Capitolo 31
- Neve!? Ma tu devi essere
impazzito! – protestò
Barbara all’indirizzo del marito seduto accanto a lei che era
a letto e stava
allattando la piccina. In piedi, dall’altro lato,
c’era anche Nunzia con
Charles in braccio il quale doveva essere trattenuto con la forza
perché voleva
salire sul letto per andare dalla mamma.
- Perché, è
un nome così bello! – commentò la
ragazza
sempre lottando con il bambino – e poi è anche il
nome della Patrona del paese. Farà
piacere a tutti se la chiamate così.
- Davvero lo vuoi fare per questo?
Per ingraziarti la
benevolenza degli abitanti di qui e dei minatori? –
domandò a Robert la donna
piuttosto perplessa.
Lui le rivolse un sorriso sornione
e, calmo calmo, la
prese in giro:
- Semmai avessi voluto ingraziarmi
qualcuno, allora
avrei deciso di chiamarla Margaret, non ti pare?
Irritata, Barbara gli stava
rispondendo per le rime,
ma intanto il bambino era riuscito a divincolarsi dalle braccia di
Nunzia e si
era messo ginocchioni sul letto accanto a lei. Per attirare la sua
attenzione,
le aveva preso il viso in una mano e l’aveva costretta a
girarsi a guardarlo.
- Che c’è,
tesoro? – gli chiese allora con dolcezza,
senza però smettere di tenere la bambina al seno con molta
attenzione perché la
sua boccuccia era
talmente piccola da
riuscire a stento a
contenere il
capezzolo.
- Scotta! - mormorò il
piccolo.
- Chi?
Lui non rispose, ma con il piccolo
indice indicò la
sorellina che in effetti era talmente rossa da sembrare avesse la
febbre.
Risero tutti all’ingenua battuta e Barbara lo
incoraggiò:
- No, non scotta, è solo
assai piccola ancora. Toccala
se vuoi, ma fai piano.
Il bimbo invece le toccò
guancia quasi
con violenza e la neonata, infastidita, si mise a
vagire.
- Ti ho detto di fare piano!
– lo rimproverò Barbara e
Charles, che in realtà era assai geloso di
quell’esserino brutto ed invadente
sbucato fuori all’improvviso per prendere il suo posto in
braccio alla mamma,
fece uno di quei musini di pianto che la facevano sciogliere di
tenerezza. Questa
volta invece lei lo ignorò e riprese a parlare al marito.
- Insomma - gli disse – a
me Neve non piace. È altrettanto
brutto di “Pioggia”.
Se era un
maschietto cosa facevamo? Lo chiamavamo “Vento”?
Robert rise, con gli occhi luminosi
ed allegri mentre
prendeva lui Charles in braccio.
- Puoi chiamarla Maria Neve se ti
piace di più.
- No, non voglio proprio chiamarla
così! – Barbara era
davvero contrariata ma decise di
mantenersi calma ed aggiunse – Ascolta, ho sempre pensato che
se fosse stata
una femminuccia avremmo potuto chiamarla Kate come tua madre. Anche la
buonanima della mia si chiamava Caterina e sarebbe stato simpatico se
nostra
figlia avesse portato il nome delle due nonne.
- Sì, sarebbe stato
simpatico, ma lei si chiamerà
Neve.
Questa volta Barbara non si
contenne più e quasi gli gridò:
- Ma insomma, quale diritto hai di
sceglierle tu il
nome?
- Perché sono suo padre
forse? – le rispose
calmissimo e sempre sorridente.
- Tu non hai fatto proprio nulla,
sono stata io a
soffrire per sette mesi, io ad avere un travaglio di quasi due giorni,
io che
ci stavo lasciando le penne per partorirla…
- E chi lo nega! Però
nemmeno tu puoi negare quanto il
mio contributo sia stato essenziale: non credo che ti sarebbe riuscita
la cosa
a far tutto da sola…
Era davvero allegro quel pomeriggio
l’ingegnere
Forrest e sorrideva ancora mentre passava il bambino alla servetta la
quale si
era messa a ridere divertita alla sua battuta. Si chinò a
posare un tenerissimo
bacio sul capino nero della figlia e fece una carezza affettuosa alla
moglie
prima di uscire dalla stanza per tornarsene a lavoro.
Dopo tutta la sua indifferenza del giorno
prima, Barbara fu stupita da quello strano comportamento, ma anche
urtata e non
avendo con chi prendersela, si rivolse alla ragazza per rimproverarla.
- Me lo dici cosa hai da ridere
come una stupida tu?
