POV - LYDIA
La pioggia del Connecticut picchia insistente contro le vetrate istoriate della Sterling Memorial Library. Solitamente quel suono mi rilassa, ma stasera sembra più il ticchettio pressante di un orologio che scandisce il poco tempo che mi resta per preparare gli ultimi argomenti da presentare alla mia relatrice, la professoressa Eleanor Mitchell.
I miei occhi sono appesantiti dalla stanchezza mentre sottolineo l'ennesimo paragrafo del Constitutional Law, un mattone che purtroppo risulta fondamentale per il mio elaborato finale sulle libertà della persona. Ho creato un mix perfetto tra filosofia politica inglese e la successiva legalizzazione dei principi liberali e democratici.
Ogni volta che mi scoraggio, e succede spesso, mi costringo a ricordare a me stessa che sono una tosta. Io sono Lydia O'Connor, la studentessa che non sbaglia mai un colpo, quella che non ha tempo per banalità come uscite e feste di facoltà, ma solo per le sentenze della Corte Suprema.
«Lyds, smettila di fissare quelle pagine con quello sguardo inquisitorio, le stai spaventando.»
Alzo lo sguardo. Miriam è seduta di fronte a me, con i capelli biondi perfettamente lisci e il maglioncino blu navy, sempre impeccabile. Lei è la mia ancora di salvezza e, al tempo stesso, la mia più grande rovina. Quando la vedo in biblioteca è solo per trascinarmi fuori a prendere aria, per ricordarmi che devo godermi i miei ventitré anni. Probabilmente l'intera struttura prenderebbe fuoco se un giorno vedesse Miriam studiare davvero qui dentro; lei preferisce il comfort del suo letto e la solitudine assoluta. Io invece sono tranquilla solo quando ho il profumo dei vecchi tomi intorno, in più la presenza degli altri studenti mi motiva a dare sempre di più.
«È solo un altro capitolo, Miriam. Devo essere pronta per l'incontro con la professoressa Mitchell. Non posso deluderla, lei crede in me» sussurro, cercando di sistemare una ciocca castana ribelle che è scivolata fuori dallo chignon disordinato che mi sono fatta quella mattina, prima di uscire dalla nostra camera.
«Eleanor ti adora già. Ma se arrivi a domani con le occhiaie fino agli zigomi, non capirà una parola di quello che dici. Chiudi tutto dai, è tardi. Ti porto al The Anchor. Solo una birra e una mezz'ora di conversazione che non includa emendamenti. Promesso.»
Guardo i libri, poi lo sguardo risoluto della mia migliore amica. Per una volta, la forza di volontà perse contro il bisogno disperato di spegnere il cervello.
«Dieci minuti per cambiarmi. Ma niente vestiti da Ivy League, Miriam. Stasera voglio solo sparire in abiti anonimi e non avere rotture intorno.»
Il The Anchor sa come sempre di legno vecchio, whisky e fumo. Questo è il rifugio perfetto per chi vuole sentirsi un essere umano prima che un pezzo di carta con un voto stampato addosso. Seduta al bancone, con un semplice maglione scuro che mi scivola leggermente su una spalla e i jeans consumati, mi sento quasi invisibile, mi sono mimetizzata tra la folla. Miriam è sparita verso il tavolo da biliardo insieme ad altri nostri amici di corso, lasciandomi sola con i miei pensieri e un bicchiere ancora vuoto.
«Un whisky liscio. E offri qualcosa alla ragazza, prima che il peso del mondo la faccia cadere dallo sgabello.»
Quella voce mi scivola lungo la schiena come una scossa elettrica. Profonda, roca, con una punta di pigro cinismo. Mi volto lentamente. L'uomo seduto accanto a me sembra essere uscito da una pellicola noir degli anni Novanta. Capelli biondo cenere corti e spettinati, una mascella squadrata che sembra scolpita nel marmo con una leggera barba e occhi di un azzurro così freddo da risultare bruciante. Indossa una giacca di jeans nera usurata sopra una camicia scura sbottonata sul collo. Assomiglia pericolosamente a una tentazione a cui, in quel preciso istante, non sono pronta a resistere.
«Non ho bisogno che qualcuno mi paghi da bere» rispondo, cercando di recuperare quel tono fermo e distaccato che uso durante i seminari e le discussioni in aula.
