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Autore: MML_2050    07/07/2026    0 recensioni
L’autore narra una storia tra realtà e distopia: pochi combattenti, in diverse parti del mondo, preparano la rivoluzione degli oppressi. La guerra sarà totale, in un andirivieni di protagonisti il cui reciproco vincolo è identificarsi nell’idea di rivoluzione del loro leader, Mario Miguel Lacona. L’acronimo L.O.V. - Locus Of Value è un’espressione militare che significa “obiettivi sensibili, quelli che possono determinare l’esito della guerra”, ma L.O.V. sono diventati gli esseri umani. Saranno annientate le loro menti, non solo i corpi: “Siamo tutti vivi perché ricordiamo”, ma “non c’è più tempo”; i signori della guerra uccidono con “il controllo sociale, i virus, le crisi economiche, i debiti”, “tutto somministrato al momento giusto”. All’alta occorrenza nel romanzo delle parole guerra e oppressione, rivoluzione e comunismo, distruzione e poi inizio di una umanità nuova, si contrappone infine la presenza di una madre, donna Olimpia, che con amore e costanza legge libri al figlio Miguel. Tra i tanti, uno intitolato stranamente L.O.V. Questi libri sono la forza della parola che è pensiero, guida alla lotta, libera dal male, perché“il destino dei libri è il destino del mondo”. (Tratto dalla lettera di valutazione del XXXV Premio Calvino)
Genere: Science-fiction | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: AU | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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24.

“Io ho pensato molto. Ho ascoltato molto. È venuto il momento di tirare le somme. La conclusione è una sola: la chiave è la profezia. Abbiamo scritto il futuro della guerra: tutti hanno letto il Capitolo della Vittoria, quindi adesso siamo assolutamente certi che trionferemo. Da qui in poi bisogna osare l’impossibile, affinché il nostro successo sia una catarsi profonda e, soprattutto, definitiva. Dobbiamo arrivare allo scontro finale, sarà come guarire da uno stato simile a un’infermità che ci costringe immobili. Come se fossimo in coma. Dobbiamo unire la forza delle nostre rivelazioni a quella delle altre rivelazioni, quelle che i santi e i profeti hanno regalato all’umanità nel corso dei secoli. Il più grande profeta della storia è Karl Marx, lo sanno per primi i suoi nemici. Egli è perfettamente consapevole che le loro strategie più efferate sono state concepite prendendo a modello proprio le sue premonitrici ipotesi sulle conseguenze del capitalismo stesso.”

“Scusa Miguel…”, lo interruppe Diego, titubante, “Marx è… morto…”

“Io ho ascoltato le sue parole. E anche loro, i nostri nemici. Hanno avverato le sue previsioni, come noi il libro di K, le hanno usate come schema. Quello che Marx individuava come nefasta conseguenza della loro esistenza, loro lo hanno preso a prototipo con cui raggiungere, e di fatto hanno raggiunto, il potere assoluto. La chiave è la profezia. E il demonio di Padre Iulian vuole distruggere il creato dando la colpa a Dio, spinge affinché sia compiuta l’opera dell'umanità che ha scelto di adorare il male, rendendo veri gli ammonimenti delle Scritture. La chiave è la profezia. I milioni di lettori di K stanno realizzando quelli che in origine sembravano solo deliri collettivi. Lo sappiamo bene, noi ne siamo testimoni e protagonisti insieme. Noi stessi siamo l’incarnazione di un sospiro di speranza. Ancora una volta: la chiave è la profezia.”

Nessuno proferì parola. Stavamo in semicerchio, davanti a lui.

“E dobbiamo chiederci, a questo punto, qual è la profezia definitiva, quale è quella che tutti rifuggono? Ne esistono di finali, senza appello, che solo gli ultimi, i diseredati, quelli senza speranza stanno aspettando? Sì, ne esistono due. Una è la parola di Karl Marx, che è la voce della presa di coscienza, il catalizzatore della reazione chimica con la quale precipita e diventa visibile il sale malvagio dei distruttori del mondo, dei parassiti, degli sfruttatori. L’altra è quella che racconta della definitiva morte di questo mondo e del ritorno di chi l’ha voluto e creato diverso da come è diventato.”

Miguel cercò di incrociare lo sguardo di Padre Iulian in cerca di approvazione. Padre Iulian si limitò a fissarlo.

