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Autore: mamma Kellina    02/02/2010    5 recensioni
Primi anni del Novecento. Miniere della Sardegna sud occidentale. Il giovane ingegnere gallese Robert Forrest, vedovo con un figlio piccolo, e la sfortunata ma indomita Barbara decidono di sposarsi pur senza amarsi. Ma il loro non sarà un patto facile da mantenere perché in fondo è l’amore che vogliono, come tutti gli esseri umani. Il cammino in comune sarà difficile e forse non riusciranno a trovare ciò che cercano, ma di sicuro impareranno a riconoscere le cose che contano davvero nel rapporto tra un uomo e una donna.
Si tratta di un vero e proprio romanzo, molto intenso e drammatico. Il genere è piuttosto classico, alla Jane Austen per intenderci, ed anche se non ho la presunzione di paragonarmi ad una tale Autrice, ho cercato di dare un certo spessore psicologico ai miei protagonisti. Ho provato anche a rendere con efficacia l’epoca ed i luoghi con un accurato lavoro di ricerca. Spero di esserci riuscita. Le località minerarie sarde e la loro storia sono del tutto autentiche. Non così le vicende ed i personaggi di cui narro che sono frutto invece solo della mia fantasia e pertanto non si riferiscono, se non in maniera casuale, a persone realmente esistite e a fatti davvero accaduti.
Vi va di accompagnarmi in questo viaggio?
Genere: Storico | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo 31

 

- Neve!? Ma tu devi essere impazzito! – protestò Barbara all’indirizzo del marito seduto accanto a lei che era a letto e stava allattando la piccina. In piedi, dall’altro lato, c’era anche Nunzia con Charles in braccio il quale doveva essere trattenuto con la forza perché voleva salire sul letto per andare dalla mamma.

- Perché, è un nome così bello! – commentò la ragazza sempre lottando con il bambino – e poi è anche il nome della Patrona del paese.  Farà piacere a tutti se la chiamate così.

- Davvero lo vuoi fare per questo? Per ingraziarti la benevolenza degli abitanti di qui e dei minatori? – domandò a Robert la donna piuttosto perplessa.

Lui le rivolse un sorriso sornione e, calmo calmo, la prese in giro:

- Semmai avessi voluto ingraziarmi qualcuno, allora avrei deciso di chiamarla Margaret, non ti pare?

Irritata, Barbara gli stava rispondendo per le rime, ma intanto il bambino era riuscito a divincolarsi dalle braccia di Nunzia e si era messo ginocchioni sul letto accanto a lei. Per attirare la sua attenzione, le aveva preso il viso in una mano e l’aveva costretta a girarsi a guardarlo.

- Che c’è, tesoro? – gli chiese allora con dolcezza, senza però smettere di tenere la bambina al seno con molta attenzione perché la sua boccuccia  era talmente piccola da riuscire a stento  a contenere il capezzolo.

- Scotta! - mormorò il piccolo.

- Chi?

Lui non rispose, ma con il piccolo indice indicò la sorellina che in effetti era talmente rossa da sembrare avesse la febbre. Risero tutti all’ingenua battuta e Barbara lo incoraggiò:

- No, non scotta, è solo assai piccola ancora. Toccala se vuoi, ma fai piano.

Il bimbo invece le toccò guancia quasi con violenza e la neonata, infastidita, si mise a  vagire.

- Ti ho detto di fare piano! – lo rimproverò Barbara e Charles, che in realtà era assai geloso di quell’esserino brutto ed invadente sbucato fuori all’improvviso per prendere il suo posto in braccio alla mamma, fece uno di quei musini di pianto che la facevano sciogliere di tenerezza. Questa volta invece lei lo ignorò e riprese a parlare al marito.

- Insomma - gli disse – a me Neve non piace. È altrettanto brutto di “Pioggia”.  Se era un maschietto cosa facevamo? Lo chiamavamo “Vento”?

Robert rise, con gli occhi luminosi ed allegri mentre prendeva lui Charles in braccio.

- Puoi chiamarla Maria Neve se ti piace di più.

- No, non voglio proprio chiamarla così! – Barbara  era davvero contrariata ma decise di mantenersi calma ed aggiunse – Ascolta, ho sempre pensato che se fosse stata una femminuccia avremmo potuto chiamarla Kate come tua madre. Anche la buonanima della mia si chiamava Caterina e sarebbe stato simpatico se nostra figlia avesse portato il nome delle due nonne.

- Sì, sarebbe stato simpatico, ma lei si chiamerà Neve.

Questa volta Barbara non si contenne più e quasi gli gridò:

- Ma insomma, quale diritto hai di sceglierle tu il nome?

- Perché sono suo padre forse? – le  rispose calmissimo e sempre sorridente.