Lui accenna un sorriso, un movimento pigro delle labbra che mi fa accelerare il battito in modo fastidioso. «Non è carità, è spirito di sopravvivenza. Hai l'aria di chi ha bisogno di dimenticare chi sia e perchè sia qui per almeno un'ora della serata. Mi sbaglio?»
Lo guardo meglio. C'è qualcosa in lui, nel suo sguardo, un'ombra che non lo rende affatto simile ai classici ragazzi puliti che incrocio per i corridoi della facoltà. Sembra fuori posto per un ambiente come Yale. Per una notte, decido che Lydia O'Connor può restare fuori dalla porta di quel bar.
«Forse hai ragione» concedo, accettando il bicchiere di birra che il barista mi porge. «E chi dovrei essere stasera, secondo te?»
Lui inclina la testa, mi studia come se fossi l'enigma più interessante della sua vita. «Qualcosa di semplice. Ma non banale. Qualcuno che non ha paura di un po' di fumo passivo e di troppe verità scomode.»
«Jenny» mento, sentendo un brivido di eccitazione per quella piccola, stupida ribellione. «Mi chiamo Jenny.»
«Chris» risponde lui, tendendo la mano. Le sue dita sono calde e ruvide contro le mie, una stretta salda che mi tiene incollata allo sgabello. «Allora, Jenny. Dimmi... cosa spinge una ragazza così affascinante e con degli occhi così... così magnetici a nascondersi in un posto come questo? Di solito le tue coetanee sono a qualche festa della Ivy League a bere drink annacquati.»
«Le feste della Ivy League sono sopravvalutate» rispondo, prendendo un sorso di birra e sostenendo il suo sguardo. «Preferisco la realtà, anche se è un po' malconcia.»
«La realtà è un posto pericoloso, Jenny. Soprattutto se sei abituata a studiarla sui libri invece di viverla.»
Parliamo per quella che mi sembra un'eternità. Chris non parla come i ragazzi che frequento; è cinico, tagliente, spietato nei giudizi ma terribilmente magnetico. Non mi chiede cosa studio, ma cosa mi fa sentire viva. Mi ritrovo a ridere, a sfidarlo con lo sguardo, a godermi un tipo di attenzione che nessuno mi ha mai dato.
Il mio fidanzato, Lukas, è troppo occupato a pensare alla sua carriera per concedermi un po' di attenzioni. Con tutta la sua ambizione e i suoi modi prevedibili, non mi ha mai conosciuta davvero. Lukas guarda il mio curriculum; Chris, invece, sembra guardare proprio me.
«Sei pericolosa, Jenny» mi sussurra all'orecchio dopo un tempo indefinito, avvicinandosi tanto da farmi respirare l'odore di tabacco e un dopobarba costoso. «Perché mi fai venire voglia di infrangere regole che mi sono imposto da molto tempo.»
«E quali sarebbero queste regole?» chiedo, con il fiato corto e la pelle d'oca sulle braccia che non ha nulla a che fare con il freddo esterno.
«Quella di non mischiare mai il piacere con il dovere» risponde, con lo sguardo scivola per un istante sulle mie labbra prima di tornare inchiodato nei miei occhi verdi. «E stasera, guardarti è diventato un dovere piacevolmente rischioso.»
Sostenere il suo sguardo è come fissare il sole: doloroso, non riesco a voltarti dall'altra parte. Mi lascia così, con un bacio rubato sulla guancia che brucia quanto un marchio sulla pelle e una tensione elettrica che mi risale lungo la spina dorsale.
Si allontana verso l'uscita, la sua giacca di jeans nera scompare tra la folla e la pioggia ricomincia a battere forte contro i vetri. Mi sento strana, sospesa. Torno nel dormitorio con le gambe che tremano leggermente e un sorriso stupido che cerco di nascondere a Miriam.
Quella notte penso solo a quel paio di occhi azzurro ghiaccio e alla verità detta sotto falso nome. Chris sarebbe rimasto solo un sogno proibito: un bellissimo, oscuro fantasma di una notte di pioggia a New Haven. Un segreto da custodire gelosamente, mentre torno alla mia vita perfetta, fatta di codici, silenzi e certezze.