Purtroppo l’allegria
durò molto poco perché già i
giorni successivi la giovane mamma cominciò a preoccuparsi
per la figlioletta.
Non è che stesse male, ma passava tutto il
tempo a dormire. Doveva sempre svegliarla per farla
attaccare al seno, ma
già dopo pochi minuti si stancava e non c’era
più verso di farla mangiare.
Anche le signore venute a farle visita si erano mostrate un
po’ perplesse dalla
mancanza di vitalità della piccina e glielo avevano detto
senza tante
cerimonie.
Per tutta la giornata del sabato la neonata non fece neanche sentire i
suoi deboli
vagiti e quando il respiro le diventò affannoso, Barbara ne
fu davvero
sconvolta. A pochi giorni dal parto così difficile, anche
lei non si sentiva
ancora bene ma la preoccupazione divenne
molto più forte di ogni altro malessere. Quella sera poi
Robert fu trattenuto
in miniera ancora più del solito e quando tornò
trovò la moglie in uno stato
pietoso. Cercò di tranquillizzarla ma lui stesso non
riuscì a chiudere occhio
per tutta la notte ed alle prime luci dell’alba si
precipitò a chiamare il dottor
Bernardi.
Nel primo mattino
dell’ultima, piovosa domenica
del mese di febbraio, la
stanza dove il medico stava visitando la
piccola era piuttosto buia, così come il cuore dei genitori
che lo guardavano
trepidanti in attesa del responso.
- Certo è molto
deboluccia e non si è ripresa come
speravo – commentò lui dopo averla esaminata con
attenzione.
- Insomma, dottore,
cos’ha? – gli chiese la mamma con
la voce rotta dal pianto.
- È prematura, signora
ed è difficile che…
La donna si accasciò su
di una sedia e scoppiò in un
pianto disperato, nascondendosi la faccia tra le mani.
- L’avete già
fatta battezzare? – domandò l’uomo al
padre che era rimasto come inebetito.
- No.
- Bene, allora vi consiglio di
farlo. Se volete passo
io da don Giustino adesso che torno in paese.
- Sta morendo allora, non
è così? Mia figlia sta
morendo! – urlò Barbara, disperata.
- Non è ancora detto:
ora le darò delle gocce che
dovrebbero aiutarla. Mettetegliene cinque sotto la lingua ogni sei ore
senza
interrompere mai, neanche la notte. Aspettiamo almeno quarantotto ore
ed
affidiamoci a Dio.
Parlando aveva tratto una boccetta
dalla borsa e
l’aveva porta a Robert.
- Mi raccomando, ogni sei ore,
senza nessuna
interruzione. Passerò domattina, prima non saprei
cos’altro fare.
- Grazie dottore – gli
disse l’ingegnere
accompagnandolo alla porta.
- Di niente. Avrei preferito non
dovervelo dire, ma è
meglio che siate preparati all’eventualità. Che
faccio, ve lo mando don
Giustino?
- Sì, pregatelo di
venire, per piacere.
Raggiungendo la moglie in salotto,
Robert la vide
talmente disperata che non ebbe i coraggio di dirle nulla.
Fu lei a parlare.
-
Ecco, questa
è la mia punizione: il Signore mi castiga dei miei peccati
facendomi morire i
figli!
- Barbara, per favore, non dire
sciocchezze.
- Sì, è
questo – gli rispose senza più piangere
nemmeno e torcendosi le mani.
Gettò uno sguardo strano alla bambina nella culla come se avesse voluto
guardarla per l’ultima
volta, poi uscì dalla stanza, dicendogli con un filo di voce:
- Non chiamarmi quando viene il
prete. Fate quello che
dovete fare, ma non
chiamatemi, io non
ci voglio essere.
- Barbara… –
la chiamò dolcemente, ma lei neanche si
voltò.
Il sacerdote arrivò
verso le tre, affannato e fradicio
di pioggia, ma come sempre nei suoi occhi buoni brillava una luce calda
di
amore e di solidarietà.
- Quant’è
carina! - commentò vedendo la piccola in
braccio a Nunzia – Dimmi, le fai tu da madrina, figliola?
La ragazza arrossì e
guardò Robert che annuì,
profondamente triste.
- E come la chiamiamo? –
gli chiese il buon vecchio.
- Maria Neve, padre. Ho ancora
bisogno di sperare che
possa nevicare in pieno agosto! – gli rispose con il viso
contratto nello
sforzo di trattenere la commozione.
- E così sia!
– rispose don Giustino accingendosi a
battezzare la piccola Neve.


