Io, Daphne, Ayame e Willow ci muovevamo furtivamente nel bosco della Florida.
Pini di sabbia, querce vive e magnolie del sud che sorgevano imponenti e ci sovrastavano con tutta la loro imponenza. L’aria era salmastra per la vicinanza al mare.
In una settimana avevamo attraversato l’Europa via e l’oceano atlantico per raggiungere Rosemary Beach.
La prima parte del viaggio andò bene.
Almeno fino allo scalo a Parigi, quando fummo attaccate da un grifone selvaggio. Fuggimmo a gambe levate e perdemmo l’aereo. Dovevamo raggiungere questo campo che, secondo babbo, era “l’unico posto sicuro per quelli come noi”. Prima di partire ci aveva anche svelato chi era nostra madre: Ecate. Allora io avevo detto che Ecate era un nome molto particolare perchè Ecate è la dea greca della magia. Lui rispose che eravamo figlie della dea della magia. Ci lasciò molto confuse perché poi dovemmo affrettarci a salire sull’aereo, che stava per partire.
Ci pagò un treno per Jerez, da cui avremmo dovuto prendere un aereo. “Perchè”, vi chiederete voi, “non abbiamo preso un aereo a Parigi?”.
Perché io ho una specie di strana malattia genetica rarissima e chi ne è affetto è chiamato dreamdanger. Per chi non lo sapesse, i dremdanger sono ragazzi che, nel sonno, raggiungono una terra misteriosa chiamata Treewon, ove acquisiscono misteriosi e pericolosi (talvolta mortali) poteri che si manifestano una volta svegli. Per questo capirete che i dreamdanger temuti dalla società ed emarginati.
Nessuno sa perché Daphne e Ayame non siano come me, o perchè io non sia come Daphne e Ayame.
Comunque, raggiunte dal grifone, il treno deragliò a Siviglia e fummo salvate da pura fortuna. Infatti sul treno era presente Lucìa Lòpez, “figlia di Demetra”, che uccise il grifone e ci aiutò a raggiungere Valencia.
Lucìa era una bella ragazza alta e sportiva, di circa 17 anni, con i lunghi capelli biondo grano, gli occhi verde prato e la pelle abbronzata.
Ci portò a Jerez, ma perdemmo nuovamente l’aereo e la compagnia aerea, per qualche strano motivo, si dichiarò non più disponibile ad ospitarmi. Per questo, con l’aiuto di babbo e Lucìa, prendemmo un transatlantico che, nel corsò di una tempesta, quasi naufragò, ma approdammo fortunatamente su un’isola. Da lì raggiungemmo New York grazie al suo aeroporto. Infine, inseguite dalla Chimera, eravamo giunte a Rosemary Beach con un taxi che aveva richiesto tutti i nostri spiccioli (che alla fine non bastarono). Utilizzando una dracma che ci aveva dato Lucìa, prendemmo il taxi delle Sorelle Grigie, esperienza che mi ha traumatizzata e preferirei non ripetere.
Ma ora torniamo alla storia.
I miei Shin-kal, la Sain-geom di Daphne e la Gok-do di Ayame brillavano di una luce azzurrina che tradiva la nostra presenza. Ciò sarebbe bastato a confermare la nostra morte per via della Chimera, se quest’ultima ci avesse avvistate.
Willow ci guidò tra gli alberi come se fosse a casa sua, e in effetti lo era. Willow è una driade che avevamo incontrato nel bosco, dopo esser scese dal taxi che ci aveva portate a Long Island. Diceva di esser stata mandata da una certa Lady P, che a sua volta era stato avvisato da babbo.
Per chi non lo sapesse, mio padre, Oberon Jeong, è una persona FANTASTICA. E’ scrittore, archeologo e studioso dell’epoca storica corrispondente alla Caccia alle Streghe e porta sempre me, Daphne e Ayame a tutti i musei esistenti nella Corea del Sud. Inoltre prepara della mousse al cioccolato divina.
Willow, invece, era quella che pareva una bambina di 10 anni, con dei sandali e una bisaccia marrone-rossiccio e un chitone verde mente. I lunghi capelli lisci erano color miele-ambra e gli occhi verde smeraldo che parevano di velluto.
-Ho fame- si lamentò Ayame.
-Come fai ad avere fame in un momento del genere?- borbottò Daphne
-Dai, non manca molto- rispose Willow.
Mi sa che il nostro chiacchiericcio doveva aver attirato l’attenzione della Chimera, perché udimmo un ruggito in lontananza.