“Si chiama Apocalisse, che significa Rivelazione. È una rivelazione, cioè una profezia, e noi, vivendola, seguendola, la renderemo viva, le daremo vita propria e a quel punto sarà lei a realizzare se stessa. Noi realizzeremo l’Apocalisse! Noi saremo l’Apocalisse!”

Il silenzio era pesante, quasi tangibile.

“Ma non capite?! Noi siamo profezia realizzata! È quello che siamo stati fino adesso, quello che ci ha permesso di raggiungere i risultati che abbiamo raggiunto, la nostra ragion d’essere, ma va portata alle sue estreme conseguenze, affinché sia irreversibile!”

Mario Miguel Lacona attese per qualche secondo una reazione.

“Va bene, non importa, faremo così, perché io dico che faremo così. La chiave è la profezia. Voi siete il mio destino, e io il vostro. Questo non si può cambiare. Non si può cambiare neanche il sogno che ci ha portati fino a qui. Scioglieremo i sigilli. Scriveremo la nostra lettera, non alle sette chiese, ma al potere di questo mondo. È tutto come scritto: io indosserò la veste bianca, i miei capelli sono lunghi, e dalla mia bocca esce la spada che taglia due volte: una mia lama siete voi, l’altra la forza della gente che crede in noi anche senza conoscerci! Scriviamo la lettera!”

Padre Iulian fece alcuni passi nella direzione di Miguel, e posò un braccio sulla sua spalla.

“Miguel ha ragione! Ora, chi ha una borsa la prenda; e parimente una sacca; e chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Poiché io vi dico che questo che è scritto deve esser adempiuto in me: Ed egli è stato annoverato tra i malfattori. Infatti, le cose che si riferiscono a me stanno per compiersi. Così è scritto. Vangelo di Luca, capitolo 22 versetto 35 e seguenti. Gesù annuncia la mancanza di ogni mediazione con il mondo, conferma quello che ha già annunciato altrove: Non sono venuto a portare la pace, sono venuto a portare la guerra! Raccomanda a chi è con lui di imparare a difendersi, di aspettarsi persecuzioni che arriveranno fino allo spargimento di sangue. È una novità? No. Quanti sono i martiri? Sono decine di migliaia, e non sono certo quelli che la Chiesa celebra nelle sue Messe. Siamo noi, i martiri!”

Maria si avvicinò, e li strinse entrambi, imitata presto da tutti gli altri. Io li osservai un attimo, prima di unirmi a quell’abbraccio. Desiderai ardentemente di riuscire a permeare le loro fibre con la passione che provavo per loro, di essere il collante delle loro volontà, anche a costo della vita.

Eravamo un unico organismo.



25.

Scrivemmo dunque la prima lettera, come il Primo dei Vivi scrisse alle prime Chiese della Terra. Noi però scrivemmo al potere di questo mondo, al Male incarnato, e affidammo la lettera ad un cavallo bianco, un cavallo bianco con le ali, che volò su tutta la superficie della Terra e fu visto come un miracolo dai popoli che aspettavano un segno. Accolsero il prodigio facendo festa, repressi con rabbia crudele dal destinatario del messaggio, ormai preda dell’orgasmo dello spavento, non più così sicuro del proprio potere, con la bocca traboccante la bava della sua agonia. Le sue mani recavano soltanto sconfitta, e opere morte, perché il cavallo bianco sgominava le sue truppe, e proteggeva la gioia della gente.

Scrivemmo così, con le mani dell’Agente K.


Al potere di questo mondo scriviamo così:

Io conosco la tua malvagità. È arrivato il giorno in cui gli uccelli cadono dal cielo, gli animali che popolano i boschi muoiono in agonia, il mare è nero e i fiumi scorrono avvelenati. Noi sappiamo che la colpa di tutto questo è tua. Ma in questo giorno, uomini di ogni razza si sono uniti come guerrieri dell'arcobaleno per lottare contro la distruzione.

Un giorno, un nuovo giorno, tornerà la sensazione indescrivibile che si prova immergendo le mani nell’acqua fresca delle sorgenti, o della pelle calda di sole, o respirando l’aria tersa del mattino, dopo l’epoca dello scempio e della distruzione. Chi vedrà quel giorno dovrà fare presto, al levar del sole, per non perdere neanche un attimo del nuovo tempo, non preoccupandosi se o in che modo il suo corpo sia coperto, ma soltanto di fare in fretta, per non perdere i colori più estremi del cielo, e respirare l’aria più dolce e pura. In quel giorno il Creato vivrà in pace. Non sarà più necessario che la morte di qualcuno sia la condizione inevitabile per la vita di qualcun altro.

