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Autore: Sothis Duggan    08/07/2026    0 recensioni
Wyatt Richter era il re del dancefloor, un b-boy venuto da Berlino per prendersi Milano. Ma al Vortex, tra le luci stroboscopiche e i beat pompati dalle casse, il suo sogno si è spezzato in mille pezzi. La danza era come volare nel cielo, era il suo unico modo per esprimersi. In una città che non aspetta nessuno, riuscirà a trovare tra le macerie del suo passato qualcosa, o qualcuno, che lo faccia ancora una volta volare?
Genere: Introspettivo, Malinconico, Song-fic | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate | Contesto: Contesto generale/vago
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POV - LUANA

"Quelli come me li vedi andare via, quando il rumore intorno è troppo forte. Fanno sempre il pieno di malinconia e dell'inferno, sai, chi se ne fotte." - Modà

Sono corsa via senza voltarmi, ho il fiato corto e il cuore che batte contro le costole come un martello pneumatico. La pioggia mi bagna i capelli e il viso, ma le mie spalle sono al caldo. Solo quando infilo le chiavi nella serratura e richiudo il portone dietro di me, mi rendo conto di quello che ho appena fatto.

Sono entrata di soppiatto come se fossi una delinquente. Il silenzio stranamente regna sovrano, Oscar e Milly devono essere ancora fuori. Dopo un breve giro di ricognizione per casa, sono sgattaiolata nella mia stanza socchiudendo l'anta alle mie spalle. Mi volto verso lo specchio della mia postazione trucco e, solo allora, mi accorgo della giacca pesante che mi grava sulla schiena.

Non è la mia. E non è quella di mio fratello. È nera, troppo grande per me, e profuma di quel profumo speziato che mi ha stordito in sala d'attesa nelle scorse settimane.

Wyatt.

A quel punto la sfilo con delicatezza e la prendo tra le mani stringendo il tessuto tra le dita. Sono completamente sconvolta. Perché l'ho abbracciato? Perché mi sono aggrappata a lui come se fosse l'unica ancora in mare aperto? Non lo conosco nemmeno, eppure in quegli istanti, sotto la pioggia, stare tra le sue braccia è stata la cosa migliore di tutta la mia giornata. Potrei dire anche del il mio intero mese.

Sono ancora in piedi davanti allo sgabello della postazione make-up, persa tra i miei pensieri, e sento che il vuoto che mi porto dentro da anni si è inspiegabilmente riempito. La domanda che mi tormenta ora è un'altra: perché era lì in quel momento? L'avevo visto uscire dallo studio senza avermi neanche rivolto uno sguardo. E mentre mi crogiolavo nel mio dolore lui è apparso e mi ha portata al riparo.

Il rumore dell'ingresso che si apre mi fa sobbalzare. D'istinto nascondo la giacca di pelle sotto il piumone pesante del letto, non mi è venuto in mente un altro nascondiglio più veloce di quello. L'avrei poi spostata in un luogo più sicuro e restituita appena ne avessi avuto l'occasione.

«Lu? Sono io!» la voce di zia Milly risuona nell'atrio.

Velocemente mi lego i capelli ancora umidi dalla pioggia, poi mi do una rapida sistemata allo specchio, cercando di cancellare il mascara colato, ed esco diretta verso la cucina. Milly sta posando la borsa della spesa sul tavolo, ancora con la divisa del supermercato addosso. Sembra stanca, con le occhiaie violacee e i capelli di un biondo scuro legati in una cipolla disordinata. A volte mi ricorda mio papà, hanno gli stessi occhi blu e quando sono stanchi la stessa espressione emerge sul loro volto. Un senso di tristezza mi colpisce, ma riesco a mantenere un sorriso forzato e a non crollare nuovamente.

«Ehi, zia» dico cercando di essere il più naturale possibile.

«Com'è andata in Pinacoteca oggi? E con il dottore?» chiede con gentilezza, mentre inizia a sistemare i pacchi di pasta nella dispensa.

