Capitolo 8
Il Quartier Generale era in subbuglio, ovunque si avvertiva una frenetica agitazione. Gli ufficiali urlavano ordini in continuazione, mentre le povere staffette correvano da una parte all’altra senza sosta.
Il capitano Lowell era seduto alla sua scrivania con la testa tra le mani. Non ricordava l’ultima volta in cui avesse riposato per più di mezz’ora. Di certo non avrebbe avuto tempo di dormire nemmeno quella notte.
Il telefono squillava incessantemente, almeno aveva la prova che le comunicazioni non fossero state interrotte. In ogni caso, non aveva intenzione di rispondere all’ennesima chiamata del maggiore Stevens, non aveva la pazienza per sopportare un altro dei suoi interminabili discorsi. Londra poteva aspettare, almeno per una volta.
L’ufficiale guardò fuori dalla finestra, l’intero villaggio era in fermento. Nonostante gli sforzi di militari e civili per spegnere gli incendi, le fiamme non si erano ancora estinte. Un’intensa colonna di fumo nero si innalzava verso l’alto.
L’ufficiale stava osservando i danni provocati dal bombardamento, quando ad un tratto qualcuno bussò. Il volto pallido e smunto del suo attendente sbucò timidamente oltre la porta.
«Che altro c’è adesso?», chiese il capitano con rassegnazione.
«Il tenente Burton è qui. Ha chiesto di vederla, c’è anche il tenente van der Linden con lui».
Lowell sospirò. «Credevo di essere stato chiaro l’ultima volta».
«Il tenente Burton ha detto che si tratta di una questione di massima urgenza. L’olandese è stato abbastanza… insistente». Il ragazzo si sistemò il colletto, rammentando come l’ufficiale l’avesse strattonato per il bavero, urlandogli di correre dal capitano.
Lowell cacciò il suo sottoposto con un gesto della mano. «Spero davvero che sia una questione importante».
I due ufficiali si presentarono nell’ufficio del capitano in modo del tutto diverso. Burton, freddo e rigoroso come sempre, attese di essere interpellato dal comandante. Il tenente van der Linden invece si precipitò con irruenza davanti alla scrivania di Lowell. «Abbiamo trovato il nascondiglio dei ribelli! Ci servono uomini per una retata al vecchio faro!», esordì con impeto.
Il capitano si rivolse al suo connazionale. «Ci sono prove che il carico si trovi nelle mani degli irlandesi?»
Burton confermò.
«Ed è sicuro che i ribelli e il carico rubato si trovino al promontorio?»
Van der Linden intervenne con veemenza. «Posso assicurarle che è l’unico approdo possibile per un peschereccio in fuga dall’Inghilterra».
Il capitano Lowell guardò entrambi con aria severa. «Come potete vedere, la situazione è piuttosto grave. Al momento tutti gli uomini sono occupati a riparare i danni del bombardamento».
«Non abbiamo tempo da perdere!»
Burton trattenne il suo compagno per la manica dell’uniforme. «È probabile che i ribelli si siano barricati all’interno del faro. Hanno armi e munizioni, non possiamo agire senza il supporto di una squadra ben addestrata».
Van der Linden avvertì la stretta del tenente rafforzarsi intorno al suo polso. Inevitabilmente, ricordò le sensazioni provate nel sottoscala. Per un istante pensò di cedere alla volontà dell’inglese e fidarsi di lui, ma il suo orgoglio gli impedì di tirarsi indietro. Con uno strattone si liberò dalla sua presa per avvicinarsi ancora alla scrivania del capitano.
«Abbiamo una missione da portare a termine, non potete negarci il supporto dell’esercito!»
Lowell si voltò nuovamente verso al finestra, le fiamme si erano placate, finalmente.
«Avrete i vostri uomini domani all’alba. Per adesso non posso fare altro».
Il tenente Burton ringraziò il suo superiore prima di congedarsi formalmente.
Il capitano osservò i due giovani uscire dalla porta del suo ufficio. Il tenente Burton stava facendo del suo meglio per mantenere il controllo della situazione, ma quell’olandese avrebbe creato problemi. Di questo ormai era certo.
