò qualcosa di rapido all'orecchio.
Due ebbe un sussulto. Sgranò ancora di più gli occhi, e le sue guance pallide diventarono subito rosse come il fuoco. Si girò a guardare l'infermiera, sorpresa e in imbarazzo, ma la donna le fece solo l'occhiolino, uscì in corridoio e chiuse la porta dietro di sé.
Nel frattempo, Haru si staccò dall'abbraccio. Fece un passo indietro, si asciugò velocemente gli occhi con la manica della felpa e poi... SBAM.
Sganciò un pugno chiuso direttamente sulla spalla di Tommy.
«Ahia!» esclamò il ragazzo, ritraendosi per il dolore acuto. Si massaggiò la spalla colpita, guardandolo allibito.
«Ma... perché?!»
«Questo....» disse Haru, puntandogli il dito dritto in faccia, «è per aver fatto lo stronzo in questi giorni! Eravamo in pensiero, maledizione! Credevamo di averti perso! E tu ti chiudi qua dentro e non ci fai entrare? Perché lo hai fatto?»
Il senso di colpa riprese subito possesso della faccia di Tommy. Il sorriso sparì. Riapparve l'ombra. Abbassò la testa, stringendo le coperte con i pugni. Aprì la bocca per cercare una scusa, per dirgli che non meritava la loro presenza, che lui era rotto, che era sbagliato...
«ORA TOCCA A ME!»
L'urlo squarciò la stanza.
Prima che Tommy potesse dire la sua solita frase per farsi del male da solo, un peso improvviso e scoordinato gli piombò letteralmente sulle gambe.
Fu un urto così inaspettato che Tommy venne sbalzato all'indietro, sbattendo la nuca contro la testiera del letto con un tonfo sordo.
«Porca—!» imprecò, chiudendo gli occhi per la botta e per il mal di testa.
Quando li riaprì, si ritrovò Due accovacciata a quattro zampe direttamente sopra le sue gambe, che premeva contro il materasso. I suoi capelli scuri le cadevano disordinati sul viso. Le guance erano ancora in fiamme, color ciliegia. Lo fissava con quel suo sguardo strano, a un palmo dal naso.
«Ti sono mancata?» chiese, con una faccia tosta che nascondeva a malapena la felicità di vederlo vivo.
Il sistema nervoso di Tommy andò in tilt. La vicinanza, il peso di lei su di lui, l'assurdità della situazione... lo fecero tornare cupo. Il ricordo di quello che era successo sul tetto, quando era crollato, tornò prepotente. Iniziò a tremare. Il respiro si fece corto, i singhiozzi stavano per tornare.
«Io... Due... mi dispiace» balbettò, con la voce che gli tremava, incapace di sostenere il suo sguardo. Abbassò gli occhi sulle coperte.
«Quello che ho fatto... sul tetto... scusami tanto...»
Dire quelle parole gli costava una fatica immensa.
Ma Due non si mosse di un millimetro. Con un movimento rapido, allungò una mano. Infilò le dita sotto il mento di Tommy e, con una pressione dolce ma decisa, gli spinse il viso verso l'alto, obbligandolo a guardarla in faccia.
«Ehi» disse lei. Il suo sorriso era storto, bellissimo.
«Non è successo nulla di grave. È tutto ok. Io sto bene. Mi sono solo sbucciata un gomito, ma sono la regina delle sbadate, cado in continuazione. Sono brava ad atterrare.»
Tommy provò a guardare di lato, ma lei lo teneva fermo.
«Ehi. Guardami negli occhi quando ti parlo.»
Tommy ubbidì. Inchiodò lo sguardo nel blu e nel castano dei suoi occhi. E per un istante, sembrò che non ci fosse nient'altro nella stanza. Tutto si ridusse al rumore del respiro di Due e al calore della sua mano. Quel contatto ravvicinato fu così forte da far diventare le guance di Tommy rosse come un peperone, fino alla punta delle orecchie.
Due se ne accorse. Il suo sorriso si allargò in una curva maliziosa.
«Ooooh...» esclamò, cantilenando la vocale, avendo chiaramente capito di averlo messo in imbarazzo.
Haru, che aveva assistito a tutta la scena incrociando le braccia al petto e sollevando un sopracciglio, non si fece scappare l'occasione per prendere in giro l'amico.
«Mmh...» borbottò Haru, fingendosi pensieroso.
«C'è per caso qualcuno che si sta innamorando qui dentro, o è solo colpa delle medicine dell'ospedale?»
La faccia di Tommy andò letteralmente a fuoco. L'imbarazzo lo divorò vivo. Con uno scatto velocissimo, si liberò dalla mano di Due, prese la coperta e se la tirò fin sopra la testa, nascondendosi come uno struzzo.
«Basta!» squittì la sua voce mezza soffocata da sotto il lenzuolo.
«Smettetela di prendermi in giro!»
«Ooooh, ora fa l'offeso il piccino!» lo prese in giro Due.
Scoppiò in una risata chiara e sincera, che suonò come la cosa più bella in quel posto triste. Haru la seguì ridendo di gusto.
Sotto le coperte, al buio, Tommy strinse i pugni, ma questa volta non per la rabbia o per la paura. Per la prima volta, stava davvero sorridendo. Un sorriso vero, che gli faceva quasi tirare la pelle del viso.
Sentì un peso muoversi sulle sue gambe. Due stava cercando una posizione più comoda sopra di lui. Poi sentì due colpetti leggeri sulla sua testa, da sopra il lenzuolo.