Dovrà pur accadere, di nuovo, un giorno.

Tu non vedrai quel giorno.

E accadrà perché è stato promesso, e noi lo promettiamo solennemente ai nostri figli, ai quali raccontiamo questo sogno la sera, riuniti intorno ai fuochi, questo sogno per cui siamo disposti a dare la vita, perché essa, senza la realizzazione di questo sogno, non vale nulla.

Vediamo negli occhi dei nostri figli la luce di una certezza, perché quello che ascoltano è la speranza narrata dal proprio genitore. Non ti permetteremo di farci disattendere la luce di quella certezza, la promessa fatta ai nostri figli, che vale molto di più di una promessa fatta a noi stessi, e dell’ubbidienza a un capo seppur amato e stimato come un profeta di verità. Più che tutto questo valgono gli occhi dei nostri figli, dolcemente velati dal sonno che pian piano li prende, tranquilli nella serenità di una promessa.

Anche a te, una promessa. Non ti risparmieremo nessuna delle tribolazioni annunciate per te prima di tutti i secoli. Morirai.

Morirete tutti.



26.

Maria partì, montando il cavallo rosso fuoco. La sua presenza, al passaggio, era come un sole. Cavalcò il cavallo rosso fuoco, percorse tutto il mondo e annunciò il giorno della vendetta, il giorno della giustizia. Per le donne violentate, per i bambini abusati, per gli schiavi, per i perseguitati per futili motivi, come il sesso o la pelle.

“Stanotte! Dovete vendicarvi stanotte! Io ho il potere di consegnarvi le armi della vendetta. Non potranno fermarci, perché saremo una miriade incalcolabile. Dovranno soccombere davanti alla nostra rabbia, che faremo esplodere tutta insieme, una volta e per tutte!”

Al passaggio del cavallo rosso gli occhi dei miti si iniettavano di collera, le bocche si riempivano di maledizioni e parole di condanna.

“Ogni ingiustizia sarà lavata col sangue, che sgorghi copioso e rosso come il cavallo che vi porta il messaggio. Andate, armatevi, non esitate! Fate tutto questa notte! Da mezzanotte a mezzogiorno! Lavate le colpe impunite!”

Orde di ossessi urlanti riempirono le strade. Stanarono i malfattori nascosti, tagliarono le gole dei loro figli, trovarono la forza di infliggere il dolore che era stato loro inflitto. Persino il mare cambiò colore, si tinse di rosso cupo, e odorava dello stesso odore dei mattatoi.

 

“È fatto!”, disse Miguel, quando l’onda porpora e maleodorante raggiunse anche le rocce sotto al castello.

 

Lollypop ebbe in sorte il cavallo nero, ma non del bel colore lucido dei purosangue. Era nero come le tenebre, come l’assenza di luce, o il silenzio della coscienza. Lollypop che  lo cavalcava doveva soppesare la fame della gente e darle un prezzo.

 

Impressionante impennata dei future sui cereali. Si parla di incrementi anche del milleduecento per cento in alcune piazze. Il prevedibile aumento dei prezzi del prodotto finito, alla loro scadenza, non riuscirà a compensare l’aggravio di costi dell’industria di trasformazione. L’assalto degli speculatori è senza precedenti. Si prospetta un’altra e più profonda ondata di crisi economica. Vista la situazione pregressa, le previsioni degli analisti sono pessime, a detta di alcuni, definitive.”

 

Così salmodiavano i notiziari, e Lollypop rispondeva così, ad ogni edizione del telegiornale: “Tu dici: 'Sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di niente!' Tu non sai, invece, che sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo.”

Il cavallo gli concesse di possedere, lui solo, tutto il denaro del mondo, quello esistente e quello non esistente. In un solo istante divenne tutto suo, e nessun contabile al mondo fu più in grado di calcolare l’entità della sua ricchezza. Il luogo dove decise di custodirla sprofondò nelle viscere della Terra, sotto quell’immane peso materiale e immateriale. Tutte le macchine del mondo si arresero liquefacendosi davanti all’impossibile compito di contarla, calcolarne senza errore l’ammontare.