Sulla spiaggia, il tenente van der Linden non esitò a sfogarsi con il suo parigrado.
«Non possiamo restare ad aspettare! Quei criminali potrebbero già essere salpati per le coste d’Irlanda!»
Burton tentò di calmarlo. «Abbiamo ancora tempo. Se la loro missione consiste nel portare in salvo il carico rubato non tenteranno la traversata con il mare in tempesta».
Eryk strinse i pugni per la frustrazione. «Che cosa possiamo fare?»
L’inglese si incamminò verso il molo. «Tu hai bisogno di riposare, io invece ho un’altra questione di cui occuparmi».
Van der Linden si incuriosì. «Di che si tratta?»
«Ho bisogno di parlare ancora con Vaughan. Credo che possa dirci ancora qualcosa di utile su quei ribelli».
«Voglio venire con te!»
Burton si oppose. «È meglio che vada da solo».
«Pensavo che fossimo una squadra», obiettò il tenente olandese.
«La situazione è più complessa di quel che credi. Preferisco agire senza dover pensare alle conseguenze del tuo comportamento immaturo e irriverente!»
«Io sto solo cercando di risolvere questo caso!», replicò van der Linden in sua difesa.
«Allora ti consiglio di non contraddire i tuoi superiori se vuoi ottenere qualcosa da loro!»
«Almeno io ho il coraggio di dire la verità!»
Burton guardò il suo compagno negli occhi. «Non ho intenzione di compromettere l’intera missione per un tuo colpo di testa!», concluse prima di allontanarsi.
Van der Linden rimase immobile nel mezzo della strada, ancora irritato dalle parole del suo compagno e ferito nell’orgoglio.
Il capitano Lowell era seduto alla sua scrivania con la testa tra le mani. Non ricordava l’ultima volta in cui avesse riposato per più di mezz’ora. Di certo non avrebbe avuto tempo di dormire nemmeno quella notte.
Il telefono squillava incessantemente, almeno aveva la prova che le comunicazioni non fossero state interrotte. In ogni caso, non aveva intenzione di rispondere all’ennesima chiamata del maggiore Stevens, non aveva la pazienza per sopportare un altro dei suoi interminabili discorsi. Londra poteva aspettare, almeno per una volta.
L’ufficiale guardò fuori dalla finestra, l’intero villaggio era in fermento. Nonostante gli sforzi di militari e civili per spegnere gli incendi, le fiamme non si erano ancora estinte. Un’intensa colonna di fumo nero si innalzava verso l’alto.
L’ufficiale stava osservando i danni provocati dal bombardamento, quando ad un tratto qualcuno bussò. Il volto pallido e smunto del suo attendente sbucò timidamente oltre la porta.
«Che altro c’è adesso?», chiese il capitano con rassegnazione.
«Il tenente Burton è qui. Ha chiesto di vederla, c’è anche il tenente van der Linden con lui».
Lowell sospirò. «Credevo di essere stato chiaro l’ultima volta».
«Il tenente Burton ha detto che si tratta di una questione di massima urgenza. L’olandese è stato abbastanza… insistente». Il ragazzo si sistemò il colletto, rammentando come l’ufficiale l’avesse strattonato per il bavero, urlandogli di correre dal capitano.
Lowell cacciò il suo sottoposto con un gesto della mano. «Spero davvero che sia una questione importante».
I due ufficiali si presentarono nell’ufficio del capitano in modo del tutto diverso. Burton, freddo e rigoroso come sempre, attese di essere interpellato dal comandante. Il tenente van der Linden invece si precipitò con irruenza davanti alla scrivania di Lowell. «Abbiamo trovato il nascondiglio dei ribelli! Ci servono uomini per una retata al vecchio faro!», esordì con impeto.
Il capitano si rivolse al suo connazionale. «Ci sono prove che il carico si trovi nelle mani degli irlandesi?»
Burton confermò.
«Ed è sicuro che i ribelli e il carico rubato si trovino al promontorio?»
