POV - LYDIA
Il mattino dopo, Yale si è svegliata avvolta da una nebbia fitta e lattiginosa che rende gli edifici gotici ancora più austeri. Ho dormito poco. Il sapore della birra e il bacio di "Chris" sulla guancia mi tormentano da ieri sera. È un marchio invisibile, un punto sulla pelle che brucia ogni volta che il vento lo sfiora. Ma appena varco la soglia della Law School, torno a indossare di nuovo la maschera. Camicia bianca inamidata, capelli raccolti in uno chignon che non concede tregua a nessuna ciocca ribelle e lo sguardo fisso sull'obiettivo: la mia laurea.
Lukas mi sta aspettando davanti all'aula di Procedura Civile. Il cappotto color cammello è perfetto come lui. Senza una piega, senza spazio per il minimo dettaglio non preventivato. I capelli neri sono pettinati all'indietro con una precisione maniacale e il sorriso che mi rivolge è quello di chi ha già pianificato i prossimi cinquant'anni di vita.
«Lydia, sei in ritardo di cinque minuti. Tutto bene?» mi chiede, scostando leggermente il polsino per controllare il suo orologio d'acciaio prima di darmi un bacio casto sulla fronte. Profuma di dopobarba agrumato e di ordine. Quasi mi da fastidio.
«Sì, scusa. Solo un po' di stanchezza. Miriam mi ha trascinata fuori a bere qualcosa ieri sera» rispondo, cercando di sostenere il suo sguardo profondo. Il senso di colpa mi striscia sotto la pelle. Non per essere uscita con la mia amica, ma per quanto poco mi fosse mancato Lukas mentre parlavo con uno sconosciuto sotto falso nome. Mi rendo conto anche che la conversazione della sera prima con quel Chris era stata più interessante rispetto a tutta la mia relazione. Relazione che si basa quasi esclusivamente su lezioni e seminari di qualsiasi tipo di diritto e di economia.
Lukas inarca un sopracciglio, sistemandosi con un gesto quasi ossessivo il colletto del cappotto. «Al The Anchor, immagino. Sai che non amo quel posto. È frequentato da gente che non ha una direzione, proprio come Miriam e quel Trevor che sta con lei. Noi dobbiamo restare concentrati, specialmente ora che siamo ad un passo dalla laurea.»
«Era solo una birra. Avevo bisogno di spegnere il cervello per qualche ora.» rispondo sbuffando con stanchezza.
Lui mi prende per mano, iniziando a camminare verso l'aula con passo spedito per non arrivare in ritardo. «Berremo champagne per festeggiare quando avremo ottenuto la borsa di studio della Sullivan & Cromwell. Ho controllato le medie degli altri candidati del nostro anno; noi siamo in testa, ma non possiamo permetterci distrazioni. Immagina: io e te nello stesso studio a Boston. Saremo la coppia d'oro del diritto, Lyds. Il potere, le cause che contano... è tutto a un passo da noi.»
«A volte sembra che tu stia parlando di una strategia militare, non di una vita insieme» commento. La mia voce suona più tagliente di quanto volessi.
Lui si ferma un istante, stringendo la mia mano un po' più forte. «O comandi tu, o ti comandano gli altri. E noi siamo fatti per comandare, non credi?»
Mentre parla, io guardo le sue mani curate, le unghie limate, la pelle fresca. Le mani di Lukas sono lisce, educate. Quelle di Chris, nella mia memoria, sono ruvide e calde. Mi sento un'ingrata, quasi una traditrice. Lukas è il ragazzo che ogni ragazza avrebbe voluto: brillante, di buona famiglia, devoto al successo e al lavoro. Ma, mentre descrive il nostro futuro come una sequenza di traguardi prestabiliti, la sua ambizione mi incatena come in una stanza senza finestre. Come se il mio destino fosse già stato scritto su una carta intestata, senza che io avessi avuto voce in capitolo. Mi sento soffocare per un attimo.