Madre Natura riconobbe suo figlio e lo guarì. Come predetto, divenne un dio. Un dio splendido, dalla pelle liscia color della terra, dio fecondo e itifallico. Madre Terra, davanti a lui, partorì foreste vergini infinite, mai toccate da mano d’uomo.

 

Intorno al castello la foresta si infittì di verde nuovo e fresco, all’improvviso. Miguel respirava il nuovo profumo.

 

Diego sputò in terra il vomito della bile, verde come il cavallo che lo aspettava. Il corteo dei demoni che lo seguiva lanciava alla gente urla scurrili e gesti osceni. Diego li scatenò ai quattro angoli della Terra, affinché prendessero possesso di tutti le macchine del mondo in grado di volare.

E loro volarono.

Gli aerei non rigurgitarono più i serpenti grigi, ma veleno e malattie.

I morti cadevano sui morti, a centinaia, a migliaia.

Sciami di mosche sulle piaghe aperte, cumuli di cadaveri da bruciare, affinché non propagassero la loro infezione oltre la quarta parte della Terra, perché così era stato ordinato alla carne senza cervello che seguiva Diego, sui cui volti erano stampate risate idiote senza motivo, mentre eseguivano pedanti il loro compito.

 

Miguel fermò finalmente il suo asimmetrico e incessante andirivieni nella stanza, coi crampi ai muscoli, con fitte lancinanti alla gamba malata, quando vide alzarsi all’orizzonte le imponenti colonne di fumo nero delle pire.

 

Padre Iulian ascoltò il lamento dei perseguitati sparsi per il mondo, come un’eco lontana, dal fondo di un abisso.

“Non è giusto! Non dovete aspettare ancora!”

Capì qual era il suo tremendo incarico, e ne fu infelice.

“Ho il compito di colmare il numero dei giusti! Arriverà la pienezza del numero dei vostri fratelli. Ci sarò anche io? Mi spetta una veste bianca?”

I massi erratici ai piedi del castello si animarono e divennero il suo esercito, un esercito nero di maschere impenetrabili. Iniziarono con un immenso campo profughi, grande come la più grande delle metropoli di cui il mondo andava orgoglioso, in prossimità del deserto. Un luogo ipocrita dove sopravvivere era impossibile, dove la gente tirava avanti ammassata, senza acqua, né viveri, in preda alle necessità più elementari. Un luogo dove gli aguzzini che li avevano costretti a fuggire dalle loro case lavavano le loro coscienze maleodoranti.

“Per loro la morte è una liberazione. Uccidiamo tutti questi innocenti, liberiamoli dal male e dall'inutile attesa della misericordia umana”, disse iniziando a spargere il fuoco della distruzione, seguito dall’azione impersonale dei suoi soldati di pietra nera. Gli aguzzini osservavano quell’orrore senza capirne i presupposti, contenti che qualcuno facesse per loro quello che anche loro avrebbero voluto fare per motivi inversi.

Trasfigurando anche lui sempre di più in un mostro senza volto, ripeté la sua missione mille volte, al comando dell’armata di roccia viva, in ogni angolo della Terra, in mille luoghi simili, accolto dal giubilo delle vittime, come un salvatore.

 

Lontano, altre madri bussarono alla porta di Miguel, offrendo anche i propri figli in olocausto, con gioia sfrenata, affinché appartenessero al computo dei salvati.



27.

Per primo se ne avvide l’ulivo antico, sempre attento.

Chiamò Padre Iulian Rothma, affinché vedesse anche lui. All’orizzonte, nuvole nere e cariche di pioggia, e vento impetuoso, che minacciava tempesta.

“Albero, chi provoca tutto questo? Chi è in grado di fare questo? Sei tu, albero? Anche tu puoi avere un cavallo di vendetta?”

L’albero scosse la scarsa chioma, in segno di diniego.

Iniziò la pioggia, fitta, e poi la grandine, delle dimensioni del pugno di un uomo, e come un pugno colpiva le persone, le case, triturando i tetti come una macchina da guerra. In un talk-show del governo, un non meglio identificato esperto dichiarò con gli occhi sbarrati dall’eccitazione che erano previsti ancora tifoni “con venti oltre duecento metri al secondo! Un record!”, mentre un rivolo di sangue gli usciva copioso dal naso, imbrattando vestiti e scrivania dello studio televisivo.