Van der Linden intervenne con veemenza. «Posso assicurarle che è l’unico approdo possibile per un peschereccio in fuga dall’Inghilterra».
Il capitano Lowell guardò entrambi con aria severa. «Come potete vedere, la situazione è piuttosto grave. Al momento tutti gli uomini sono occupati a riparare i danni del bombardamento».
«Non abbiamo tempo da perdere!»
Burton trattenne il suo compagno per la manica dell’uniforme. «È probabile che i ribelli si siano barricati all’interno del faro. Hanno armi e munizioni, non possiamo agire senza il supporto di una squadra ben addestrata».
Van der Linden avvertì la stretta del tenente rafforzarsi intorno al suo polso. Inevitabilmente, ricordò le sensazioni provate nel sottoscala. Per un istante pensò di cedere alla volontà dell’inglese e fidarsi di lui, ma il suo orgoglio gli impedì di tirarsi indietro. Con uno strattone si liberò dalla sua presa per avvicinarsi ancora alla scrivania del capitano.
«Abbiamo una missione da portare a termine, non potete negarci il supporto dell’esercito!»
Lowell si voltò nuovamente verso al finestra, le fiamme si erano placate, finalmente.
«Avrete i vostri uomini domani all’alba. Per adesso non posso fare altro».
Il tenente Burton ringraziò il suo superiore prima di congedarsi formalmente.
Il capitano osservò i due giovani uscire dalla porta del suo ufficio. Il tenente Burton stava facendo del suo meglio per mantenere il controllo della situazione, ma quell’olandese avrebbe creato problemi. Di questo ormai era certo.
Sulla spiaggia, il tenente van der Linden non esitò a sfogarsi con il suo parigrado.
«Non possiamo restare ad aspettare! Quei criminali potrebbero già essere salpati per le coste d’Irlanda!»
Burton tentò di calmarlo. «Abbiamo ancora tempo. Se la loro missione consiste nel portare in salvo il carico rubato non tenteranno la traversata con il mare in tempesta».
Eryk strinse i pugni per la frustrazione. «Che cosa possiamo fare?»
L’inglese si incamminò verso il molo. «Tu hai bisogno di riposare, io invece ho un’altra questione di cui occuparmi».
Van der Linden si incuriosì. «Di che si tratta?»
«Ho bisogno di parlare ancora con Vaughan. Credo che possa dirci ancora qualcosa di utile su quei ribelli».
«Voglio venire con te!»
Burton si oppose. «È meglio che vada da solo».
«Pensavo che fossimo una squadra», obiettò il tenente olandese.
«La situazione è più complessa di quel che credi. Preferisco agire senza dover pensare alle conseguenze del tuo comportamento immaturo e irriverente!»
«Io sto solo cercando di risolvere questo caso!», replicò van der Linden in sua difesa.
«Allora ti consiglio di non contraddire i tuoi superiori se vuoi ottenere qualcosa da loro!»
«Almeno io ho il coraggio di dire la verità!»
Burton guardò il suo compagno negli occhi. «Non ho intenzione di compromettere l’intera missione per un tuo colpo di testa!», concluse prima di allontanarsi.
Van der Linden rimase immobile nel mezzo della strada, ancora irritato dalle parole del suo compagno e ferito nell’orgoglio.
***
Il tenente Voss attraversò la plancia d’imbarco correndo verso la banchina. Appena riconobbe il volto del suo compagno non esitò ad abbracciarlo.
«Eduard! Finalmente sei tornato!», esclamò, esprimendo tutta la sua apprensione.
«Non preoccuparti, sto bene. Ero a dare una mano al villaggio, per fortuna sembra che non ci siano state vittime a causa del bombardamento».
Voss non fu sorpreso nello scoprire che il suo compagno fosse stato coinvolto nelle operazioni di soccorso, era sempre il primo a offrirsi di aiutare gli altri.
«Non ti ho più visto da ieri sera».
«Mi dispiace per essermene andato senza avvisarti, non volevo interrompere il tuo incontro con Daisy».
