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Autore: NocturneWisteria    08/07/2026    0 recensioni
Elin Bergström ha una sola certezza: non riesce più a cantare come prima.
Una busta senza mittente, un biglietto di sola andata per Bali e un laboratorio di legno a Ubud cambiano tutto.
Tra mercati all’alba, templi di quartiere e un falegname che toglie dal legno “quello che non serve”, Elin prova a capire chi è senza palco e senza filtri.
“La voce che ho ritrovato” è una storia di blocco creativo, Bali e seconde occasioni: perdere non è la fine, a volte è il modo in cui si comincia davvero.
Genere: Introspettivo, Romantico | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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«Ci sono mattine a Bali che sembrano fatte apposta.»


Ci sono mattine a Bali che sembrano fatte apposta.

Non nel senso delle cartoline, nel senso che arrivano con una qualità di luce e di silenzio che non si spiega, che non si fotografa, che esiste solo se ci sei dentro e sai stare ferma abbastanza a lungo da sentirla.

Quella mattina era una di quelle.

Mi svegliai prima del tempio, ormai lo facevo quasi sempre, come se il corpo avesse imparato il ritmo dell'isola senza che glielo chiedessi.

Rimasi sdraiata un momento con gli occhi aperti. Il ventilatore sul soffitto. La zanzariera bianca. L'odore di legno e fiori che entrava dalla finestra aperta.

Non l'homestay di Sari questa volta, avevamo trovato un posto piccolo a cinque minuti dal laboratorio di Arya, con un cortile interno e un albero di frangipane che perdeva fiori bianchi sul pavimento ogni mattina come se li lasciasse apposta.

Mi alzai.

Arya dormiva ancora, quella cosa rara, lui che si svegliava sempre prima dell'alba. La sera prima aveva lavorato fino a tardi su un pezzo difficile e il corpo aveva deciso per lui.
Lo guardai un momento prima di uscire.

Le spalle larghe, le mani appoggiate sul cuscino, quelle mani che conoscevo ormai come conosco le mie, ruvide e calde, con le nocche che portavano sempre il segno del legno. Le mani di qualcuno che fa cose vere con le cose vere.

Uscii senza fare rumore.

Mi sedetti nel cortile con il caffè e il taccuino.

Il frangipane lasciava cadere un fiore bianco. Poi un altro. Il tempio lontano iniziò il suo canto dell'alba, basso, ritmico, antico come l'isola stessa.

Aprii il taccuino.

Avevo iniziato a scrivere qualcosa, non una canzone, non ancora. Qualcosa di più vicino a una storia. Quella cosa strana che succede quando hai vissuto abbastanza da avere qualcosa da raccontare e le parole iniziano a venire da sole, anche quando non le cerchi.

Scrissi.

Non so per quanto, il caffè si raffreddò senza che me ne accorgessi, il sole salì sopra i tetti, i motorini iniziarono a sfrecciare nella strada vicina.

Poi mi fermai.

Rilessi l'ultima riga che avevo scritto.

Era questa:

La lettera era nella cassetta della posta quando scesi a buttare la spazzatura.

Rimasi a fissarla per un lungo momento.

Era lì dall'inizio, quella frase, quella notte, quella ragazza con gli occhi stanchi che non si riconosceva nello specchio. Sembrava lontanissima e invece era solo un anno prima. Meno, forse.

Abbastanza per cambiare tutto. Abbastanza per trovare tutto.

Sentii dei passi nel cortile.

Arya apparve dalla porta con i capelli ancora disordinati del sonno e una tazza di tè in mano, Sari gli aveva insegnato a prepararlo, quella cosa dolce e speziata che adesso entrambi bevevamo ogni mattina come se l'avessimo sempre fatto.

Mi guardò. Guardò il taccuino.

«Stai scrivendo?»

«Stavo scrivendo,» dissi. «Ho finito.»

Si sedette accanto a me. Posò la tazza sul tavolo. Guardò il cortile, il frangipane, la luce del mattino, i fiori bianchi sul pavimento.

«Com'è?» disse.

«Non lo so ancora,» dissi. «Ma è vera. Si sente che è vera.»

Annuì, quello stesso annuire di sempre, quello che conteneva più cose di qualsiasi risposta.

Poi mi guardò con quegli occhi scuri e calmi.

«Come il legno,» disse.

Sorrisi.

«Come il legno.»

Fuori Bali si svegliava, il mercato lontano, il suono dei templi, l'odore di incenso e terra e fiori che saliva nell'aria calda del mattino.

La stessa isola di sempre.

Io no.

O meglio, io sì. Più me stessa di quanto fossi mai stata. Quella ragazza con gli occhi stanchi nello specchio di Stoccolma era ancora dentro di me, non era sparita, non si cancellano le cose che si è stati. Ma adesso sapeva dove stava. Sapeva il suo nome. Sapeva le sue mani sulle corde e la sua voce nel microfono e il posto nel mondo dove il respiro veniva da solo, senza che glielo chiedessi.

Chiusi il taccuino.

Arya aveva preso lo scalpello dal tavolo, lo teneva tra le mani senza ancora usarlo, quel gesto di chi sta per iniziare, di chi è sul bordo del momento in cui una cosa possibile diventa reale.

Lo guardai.

Lui alzò gli occhi.

E sorrise, quel sorriso intero, aperto, quello che arrivava piano e rimaneva.

Fuori il tempio continuava il suo canto antico.

I fiori bianchi cadevano.

Il legno aspettava.

   
 
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