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Autore: Luthy83    08/07/2026    0 recensioni
Alan e Dafne sono due studenti universitari del nostro mondo. Un istante prima si trovano all'università, quello dopo vengono trascinati a Merenir, una terra divisa da antichi conflitti, leggi dimenticate e città maledette. Mentre cercano una via per tornare a casa, scoprono che il loro arrivo potrebbe essere legato a un destino molto più grande di loro.
Genere: Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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XI. SER ELAMAS III
 
“Ser Elamas III è qui.” disse Darma dietro di lui come un sussurro.
Norton trasalì.
Ed ecco che riconobbe i passi.
I passi pesanti. Sicuri.
Passi misurati, che mantenevano il controllo.
Norton si voltò e vide un uomo.  Le sue braccia seguivano ogni movimento lungo i fianchi. La sua sagoma nell’ombra del corridoio accompagnava l’oscillare della piuma nera sul cappello.
“Cavaliere, quali notizie mi portate? Cosa avete scoperto a Blumber?”, disse Norton scrutando l’uomo. “Vi avevo mandato laggiù prima che ci riunissimo.” 
“Il cavallo era stanco e ho dovuto fermarmi. Ho proseguito a piedi per un paio di giorni, per questo sono arrivato più tardi”, la voce del cavaliere era ferma.
Prima di andare Darma abbassò lo sguardo. Solo per una frazione di secondo. I suoi occhi scivolarono sugli stivali del cavaliere. Perché non davano segno di viaggio addosso? Erano troppo puliti. Non disse nulla.
“Non ho trovato nulla che possa essere applicato in questo caso, Conte. È una decisione irragionevole, ma se questa è la via per poter andare avanti…” continuò.
Norton strinse il pomello della spada e guardò il cavaliere con occhi tristi. Gli tornò in mente il sapore del pane senza sale che aveva assaggiato qualche ora prima. Il cavaliere non distolse lo sguardo misurato.
Che strano, pensò Darma. Restò immobile e tenne gli occhi fissi sull’espressione del cavaliere. Lo osservò. Non un filo di sudore scendeva dalla fronte, non una velata agitazione traspariva dai suoi occhi. Che cosa voleva dire? Tornò a chinare il capo verso il marmo grigio e rimase lì immobile.
“La mia richiesta di farvi partire per avere informazioni, non ha prodotto alcun risultato. È così che devo pensare, allora? Devo rassegnarmi al mio destino e rendervi partecipe anche mia figlia?” mormorò sconsolato Norton stringendo di più il pomello della sua arma.
Il cavaliere s’inchinò con disinvoltura e mantenne un’espressione seria del volto, come se volesse studiare quella del Conte più attentamente.
“Se non avete più bisogno di me, torno ai miei doveri?” intervenne Darma. La sua voce emanava una sottile tensione, come se quelle ultime parole osassero turbarla ancora di più, e nel salutare i due nobili, quasi non rispose all’accenno del cavaliere.
“Ecco una voce familiare dall’altra stanza. Siete tornato, dunque? Mi rincresce che non siate riuscito a portare liete notizie alle nostre orecchie. Ho sentito la conversazione.” disse il Conte Famer avvicinandosi.
“Siate il benvenuto, Rodrigo. Mi compiaccio di vedervi qui a palazzo, cavaliere.” salutò Burton in tono solenne.
Il cavaliere accennò un cerimonioso inchino e aggrottò la fronte alla vista di due ragazzi sconosciuti in fondo al corridoio.
“Amici e ospiti di Norton.” precisò Burton, indicandoli.
“Sono venuti in nostro aiuto.” continuò Famer con un lieve sorriso.
Elamas increspò le labbra e chinò il capo in modo impercettibile, la piuma del cappello non si mosse.
“Alan e Dafne, non rimanete in disparte quasi foste parte delle ombre del corridoio. Ecco l’uomo che Norton ha mandato a Blumber a cercare l’articolo della legge.” disse Burton.
“Per evitare il patto della Contessa?” domandò Alan senza esitazione.