-Correte!- gridò Willow.
Come se non fosse ovvio.
Facile per lei, magra, minuta e leggera come una foglia, correre veloce come la luce. Io, invece, corro veloce come la luce spenta. La pressione non aiutava, di certo.
Ci facemmo strada tra i rami che si protendevano verso di noi come per fermarci, le radici che cercavano di farci inciampare, gli arbusti che ostruivano il sentiero. Dietro di me, sentivo i passi del mostro, il sibilare del serpente che esso aveva per coda e i deboli belati della capra che aveva sulla schiena.
Arrivammo in una radura. Eravamo a metà della strada per Campo come disse Willow. Mi girai e lanciai un urlo, terrorizzata. Mi si parava davanti la Chimera con tutto quello che potrebbe esser definito “splendore”. Però non era affatto bella. Anzi, faceva tantissima paura, soprattutto ad una ragazzina a cui a soli 13 anni erano stati affidati due pugnali azzurri come quelli della mudang che non aveva la minima idea di come usarli.
Il corpo, muscoloso, era color ocra e il viso circondato da una criniera leonina. La capra sulla sua schiena era assai temeraria, per quanto può esserlo una capra.
Il serpente che costituiva la sua coda, con le scaglie color smeraldo, sibilava, passandosi la lingua biforcuta sulle zanne. Da esse gocciolava veleno che cadeva sul terreno sfrigolando.
Daphne, che di noi tre era la più coraggiosa, si fece avanti brandendo la Sain-geom. Sebbene cercava di nasconderlo, era tesa e, come me, terrorizzata. Mosse la spada verso il mostro cercando di intimorirlo.
Non funzionò.
Anche Ayame si fece avanti con la Gok-do e Willow brandì un ramo con fare intimidatorio. Tirai fuori i Shin-kal, per non sembrare troppo fifona.
- Stai indietro, mostro!- disse Willow.
-Attenta, Will, tu non hai armi vere e proprie!- la avvertì Ayame, la più prudente.
-In realtà ho anch’io un’arma segreta…- replicò lei e estrasse dalla bisaccia una conchiglia.
Era una Calilla color crema e beige, con striature rosate.
Willow se la portò alle labbra.
Quando la suonò accaddero diverse cose contemporaneamente, per cui serve un elenco:
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La pattuglia di sentinelle del Campo Psiche la udì e si divise, mandando metà squadra in nostro soccorso.
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La Chimera attaccò.
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Daphne e Ayame si mossero contemporaneamente e assalirono il mostro
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Io mi ritrassi istintivamente.
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Willow conficcò il suo ramo nell’occhio della Chimera.
Il mostro reagì all’attacco di Willow indietreggiando vagamente infastidito. Solo allora mi ripresi dal panico che mi aveva paralizzata e mi aveva fatto diventare le gambe come se fossero di gomma. Lanciai uno Shin-kal come se fosse un vortex. Per fortuna ero abbastanza brava in quello sport, perché lo colpii. Sfruttando quell’attimo di distrazione della bestia, Daphne tentò di colpirla, ma venne ferita sulla pancia dai suoi artigli.
-DAPHNE!- gridai e corsi da lei, ignorando il pericolo e guadagnandomi tre graffi piuttosto profondi e avvelenati. Mi si mozzò il respiro. Il veleno mi penetrò nel sangue. Ansimai.
Ayame reagì in modo insolitamente aggressivo. Si lanciò verso la Chimera, calò la Gok-do e il mostro si ridusse in una polverina che pareva sabbia. All’improvviso ero al mare.
La sabbia morbida sotto i miei piedi, la musica continua prodotta dalle onde.
No, era impossibile, stavo delirando. Il veleno mi offuscava i pensieri.
Mi girava la testa. Vedevo sfocato. Caddi per terra. Willow mi soccorse, impedendomi di farmi male nella caduta. Proprio in quel momento arrivarono le sentinelle, sguainando le spade e tenendo gli scudi saldamente, pensando che la Chimera fosse ancora viva.
Troppo tardi.
Ayame piangeva.
-DAPHNE!NOEMI! NOOO!-
Volevo dirle che andava tutto bene, che non stavo morendo, ma avevo la bocca impastata.
Il sangue mi colava dalla guancia, appiccicoso.
Mi sa che era più grave di quanto pensassi.
Udivo i suoi singhiozzi.
Il mondo ha iniziato a girare, poi i contorni si sono fatti sfocati. Ho sentito le voci diventare ovattate, lontane, come se fossi sott'acqua... poi più nulla.