Poi il terremoto.

La Terra si aprì, e inghiottì chiunque, e distrusse tutto quello che la grandine aveva lasciato in piedi. Tutta la Terra fu scossa, fino alle fondamenta.

Come era stato scritto, “il sole divenne nero come sacco di crine, la luna diventò tutta simile al sangue, le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra, come quando un fico, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i fichi immaturi. Il cielo si ritirò come una pergamena che si arrotola e tutti i monti e le isole furono smossi dal loro posto. Allora i re della terra e i grandi, i capitani, i ricchi e i potenti, e infine ogni uomo, schiavo o libero, si nascosero tutti nelle caverne e fra le rupi dei monti; e dicevano ai monti e alle rupi: Cadete sopra di noi e nascondeteci.”

 

Dopo i terremoti, ondate gigantesche spazzarono via le città più belle del mondo, non solo quelle che sorgevano sulle coste, ma giunsero anche a cancellare quelle più belle dell’interno. Ogni opera dell’uomo fu distrutta, sebbene meravigliosa, in nome delle innumerevoli vite sacrificate per edificarla. Alla televisione, nel corso della trasmissione dedicata ai disastri in corso, un annunciatore elencava con scrupolo le città scomparse, indicando su una cartina la posizione di ognuna, mentre la sua collega e un cameraman copulavano in diretta sulla scrivania dello studio, in favore di telecamera, prima che fosse troppo tardi per farlo ancora.

 

“Non siamo stati noi… Ma allora…”

Corse alla propaggine più estrema del grande terrazzo, dove la visuale abbracciava tutto l’orizzonte.

“Sei tu? Sei tornato, Signore mio Dio?”

L’orizzonte non rispose. La pioggia incessante continuò a sferzare il suo viso mancante. Allora l’ulivo parlò dal fondo dei secoli.

“Tu sapevi. Il Male te lo aveva detto. È successo davvero. Hai fatto il suo gioco.”

Padre Iulian disegnò due occhi, un naso e una bocca sul viso scomparso, per tornare ad essere se stesso. Quella incerta maschera parlò con la voce e con la mente di Padre Iulian.

“Che vuoi dire?”

“Volevi vendicare l'umanità, ma nei pensieri della gente siete diventati davvero in grado di debellare il male. Tutti credono che siate voi il Dio che farà giustizia.”

 

“Noi non possiamo vincere, non possiamo debellare il male! Non era questo che volevo. Io volevo solo vendetta. Volevo i segni della battaglia, da portare in conto di giustizia!”

L’albero scosse ancora i suoi rami.

“Invece per entrambi, le vittime e i carnefici, siete quelli che potevano realizzare la profezia, dunque siete la profezia. Quando sarà chiaro che non potete fare altro che fallire, la gente rinnegherà Dio per colpa vostra!”

La maschera dell’albero si fece terribile. “Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di questo libro: a chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell'albero della vita e della città santa, descritti in questo libro. Ricordi?”

Padre Iulian cancellò i tratti di penna sul suo viso, per tornare a essere irriconoscibile, nella speranza che Dio non lo vedesse.

“Aveva ragione lui. Stavo facendo quello che lui voleva. È stato furbo come solo lui può essere. Mi ha fatto credere che la sua volontà fosse dissuadermi dalla guerra, invece era proprio quello che voleva che facessi. Dio abbia pietà di me!”, sussurrò al vento, mentre osservava il sole diventare nero.

“Post hoc ergo propter hoc”, rispose il vento.



28.

“Tornerai, non è vero?”, gli chiesi.

“Certo”, mi rispose, sorridendomi, ma sapevo che mentiva.

“Ma dove vai?”

“Devo vedere Dio.”

L’acqua del piccolo bacino sotterraneo ribolliva già della presenza di quello che adesso era diventato veramente l’oggetto del mio affetto: il nostro delfino di pelle e ferro. Non una macchina, come ormai sapevo e contrariamente alle supposizioni di quando la mia mente l’aveva partorito nel sonno, ma un essere vivente, con cui a questo punto esisteva un vissuto comune, la condivisione dell’esaltazione delle vittorie o il peso delle sconfitte. Non era più il mio sogno, ma vi si sovrapponeva perfettamente. Una sensazione di irrealtà che non è possibile descrivere, una distorsione del tempo e dello spazio che avrei giurato potesse esistere solo nella testa di un malato.