“Giusta osservazione, ragazzo!” gli occhi di Burton ruotarono in direzione del corridoio buio come se temesse che anche le pareti avessero orecchie.
“Com’è possibile? Dovremmo accettare il nostro fato in questo modo?” la sua voce ebbe un tremito. “Non saremo costretti alla resa!” la sua voce si alzò di un grado.
“I fatti sono questi, che ci aggrada o meno.” rispose Famer in tono pacato ma con una punta d’incertezza.
“Non è resa questa, Conte Burton. È non ignorare l’inevitabile. Le condizioni le mettiamo noi. Non tutto è perduto. I patti possono cambiare.” intervenne Ser Elamas con fermezza.
“Cambiare? Che significa cambiare? Dovevano cambiare già adesso!” lo interruppe Burton battendo il piede con forza sul marmo scuro.
“Intendo che non tutto potrebbe essere perduto. Una scappatoia di altro genere, forse.” sostenne il cavaliere e la piuma non si mosse di nuovo.
Burton voltò le spalle e ascoltò l’eco del colpo sul marmo che si perdeva.
“Perdonatemi, Rodrigo.” mormorò. “Tutto ciò è frustrante.” e il suo volto si distese alla luce fioca delle candele.
“Qui non v’è scappatoia, Ser Elamas. Cosa mi resta? Parlare con mia figlia quando arriverà a palazzo.” ammise Norton e gli occhi gli si inumidirono.
Il cavaliere voltò lo sguardo alla luce della candela ma riprese a fissare il conte un attimo dopo. La luce tenue e il tremolio della fiamma proiettavano l’ombra sottile della sua figura.
Elamas e Norton sostennero lo sguardo per un istante di troppo.
“Siamo qui per uno scopo. Il dolore e l’amarezza attanaglia i nostri cuori, ma siamo uomini forti, uomini potenti. Non cediamo il passo allo sconforto.” disse Famer con aria grave e le sue braccia avvolsero le spalle dei due uomini.
Burton si avvicinò e serrò la spalla di Famer con una morsa d’acciaio. Alan e Dafne avanzarono solo di qualche passo e sotto il guizzo della candela, le sagome dei sei si fusero sul muro del corridoio. Le ombre sembravano un gigante scuro che sorreggeva il soffitto. L’aria fredda entrò di corsa dalla finestra aperta. La candela sussultò e poi si spense. Il gigante era scomparso.
 
Darma avanzava questa volta lentamente e il cavaliere dietro di lei, in silenzio, perlustrava il percorso come il labirinto di un antico sotterraneo. Ora il volto dell’uomo scrutava dritto, reggendo in mano la fiaccola. La fiamma divampò all’improvviso illuminando il corridoio nero d’un rosso cupo. I passi pesanti di Elamas si udivano nell’oscurità. Il suo mantello brillò per un momento e tornò a confondersi con il nero delle pareti. Il corridoio a un tratto si curvò a destra e la vecchia serva si fermò di fronte a una grande porta.
Il cavaliere sorpassò la soglia di una camera con disinvoltura e fece cenno a Darma di entrare. Si slacciò il mantello e lo porse lentamente alla vecchia. Darma lo prese delicatamente; alla luce della fiamma lo accarezzò. Le dita scorsero lungo il tessuto liscio, delicato. Non c’era alcun segno di viaggio. Lo tenne tra le mani solo un momento, poi lo appoggiò allo schienale della poltrona con discreta cura. Si diresse verso la porta e si bloccò solo per un attimo, le sue mani indugiarono sulla maniglia prima di abbassarla. Uscì piano dalla stanza e per la seconda volta ignorò il gesto di saluto del cavaliere.
 

 
L’indomani un tiepido sole fece capolino tra le finestre. La luce del mattino emanava un flebile chiarore per le sale e i corridoi del palazzo. Dafne attraversò il lungo corridoio ma il suo sguardo si spense alla vista dei moccoli anneriti, resti come cadaveri delle candele consumate la sera precedente. I residui di fumo, si levavano ancora verso l’alto in un disperato tentativo di esalare l’ultimo respiro.