In altre circostanze, Stafan non avrebbe esitato a rimproverare l’amico, ma in quel momento c’era altro di cui voleva parlare. «A proposito, come è andato il tuo appuntamento?»
L’altro scosse le spalle. «È stata una serata piacevole», disse semplicemente.
«Tutto qui? Non hai altro da dire?»
«Al momento ho altro a cui pensare. Il porto ha subito gravi danni, dovremo organizzare delle squadre per liberare il passaggio e permettere ai marinai di aprire un canale…»
Voss sorrise con aria compiaciuta. «Dunque quella ragazza ti piace sul serio!»
Eduard arrossì, fingendo di non aver ben inteso. «Come?»
«Ti conosco bene, stai evitando l’argomento perché non vuoi ammettere che ti importa davvero di lei».
Manders non poté contraddirlo, la verità era che non sapeva che cosa provasse esattamente.
«Probabilmente se l’avessi incontrata in altre circostanze mi sarei innamorato di lei».
«La guerra non può cambiare i tuoi sentimenti».
Eduard tentò di mantenere un certo distacco. «Sto solo provando a non complicare le cose».
«Vuoi ritrovarti a pensare a lei quando saremo di nuovo per mare? Diventerà il tuo più grande rimpianto».
Egli rifletté su quelle parole.
Proprio in quel momento, una staffetta raggiunse i due ufficiali. «Sto cercando il tenente Manders!»
Prontamente, Eduard si fece avanti.
«Il capitano Brandt vuole vederla! Si tratta di una questione importante!»
Manders fu quasi sollevato da quella notizia, almeno per un po’ non avrebbe pensato agli occhi dolci di Maeve.
***
Jackie uscì strisciando dal suo nascondiglio. Si rialzò in piedi e mosse qualche passo sulle gambe tremanti, ancora stordito dall’eco delle esplosioni. Quando aveva visto Brendan fuggire di nascosto dal vecchio faro, aveva deciso di indagare a riguardo. Era certo che stesse tramando qualcosa e voleva accertarsi che non fosse un informatore. Così l’aveva seguito alla pensione vicino al porto, scoprendo l’esistenza della pericolosa scorta di glicerina. Era intenzionato a fare il suo dovere come volontario dell’IRA, non poteva però immaginare che si sarebbe ritrovato nel mezzo di un bombardamento.
«Tutto bene, ragazzo?»
Il giovane vide due uomini in uniforme britannica, il primo si era levato la maschera e lo stava fissando con aria preoccupata, l’altro invece era rimasto a qualche passo di distanza con la pala in spalla.
Jackie annuì, seppur con poca convinzione.
«Sei ferito?», continuò l’inglese.
«No, io… non credo»
L’uomo tentò di confortarlo. «Tranquillo, sei al sicuro adesso».
I due soldati cominciarono ad esplorare le macerie dell’edificio crollato.
Jackie approfittò di quel momento per allontanarsi. Quei soldati non avevano esitato a soccorrerlo, ma se avessero scoperto la verità, probabilmente non si sarebbero più preoccupati per la sua incolumità.
Il ragazzo si allontanò zoppicando, doveva avvertire al più presto i suoi compagni. Sapeva che Brendan era coinvolto in qualcosa di ancor più pericoloso, e adesso aveva la prova che stesse sfruttando l’IRA per raggiungere i suoi obiettivi. Non sapeva esattamente in cosa consistesse il suo piano, ma agendo contro gli ordini del loro comandante stava esponendo tutti quanti a un rischio decisamente più alto.
Avrebbero dovuto essere uniti in quella lotta per l’Indipendenza, ma Flannagan non era un ribelle idealista, e di certo non agiva soltanto per il bene dell’Irlanda.
***
Con il calare delle tenebre il villaggio tornò a riposare nel silenzio. Gli abitanti avevano affrontato il bombardamento con invidiabile stoicismo britannico. L’area maggiormente colpita era stata quella del porto, mentre le case erano rimaste intatte. Gli obiettivi della Luftwaffe erano sicuramente le basi militari, eppure, doveva esserci una ragione per quell’attacco a sorpresa.