«Il solito. Il restauro del quadro del Settecento è molto lungo, ma procede abbastanza bene. Mentre Muller... beh, dice che sto migliorando» mento, anche se il peso del segreto mi fa venire una fitta forte allo stomaco. In quella seduta io e il dottore abbiamo parlato di Oscar e della sua ossessione verso di me. Abbiamo analizzato la mia estrema ansia e paura a stare in casa da sola con lui. In quel momento ho perso l'autocontrollo che mi contraddistingue e sono crollata.

Milly mi parla poi un po' del suo turno al supermercato, delle solite lamentele da parte dei clienti maleducati. Lei è l'unica che ci tiene a questa famiglia. Ha sempre un'occhio di riguardo per me e per mio fratello, ha sempre fatto di tutto per non farci mancare nulla. L'ombra opprimente di Oscar, però, rovina sempre l'atmosfera portando un clima di tensione tra queste mura.

Mentre stiamo finendo di parlare, l'ingresso si spalanca di nuovo. Giacomo entra in cucina come un uragano, portando con sé l'odore della pioggia e quell'energia elettrica che ha solo lui.

«Ciao donne!» esclama dandomi un bacio volante sulla testa e salutando Milly con un abbraccio veloce.

Passa poi in fretta diretto verso camera mia, nel mentre si toglie lo zaino ed estrae un libro. Gli avevo chiesto qualche giorno fa di passare alla Mondadori per prendermelo, è un grande classico che voglio leggere dalle superiori: "Il fu Mattia Pascal" di Pirandello. Subito una scossa mi percorre la schiena: la giacca. Lo seguo cercando di essere il più rapida possibile, ma ormai è troppo tardi.

Nella fretta non ho nascosto bene il giaccone di Wyatt, si vede spuntare una manica dalle coperte. Avrei dovuto preoccuparmi di più, essere più attenta, Giacomo ha un occhio clinico per queste cose.

«E quella?», chiede accennando alla giacca. Si avvicina a me con le sopracciglia contratte in un'espressione che conosco bene. È la sua faccia da "fratello maggiore protettivo". «Non è tua. E non è di certo di Chiara.»

«Mi è... ha iniziato a piovere forte, una vera bomba d'acqua mi ha travolta mentre uscivo dalla Pinacoteca» dico, cercando di mantenere la voce ferma. «Un ragazzo che conosco, un restauratore nella sezione sculture, me l'ha prestata. Non ho portato l'ombrello.»

Giacomo allunga una mano e sfiora il colletto di pelle. Rimane immobile per un secondo di troppo e la studia attentamente. «È una giacca da uomo, Lu. Una Schott originale. Roba seria.» La sua voce si è fatta strana, quasi sospettosa. «Ne ho vista una identica addosso a Wyatt un sacco di volte. Quella pelle vissuta, quel taglio...»

Il sangue mi si gela nelle vene. Devo fare qualcosa. Mi esce una risata secca dalla bocca che suona falsa anche alle mie orecchie. «Jack, è solo una giacca di pelle. Metà Milano potrebbe averne una uguale. Vuoi farmi il terzo grado o posso andare a farmi una doccia? Ho preso tanto di quel freddo che tu non ne hai idea.»

Giacomo mi fissa ancora per qualche istante, poi sospira e la sua espressione si rilassa. «Va bene, scricciolo. Scusa. È che quello stile è proprio il suo. Mi sembra solo... familiare. Vai a scaldarti forza.»

Poco dopo torno ad essere sola nel mio spazio. Quando rinsavisco decido di mettere la giacca nel mio armadio e di andare a fare una doccia calda. Con tutta l'acqua che avevo preso quella è la scelta più adatta, sennò mi sarei ammalata realmente.

Tornata in camera decido di riprendere tra le mani la giacca di Wyatt. Il suo profumo è rimasto impresso nel tessuto. Cullata da quell'odore forte e maschile, la mia mente inizia a viaggiare. Improvvisamente rivivo quell'abbraccio, attimo dopo attimo tutta la scena mi appare nitida come un film. Il suo braccio sulle mie spalle era forte anche se incerto. Quel gesto lo ha probabilmente destabilizzato, ma l'istinto mi ha fatto agire prima che la ragione potesse bloccarmi.

 

   
 
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