Le sue mani toccarono la stoffa fredda della veste, ma non volle percepire niente, solo la brezza mattutina che trasudava dalle pareti. Percorse in attenta contemplazione il palazzo solitario e uscì da una piccola porta secondaria. Era entrata in un cortile interno.
Sul lato opposto, c’era un’enorme fontana di marmo bianco, coperta di foglie. Forse un tempo ci si poteva sedere sul suo bordo per passare momenti spensierati e carichi di gioia. Ma ora sembrava vuota. Non c’era acqua dentro la fontana. Alberi completamente spogli, con i rami che si protendevano verso il basso, disegnavano un varco come una bocca sdentata, cedendole il passaggio. Dafne sospirò. Che posto era mai quello? Il piccolo cortile era cinto da bassi zoccoli di pietra grigia. Per terra c’era del fango dissecato, che si era ormai confuso con le piastrelle del pavimento. Più avanti, su un altro lato, si apriva un grande arco di pietra coperto anch’esso da grosse piante rampicanti che si incastravano sul terreno. Dietro l’arco, Dafne scorse una figura in lontananza. Cercò di mettere a fuoco, di capire quale figura fosse. La figura non si mosse. Ma qualcosa le toccò la spalla: si ritrasse e soffocò un urlo.
“Calma, sembra che tu abbia visto un fantasma. Sono Alan.”
Dafne non gli rispose e gli indicò quella strana figura senza guardarlo. Era una sagoma ancora lontana, sfocata. Camminarono lentamente e man mano che si avvicinavano i suoi contorni divennero nitidi. Ma non era una persona, era una statua.  Alan restò un passo indietro. La statua era integra e rappresentava un uomo e una donna. La donna ruotava il busto in un gesto di equilibrio e slancio, come per liberarsi in aria e proiettava le sue braccia in avanti. Alan si soffermò una volta, osservando la figura maschile.  L’uomo era proiettato verso ciò che inseguiva. Il suo piede si appoggiava solo sulla punta delle dita, in un contatto minimo con il suolo. Era un gesto congelato nella pietra ma la scena sembrava acquistare vita. Le figure avevano il senso di linee rette e movimento e il marmo era intatto, liscio e ben delineato. Nessuna crepa. Sulla base tra le foglie sparse, i resti di un’incisione consumata: lo stemma di Nantur. Alan distolse lo sguardo. Esitò un istante prima di parlare.
“Osserva.” disse, come se le sue parole avessero trovato d’un tratto lo spazio per esprimersi.
“Adesso parli?” replicò Dafne secca.
“Vedi come le due figure si muovono senza perdersi nella pietra? Guarda come la donna torce il busto.”
“E’ marmo.” Le sue dita sfiorarono la pietra ma le ritrasse d’un colpo. Era fredda.
“Dipende da come lo vedi.”
“E come dovrei vederlo se è di pietra?”
“Non ti piace immaginare?”
“Immaginare cosa? Le fate e i folletti?” rise. “Dai, il mio interesse fin d’ora è sempre stato il divertimento. Credo che mi dedicherò alla scrittura e quindi non c’è spazio per altro.”
“La scrittura è immaginazione.”
“E allora?”
“Allora scrivere significa inventare.”
“No scrivere significa conoscere il mondo, informarsi, avere maggior cultura.”
“Sì ma anche avere una fervida fantasia.”
“Non credo che tutte le sciocchezze sulla fantasia o i sogni siano d’aiuto.”
“Non è vero. Ci vuole un po’ di magia, altrimenti sarebbe tutto piatto e noioso.”
“Magia…!” sbottò Dafne.  “Ma dove vivi?”
“In un mondo fatto di illusioni e sogni, non lo sapevi?” ridendo.
“E lo scopo qual è?”
“Lo scopo è allontanarsi qualche volta da una realtà monotona e incasinata. Ci sono troppe complicazioni nel mondo, non aumentiamole.”