«Toc toc. C'è nessuno in casa?» disse la voce divertita di Due.
«Dai, esci fuori, tartaruga. Prometto che non ti mordo. Forse.»
Tommy abbassò lentamente il bordo della coperta, facendola scivolare appena sotto il naso, lasciando scoperti solo gli occhi.
Haru nel frattempo aveva trascinato una sedia di plastica vicino al letto e ci si era seduto al contrario, appoggiando le braccia sullo schienale. Lo guardava con un gran sorriso, ma si vedeva che aveva gli occhi stanchi.
«Seriamente, Tommy» iniziò Haru, facendo un finto sospiro esagerato.
«Mi devi una pizza grande come una ruota di scorta. Ho passato quattro giorni su quelle sedie del corridoio. Hanno la comodità di un blocco di cemento, mi hanno distrutto la schiena.»
Due, che era ancora seduta a gambe incrociate sulle coperte sopra le gambe di Tommy, sbuffò e indicò Haru con il pollice.
«Non ascoltarlo, si lamenta e basta. E dovresti sapere che per il nervoso si è mangiato praticamente tutti gli snack della macchinetta al primo piano. Ha svuotato la fila delle merendine al cioccolato in meno di due ore.»
«Ehi!» protestò Haru, alzando le mani.
«Il cibo conforta! Ero stressato da morire! E tu, scusa? Camminavi avanti e indietro per il corridoio come un criceto impazzito. Andavi così veloce che stavi per fare un buco nel pavimento. Per non parlare di come facevi girare quell'anello... mi stavi facendo venire il mal di testa solo a guardarti.»
Due gli fece la linguaccia, per poi tornare a guardare Tommy. Il ragazzo, ancora mezzo nascosto dalla coperta, lasciò uscire una piccola, vera risata. Sentirli bisticciare su cose così stupide gli riempiva il petto di un calore che non provava da una vita. Era una normalità bellissima, di cui aveva un bisogno disperato.
Il sorriso di Due si addolcì. Smise di scherzare. Allungò una mano e sfiorò con la punta delle dita il bordo del cerotto che Tommy aveva in fronte, facendo molta attenzione a non fargli male.
«Ci hai fatto prendere un colpo, scemo» sussurrò lei.
La sua voce ora era morbidissima, quasi tremante.
«Non farlo mai più, intesi?»
Haru annuì dalla sua sedia, appoggiando il mento sulle braccia incrociate.
«Già. Niente più scherzi del genere, Tommy. Promettilo.»
Tommy abbassò del tutto la coperta. Guardò prima Haru, poi Due. Vide quanto ci tenevano davvero a lui. Nessuno l'aveva mai guardato in quel modo, come se fosse una cosa preziosa da non rompere.
«Promesso» rispose a bassa voce.
Due fece un grande sorriso, soddisfatta. Poi si sistemò meglio, mettendosi più comoda sulle sue gambe.
«Comunque, questo letto d'ospedale è comodissimo. Penso che resterò seduta qui per un altro po'.»
Tommy fece finta di lamentarsi, spingendola leggermente con il ginocchio sotto le coperte.
«Pesi.»
«Bugiardo!» esclamò lei, dandogli un pugnetto leggerissimo e finto sul braccio.
«Sono una piuma!»
«Sì, una piuma di piombo» commentò Haru dal suo posto, ridacchiando.
Due si girò per fulminarlo con lo sguardo, e Haru alzò le mani in segno di resa, ridendo ancora di più. Tommy si unì a loro, ridendo fino a farsi venire quasi male alla pancia. In quel momento, la stanza d'ospedale non sembrava più un posto di morte, ma solo la stanza di tre ragazzi normalissimi.
Ci misero qualche minuto a calmarsi. Si godettero quel silenzio piacevole, fatto solo di sguardi complici e di sorrisi rilassati. Presero fiato e fecero rallentare i battiti. Quando le risate si fermarono, l'atmosfera si fece un po' più seria, ma in modo dolce e tranquillo.
«Dai, scherzi a parte» disse Haru, raddrizzando la schiena e guardandolo con affetto.
«Come stai davvero? Quando ti fanno uscire da questa prigione?»
Tommy evitò con cura di guardare Due negli occhi — visto che era ancora seduta comodamente su di lui — e fissò un punto a caso sul muro bianco.
«Oggi o domani al massimo» rispose, con la voce tranquilla.
«L'infermiera ha detto che aspettano gli ultimi esami e poi mi mandano a casa.»
Haru e Due si scambiarono un'occhiata veloce. C'era un'intesa silenziosa tra loro, come se stessero per fare qualcosa di importante.
«Bene» esordì Haru.
Si fece serio, concentrato, come se dovesse affrontare un discorso che lui e Due avevano preparato da tempo.
«Ascolta, Tommy. Adesso che stai meglio e che sei sveglio, noi due ti dobbiamo parla—»
La parola di Haru morì nell'aria. Non riuscì a finire la frase.
La maniglia della porta della stanza scattò verso il basso con un rumore secco e metallico. I ragazzi si zittirono di colpo, girando la testa verso l'ingresso, aspettandosi di vedere l'infermiera con i risultati delle analisi.
Ma la figura che bloccò la luce del corridoio fece gelare il sangue nelle vene di Tommy all'istante. Tutto il calore, le risate e la normalità di quei minuti bellissimi vennero cancellati.
I suoi occhi sbarrati misero a fuoco i nuovi arrivati. E l'ombra, il vero terrore, riprese possesso della stanza.