Invece, io ero lì.

Almeno così credo, perché per superare il mio dolore, il pianto incipiente, mi consolai sperando che forse era vero, sarebbe tornato, proprio come se fossi ancora nel sogno di molti anni prima. Guardai intensamente quell’uomo, prima che si inabissasse dentro la pancia dell’animale.

 

“Loro vogliono te”, disse imperioso l’animale a Miguel.

“Dove stiamo andando?”

“Dopo il mare.”

Miguel rinunciò a chiedere ancora. Il suo senso dell’orientamento gli suggeriva che stavano andando verso sud, navigando sotto costa. Il delfino nuotava veloce come non mai, ogni emersione per respirare era il gemito di un’agonia. Continuò per ore, fino a che rallentò, in prossimità di una piccola isola. A un tratto emerse, e consentì a Miguel di uscire dall’armatura. Davanti a lui una spiaggia candida, accarezzata da un mare trasparente, illuminata da uno splendente plenilunio.

“Vieni!”, gli disse una voce.

Avanzò nell’acqua bassa. Sentì il mare agitarsi dietro di lui. Il delfino riprendeva veloce il largo e una certa apprensione lo prese, quando realizzò che sarebbe rimasto solo.

Raggiunse la spiaggia.

Davanti a lui, schierate a semicerchio, si materializzarono dodici essenze grigie.

“Vieni!”, ripeté la voce.

Le essenze, tutte insieme, spalancarono le loro bocche, a dismisura. La mandibola, o quello che per loro fosse, scese fino a toccare il suolo. Il rumore delle onde si fece ovattato, fino a sparire, e capì di aver varcato una soglia, ed essere entrato in un ambiente chiuso, e completamente buio.

Dopo qualche minuto, l’oscurità divenne piena luce, fastidiosa, accecante. Si protesse gli occhi con un braccio, fino a che non si abituò. Era una piccola stanza di un bianco abbacinante, le pareti completamente lisce, nessun segno di aperture.

Nessun suono, nessuna suppellettile.

Un cubo vuoto.

Il respiro si fece affannoso, il panico gli invase lo stomaco.

“Dove siete? Parlatemi!”, cercò di gridare, ma la voce rimaneva presso di lui, come la sentisse soltanto dentro la sua testa.

In quel momento, gli parve di sentire una mano accarezzargli la fronte, poi i capelli. Poi la sensazione di un bacio, il calore inconfondibile di labbra amate sulla pelle. Rimase immobile, per impossessarsi fino in fondo di quella sensazione piacevole e appagante. Si calmò, il respiro si fece regolare, e il cuore smise di battere all’impazzata nel petto.

Capì che non gli restava altro che aspettare.

Sedette sul materiale che componeva il pavimento, aspettandoselo freddo e duro come avrebbe potuto essere un metallo, invece la consistenza era quella di un giaciglio, morbido e confortevole.

L’attesa non fu lunga. Le dodici essenze grigie traspirarono dalle pareti e dalla luce.

“Siamo arrivati.”

Miguel si guardò intorno.

“Come posso uscire di qui?”

Le essenze scomparvero senza rispondere, lasciandolo solo. Provò a toccare una delle pareti e, con sorpresa, si accorse che era cedevole. Spinse con il braccio, che vi sparì dentro.

Allora trattenne il fiato, come per immergersi in mare, chiuse gli occhi e fece un lungo passo avanti, deciso. Aveva ancora gli occhi chiusi quando un vento forte e gelido lo fece rabbrividire.

Li aprì.

Si trovò su di una cima innevata, circondato da massicci montuosi a perdita d’occhio, carezzati da nuvole in transito, sotto un plenilunio.

Il freddo era insopportabile.

“Dove mi trovo?”, domando al vento.

“Stai per arrivare ai luoghi più alti”, gli rispose una voce.

“Che devo fare?”

“Vai. Ti stanno aspettando.”

Prese una direzione qualsiasi, fino a che davanti a lui si aprì un altipiano. Al centro, una costruzione immensa, fatta di enormi blocchi squadrati dai bordi tondeggianti, vicinissimi gli uni agli altri, di dimensioni e altezze diverse, collegati tra di loro.

Due guardiani gli si fecero incontro.

“Devo entrare. Mi stanno aspettando”, disse loro, tremando per il freddo.