“Io non credo a tutte quelle cavolate sulla fantasia. La trovo una perdita di tempo, invece bisogna essere pragmatici e con i piedi per terra.”
“Peccato. Le fate e i folletti esistono, sai?”
“Che fai, Al? Mi prendi in giro?”
“No Duffy, che ti viene in mente?”
“E allora, sentiamo. Cosa fai quando vuoi evadere dalla tua realtà?”
“Chiudo gli occhi e vado.” Alan abbassò le palpebre. Dafne lo osservò.  Quieto, distante. Poi lui riaprì gli occhi.
Si fissarono in silenzio per un breve istante. E per la prima volta Dafne non lo rimbeccò.
Un rumore li colse alla sprovvista e distolsero lo sguardo. Il suono di una suola che calpesta un mucchio di ghiaia. Nessuno in vista. Tornarono allora da dove erano venuti senza parlarsi.
 
Cavalier Elamas rimase per ultimo nel vecchio cortile, arricciò le labbra e scomparve dietro l’arco di pietra. 
Darma rimase al riparo dell’ombra della statua e lo seguì con lo sguardo finché non lo vide sparire oltre l’arco. Allora uscì dal suo nascondiglio e s’infilò in una porta secondaria. Per pochi secondi l’ombra del mantello scivolò lungo il muro, poi si assottigliò’ e scomparve.
 
Un momento dopo, dal corridoio udì la sua voce ferma e misurata provenire da un’ala privata. Parlava con il Conte Norton e con i Signori di Merenir. Darma si nascose dietro una colonna, le voci erano concitate ma quella del suo Signore era sofferta.
“Mia figlia non la sacrifico. Non potrò mai mentirle.” sospirò nascondendo il viso tra le mani. “Ho bisogno di tempo e non ne ho, sono troppo stanco per scegliere.”
“La Contessa è stata chiara in proposito.” affermò Famer “Non ci sono alternative. Al suo arrivo dovrete parlarle e cercare un equilibrio insieme.” continuò amareggiato “Dobbiamo restare lucidi.”
“Comprendo il vostro dispiacere, Conte. So che ogni ora che passa, per voi è come un sacrificio.” il cavaliere fece una pausa e riprese: “La Contessa si rafforza ogni giorno di più. Vi consiglio di non parlare con Afgarna per ora. Potreste ferirla. Troppi occhi si annidano nel palazzo.”
“Tacere con Afgarna è un’illusione.” sentenziò Burton. “Nessun segreto rimane sepolto sotto queste mura.” Ci fu silenzio. Il cavaliere ebbe un attimo di esitazione. I muscoli delle braccia tesi lungo i fianchi, si contrassero per un momento. Un lampo di panico attraversò i suoi occhi piccoli ma recuperò subito il controllo e riprese con voce ferma: “La prudenza, aiuta a proteggerci.” Da dietro la colonna, Darma trattenne il fiato. Le parole le arrivarono alla bocca ma le ricacciò subito giù.
Burton afferrò lo schienale della sedia e la trascinò sul pavimento di legno.
Si diresse verso il piccolo arco che separava l’ala dal corridoio e se ne andò con passo deciso.
Un’inquietudine restò sui volti dei due Conti rimasti, ma nemmeno loro dissero qualcosa. Solo Elamas restava dritto, nel suo portamento sicuro e troppo tranquillo.
Ma Darma non cedette.
Il cavaliere attraversò per ultimo la soglia della saletta scivolando lentamente, quasi a nascondersi nelle pareti buie. Solo la forma del suo mantello, si distingueva nell’oscurità benché la luce del tiepido giorno attraversasse le immense finestre. Darma lo seguì con lo sguardo ma non si mosse.
Aspettò.