Più tardi, dopo una mattinata estenuante trascorsa tra i banchi di Procedura Civile, mi dirigo verso l'ufficio della professoressa Mitchell. Eleanor è il mio punto di riferimento, la donna che sognavo di diventare: autoritaria ma dotata di una grazia rara, lei è una leggenda vivente nei corridoi di Yale.
Busso alla porta pesante del suo studio esattamente all'orario indicato. «Avanti, Lydia! Entra, cara, siediti,» esclama Eleanor senza alzare subito lo sguardo da una pila di documenti. C'è calore nel suo ufficio, un profumo di carta antica e tè nero, che mi fa sentire sempre un po' più a casa rispetto a qualunque altro posto nel campus.
«Grazie, professoressa. Spero di non disturbarla.»
«Sciocchezze. Ho appena finito di rileggere la tua ultima bozza sulla filosofia inglese applicata alle libertà civili» dice, finalmente posando la penna e incrociando le dita sopra la scrivania. Mi guarda dritta negli occhi con un sorriso incoraggiante. «È brillante, Lydia. Davvero. Ma ha bisogno di una struttura più aggressiva, di più mordente, se vogliamo puntare alla lode massima e alla pubblicazione. Non vogliamo solo che sia corretta, vogliamo che sia inattaccabile sotto ogni punto di vista.»
Mi siedo sul bordo della poltroncina di pelle, pronta a prendere appunti con la mia solita precisione, ma noto che Eleanor sembra distratta da una gioia insolita, quasi vibrante. L’ho notato dal luccichio dei suoi occhi azzurri.
«In realtà, Lydia, c'è un altro motivo se ti ho chiesto di venire oggi» continua, e il tono della sua voce si fa più morbido. «Ho una notizia splendida. Mio figlio è finalmente tornato a casa. Ha lasciato Washington ed è di nuovo qui, a Yale. Ha accettato di aiutarmi con le mie ricerche e, soprattutto, di supervisionare le tesi dei miei studenti migliori. Sarà lui il tuo tutor personale per i prossimi mesi. Lo conoscerai molto presto.»
Il cuore mi balza in petto, ma non per l'entusiasmo. Un tutor personale significava meno tempo con Eleanor e più tempo con un estraneo che avrebbe fatto a pezzi il mio lavoro. Io ho scelto la professoressa Mitchell per passare il massimo del tempo con lei, per imparare dalla migliore tutto sul mestiere.
«Oh... capisco. Mi scusi, non sapevo avesse un figlio, né che fosse specializzato nel campo del diritto» dico, cercando di mascherare la punta di delusione nella voce.
Eleanor ride piano, un suono cristallino che illumina la stanza. «Non ne parlo spesso perché è sempre stato un po' un lupo solitario. Direi che è un uomo... particolare» aggiunge, e vedo nei suoi occhi una punta di orgoglio materno mista a una strana cautela. «È rigoroso, forse un po' duro all'inizio, ma ha una mente eccezionale. Si è laureato con il massimo dei voti sia in Economia che in Diritto qui a Yale. È spietato con la logica, Lydia. Ti metterà a dura prova, analizzerà ogni tua virgola fino a farti dubitare di te stessa, ma è esattamente ciò di cui hai bisogno per eccellere. Tu non devi mollare» finiti i suoi avvertimenti, si porta una ciocca di capelli bianchi all'indietro.
«Se lei si fida di lui, allora mi fido anch'io» rispondo, cercando di apparire sicura di me, anche se l'idea di un "lupo solitario spietato" mi mette un'ansia terribile.
«Era proprio quello che volevo sentirti dire. Ora cara torniamo a noi. Ti ho fissato un appuntamento qui, nel mio studio, tra qualche settimana così da vedere come procede il lavoro tra te e l’assistente senior. Ora cerca di riposare in questi giorni, Lydia. Ne avrai bisogno per essere carica per quando inizierai a lavorare con Christopher.»