“Sei sicuro di averne diritto?”

“Non lo so… Sì, penso di sì…”

Entrò dentro uno di quei blocchi. Fu felice del tepore dell’interno, dove bollivano sorgenti termali calde e fumanti. Per scaldarsi provò ad avvicinarsi, e si arrischiò a toccare quell’acqua.

Con grande sorpresa, sentì che per lui era fresca.

Ne bevve, e proseguì.

I contorni della costruzione poco a poco si allontanarono, fino a scomparire dalla vista. Si trovò a camminare in un deserto di terra rossa. Procedeva da un po’, quando realizzò di avere fame. Proprio in quel momento, in lontananza, si materializzò un fuoco, odore di carne arrosto, risate.

Raggiunse quel gruppo, e dovette trattenere la sorpresa. Erano uomini e donne dall’incarnato blu cobalto, che lo invitarono a sedersi, e a mangiare con loro.

“Dove stai andando?”, gli chiesero alla fine del pasto.

“Non lo so. So solo che qualcuno mi aspetta.”

“Dovrai parlare con i guardiani”, disse uno di quegli uomini, indicando bagliori di fuochi lontani.

Abbracciò quegli esseri, e proseguì.

Davanti a lui, si parò una scala lunghissima, a perdita d’occhio nel cielo. Davanti alla scala, quattro guardiani con spade fiammeggianti, alti come il cielo. Sopra di essa, il volo maestoso delle fenici, dalle code striate di mille colori, lunghe fino alla fine dell’orizzonte.

Salì, un gradino dopo l’altro, per giorni. Nella faticosa ascesa, parlava a se stesso. “Che cosa dovranno dirmi?”, si chiedeva. Altre volte mormorava canzoni sciocche. Oppure pensava a Eliza, dubitando di averla davvero incontrata.

“È stato tutto così breve.”

La vide sgozzare i suoi nemici, macchiarsi del loro sangue.

La sentì dire: “Ti amo, Miguel!”

Dopo un tempo che gli parve infinito, stremato, giunse alla fine della scala, ed ebbe bisogno di fermarsi, per capire. Era dentro un tunnel, apparentemente scavato nella terra viva.

“Non è possibile! Qui dovrebbe esserci il cielo!”

Davanti a lui una porta di pietra, inamovibile.

“Non posso proseguire! Devo tornare indietro? Dopo tutta questa strada? Dopo tutta questa fatica?!”

Si sdraiò davanti alla porta, a riposare.

“Qualcuno verrà? Deve venire!”, pensò.

Tornò indietro con i ricordi. Gli sovvenne il dolore lancinante della gamba che si spezzava, i giorni dell’ospedale. Il fantasma di Marx e l’incontro incredibile con le essenze grigie che lo avevano condotto fino a lì.

I suoi amici.

“Dove siete? Venite a prendermi! Aiutatemi!”, gridò.

Un cerchio luminoso comparve sopra di lui e percorse lentamente la lunghezza del suo corpo disteso. Al passaggio di quella luce, il suo corpo cambiava consistenza, divenne della stessa materia della grande soglia, e si trovò dall’altra parte.

Qualcuno lo sollevò.

“Che mi succede?”, domandò.

Senza rispondergli, lo deposero in un veicolo. Il conducente pronunciò alcune parole incomprensibili, come delle formule magiche, e il mezzo si mosse.

“Dove mi portate?”

Senza parlare, stavolta il conducente rispose.

“Da colui che possiede il responso.”

“Quanto tempo è passato?”

“Né ore, né giorni, o altro tempo che tu possa contare. Devi pensare soltanto a ciò che segue.”

Senza dolore, sostituirono la sua pelle con un'altra. Capì che lo vestivano per andare sopra il cielo.

 

In un’enorme caverna si trovò davanti a un essere di carne e metallo come il suo delfino, ma decine di volte più grande. Simile a un uomo, con grandi braccia muscolose distese lungo il corpo, collo massiccio, una piccola testa sormontata da un imponente casco grigio. In mezzo al petto, forse al posto del cuore, un altro volto, sorridente e beffardo. Con un tocco, fu sollevato fino all’altezza dei polmoni di quell’essere, che si aprirono affinché potesse entrare, e respirare anche nelle profondità del cosmo.

 

La terra tremò come scossa da un forte terremoto, e partirono.

 

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