Burton non riusciva a ragionare con lucidità. Era ancora scosso a causa del litigio con l’olandese. A volte pensava che quel giovane facesse tutto il possibile per fargli saltare i nervi. Un ufficiale avrebbe dovuto essere più responsabile, e soprattutto avrebbe dovuto essere consapevole delle conseguenze delle proprie azioni. Van der Linden era fin troppo impulsivo. Per quanto ammirasse la sua devozione alla causa, non poteva permettergli di intromettersi nei suoi piani.
Il tenente non poté più negare la verità a sé stesso. Ormai quella collaborazione era divenuta una questione personale.
E poi, il carattere impulsivo di Eryk gli era fin troppo familiare. Gli ricordava suo fratello Richard. Nei suoi occhi azzurri vedeva la sua stessa determinazione, e questo non faceva che rammentargli il dolore per la sua perdita.
Anche per questo desiderava proteggere van der Linden, pur essendo consapevole che non avrebbe potuto vegliare sempre su di lui.
Burton tornò alla realtà percependo dei passi in fondo alla strada, l’istinto gli suggerì di restare in allerta.
Vaughan spense la radiotrasmittente, era certo di aver udito un rumore sospetto. Qualcuno era entrato nella sua bottega. La stanza era buia, nell’oscurità riuscì a scorgere soltanto un’ombra.
Immediatamente, Paul impugnò la sua pistola. Distolse lo sguardo soltanto per un attimo, quando tornò a fissare il medesimo punto, la sagoma era scomparsa.
Vaughan non ebbe il tempo di voltarsi, qualcosa lo colpì con violenza alla testa. Cadde in avanti, ritrovandosi con la faccia a terra. L’intruso si avventò su di lui, i due lottarono rotolando sul pavimento. Paul fu colpito in pieno volto, per qualche istante rimase privo di sensi. L’ombra continuò a colpirlo con pugni e calci.
Vaughan tentò di raggiungere l'arma trascinandosi sui gomiti, ma venne bloccato da un calcio al fianco destro, che lo scaraventò nuovamente al suolo. Era convinto che quell’uomo l’avrebbe ammazzato, quando all’improvviso la porta si spalancò. Il tenente Burton irruppe all’interno con la pistola puntata.
Lo sconosciuto fu costretto a lasciar perdere Vaughan per darsi alla fuga. Approfittando della vicinanza a una delle finestre, decise di rompere il vetro e calarsi giù.
Burton sparò senza esitazione, due colpi su tre raggiunsero l’obiettivo, ferendo l’aggressore alla spalla. L’uomo riuscì comunque a scappare, saltò dal primo piano e scomparì nella notte.
Il tenente rinunciò all’inseguimento per soccorrere il suo informatore.
Vaughan, ferito e ansimante, giaceva inerme sul pavimento. Il suo volto era coperto di sangue.
Il tenente si chinò su di lui, per quanto malridotto, non riportava ferite troppo profonde.
Paul si poggiò all’ufficiale per rialzarsi in piedi, trattenendo a stento un grido di dolore.
L’ufficiale rivolse lo sguardo alla finestra aperta, chiunque fosse il misterioso aggressore, non era intenzionato a uccidere Vaughan. Voleva lasciare un messaggio, e Burton era convinto di essere lui il destinatario.
***
Van der Linden era seduto a uno dei tavoli del pub. Almeno le scorte di alcolici erano state risparmiate dal bombardamento.
L’ufficiale osservava distrattamente gli uomini in uniforme che vagavano per la stanza. Continuava a pensare all’ultima conversazione avuta con il tenente Burton. Era deluso dal suo comportamento, si sentiva tradito e umiliato. L’inglese sicuramente aveva più esperienza, ma ciò non gli dava il diritto di escluderlo in quel modo dalle indagini.
Eryk buttò giù un lungo sorso di liquore. Restò ad osservare il liquido ambrato rimasto nel bicchiere, come se in quel modo avesse potuto trovare risposte. Era ancora assorto nei suoi pensieri, quando ad un tratto qualcuno si soffermò davanti a lui.