L’ultimo pezzo del suo velluto scomparve dietro una colonna di marmo. La vecchia serva quasi correva e imboccò una stretta via lungo il percorso che portava ad un secondo corridoio. Era stretto e lungo, con il soffitto basso e le pareti umide. I suoi passi leggeri rimbalzavano sul pavimento dalle grosse piastrelle di pietra. In quel tratto, l’aria odorava di muffa e tra gli infissi delle strette finestre, la serva scorgeva croste di sporcizia vecchia. Le sue vesti lunghe e pesanti la seguirono nel cammino. Un velo di panno grezzo le copriva il capo dai capelli grigi e veniva scosso dalla sua corsa. Ed ecco che sentì i passi. Passi inconfondibili di qualcuno che camminava sicuro e spedito, che aveva sentito tante volte in passato. Poi vide l’ombra della scia di velluto verde nella penombra di una lama di luce. Il mantello di Ser Elamas.
Darma non rallentò.
Elamas sfilò nella fessura della luce e la sua andatura si accorciò. Aprì un’altra porta. Infine, sparì dietro l’uscio socchiuso.  Darma si bloccò a metà del percorso e indietreggiò. Le sue mani scarne accarezzarono la superficie porosa del muro grigio. I suoi polpastrelli scivolarono avanti e indietro, senza staccarsi e respirò profondamente e si ricompose.
Ora le sue mani toccarono la gonna lunga e grigia, che si confondeva con le vicine pareti. I suoi occhi restavano inchiodati lì dove l’altro era scomparso. Non per molto ancora.
 
Darma restò di guardia finché le ombre non iniziarono ad allungarsi e deformarsi sul pavimento. La luce attraverso le finestre, si sciolse in un arancio opaco, illuminando i muri del palazzo prima di perdersi lentamente in un grigio spento. Un servo le passò di fianco ma non incrociò il suo sguardo, abbassò gli occhi in un impercettibile cenno di saluto.
Dal buio del suo nascondiglio, all’improvviso vide una figura scivolare nel corridoio. Inizialmente una sagoma scura, che si confondeva con le pareti, poi passò davanti alla torcia appesa al suo anello di ferro e rivelò il tessuto nero di un mantello pesante. Non riuscì a scorgere il volto, avvolto dall’ombra del cappuccio scuro, che lo ricopriva fino al naso.
Darma trasalì.
Portava stivali neri da viaggio e una larga bisaccia. Camminava con una postura rigida.
Le sue mani trattennero la lunga veste; il messo bussò secco alla porta di Elamas. La porta si aprì e si richiuse subito dopo che il messo aveva oltrepassato l’uscio. La serva trattenne il fiato e restò bloccata con i suoi passi, aspettando un qualsiasi segnale.  Dalla soglia riemerse la figura del messo. Ma era da solo. Teneva qualcosa tra le mani, sembrava un foglio bianco accuratamente piegato. Comparve il sigillo di Nantur  impresso sul pezzo di carta stesso.  Lo seguì con gli occhi finché il passo del messo non proseguì verso il cortile.
Allora si mosse.
L’odore dolciastro della paglia le riempì le narici, il profumo aspro del cuoio vecchio. E lo stridere metallico dei finimenti copriva quel cupo silenzio, come un presagio. Il respiro pesante e regolare dei cavalli si percepiva tutt’intorno. Il messo si stava preparando per un viaggio. Per dove? Esitò per un istante prima di montare in sella al suo animale. L’uomo sollevò lo stivale, ma il piede rimase fermo sulla staffa senza caricare il peso.
Restò così per alcuni minuti, come se avesse avuto un momento di riflessione. Il suo respiro era sincronizzato con quello dei cavalli. Si riebbe e montò in groppa al suo destriero ma una guardia gli sbarrò la strada e lo fermò con il palmo alzato. Il messo mostrò il sigillo impresso nel foglio e la guardia lo lasciò passare.  Partì al galoppo. Darma lo vide sparire oltre le mura. La serva fece qualche passo oltre il ponte levatoio, restò ferma immobile solo per guardare oltre l’orizzonte. Il messo era ora un puntino nero sulla strada acciottolata. Il ponte levatoio si rialzò lentamente e si richiuse troppo presto.  Si voltò verso il palazzo e fu allora che tornò indietro.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
   
 
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