- Tu non hai fatto proprio nulla, sono stata io a soffrire per sette mesi, io ad avere un travaglio di quasi due giorni, io che ci stavo lasciando le penne per partorirla…

- E chi lo nega! Però nemmeno tu puoi negare quanto il mio contributo sia stato essenziale: non credo che ti sarebbe riuscita la cosa a far tutto da sola…

Era davvero allegro quel pomeriggio l’ingegnere Forrest e sorrideva ancora mentre passava il bambino alla servetta la quale si era messa a ridere divertita alla sua battuta. Si chinò a posare un tenerissimo bacio sul capino nero della figlia e fece una carezza affettuosa alla moglie prima di uscire dalla stanza per tornarsene a lavoro.  Dopo tutta la sua indifferenza del giorno prima, Barbara fu stupita da quello strano comportamento, ma anche urtata e non avendo con chi prendersela, si rivolse alla ragazza per rimproverarla.

- Me lo dici cosa hai da ridere come una stupida tu?

 

 

Purtroppo l’allegria durò molto poco perché già i giorni successivi la giovane mamma cominciò a preoccuparsi per la figlioletta. Non è che stesse male, ma passava tutto il  tempo a dormire. Doveva sempre svegliarla per farla attaccare al seno, ma già dopo pochi minuti si stancava e non c’era più verso di farla mangiare.
Anche le signore venute a farle visita si erano mostrate un po’ perplesse dalla mancanza di vitalità della piccina e glielo avevano detto senza tante cerimonie.        
Per tutta la giornata del sabato la neonata non fece neanche sentire i suoi deboli vagiti e quando il respiro le diventò affannoso, Barbara ne fu davvero sconvolta. A pochi giorni dal parto così difficile, anche lei non si sentiva ancora bene ma la preoccupazione  divenne molto più forte di ogni altro malessere. Quella sera poi Robert fu trattenuto in miniera ancora più del solito e quando tornò trovò la moglie in uno stato pietoso. Cercò di tranquillizzarla ma lui stesso non riuscì a chiudere occhio per tutta la notte ed alle prime luci dell’alba si precipitò a chiamare il dottor  Bernardi.

 

Nel primo mattino dell’ultima, piovosa  domenica del mese di febbraio,  la stanza dove il medico stava visitando la piccola era piuttosto buia, così come il cuore dei genitori che lo guardavano trepidanti in attesa del responso.

- Certo è molto deboluccia e non si è ripresa come speravo – commentò lui dopo averla esaminata con attenzione.

- Insomma, dottore, cos’ha? – gli chiese la mamma con la voce rotta dal pianto.

- È prematura, signora ed è difficile che…

La donna si accasciò su di una sedia e scoppiò in un pianto disperato, nascondendosi la faccia tra le mani.

- L’avete già fatta battezzare? – domandò l’uomo al padre che era rimasto come inebetito.

- No.

- Bene, allora vi consiglio di farlo. Se volete passo io da don Giustino adesso che torno in paese.

- Sta morendo allora, non è così? Mia figlia sta morendo! – urlò Barbara, disperata.

- Non è ancora detto: ora le darò delle gocce che dovrebbero aiutarla. Mettetegliene cinque sotto la lingua ogni sei ore senza interrompere mai, neanche la notte. Aspettiamo almeno quarantotto ore ed affidiamoci a Dio.

Parlando aveva tratto una boccetta dalla borsa e l’aveva porta a Robert.

- Mi raccomando, ogni sei ore, senza nessuna interruzione. Passerò domattina, prima non saprei cos’altro fare.

- Grazie dottore – gli disse l’ingegnere accompagnandolo alla porta.

- Di niente. Avrei preferito non dovervelo dire, ma è meglio che siate preparati all’eventualità. Che faccio, ve lo mando don Giustino?

- Sì, pregatelo di venire, per piacere.

Raggiungendo la moglie in salotto, Robert la vide talmente disperata che non ebbe i coraggio di dirle nulla.  
Fu lei a parlare.

-  Ecco, questa è la mia punizione: il Signore mi castiga dei miei peccati facendomi morire i figli!

- Barbara, per favore, non dire sciocchezze.

- Sì, è questo – gli rispose senza più piangere nemmeno e torcendosi le mani.        
Gettò uno sguardo strano alla bambina nella culla  come se avesse voluto guardarla per l’ultima volta, poi uscì dalla stanza, dicendogli con un filo di voce:

- Non chiamarmi quando viene il prete. Fate quello che dovete fare,  ma non chiamatemi, io non ci voglio essere.

- Barbara… – la chiamò dolcemente, ma lei neanche si voltò.

 

Il sacerdote arrivò verso le tre, affannato e fradicio di pioggia, ma come sempre nei suoi occhi buoni brillava una luce calda di amore e di solidarietà.

- Quant’è carina! - commentò vedendo la piccola in braccio a Nunzia – Dimmi, le fai tu da madrina, figliola?

La ragazza arrossì e guardò Robert che annuì, profondamente triste.

- E come la chiamiamo? – gli chiese il buon vecchio.

- Maria Neve, padre. Ho ancora bisogno di sperare che possa nevicare in pieno agosto! – gli rispose con il viso contratto nello sforzo di trattenere la commozione.

- E così sia! – rispose don Giustino accingendosi a battezzare la piccola Neve.

   
 
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