Esco dall’ufficio con un groviglio di ansia e curiosità che mi stringe lo stomaco. Mentre cammino lungo i corridoi di pietra verso il mio dormitorio, il pensiero di quel Christopher, un uomo che immaginavo già serio, occhialuto e noioso come ogni genio del diritto, si scontra con il ricordo ancora vivido di Chris, l'uomo del bar. Mentre mi stringo nel cappotto per ripararmi dal vento gelido, mi impongo di dimenticare la notte precedente. Devo concentrarmi. Se voglio quella borsa di studio, se voglio rendere orgogliosa Eleanor, devo essere pronta a tutto. Anche a subire le critiche di un figlio di papà tornato da Washington per farmi le pulci.
Tornata in dormitorio, trovo Miriam stesa sul suo letto, intenta a mettersi lo smalto bianco mentre una playlist pop suona a basso volume. L'odore di solvente e candele profumate alla vaniglia è il mio segnale di "casa" a Yale. Ormai il nostro appartamento è l'unico posto in cui mi sento quasi come a Bristol, dove abito coi miei genitori e mio fratello piccolo Adam.
«Allora? La regina di Yale ti ha dato il via libera per il primo capitolo?» mi chiede la mia migliore amica senza alzare gli occhi dalle sue unghie.
Sbuffo, lasciando cadere la borsa pesante sulla scrivania. «Sì e no. Dice che è buono, ma vuole che io sia più aggressiva. E per aiutarmi, ha deciso di affiancarmi un tutor personale.»
Miriam si blocca, il pennellino a mezz'aria. «Un tutor? E chi è? Uno di quegli sfigati del terzo anno che portano il papillon anche a colazione?»
«Peggio. Suo figlio. Christopher Wilson» rispondo sprofondando sulla sedia. «È appena tornato da Washington, sarà assistente senior nelle sue materie e farà da tutor ai tesisti. A quanto pare è una specie di genio del diritto, spietato e rigoroso. Presto Eleanor ce lo presenterà ufficialmente, almeno credo.»
Miriam emette un fischio lungo. «Figlio di Eleanor Mitchell? Oh, Lyds, preparati. Se ha preso anche solo la metà del carisma della madre, e ci aggiungi la cattiveria di uno che ha lavorato a Washington... quel tizio ti farà sputare sangue sulla tastiera.»
«È esattamente quello che temo» ametto, fissando il vuoto. «Volevo lavorare con lei, non con un babysitter di alto livello che probabilmente mi guarderà dall'alto in basso perché sono solo una tesista.»
Miriam si alza, avvicinandosi a me con un sorriso malizioso. Mi scosta i capelli dalla spalla, proprio dove la sera prima avevo sentito il calore del respiro di Chris. «Magari è un vecchio bacucco con i capelli bianchi precoci. O è esattamente il tipo di distrazione che ti serve per non pensare più a... come si chiamava il tipo di ieri? Chris?»
Il nome mi fa sobbalzare. «Non ne voglio parlare, Miri. È stata una parentesi molto attraente. Un errore tattico dovuto alla stanchezza.»
«Un "errore tattico" che ti ha fatto sorridere per tutta la mattina come un'idiota, anche di fianco a Lukas» mi stuzzica lei, tornando al suo letto. «Comunque, dovresti iniziare a vestiti bene. Non per il figlio della Mitchell, ma per te stessa. Domani metti quel blazer color cipria che ti fa sembrare una che potrebbe vincere una causa anche solo fissando il giudice. Magari anche dei tacchi eleganti, non si sa mai»
Sorrido, scuotendo la testa. Miriam ha ragione, come sempre. Devi riprendere il controllo sulla mia vita. «Domani sarò la versione migliore di Lydia O'Connor» prometto a me stessa, più che a lei. «Niente distrazioni. Niente pensieri su sconosciuti incontrati nei bar. Solo diritto, logica e ambizione.»
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Mentre spengo la luce e mi infilo sotto le coperte, cerco di visualizzare Christopher Wilson: lo immagino rigido, con gli occhiali spessi e un tono di voce monocorde. Un uomo prevedibile, tutto regole e codici. Sono pronta ad affrontarlo.