«Tenente, ero certo che ci saremmo rivisti presto».
L’ufficiale alzò lo sguardo, riconoscendo un paio di occhi di ghiaccio.
«Non è un bene bere da soli. Le dispiace se mi unisco a lei?», propose, indicando la sedia vuota.
Eryk esitò per un breve istante, ma alla fine acconsentì, ordinando un altro giro per entrambi.
Quando l’altro si fu accomodato, van der Linden lo squadrò con attenzione. «Non mi sembra che ci siamo già presentati».
«Ha ragione, non abbiamo avuto l’occasione. Devo però confessarle di conoscere già la sua identità. Ad essere sincero stimo molto il suo coraggio, tenente van der Linden».
Eryk sussultò nel sentire quell’uomo pronunciare il suo nome.
«Mi hanno raccontato diverse storie sul suo conto a bordo della nave. Lei è un ufficiale rinomato tra i marinai, anche se molti ammirano più le sue imprese alcoliche rispetto a quelle belliche», continuò Fuller.
«Per me invece lei resta uno sconosciuto», rammentò.
«Marinaio di prima classe Karel Bosch al rapporto, signore».
L’espressione sul volto dell’ufficiale si rilassò. «Direi che possiamo trascurare certe formalità. Per questa sera, siamo soltanto due uomini davanti a una bottiglia di whisky».
Il presunto marinaio mostrò un ambiguo sorriso, poi sollevò il bicchiere. «D’accordo. Dunque, ritengo opportuno brindare a quest’incontro!»
Van der Linden approvò, non aveva mai rifiutato una bevuta in compagnia.
Fuller si bagnò leggermente le labbra. «Se si trova qui, significa che gli inglesi non hanno più bisogno del suo aiuto», azzardò.
Eryk sospirò. «La situazione è… complicata. Il bombardamento è stato uno scomodo inconveniente per le nostre indagini».
«È convinto che sia questo il problema? O è quello che le hanno fatto credere?»
Eryk non capì. «Sta insinuando che gli inglesi si stiano approfittando di me?»
«Non si fidano di lei, è per questo che non vogliono lasciarle libertà d’azione».
Van der Linden ripudiò quell’idea, ma avrebbe mentito nell’affermare che quel sospetto non si fosse già fatto strada nella sua mente.
«Stiamo solo cercando di fare il possibile per mantenere l’equilibrio in questa alleanza».
«Sappiamo entrambi chi è al comando delle operazioni».
Eryk scosse la testa. «Non dovrei nemmeno parlare di queste cose con lei».
«Se non disprezza la mia compagnia, è perché in fondo riconosce che ci sia della verità nelle mie parole».
«Lei non sa niente di questa storia!»
Fuller rimase impassibile. «So che è un ufficiale determinato e ambizioso, e che non merita di farsi trattare in questo modo da un’autorità straniera».
«Gli inglesi sono nostri alleati», affermò con decisione.
La spia allungò un braccio sul tavolo per raggiungere il suo bicchiere. Nel compiere quel gesto, sfiorò la mano del tenente.
«Se è così… dov’è il suo collega britannico? Non dovreste collaborare in queste indagini?».
Eryk ripensò alla discussione avuta con Burton.
«Forse dovrebbe cercare un alleato migliore…»
Il tenente guardò il suo interlocutore negli occhi, senza riuscire a interpretare quello sguardo tanto misterioso quanto intrigante.
Fuller si sporse in avanti, avvicinandosi pericolosamente al volto del giovane ufficiale. «Credo che lei sappia quale sia la cosa giusta da fare», sussurrò con tono lascivo al suo orecchio.
Van der Linden si ritrasse e con impeto si rialzò dalla sedia.
«Ha già intenzione di andarsene?»
Eryk tentò di ricomporsi. «Per questa sera ritengo di aver bevuto abbastanza», concluse, abbandonando definitivamente il tavolo.
Fuller mostrò un sorriso soddisfatto, era consapevole di aver centrato il suo obiettivo.


